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Quella “città ideale” chiamata Auschwitz

Avvenire, 27 giugno 2020

L’Italia era appena entrata in guerra a fianco di Hitler quando il primo carico di prigionieri arrivò ad Auschwitz, il 14 giugno 1940. Dai carri piombati scesero 732 esseri umani del tutto ignari della sorte mostruosa che il regime nazista aveva deciso per loro. La storia del più famigerato Lager del Terzo Reich inizia ufficialmente in quei giorni ma non si conclude il 27 gennaio 1945 con l’arrivo dell’Armata rossa. Terminata la sua funzione di sterminio, l’ombra di Auschwitz ha attraversato i decenni arrivando fino ai giorni nostri, entrando a far parte della nostra contemporaneità come sinonimo del male assoluto. Ancora oggi, a ottant’anni esatti di distanza, quella “rottura di civiltà” di cui parlò Primo Levi ci costringe a confrontarci con la natura dell’uomo, con il senso della vita e della morte, senza fornirci risposte definitive. Secondo lo storico Frediano Sessi, tra i massimi studiosi italiani dell’Olocausto, “le tensioni, le incomprensioni, le strumentalizzazioni e tutte quelle piccole e grandi fratture che si producono attorno ad Auschwitz denunciano il fatto che esso è ancora un luogo vivo, che interagisce con il presente destabilizzandolo e immettendo inquietudine, come fosse un mostro non ancora sconfitto, solo dormiente, perciò minaccioso”. Da quasi quarant’anni Sessi approfondisce la storia della Shoah interrogandosi sul valore della memoria, cercando di raccontare un orrore che ha sfidato l’immaginazione umana, fino a diventare un confine morale. Ha portato in Italia l’edizione definitiva del Diario di Anna Frank, ha tradotto un’opera fondamentale per gli studi sull’Olocausto come La distruzione degli ebrei d’Europa di Raul Hilberg e ha scritto decine di libri, anche per ragazzi. Nessuno meglio di lui poteva ricostruire in modo organico l’universo fisico e simbolico di Auschwitz ripercorrendo tutte le ricerche sviluppate nel corso degli anni, dalle prime indagini effettuate dalla Resistenza subito dopo la liberazione alle ultime scoperte d’archivio, riportando nel dettaglio l’evoluzione delle scritture memoriali e le relative controversie. Il suo lavoro è confluito in un’opera monumentale (Auschwitz. Storia e memorie, Marsilio editore, pagg. 603, con la collaborazione di Enrico Mottinelli) che costituisce lo studio più completo sull’argomento, arricchito dalle cartografie sullo sviluppo dei campi e da uno sguardo di prospettiva sul futuro della mostra esposta all’interno del museo-memoriale. “Dopo il crollo dell’Unione Sovietica tutta la documentazione sparsa in giro per l’Europa, soprattutto nei paesi dell’est, è stata recuperata e raccolta all’interno del museo di Stato di Oswiecjm”, ci spiega. “Le fonti d’archivio e la bibliografia sono ormai talmente vaste che da circa vent’anni il lavoro di ricerca può essere effettuato soltanto da équipe di storici”. Eppure, nonostante la mole gigantesca di studi compiuti sull’argomento, l’orrore di Auschwitz non è stato ancora raccontato fino in fondo e anche questo libro contiene alcune importanti rivelazioni. “Una in particolare – precisa Sessi – smentisce ancora una volta le tesi dei negazionisti secondo i quali la cremazione all’aperto non era possibile perché il terreno argilloso non l’avrebbe consentita”. Le carte geologiche dell’epoca, i documenti prodotti dalle ditte che effettuarono i carotaggi nelle zone delle fosse di cremazione e un nuovo studio realizzato dal geologo Fulvio Baraldi affermano invece il contrario, in modo incontrovertibile. “Nei terreni vicini ai crematori IV e V sono stati ritrovati resti umani inceneriti, frammenti di ossa a dimostrazione dell’avvenuta cremazione all’aperto di esseri umani”. Scavando negli archivi, collegando le ricerche, recuperando e analizzando le memorie emergono nuovi particolari agghiaccianti sull’evoluzione del sistema concentrazionario del Terzo Reich e sul ruolo che esso doveva avere all’interno del disegno di potere nazista. Un’altra delle conclusioni inedite cui giunge il libro riguarda l’uso dello zyklon B, il veleno letale utilizzato nelle camere a gas. “Fu introdotto ad Auschwitz quasi per caso, nel giugno del 1940. Doveva servire per ripulire dai parassiti i locali del primo insediamento, l’ex monopolio dei tabacchi, dove oggi c’è università di Oswiecim”, prosegue lo storico. “Cominciarono a usarlo sugli esseri umani tra la fine del 1941 e l’inizio del 1942, per eliminare gli ebrei dell’Alta Slesia, prima che ad Auschwitz arrivassero gli ebrei francesi e quelli dell’Europa dell’ovest. Ciò dimostra che all’epoca non era stata ancora decisa la Soluzione finale. Soltanto in seguito Auschwitz divenne il centro di sterminio principale degli ebrei d’Europa. Siamo dunque di fronte a un processo graduale; all’orrore supremo si arrivò per tappe”.

