McCann: “racconto due padri divisi dalla guerra ma uniti dal dolore”

Avvenire, 1 giugno 2021

Due padri uniti dall’empatia del dolore dopo la tragica morte delle giovani figlie. Un ebreo e un palestinese: potevano odiarsi rinfacciandosi i rispettivi lutti, invece diventano amici e insieme cercano la redenzione di fronte a un dolore così atroce. Rami Elhanan e Bassam Aramin sembrano due personaggi usciti dall’Iliade eppure sono autentici, reali, in carne e ossa. Smadar, la figlia 14enne di Rami, fu uccisa da un kamikaze palestinese mentre faceva shopping con le amiche, nel centro di Gerusalemme. Abir, 10 anni, figlia di Bassam, fu colpita a morte fuori dalla sua scuola da un giovane soldato israeliano che sparava proiettili di gomma su civili inermi.
 La tragica simmetria di quelle morti distrugge due giovani vite ma per una volta non genera desideri di vendetta perché i loro padri fanno conoscenza grazie a un’organizzazione di sostegno per genitori che hanno perso i figli nel conflitto. Continua a leggere “McCann: “racconto due padri divisi dalla guerra ma uniti dal dolore””

Eleanor Roosevelt, la parabola di un vero leader

Avvenire, 17 aprile 2021

Il 17 novembre 1962 oltre diecimila persone si radunarono a New York per partecipare alla cerimonia in ricordo di Eleanor Roosevelt, deceduta alcuni giorni prima all’età di 78 anni. A recitare l’elogio funebre fu Adlai Stevenson, membro di spicco del partito democratico e candidato alle presidenziali nel 1952 e nel 1956, il quale non si limitò a descriverla – come fecero molti giornali dell’epoca – “ex First Lady”, “great humanitarian” o come una delle donne più popolari del mondo. La vedova dell’ex presidente Usa Franklin Delano Roosevelt, disse Stevenson, “aveva avuto una comprensione vivace e arguta della natura dei processi democratici, era stata una stratega politica di prim’ordine con un brillante senso dell’umorismo, un’ottima combattente e una realista compassionevole ma non incline al sentimentalismo”. Continua a leggere “Eleanor Roosevelt, la parabola di un vero leader”

Leggere la Divina Commedia sulle lapidi di Firenze

Il dantista Massimo Seriacopi ci guida nelle strade fiorentine dove le pietre parlano delle famiglie della città, spesso in lotta tra loro, che il Poeta celebra nelle tre Cantiche.

