Leggere la Divina Commedia sulle lapidi di Firenze

Il dantista Massimo Seriacopi ci guida nelle strade fiorentine dove le pietre parlano delle famiglie della città, spesso in lotta tra loro, che il Poeta celebra nelle tre Cantiche.

«Sovra candido vel cinta d’oliva donna m’apparve, sotto verde manto vestita di color di fiamma viva». Basta alzare lo sguardo lungo il Corso, nel pieno centro di Firenze, per scorgere la lapide con i versi della Divina Commedia che descrivono il primo incontro tra Dante e Beatrice. Sono incisi nel marmo della facciata dell’antico palazzo dove un tempo sorgevano le case dei Portinari, la famiglia d’origine di Beatrice. Siamo nel XXX canto del Purgatorio e il sommo poeta sta assistendo a una processione con carri e canti di lode circondato da angeli e anime pie, quando vede una donna con un velo bianco sulla testa, una corona d’ulivo, una veste rossa e un manto verde. «I colori indossati da Beatrice sono un’allegoria delle virtù teologali, il bianco della fede, il rosso della carità e il verde della speranza, ai quali si somma la sapienza simboleggiata dall’ulivo, pianta sacra a Minerva», ci spiega il dantista Massimo Seriacopi, che ci accompagna in un percorso attraverso i luoghi fiorentini di Dante solcati dalle lapidi del suo poema monumentale.
Sull’interpretazione allegorica di Beatrice sono state ideate e smontate molte teorie fino ad arrivare alla doppia concezione della donna: da una parte l’ideale stilnovista della bellezza che muove il cuore del poeta, dall’altra la rappresentazione della teologia cristiana. Nella Divina Commedia Beatrice sarà ‘portatrice di Cristo’ e la bellezza che si manifesta pienamente nella sua natura rivelatrice della verità e della carità è per Dante la via per accedere a Dio. Ripercorrere le strade e i vicoli della Firenze medievale è un modo per andare alla riscoperta dei più famosi luoghi danteschi e la partenza da via del Corso non è casuale perché qui si concentra il più alto numero di lapidi, gran parte delle quali raccontano le famiglie della Firenze del tempo di Dante. Quella degli Adimari con Filippo Argenti che sguazza nel fango della palude nel cerchio degli iracondi ( VIII canto dell’Inferno), quella dei Donati con Forese, che predice la futura rovina del fratello Corso Donati capo dei Guelfi neri – nel XXIV canto del Purgatorio, infine quella dedicata alla famiglia dei Cerchi (XVI canto del Paradiso). Basta fare pochi passi in direzione opposta rispetto al Duomo per imbattersi nei resti dell’antica chiesa di Santa Margherita dei Cerchi, risalente all’XI secolo, meglio nota come ‘chiesa di Dante’. Qui, nel 1285, il poeta sposò Gemma Donati e si ritiene che alcuni anni prima, proprio al cospetto dell’altare, abbia visto per la prima volta la sua Beatrice.
«In questa chiesa venne sicuramente sepolto Folco Portinari, il padre della giovane, e altri membri della sua famiglia ma è assai controversa l’ipotesi che vi sia anche il sepolcro di Beatrice, che più verosimilmente fu sepolta nella tomba della famiglia del marito, i Bardi, nel chiostro grande della basilica di Santa Croce», spiega Seriacopi, che è autore tra l’altro del recente saggio Dante tra poesia e teologia (ed. Setteponti). All’estremità opposta di via Santa Margherita si apre un piccolo slargo dove si trova la Casa di Dante, all’interno della replica ottocentesca di un’antica casa-torre. Istituita nel 1965 in occasione del settimo centenario della nascita del poeta, oggi ospita il museo omonimo che ne documenta la vita e le opere. Svoltato l’angolo siamo in via Alighieri, e una lapide indica il punto dove si presume sorgesse la vera casa natale del poeta. «Io fui nato e cresciuto / Sopra ’l bel fiume d’Arno alla gran villa», recita la pietra, riportando una citazione dal XXIII canto dell’Inferno.