Nella foto: Frediano Sessi

Il volume di Sessi è suddiviso in tre grandi sezioni: la prima ripercorre i tratti ideologici, legislativi e amministrativi che inquadrano Auschwitz all’interno del più ampio contesto del “nuovo ordine europeo” ideato dal Terzo Reich. La seconda entra nello specifico della vita del campo, con la ricostruzione minuziosa della quotidianità nel Lager, gli alloggi e i luoghi di lavoro, i metodi di sterminio, le forme di oppressione e quelle di resistenza, i processi e le sentenze seguiti alla liberazione. La terza parte approfondisce infine i percorsi della memoria ponendo l’accento sulle diverse declinazioni nazionali e sulle modifiche del complesso museale, sulle testimonianze delle vittime e dei carnefici, nonché sulla ricezione da parte della comunità internazionale. Un ruolo importante è inoltre riservato alle cartografie, dalle quali si apprende che i nazisti continuarono ad ampliare Auschwitz fino al novembre del 1944, quando ormai le sorti della guerra erano segnate. “È illuminante osservare come siano stati sviluppati ad esempio Auschwitz 1, Birkenau e i sotto-campi attorno che sono circa una quarantina, oltre la metà dei quali venne aperta proprio nel 1944”, spiega Sessi. “La città di Oswiecim era all’interno del territorio polacco annesso al Reich ma costituiva la porta d’ingresso verso est dell’utopia tedesca. Rappresentava quindi l’avanguardia del progetto di ‘città ideale’ che prevedeva lo sviluppo della nuova Germania e della nuova Europa. Nell’idea dei gerarchi nazisti tale progetto doveva essere portato avanti anche dopo la caduta di Hitler e la fine della guerra. Le cartografie spiegano molto bene questi passaggi mentre la crescita graduale di Birkenau chiarisce quale fosse l’obiettivo di sviluppo di questa città ideale”. Ma nonostante il grande impegno degli studiosi e l’apporto prezioso delle centinaia di testimonianze raccolte dal museo di Auschwitz, molti aspetti della vita e della morte nel campo rimarranno per sempre senza risposta. “Mancano ad esempio la maggior parte delle schede del personale SS in servizio e le liste nominative dei convogli degli ebrei deportati, a esclusione di quelle ottenute dagli archivi di alcuni paesi europei che hanno realizzato ricerche specifiche sin dai primi anni del Dopoguerra”, ammette Sessi. “Manca la maggior parte della corrispondenza degli organi di comando del campo con le diverse istituzioni del governo del Reich e le tante industrie ed enti privati che hanno collaborato. Non sono stati mai ritrovati neanche gli atti relativi ai decessi dei prigionieri negli ospedali e nelle infermerie”. Ma i vuoti più significativi, quelli che nessuna documentazione potrà mai colmare, restano soprattutto sul piano morale. “Per studiare e trasmettere un orrore come quello di Auschwitz non basta la storia – conclude Sessi – . L’indispensabile lavoro di storicizzazione compiuto fino ad oggi spiega soltanto il ‘come’ ma lascia senza risposta il ‘perché’”.
RM