«Sovra candido vel cinta d’oliva donna m’apparve, sotto verde manto vestita di color di fiamma viva». Basta alzare lo sguardo lungo il Corso, nel pieno centro di Firenze, per scorgere la lapide con i versi della Divina Commedia che descrivono il primo incontro tra Dante e Beatrice. Sono incisi nel marmo della facciata dell’antico palazzo dove un tempo sorgevano le case dei Portinari, la famiglia d’origine di Beatrice. Siamo nel XXX canto del Purgatorio e il sommo poeta sta assistendo a una processione con carri e canti di lode circondato da angeli e anime pie, quando vede una donna con un velo bianco sulla testa, una corona d’ulivo, una veste rossa e un manto verde. «I colori indossati da Beatrice sono un’allegoria delle virtù teologali, il bianco della fede, il rosso della carità e il verde della speranza, ai quali si somma la sapienza simboleggiata dall’ulivo, pianta sacra a Minerva», ci spiega il dantista Massimo Seriacopi, che ci accompagna in un percorso attraverso i luoghi fiorentini di Dante solcati dalle lapidi del suo poema monumentale.
Sull’interpretazione allegorica di Beatrice sono state ideate e smontate molte teorie fino ad arrivare alla doppia concezione della donna: da una parte l’ideale stilnovista della bellezza che muove il cuore del poeta, dall’altra la rappresentazione della teologia cristiana. Nella Divina Commedia Beatrice sarà ‘portatrice di Cristo’ e la bellezza che si manifesta pienamente nella sua natura rivelatrice della verità e della carità è per Dante la via per accedere a Dio. Ripercorrere le strade e i vicoli della Firenze medievale è un modo per andare alla riscoperta dei più famosi luoghi danteschi e la partenza da via del Corso non è casuale perché qui si concentra il più alto numero di lapidi, gran parte delle quali raccontano le famiglie della Firenze del tempo di Dante. Quella degli Adimari con Filippo Argenti che sguazza nel fango della palude nel cerchio degli iracondi ( VIII canto dell’Inferno), quella dei Donati con Forese, che predice la futura rovina del fratello Corso Donati capo dei Guelfi neri – nel XXIV canto del Purgatorio, infine quella dedicata alla famiglia dei Cerchi (XVI canto del Paradiso). Basta fare pochi passi in direzione opposta rispetto al Duomo per imbattersi nei resti dell’antica chiesa di Santa Margherita dei Cerchi, risalente all’XI secolo, meglio nota come ‘chiesa di Dante’. Qui, nel 1285, il poeta sposò Gemma Donati e si ritiene che alcuni anni prima, proprio al cospetto dell’altare, abbia visto per la prima volta la sua Beatrice.
«In questa chiesa venne sicuramente sepolto Folco Portinari, il padre della giovane, e altri membri della sua famiglia ma è assai controversa l’ipotesi che vi sia anche il sepolcro di Beatrice, che più verosimilmente fu sepolta nella tomba della famiglia del marito, i Bardi, nel chiostro grande della basilica di Santa Croce», spiega Seriacopi, che è autore tra l’altro del recente saggio Dante tra poesia e teologia (ed. Setteponti). All’estremità opposta di via Santa Margherita si apre un piccolo slargo dove si trova la Casa di Dante, all’interno della replica ottocentesca di un’antica casa-torre. Istituita nel 1965 in occasione del settimo centenario della nascita del poeta, oggi ospita il museo omonimo che ne documenta la vita e le opere. Svoltato l’angolo siamo in via Alighieri, e una lapide indica il punto dove si presume sorgesse la vera casa natale del poeta. «Io fui nato e cresciuto / Sopra ’l bel fiume d’Arno alla gran villa», recita la pietra, riportando una citazione dal XXIII canto dell’Inferno.
Sono versi che trasudano nostalgia: furono scritti dal poeta durante il sofferto esilio che lo tenne lontano da Firenze fino alla sua morte. Le strade e i vicoli medievali che separano il Battistero di San Giovanni e l’attuale piazza della Signoria furono il palcoscenico dell’infanzia e della giovinezza di Dante, oltre che il collegamento naturale tra il potere religioso e quello politico della città. A unire i due punti c’è via de’ Calzaioli al cui limitare, superata l’antica chiesa di Orsanmichele, una lapide è quasi nascosta in mezzo alle insegne luminose dei negozi. «Cita un verso dal X canto dell’Inferno – precisa Seriacopi -. Qui Dante dialoga con Cavalcante, padre di colui che nella Vita Nova aveva definito il suo primo amico, ovvero Guido Cavalcanti. Era anch’egli un grande poeta e se non fosse morto così presto avrebbe potuto oscurare lo stesso Dante». Proprio negli anni in cui veniva scritta la Divina Commedia, in piazza della Signoria era in corso la realizzazione di Palazzo Vecchio, che venne costruito sulle rovine dei palazzi di proprietà della famiglia ghibellina degli Uberti, cacciata da Firenze nel 1266. E proprio agli Uberti sono dedicate due delle tre lapidi dantesche affisse all’interno del cosiddetto ‘primo cortile’ di Palazzo Vecchio. Dante si trova adesso nel XVI canto del Paradiso e descrive la superbia che portò quella famiglia alla rovina, oltre a nuocere alla grandezza di Firenze («Oh quali io vidi che son disfatti / per lor superbia!»).
«L’altra lapide – prosegue Seriacopi – cita invece l’episodio in cui il famoso capo ghibellino Farinata degli Uberti, rinchiuso tra gli epicurei nel sesto cerchio del-l’Inferno, racconta al poeta di aver difeso Firenze dopo la battaglia di Montaperti del 1260, opponendosi poi ai ghibellini senesi che erano intenzionati a distruggerla». Nessuno meglio di Dante riuscì a incarnare appieno lo spirito del suo tempo, quello di un’Italia drammaticamente divisa e faziosa, impegnata in lotte fratricide all’interno degli stessi comuni, e a portare alla luce delitti, passioni e storie oscure di quell’epoca, che altrimenti sarebbero finite nell’oblio. E nella Commedia non perde occasione per scagliarsi contro la civiltà fondata sul commercio e sulla circolazione del denaro, da lui vista come fonte di corruzione e di decadenza politico-morale. È quanto fa ancora più avanti, in via del Proconsolo, sulla lapide incisa accanto all’antica chiesa della Badia fiorentina, e poi di nuovo in via del Corso insieme a Cacciaguida, l’avo che incontra in Paradiso, tra le anime dei combattenti per la fede. «Dante era un uomo del Medioevo cristiano che riprendeva l’etica di Aristotele, per il quale la virtù consisteva nel giusto mezzo – conclude Seriacopi -. E Cacciaguida, che fu un guerriero della seconda crociata al seguito dell’imperatore Corrado III, riveste qui un’importante funzione morale. Attraverso di lui Dante esprime tutto il suo sdegno nei confronti della corruzione in cui è caduta Firenze, rievocando la purezza dei costumi antichi’».
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L’inferno ucraino di Zhadan