Sono versi che trasudano nostalgia: furono scritti dal poeta durante il sofferto esilio che lo tenne lontano da Firenze fino alla sua morte. Le strade e i vicoli medievali che separano il Battistero di San Giovanni e l’attuale piazza della Signoria furono il palcoscenico dell’infanzia e della giovinezza di Dante, oltre che il collegamento naturale tra il potere religioso e quello politico della città. A unire i due punti c’è via de’ Calzaioli al cui limitare, superata l’antica chiesa di Orsanmichele, una lapide è quasi nascosta in mezzo alle insegne luminose dei negozi. «Cita un verso dal X canto dell’Inferno – precisa Seriacopi -. Qui Dante dialoga con Cavalcante, padre di colui che nella Vita Nova aveva definito il suo primo amico, ovvero Guido Cavalcanti. Era anch’egli un grande poeta e se non fosse morto così presto avrebbe potuto oscurare lo stesso Dante». Proprio negli anni in cui veniva scritta la Divina Commedia, in piazza della Signoria era in corso la realizzazione di Palazzo Vecchio, che venne costruito sulle rovine dei palazzi di proprietà della famiglia ghibellina degli Uberti, cacciata da Firenze nel 1266. E proprio agli Uberti sono dedicate due delle tre lapidi dantesche affisse all’interno del cosiddetto ‘primo cortile’ di Palazzo Vecchio. Dante si trova adesso nel XVI canto del Paradiso e descrive la superbia che portò quella famiglia alla rovina, oltre a nuocere alla grandezza di Firenze («Oh quali io vidi che son disfatti / per lor superbia!»).
«L’altra lapide – prosegue Seriacopi – cita invece l’episodio in cui il famoso capo ghibellino Farinata degli Uberti, rinchiuso tra gli epicurei nel sesto cerchio del-l’Inferno, racconta al poeta di aver difeso Firenze dopo la battaglia di Montaperti del 1260, opponendosi poi ai ghibellini senesi che erano intenzionati a distruggerla». Nessuno meglio di Dante riuscì a incarnare appieno lo spirito del suo tempo, quello di un’Italia drammaticamente divisa e faziosa, impegnata in lotte fratricide all’interno degli stessi comuni, e a portare alla luce delitti, passioni e storie oscure di quell’epoca, che altrimenti sarebbero finite nell’oblio. E nella Commedia non perde occasione per scagliarsi contro la civiltà fondata sul commercio e sulla circolazione del denaro, da lui vista come fonte di corruzione e di decadenza politico-morale. È quanto fa ancora più avanti, in via del Proconsolo, sulla lapide incisa accanto all’antica chiesa della Badia fiorentina, e poi di nuovo in via del Corso insieme a Cacciaguida, l’avo che incontra in Paradiso, tra le anime dei combattenti per la fede. «Dante era un uomo del Medioevo cristiano che riprendeva l’etica di Aristotele, per il quale la virtù consisteva nel giusto mezzo – conclude Seriacopi -. E Cacciaguida, che fu un guerriero della seconda crociata al seguito dell’imperatore Corrado III, riveste qui un’importante funzione morale. Attraverso di lui Dante esprime tutto il suo sdegno nei confronti della corruzione in cui è caduta Firenze, rievocando la purezza dei costumi antichi’».
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L’inferno ucraino di Zhadan