Il diario di Renia, l’Anne Frank polacca

Avvenire, 1 ottobre 2019

“C’è sangue ovunque io mi giri. Lo sterminio è terribile. Ovunque morte e uccisioni. Dio onnipotente, per l’ennesima volta ci umiliano davanti a te, aiutaci, salvaci! Signore Dio, lasciaci vivere, ti prego, voglio vivere! Ho vissuto così poco della vita. Non voglio morire. Ho paura della morte. È tutto così stupido, così meschino, così poco importante, così piccolo. Domani potrei smettere di pensare per sempre”. È il 31 luglio 1942 quando la diciottenne ebrea polacca Renia Spiegel, rifugiata in un nascondiglio segreto, scrive sul suo diario queste ultime, drammatiche righe. Poche ore dopo viene scoperta dai nazisti e uccisa a colpi d’arma da fuoco. Di lei rimangono soltanto sette quaderni scolastici cuciti insieme: centinaia di pagine che raccontano gli ultimi tre anni e mezzo della sua vita. Un diario fitto di appunti, ricordi, confidenze e brevi poesie ma anche osservazioni e pensieri sul mondo che le stava lentamente crollando addosso. Aveva cominciato a compilarlo il 31 gennaio 1939, alcuni mesi prima dell’invasione nazista del suo paese e dell’inizio della guerra. All’epoca era una quindicenne appassionata di poesia che viveva con la famiglia nella Polonia meridionale, non lontano dal confine con l’Ucraina. Di lì a poco sua madre sarà costretta a trasferirsi a Varsavia per lavoro e Renia, insieme alla sorella minore Ariana, rimarrà con i nonni a Przemyśl, una cittadina popolata quasi esclusivamente da famiglie ebree, nella parte di territorio controllata dai russi. Un luogo che con l’arrivo dei tedeschi si trasformerà in un gigantesco ghetto. Nelle pagine del suo diario Renia documenta la vita prima dell’invasione nazista, poi il lento precipitare degli eventi, l’inizio dei bombardamenti, la fame e le privazioni, la misteriosa scomparsa delle famiglie ebree. “Ricordate questo giorno, ricordatelo bene”, scrive il 15 luglio 1942. “Ne parlerete alle generazioni future. Dalle otto di oggi siamo stati chiusi nel ghetto. Ora vivo qua. Il mondo è separato da me e io sono separata dal mondo”. Alcuni giorni prima il diario riporta il racconto del suo primo bacio, e del suo amore per un ragazzo di nome Zygmunt Schwarzer. figlio di un importante medico ebreo, che cercherà invano di salvarla. Il giovane fa scappare lei e sua sorella dal ghetto prima che entrambe vengano deportate dai nazisti: affida Ariana al padre di un’amica e nasconde Renia nella soffitta di una casa dove viveva suo zio. Ma i soldati tedeschi scoprono il nascondiglio e la uccidono. Da quel momento in poi la storia di Renia scivola lentamente nell’oblio, dove rimane fino ai giorni nostri. Soltanto in tempi recenti si è venuti a sapere che era stato lo stesso Zygmunt a recuperare il diario, e a concluderlo aggiungendo queste parole: “Tre colpi! Tre vite perse! Tutto ciò che sento sono i colpi, i colpi”. Dopo la guerra, sopravvissuto ad Auschwitz, il ragazzo l’aveva restituito alla madre e alla sorella di Renia, che nel frattempo si erano rifugiate negli Stati Uniti. Ma quelle pagine facevano riaffiorare il ricordo della ragazza inghiottita