Avvenire, 22 gennaio 2021

Gli echi dell’ultima guerra europea ci sono arrivati da lontano, quasi impercettibili. Abbiamo smesso di ascoltarli troppo presto, anche prima che scoppiasse la pandemia, fino quasi a dimenticarci che nella remota periferia orientale del Vecchio continente prosegue ancora oggi un conflitto scoppiato nella primavera del 2014. Solo l’arma potente della letteratura poteva riportarcelo alla memoria fino a farcene percepire i suoni, gli odori e le sensazioni ma rifuggendo al tempo stesso ogni retorica. Ci è riuscito alla perfezione Serhij Zhadan, considerato il più importante scrittore ucraino contemporaneo, con un poderoso affresco sugli orrori e le assurdità di una guerra che “non ha niente di eroico, di ideologico o di predeterminato”. Continua a leggere “L’inferno ucraino di Zhadan”

Il coraggio di una donna nell’inferno jiahidista

Avvenire, 9 ottobre 2020

Giunta sulla soglia dei novant’anni Edna O’Brien non smette di stupire. È sempre stata una scrittrice coraggiosa, fedele soltanto alla sua memoria, alla sua immaginazione e alla geometrica bellezza della sua scrittura. Esattamente sessant’anni fa il suo primo romanzo Ragazze di campagna – destinato a diventare un bestseller internazionale – fu prima bandito poi addirittura dato alle fiamme perché descriveva il desiderio sessuale femminile, la povertà, l’alcolismo e la misoginia tipiche delle campagne irlandesi in cui era cresciuta. Da quel libro sarebbe nata la trilogia che l’ha fatta conoscere in tutto il mondo anche come ambasciatrice letteraria dei diritti delle donne. Continua a leggere “Il coraggio di una donna nell’inferno jiahidista”

Bobby Sands: gli scritti inediti

Infine ce l’abbiamo fatta. Tra i mille ostacoli che si erano frapposti tra l’idea, il progetto e la sua realizzazione pratica ci si era messa persino la pandemia, ritardando l’uscita di alcuni mesi. Ma adesso, finalmente, è uscito.
Scritti dal carcere. Poesie e prose è il libro con i testi di Bobby Sands ancora inediti in Italia. L’ho curato insieme all’amico Enrico Terrinoni per le edizioni Paginauno, un’opera – con prefazione anch’essa inedita di Gerry Adams – che non avrebbe mai visto la luce senza la passione, l’ostinazione e il lavoro di Sara Agostinelli. Enrico ha tradotto le prose e ha scritto la postfazione, io mi sono occupato di tradurre i testi in prosa e di realizzare l’introduzione, della quale trovate una sintesi qui: Continua a leggere “Bobby Sands: gli scritti inediti”

Kjasif, testimone e vittima dei crimini serbi

Avvenire, 12 settembre 2020

“Temo che stiano venendo a prendere anche me. Eccoli, stanno arrivando, sento i loro passi. Temo che questa sia la mia ultima corrispondenza…”. Si conclude con queste poche righe strazianti l’ultimo manoscritto che il giornalista bosniaco Kjasif Smajlovic riuscì a trasmettere la mattina del 9 aprile 1992 alla redazione del quotidiano Oslobodenje dalla sua città, Zvornik, stretta sotto assedio dalle truppe irregolari serbe. Sembra di sentirli, i calci alla porta del suo ufficio, le grida e gli improperi, le inutili richieste d’aiuto e di pietà, a precedere i colpi, gli spari, il sangue. Sembra di rivedere al rallentatore gli ultimi e interminabili istanti di vita di un uomo che aveva deciso di non scappare di fronte alla violenta aggressione del suo paese. Avrebbe potuto andarsene, come avevano fatto molti altri. Ma scelse di restare. Fino all’ultimo rimase nel suo ufficio per inviare corrispondenze alla redazione di Sarajevo. Continua a leggere “Kjasif, testimone e vittima dei crimini serbi”