Avvenire, 22 gennaio 2021

Gli echi dell’ultima guerra europea ci sono arrivati da lontano, quasi impercettibili. Abbiamo smesso di ascoltarli troppo presto, anche prima che scoppiasse la pandemia, fino quasi a dimenticarci che nella remota periferia orientale del Vecchio continente prosegue ancora oggi un conflitto scoppiato nella primavera del 2014. Solo l’arma potente della letteratura poteva riportarcelo alla memoria fino a farcene percepire i suoni, gli odori e le sensazioni ma rifuggendo al tempo stesso ogni retorica. Ci è riuscito alla perfezione Serhij Zhadan, considerato il più importante scrittore ucraino contemporaneo, con un poderoso affresco sugli orrori e le assurdità di una guerra che “non ha niente di eroico, di ideologico o di predeterminato”. Continua a leggere “L’inferno ucraino di Zhadan”

Il coraggio di una donna nell’inferno jiahidista

Avvenire, 9 ottobre 2020

Giunta sulla soglia dei novant’anni Edna O’Brien non smette di stupire. È sempre stata una scrittrice coraggiosa, fedele soltanto alla sua memoria, alla sua immaginazione e alla geometrica bellezza della sua scrittura. Esattamente sessant’anni fa il suo primo romanzo Ragazze di campagna – destinato a diventare un bestseller internazionale – fu prima bandito poi addirittura dato alle fiamme perché descriveva il desiderio sessuale femminile, la povertà, l’alcolismo e la misoginia tipiche delle campagne irlandesi in cui era cresciuta. Da quel libro sarebbe nata la trilogia che l’ha fatta conoscere in tutto il mondo anche come ambasciatrice letteraria dei diritti delle donne. Continua a leggere “Il coraggio di una donna nell’inferno jiahidista”

Bobby Sands: gli scritti inediti

Infine ce l’abbiamo fatta. Tra i mille ostacoli che si erano frapposti tra l’idea, il progetto e la sua realizzazione pratica ci si era messa persino la pandemia, ritardando l’uscita di alcuni mesi. Ma adesso, finalmente, è uscito.
Scritti dal carcere. Poesie e prose è il libro con i testi di Bobby Sands ancora inediti in Italia. L’ho curato insieme all’amico Enrico Terrinoni per le edizioni Paginauno, un’opera – con prefazione anch’essa inedita di Gerry Adams – che non avrebbe mai visto la luce senza la passione, l’ostinazione e il lavoro di Sara Agostinelli. Enrico ha tradotto le prose e ha scritto la postfazione, io mi sono occupato di tradurre i testi in prosa e di realizzare l’introduzione, della quale trovate una sintesi qui: Continua a leggere “Bobby Sands: gli scritti inediti”

Kjasif, testimone e vittima dei crimini serbi

Avvenire, 12 settembre 2020

“Temo che stiano venendo a prendere anche me. Eccoli, stanno arrivando, sento i loro passi. Temo che questa sia la mia ultima corrispondenza…”. Si conclude con queste poche righe strazianti l’ultimo manoscritto che il giornalista bosniaco Kjasif Smajlovic riuscì a trasmettere la mattina del 9 aprile 1992 alla redazione del quotidiano Oslobodenje dalla sua città, Zvornik, stretta sotto assedio dalle truppe irregolari serbe. Sembra di sentirli, i calci alla porta del suo ufficio, le grida e gli improperi, le inutili richieste d’aiuto e di pietà, a precedere i colpi, gli spari, il sangue. Sembra di rivedere al rallentatore gli ultimi e interminabili istanti di vita di un uomo che aveva deciso di non scappare di fronte alla violenta aggressione del suo paese. Avrebbe potuto andarsene, come avevano fatto molti altri. Ma scelse di restare. Fino all’ultimo rimase nel suo ufficio per inviare corrispondenze alla redazione di Sarajevo. Continua a leggere “Kjasif, testimone e vittima dei crimini serbi”