dagli orrori dell’Olocausto ed erano troppo dolorose per i suoi familiari, che non riuscirono neanche a leggerle e preferirono dimenticarle. I sette quaderni furono depositati nella cassaforte di una banca newyorkese, dove sono rimasti confinati per quasi settant’anni, finché nel 2016 Alexandra Bellak, nipote di Renia, non ha deciso che era giunto il momento di rendere pubblico il diario della zia, facendolo pubblicare da un piccolo editore polacco. In questi giorni le memorie degli ultimi tre anni di vita di questa giovane vittima della Shoah sono uscite finalmente per la prima volta anche negli Stati Uniti e in Gran Bretagna con il titolo Renia’s Diary: A Young Girl’s Life in the Shadow of the Holocaust. Le edizioni in lingua inglese del corposo manoscritto – quasi 700 pagine – sono state pubblicate quasi in contemporanea anche in una decina di altri paesi, tra cui la Germania, la Russia e la Spagna (non ancora in Italia). Annunciando la pubblicazione del libro, la casa editrice britannica Penguin l’ha definito “un testamento straordinario sugli orrori della guerra e sulla vita che può esistere anche nei tempi più bui”. La stampa statunitense e quella inglese hanno subito ribattezzato Renia “l’Anne Frank polacca”, affrettandosi ad accostare la sua opera al celeberrimo diario della giovane ebrea tedesca. Un raffronto che lo storico Frediano Sessi, massimo esperto italiano dell’opera di Anne Frank, non può condividere: “anche senza analizzare i due testi, e compararli sul piano stilistico, le due ragazze hanno vissuto vicende assai diverse che non ci consentono un paragone credibile. Renia visse pochi giorni nel ghetto, nel quale trascorse un’esistenza difficile e di breve durata, prima di essere uccisa nell’estate del 1942. Invece Anne Frank si trasferì insieme alla sua famiglia nell’alloggio segreto di Amsterdam con scorte di cibo per appena un mese. Sperava di non restarci più di due-tre settimane ma alla fine vi rimase due anni”. Oltre alle differenti condizioni dell’ultima fase della loro vita, è dunque lo scarto temporale a tracciare un solco tra i due diari. Quando Renia Spiegel muore, Anne Frank ha iniziato a compilare il suo diario soltanto da pochi giorni. “Anne viene arrestata nell’agosto del 1944, quando la Germania è ormai in ginocchio”, prosegue Sessi. “All’epoca Hitler aveva deciso di far sterminare tutti gli ebrei e in Ungheria, per fare un’esempio, c’era quasi riuscito. Anne Frank era a conoscenza della fine degli ebrei ungheresi perché nel suo nascondiglio ascoltava Radio Londra. In quei lunghi mesi patisce la sofferenza della solitudine ma anche la paura, poiché nei diari completi alcuni passaggi testimoniano i suoi timori di essere scoperta. Anne sa che gli ebrei vengono deportati e poi uccisi nelle camere a gas. Renia invece non può ancora avere questa consapevolezza, e infatti è all’oscuro di tutto”. “Ciò non toglie – conclude lo studioso – che il diario di Renia Spiegel rappresenti un documento dall’importante valore storico e sia assai utile per conoscere la vita quotidiana degli ebrei nei ghetti durante la Seconda guerra mondiale”.
RM