Quella “città ideale” chiamata Auschwitz

Avvenire, 27 giugno 2020

L’Italia era appena entrata in guerra a fianco di Hitler quando il primo carico di prigionieri arrivò ad Auschwitz, il 14 giugno 1940. Dai carri piombati scesero 732 esseri umani del tutto ignari della sorte mostruosa che il regime nazista aveva deciso per loro. La storia del più famigerato Lager del Terzo Reich inizia ufficialmente in quei giorni ma non si conclude il 27 gennaio 1945 con l’arrivo dell’Armata rossa. Terminata la sua funzione di sterminio, l’ombra di Auschwitz ha attraversato i decenni arrivando fino ai giorni nostri, entrando a far parte della nostra contemporaneità come sinonimo del male assoluto. Ancora oggi, a ottant’anni esatti di distanza, quella “rottura di civiltà” di cui parlò Primo Levi ci costringe a confrontarci con la natura dell’uomo, con il senso della vita e della morte, senza fornirci risposte definitive. Secondo lo storico Frediano Sessi, tra i massimi studiosi italiani dell’Olocausto, “le tensioni, le incomprensioni, le strumentalizzazioni e tutte quelle piccole e grandi fratture che si producono attorno ad Auschwitz denunciano il fatto che esso è ancora un luogo vivo, che interagisce con il presente destabilizzandolo e immettendo inquietudine, come fosse un mostro non ancora sconfitto, solo dormiente, perciò minaccioso”. Continua a leggere “Quella “città ideale” chiamata Auschwitz”

Quando in Transilvania si parlavano tre lingue

Avvenire, 5 dicembre 2019

Di quel crocevia etnico, linguistico e culturale esistito fino a poco tempo fa nel cuore dell’Europa centrale, oggi non resta quasi più alcuna traccia. Le basi per la convivenza tra ungheresi, romeni e tedeschi della Transilvania erano state gettate in epoca medievale, dando forma a un orizzonte multiculturale che era sopravvissuto al trascorrere dei secoli ma era destinato a svanire lentamente a partire dal Secondo dopoguerra. Quel mondo ormai quasi cancellato ritorna in vita nel romanzo Le età dei giochi. Un’infanzia in Transilvania di Claudiu M. Florian (Voland, traduzione di Mauro Barindi, pagg. 363, euro 18) attraverso la rappresentazione autobiografica di un microcosmo originalissimo e dalla valenza universale. È la prima metà degli anni ‘70 del XX secolo, in un villaggio ai piedi di una fortezza medievale, non lontano dalla città di Brasov, in Transilvania. A farsi interprete di quel “melting pot” plurilinguistico e multietnico della Romania in cui coabitano da secoli ungheresi, sassoni e romeni è un bambino tra i cinque e i sette anni che vive con i nonni da quando i genitori, di professione attori di teatro, si sono trasferiti a Bucarest senza di lui. La profonda diversità etnico-linguistica si riflette nella stessa famiglia del protagonista, dove “non tutti parlano il tedesco, né il sassone, né l’ungherese, però tutti parlano il romeno. È la lingua della terra, non lascia nessuno proseguire per la propria strada senza che abbia saputo qualcosa. Anche se i suoi suoni ruzzolano in gola, sulla punta della lingua o fra i denti in modo diverso”. Lo sguardo disincantato del ragazzino ci introduce nella quotidianità del villaggio che è scandita dai ritmi della natura e dalle vicende private di quattro generazioni della sua famiglia, segnate dall’emigrazione, dallo sradicamento, dai drammi delle guerre e da un presente dominato dalla feroce dittatura di Ceausescu (“Ci comanda tutti a bacchetta, se non arrivavano i russi col loro comunismo, continuava a fare il ciabattino al suo villaggio. Ora si crede un gran rumeno e intavola discussioni con tutti i potenti del mondo. Ma quelli non sono mica fessi. Mica muoiono d’amore per lui, un olteno di Scornicesti!”). Continua a leggere “Quando in Transilvania si parlavano tre lingue”