Quella “città ideale” chiamata Auschwitz

Avvenire, 27 giugno 2020

L’Italia era appena entrata in guerra a fianco di Hitler quando il primo carico di prigionieri arrivò ad Auschwitz, il 14 giugno 1940. Dai carri piombati scesero 732 esseri umani del tutto ignari della sorte mostruosa che il regime nazista aveva deciso per loro. La storia del più famigerato Lager del Terzo Reich inizia ufficialmente in quei giorni ma non si conclude il 27 gennaio 1945 con l’arrivo dell’Armata rossa. Terminata la sua funzione di sterminio, l’ombra di Auschwitz ha attraversato i decenni arrivando fino ai giorni nostri, entrando a far parte della nostra contemporaneità come sinonimo del male assoluto. Ancora oggi, a ottant’anni esatti di distanza, quella “rottura di civiltà” di cui parlò Primo Levi ci costringe a confrontarci con la natura dell’uomo, con il senso della vita e della morte, senza fornirci risposte definitive. Secondo lo storico Frediano Sessi, tra i massimi studiosi italiani dell’Olocausto, “le tensioni, le incomprensioni, le strumentalizzazioni e tutte quelle piccole e grandi fratture che si producono attorno ad Auschwitz denunciano il fatto che esso è ancora un luogo vivo, che interagisce con il presente destabilizzandolo e immettendo inquietudine, come fosse un mostro non ancora sconfitto, solo dormiente, perciò minaccioso”. Continua a leggere “Quella “città ideale” chiamata Auschwitz”

Quando in Transilvania si parlavano tre lingue

Avvenire, 5 dicembre 2019

Di quel crocevia etnico, linguistico e culturale esistito fino a poco tempo fa nel cuore dell’Europa centrale, oggi non resta quasi più alcuna traccia. Le basi per la convivenza tra ungheresi, romeni e tedeschi della Transilvania erano state gettate in epoca medievale, dando forma a un orizzonte multiculturale che era sopravvissuto al trascorrere dei secoli ma era destinato a svanire lentamente a partire dal Secondo dopoguerra. Quel mondo ormai quasi cancellato ritorna in vita nel romanzo Le età dei giochi. Un’infanzia in Transilvania di Claudiu M. Florian (Voland, traduzione di Mauro Barindi, pagg. 363, euro 18) attraverso la rappresentazione autobiografica di un microcosmo originalissimo e dalla valenza universale. È la prima metà degli anni ‘70 del XX secolo, in un villaggio ai piedi di una fortezza medievale, non lontano dalla città di Brasov, in Transilvania. A farsi interprete di quel “melting pot” plurilinguistico e multietnico della Romania in cui coabitano da secoli ungheresi, sassoni e romeni è un bambino tra i cinque e i sette anni che vive con i nonni da quando i genitori, di professione attori di teatro, si sono trasferiti a Bucarest senza di lui. La profonda diversità etnico-linguistica si riflette nella stessa famiglia del protagonista, dove “non tutti parlano il tedesco, né il sassone, né l’ungherese, però tutti parlano il romeno. È la lingua della terra, non lascia nessuno proseguire per la propria strada senza che abbia saputo qualcosa. Anche se i suoi suoni ruzzolano in gola, sulla punta della lingua o fra i denti in modo diverso”. Lo sguardo disincantato del ragazzino ci introduce nella quotidianità del villaggio che è scandita dai ritmi della natura e dalle vicende private di quattro generazioni della sua famiglia, segnate dall’emigrazione, dallo sradicamento, dai drammi delle guerre e da un presente dominato dalla feroce dittatura di Ceausescu (“Ci comanda tutti a bacchetta, se non arrivavano i russi col loro comunismo, continuava a fare il ciabattino al suo villaggio. Ora si crede un gran rumeno e intavola discussioni con tutti i potenti del mondo. Ma quelli non sono mica fessi. Mica muoiono d’amore per lui, un olteno di Scornicesti!”). Continua a leggere “Quando in Transilvania si parlavano tre lingue”