La Bestia dei lager uccide ancora?

Avvenire, 27 gennaio 2019

È possibile confrontarsi con l’orrore senza rimanerne annichiliti soverchiati, schiacciati? Oppure la Shoah è un fardello che alla lunga può divenire insostenibile, fino a condurre alla perdita della ragione persino chi non l’ha vissuta in prima persona? In un prossimo futuro potrebbe persino essere diagnosticato un disturbo che colpisce chi è costretto a fare i conti con la dimensione umana dell’irrazionalità, a misurarsi con l’inimmaginabile fino a provarne un fastidio fisico e un terribile senso di colpa. Nei suoi libri indimenticabili, Primo Levi analizzò il rimorso e la depressione dei sopravvissuti, la condizione psicologica che in molti casi compromise gravemente l’adattamento sociale e lavorativo dei superstiti dell’Olocausto. Oggi, a distanza di oltre settant’anni da allora, lo scrittore israeliano Yishai Sarid ci costringe invece a riflettere sul rischio che il peso interiore della Shoah possa farsi alla lunga insopportabile anche per gli studiosi. A chiederci se l’arte, la cultura e l’avanzamento scientifico rappresentino antidoti sufficienti per proteggerci di fronte a questo rischio. Del protagonista del suo nuovo, sorprendente romanzo Il mostro della memoria (uscita per e/o con la traduzione di Alessandra Shomroni) non conosciamo il nome. Potrebbe essere chiunque, ciascuno di noi. Sappiamo però che è un esperto del processo di sterminio, un israeliano che dopo aver abbandonato il sogno di una carriera diplomatica ha intrapreso il lavoro di storico cimentandosi con una tesi di dottorato sui meccanismi di sterminio dei lager. Per incrementare le sue entrate si ritrova poi, quasi senza volerlo, a lavorare come guida prima allo Yad Vashem, il Memoriale dell’Olocausto di Gerusalemme, poi accompagnando gruppi di visitatori ai campi di concentramento nazisti, in Polonia. Si considera “un fedele e scrupoloso agente della memoria” e vede il suo lavoro come un modo per tramandare questa memoria alle giovani generazioni. È un uomo che con i suoi studi e la sua preparazione scientifica crede di aver sviluppato la giusta distanza nei confronti degli orrori del passato ed è quindi convinto di essere immune allo stress di un lavoro simile. Proprio per questo non si accorge di aver imboccato invece una strada senza uscita che lo farà sprofondare verso un abisso interiore. Decine di visite con le scolaresche ad Auschwitz, a Treblinka, a Bélzec, a Majdanek, a Sobibor lo portano prima a scontrarsi con la difficoltà di conciliare la verità storica con il messaggio educativo. Poi comincia a vedere riflesso sé stesso nelle scolaresche, “attribuivo a loro tutto ciò che mi passava per la testa e non mi dava pace. E cercavo di ovviare a tutto questo con la conoscenza”. Con il trascorrere del tempo diventa la guida più richiesta dei viaggi nei campi polacchi e inizia ad accompagnare gruppi di ufficiali dell’esercito israeliano e politici, tra cui un frettoloso ministro preoccupato perlopiù di farsi fotografare. Si convincerà persino di essersi assuefatto a quell’orrore: “da tre anni giravo la Polonia e non ero mai riuscito a versare una sola lacrima”. Invece non riuscirà più a staccarsi da quella routine lavorativa nei campi. Affitta un appartamento a Varsavia e resta lontano da casa per lunghi periodi di tempo, allontanandosi sempre più dalla moglie e dal figlio piccolo rimasti in Israele. Quella memoria si è trasformata in un mostro che a poco a poco ha scavato un solco profondo dentro di lui fino a fargli perdere il senno, con un effetto quasi paragonabile a quello della sindrome di Stendhal di fronte alle opere d’arte di straordinaria bellezza, (“tenni lontano a forza le grida dei prigionieri, i loro lamenti disperati, perché non mi disturbassero”).
Costruito sotto forma di lettera-confessione, il romanzo di Yishai Sarid vede il giovane studioso ricostruire la sua storia raccontando al direttore dello Yad Vashem le gravi conseguenze psichiche del suo lavoro. Il flusso di coscienza generato dalla narrazione in prima persona crea un effetto catartico che conferisce al libro un’esemplare semplicità. In un passaggio cruciale, il protagonista si trova di fronte al figlio che gli chiede qual è il suo lavoro. “Papà racconta alla gente quello che è successo”, è la sua risposta. “In passato c’era un mostro che uccideva le persone”. “E tu lotti contro questo mostro?” “No, il mostro è già morto, è rimasto solo il suo ricordo”. A schiacciarlo sarà proprio il peso emotivo di quel ricordo. Per quanto lui cerchi di mantenere un atteggiamento distaccato verso gli orrori che descrive, per quanto si sforzi di spiegare la Shoah da un punto di vista esclusivamente tecnico e privo di coinvolgimenti emotivi, ben presto si accorge che addentrarsi nelle sofferenze del suo popolo gli è diventato insopportabile. Dietro alle fredde cifre sulle vittime e le tecniche di sterminio comincia a vedere le persone, i drammi umani, le atrocità del passato in un crescendo di insicurezza e di orrore. Qualcosa si è incrinato dentro di lui e quando le scuole interromperanno la collaborazione a causa della sua manifesta instabilità, sarà costretto a portare nei campi le gite organizzate per turisti generici, che non hanno alcuna intenzione di ascoltare le sue descrizioni. Infine, i suoi nervi cederanno definitivamente di fronte a un regista tedesco che lo coinvolge ingannevolmente in un progetto cinematografico. Il finale può lasciare interdetti, ma rappresenta in realtà un ulteriore invito alla riflessione. Considerato uno dei più significativi romanzi recenti sulla Shoah, Il mostro della memoria analizza in profondità la percezione dell’Olocausto nella società israeliana contemporanea riuscendo a sollevare interrogativi etici cruciali. Sul modo di affrontare la memoria, sulle lezioni storiche da trarne, sui rapporti tra gli ebrei di oggi e quelli di allora, sul fascino dei potere e sulla sua capacità di trasformare gli individui in carnefici. Yishai Sarid ha già vinto importanti riconoscimenti con le sue opere precedenti tra le quali spicca Il poeta di Gaza, un thriller psicologico già pubblicato in Italia sempre da e/o. Oggi uno dei più interessanti scrittori emergenti in un paese da poco rimasto orfano del grande Amos Oz.
RM

Bubelè. Il bambino nell’ombra

“Ci proiettarono un film di Charlot, Il monello. Ero affascinato. Toccato dalla sua grazia. Avevo assistito ad una proiezione anamorfica della mia vita. […] Quanto fui felice di vivere il momento in cui alla fine la madre ritrovò suo figlio e Charlot fu verosimilmente adottato come padre! Avevamo riso. Avevamo pianto. Tutto mi fu restituito. E niente mi fu reso”. Scampato da bambino alla Shoah, Adolphe Nysenholc, figlio di ebrei polacchi, sarebbe diventato un semiologo tra i massimi esperti europei del cinema di Charlie Chaplin. Quando aveva appena tre anni, nell’agosto del 1942, i suoi genitori lo portarono in un sobborgo di Bruxelles per affidarlo momentaneamente ai generosi coniugi Van Halden, salvandolo così dalla persecuzione razziale. Sua madre e suo padre sarebbero tornati a prenderlo dopo la guerra, se non fossero stati arrestati dalla Gestapo e condannati a morire nel campo di concentramento di Auschwitz. Il piccolo Adolphe fu quindi costretto a trascorrere il resto della sua infanzia come un “bambino nell’ombra”, nascondendo la propria identità e continuando a sperare in un ritorno dei suoi genitori. In un bel libro autobiografico pubblicato in Francia una decina d’anni fa e uscito adesso anche in italiano (Bubelè. Il bambino nell’ombra, edizioni Il Pozzo di Giacobbe, traduzione di Silvia Cerulli), Nysenholc ricostruisce l’esperienza della sua infanzia con un commovente memoir narrativo incentrato sulla questione dell’identità.

 “Bubelè” – come spiega Moni Ovadia nella prefazione – è un vezzeggiativo yiddish che incarna tutto l’amore struggente e superfluente per i propri piccini esposti nell’esilio a così tanti pericoli”. La sua storia è un paradigma della tragedia vissuta dai tanti bambini rimasti orfani durante l’Olocausto. Con il trascorrere degli anni il piccolo Adolphe comprende ciò che accade intorno a lui ma il nucleo centrale della narrazione non è la Shoah, bensì le sue vicende familiari successive. Bubelè cresce circondato dall’affetto della sua famiglia adottiva, in una quotidianità fatta di rassicuranti abitudini domestiche, ma continuando anche a vivere nella costante e illusoria attesa dei suoi genitori, finché uno zio sopravvissuto allo sterminio non verrà a reclamarne la tutela. Abraham, fratello di suo padre, non dispone dei mezzi per crescerlo eppure vuole a tutti i costi sottrarlo ai Van Halden per introdurlo ai principi dell’ebraismo, facendolo peregrinare a lungo tra orfanotrofi e istituti. La narrazione assume a tratti la forma di una fiaba, descrivendo un mondo visto con gli occhi di un bambino che pur non riuscendo a elaborare l’abbandono da parte dei genitori imparerà con il tempo a conviverci, alternando improvvisi sbalzi di umore, tra entusiasmi isterici e struggenti nostalgie. Costretto prima a fuggire dai nazisti, poi a fare i conti con un’identità che non sente sua, Nysenholc ripercorre dolorosamente gli anni della sua adolescenza, descrivendone il senso di smarrimento e l’incessante ricerca di un equilibrio interiore. Per uscire dall’ombra, Bubelè dovrà infine identificarsi con una comunità, optando per quella circoncisione rituale alla quale non era stato sottoposto da bambino, e che gli aveva consentito di nascondere le sue origini.
RM