Siria, la speranza abita in una biblioteca segreta

Avvenire, 27 novembre 2019

Amjad, il piccolo bibliotecario di Daraya

Solo in un paese distrutto dalla guerra e in una città assediata, i cui abitanti sono ridotti alla fame e presi di mira dai cecchini, si può comprendere fino in fondo quanto sia straordinario il potere salvifico dei libri. Era il 2013 e da due anni la città siriana di Daraya, alla periferia meridionale di Damasco, si trovava stretta nella morsa dell’assedio delle forze governative di Assad, quando un gruppo di giovani abitanti iniziò a rovistare tra le macerie delle case e degli uffici distrutti, nei negozi e nelle cantine. Molti di loro erano ex studenti universitari che, mossi da un coraggio poetico e da una lucida follia, si misero alla ricerca dei libri rimasti sepolti sotto la terrificante devastazione della città. Mettendo a rischio la loro stessa vita. Una volta trovati, quelli rimasti integri li avvolgevano in pezzi di stoffa – quasi fossero vittime umane della guerra – e li trasportavano nel sottosuolo di un palazzo semidistrutto. In poco tempo furono allineate alle pareti delle stanze lunghe file di libri di tutte le dimensioni e di tutti i generi, antichi e moderni, alcuni dei quali – soprattutto i testi di medicina e i manuali tecnici – avrebbero consentito a molti giovani di continuare gli studi interrotti a causa della guerra. Mentre nelle strade rimbombavano le esplosioni e i colpi di mortaio, i sotterranei del palazzo si trasformarono in un’oasi di pace e tranquillità, un luogo dove si alimentava la speranza nel futuro e si faceva crescere il senso di comunità tra la popolazione assediata. La “biblioteca segreta” prese forma in un’area della città che era stata quasi completamente rasa al suolo, all’esterno non c’era niente che segnalava la sua presenza e lasciava credere che non vi fosse nient’altro da bombardare. Ma dentro c’era quasi sempre il giovanissimo Amjad, il libraio appena 14enne, che annotava in un grande registro i libri presi in prestito e poi si rimetteva a leggere. Con il trascorrere del tempo, in mezzo agli scaffali e ai sacchi di sabbia, vennero organizzati gruppi di lettura settimanali, lezioni di inglese, matematica e storia, dibattiti sulla letteratura e la religione. Quella raccontata dal reporter della Bbc Mike Thomson nel suo libro Syria’s Secret Library. Reading and Redemption in a Town Under Siege è la storia quasi incredibile di un luogo straordinario e delle persone che l’hanno reso possibile. Il ritratto appassionato e a tratti commovente di chi non ha voluto arrendersi di fronte all’orrore. “Durante l’assedio nacque il dilemma di promuovere le attività della biblioteca senza comprometterne la sicurezza”, ci spiega, “e temendo che potesse diventare un bersaglio dell’esercito siriano fu utilizzato il semplice passaparola tra le persone”.
Il regime considerava Daraya una roccaforte dei ribelli perché per anni la popolazione era scesa in piazza periodicamente reclamando riforme. Durante l’assedio era rimasto appena un decimo degli oltre ottantamila abitanti che ci vivevano prima della guerra, e ogni giorno le persone erano costrette a fare i conti con i bombardamenti, la scarsità di cibo, il razionamento dell’acqua e dell’elettricità. “Non deve stupire che in condizioni simili qualcuno possa pensare ai libri – sostiene Thomson – poiché, come mi diceva uno dei fondatori della biblioteca, l’anima ha bisogno dei libri proprio come il corpo ha bisogno del cibo”.
Com’è venuto a sapere dell’esistenza della biblioteca?