L’internato che fotografò i boia di Mauthausen

Avvenire, 26.1.2018

Con il suo eroismo, il fotografo spagnolo Francisco Boix riuscì a trasformare l’ossessione dei nazisti per l’iconografia, la rappresentazione e la propaganda in una potente arma a servizio della giustizia e della memoria delle vittime. La sua straordinaria storia è rimasta sepolta a lungo nell’oblio prima di essere riscoperta grazie a una biografia uscita in Spagna una quindicina d’anni fa. Originario di Barcellona, poco più che ventenne Boix combatté contro i franchisti e dopo la sconfitta dei repubblicani riparò in Francia, prima di finire deportato a Mauthausen insieme a migliaia di altri prigionieri politici spagnoli.

Francisco Boix

Nel famigerato campo di concentramento austriaco si imbatté in Paul Ricken, un nazista fanatico responsabile dei servizi fotografici nel campo, che immortalava i detenuti al loro arrivo nel campo. Fu lui che lo costrinse a partecipare a un progetto folle e criminale, che prevedeva di mettere in scena la morte fotografando nel modo più professionale possibile i diversi modi di morire nel campo. Boix dovette calarsi negli abissi più profondi del delirio nazista, ma comprese anche di avere l’opportunità di documentare quei crimini di fronte al mondo. Rischiando la vita cominciò a scattare più immagini possibile e a far sparire i negativi, prima occultandoli all’interno delle baracche poi, approfittando dei deportati che uscivano dal lager per lavorare, facendoli nascondere dentro al muro di un’abitazione. In questo modo riuscì a trafugare e a salvare dalla distruzione centinaia di negativi. Quando il campo di Mauthausen venne infine liberato dagli americani nel maggio 1945, fu lui a scattare le famose foto dei deportati che abbattevano l’aquila nazista ma soprattutto mostrò ai liberatori le immagini dei prigionieri che si erano aggrappati ai fili elettrificati per porre fine alle loro sofferenze, quelli costretti a mostruosi lavori di scavo, quelli morti di fame e di stenti nelle baracche. Dopo la liberazione divenne uno dei testimoni-chiave al processo di Norimberga del 1946: con le sue foto riuscì a provare il coinvolgimento diretto degli alti ufficiali nazisti e a far condannare, tra gli altri, il comandante delle SS Ernst Kaltenbrunner. Per far conoscere la sua storia al grande pubblico, anche al di fuori dei confini spagnoli, viene pubblicata proprio in questi giorni la graphic novel Il fotografo di Mauthausen (Mondadori Comics, testi di Salvador Rubio, illustrazioni di Pedro J. Colombo e Aintzane Landa), che grazie a una rigorosa ricostruzione storica unisce la leggerezza del fumetto alla profondità della testimonianza, facendo risuonare l’eco delle parole di Elie Wiesel quando disse che “chi ascolta un superstite dell’Olocausto diventa a sua volta un testimone”. La storia di Boix riporta alla memoria anche una sequenza del recente film ungherese Il figlio di Saul nel quale alcuni deportati, rischiando la vita, riescono a impadronirsi di una macchina fotografica e a scattare di nascosto alcune foto del campo. Naturalmente le foto scattate da Boix a Mathausen non costituiscono l’unica rappresentazione iconografica della macchina dei lager al culmine del suo funzionamento. Il caso più noto resta quello di Wilhelm Brasse, il fotografo polacco autore di migliaia di scatti ad Auschwitz, alcuni dei quali sono esposti allo Yad Vashem e allo stesso museo di Auschwitz. Quanto a Boix, che con il suo coraggio riuscì a diventare il granello di sabbia capace di inceppare il meccanismo della follia nazista, avrebbe continuato a lavorare come fotografo anche nel dopoguerra, morendo nel 1951, a soli 31 anni.
RM