Mi sono imbattuto in questa storia mentre stavo seguendo per la Bbc l’assedio di Daraya da parte delle forze governative siriane. Durante un’intervista mi capitò di chiedere a un abitante come facevano le persone a resistere sul piano psichico alla fame, alle bombe e ai cecchini. Quell’uomo mi parlò di un luogo segreto nel sottosuolo di un palazzo semidistrutto che funzionava come una biblioteca, al cui interno lui e altri si recavano a volte per cercare rifugio. Quel luogo, mi spiegò, è stato trasformato in un mondo di pace e conoscenza. Fu allora che cominciai a indagare per trovarlo.
Perché queste persone sono rimaste a Daraya e non hanno cercato di scappare come hanno fatto molti altri siriani?
Me lo sono chiesto a lungo anch’io. La risposta più frequente era che se avessero lasciato Daraya, il luogo dove molti di loro erano nati ed erano sempre vissuti, con ogni probabilità non avrebbero più potuto farvi ritorno. Molti di quelli che erano rimasti erano giovani e da anni manifestavano contro il regime, quasi sempre in modo pacifico. Erano convinti che valesse la pena restare lì, nella speranza che a breve le cose potessero migliorare. Purtroppo sono stati costretti a ricredersi. Stando a contatto con loro mi sono anche convinto di quanto certe notizie su di loro fossero false. Daraya, in particolare, ha una lunga storia di proteste pacifiche e gran parte della popolazione è assai più interessata alla penna che alla spada.
Ma da cosa deriva tutta questa devozione per i libri, in una realtà dove la gente veniva uccisa o moriva di fame?
Anas, uno dei fondatori della biblioteca, mi ha spiegato che è stato anche un antidoto alla disperazione, un buon motivo per continuare a sentirsi vivi in quell’inferno. La guerra civile ha oscurato, direi che ha quasi cancellato, la grande eredità culturale e letteraria del paese e la biblioteca segreta di Daraya rappresenta un simbolo della lunga ricerca del sapere del popolo siriano. Abdel, un altro dei ragazzi, mi ha detto che la biblioteca è stata talmente importante per loro che un giorno, quando avranno finalmente fatto ritorno nella loro città, la riapriranno di nuovo.
Com’è riuscito a intervistare gli organizzatori e gli utenti della biblioteca e a raccogliere il materiale per questo libro?
Usando Skype, WhatsApp e la posta elettronica. Ho trascorso mesi a intervistare i volontari della biblioteca e le persone che vi si recavano. Devo dire che non è stato affatto facile, a causa della connessione internet che spesso saltava o era periodicamente interrotta. Tuttavia le forze governative non hanno mai oscurato completamente i mezzi di comunicazione per evitare di sottrarli anche ai loro stessi soldati.
Nell’agosto 2016, dopo quattro anni di bombardamenti, i ribelli e le forze governative hanno stabilito finalmente un cessate il fuoco su Daraya. Cos’è successo da allora?
Migliaia di civili sono stati evacuati e hanno lasciato alle loro spalle le rovine della città. Molti di loro sono andati a Idlib, vicino al confine turco-siriano, altri si sono invece spostati in Turchia dove sono riusciti anche a continuare gli studi. Altri ancora si sono invece rifiutati di lasciare il paese e vivono nella speranza di poter tornare a Daraya, prima o poi. Purtroppo negli ultimi mesi i cacciabombardieri russi e siriani hanno continuato a colpire Idlib e la conta dei morti continua a salire. Per questo sono molto sollevato quando ricevo notizie dalle persone che conosco, e mi confermano che stanno bene. Due dei ragazzi della biblioteca si sono rifugiati in Italia, dove si sono sposati e hanno avuto dei bambini.
RM

La casa della letteratura irlandese

Reportage da Dublino (Avvenire, 1 novembre 2019)

Chissà quante storie avrebbero da raccontarci, le mura di questo edificio che per oltre un secolo ha ospitato la sede della seconda università di Dublino. Potrebbero ad esempio dirci cosa accadde quel giorno del 1902, quando un giovane James Joyce si fece immortalare nel giardino insieme ai suoi compagni di studi, subito dopo aver discusso la tesi di laurea. Quella foto è appesa ancora qui, nell’atrio della Newman House, il grande palazzo georgiano che il futuro autore di Ulysses frequentò per quattro anni, portando a termine i suoi studi universitari in lingue moderne. Queste stesse mura potrebbero anche ricordare quando, alla metà del XIX secolo, l’edificio fu ceduto alla congregazione dei gesuiti per farne la sede della Catholic University of Ireland, la prima istituzione universitaria cattolica dell’isola, fondata nel 1851. All’epoca era un palazzo fatiscente e infestato dai topi ma di lì a poco sarebbe diventato uno dei cuori pulsanti dell’educazione di tutto il paese. Il primo rettore fu il cardinale John Henry Newman – canonizzato appena pochi giorni fa -, tra i docenti ci fu uno dei più grandi poeti dell’era vittoriana, il gesuita inglese Gerard Manley Hopkins. L’edificio ospitò tutti gli studenti cattolici che non potevano o non volevano iscriversi alla principale università cittadina: l’antico, prestigioso e protestante Trinity College. All’inizio del ‘900 la Catholic University venne trasformata nell’attuale University College Dublin le cui esigenze di spazio, intorno al 1970, imposero il trasferimento di tutte le attività accademiche in un nuovo grande campus fuori città, nell’area periferica di Belfield, dove UCD ha sede ancora oggi. Da allora questo imponente palazzo georgiano affacciato sul lato sud di St. Stephen’s Green, il principale parco del centro di Dublino, è rimasto inutilizzato per quasi mezzo secolo in attesa di trovare una destinazione degna della sua storia. “L’idea di trasformarlo in un museo dedicato alla letteratura nacque quasi per caso, una decina d’anni fa, da una conversazione in un caffè del centro tra Fiona Ross, all’epoca direttrice della National Library of Ireland e lo scultore Eamonn Ceannt, nipote di uno dei martiri della Rivolta di Pasqua del 1916. La proposta fu accolta con enorme entusiasmo dalle istituzioni e dal mondo della cultura e si capì fin da subito che anche la comunità degli scrittori ne sentiva il bisogno”. A raccontarci l’aneddoto è Simon O’Connor, che ha visto nascere con i suoi occhi questo museo e adesso è stato chiamato a dirigerlo. Dopo quasi tre anni di lavori, con un investimento pari a dieci milioni e mezzo di euro in gran parte provenienti da finanziatori privati, il nuovissimo MoLI (Museum of Literature Ireland) è stato finalmente aperto al pubblico qualche settimana fa. Il progetto dello studio di architettura Scott Tallon Walker ha consentito di rimodernare l’antica Newman House convertendola in uno spazio moderno a metà strada tra il museo e la biblioteca, conservando tutto il fascino di un edificio risalente al XVIII secolo.
“L’idea iniziale, poi rispettata in fase di progettazione, non era quella di creare un mausoleo per vecchi libri o una semplice attrazione turistica bensì quella di dar vita a un luogo moderno e accogliente, nel quale i visitatori potessero compiere un viaggio attraverso le epoche”, ci spiega O’Connor. “In Irlanda abbiamo un grande rispetto per la nostra tradizione letteraria ma intendiamo anche coinvolgere gli scrittori e le scrittrici in attività aperte al pubblico, senza limitarci quindi a un lavoro didattico sul passato. Il museo vuole anche raccontare l’impatto che la letteratura irlandese ha avuto sulla cultura mondiale, dalla tradizione dei cantastorie medievali fino ai più noti scrittori contemporanei, con uno sguardo a quelli del futuro”. Al suo interno il MoLI ospita mostre permanenti dedicate ai grandi del passato e continui rimandi al presente, con un’attenzione riservata agli autori e alle autrici di oggi. Al pianterreno c’è una stanza molto evocativa che utilizza strumenti multimediali per ricreare il “riverrun of language”, ovvero il ‘costante fluire’ della lingua: brani tratti dai principali capolavori della letteratura Irish si rincorrono in uno schermo gigante ed escono dagli altoparlanti sotto forma di voci registrate. Una delle stanze più grandi del pianoterra è immancabilmente dedicata a James Joyce, con un enorme plastico che riproduce gli innumerevoli luoghi di Ulysses disseminati per la città di Dublino, insieme a lettere originali d’epoca che raccontano la storia delle sue opere. Joyce ambientò proprio in queste stanze un capitolo del suo Ritratto dell’artista da giovane ma l’alchimia di questo luogo è stata raccontata anche nelle pagine di romanzi come Una pinta di inchiostro irlandese di Flann O’Brien e Amiche di Maeve Binchy, due autori contemporanei che qui vissero e studiarono alla metà del ‘900. Continua a leggere “La casa della letteratura irlandese”