Bufera sul Nobel, “Handke amico di Milosevic”

Avvenire, 12 ottobre 2019

Le Madri di Srebrenica hanno chiesto all’Accademia svedese delle scienze di revocare il premio Nobel a Peter Handke, perché “un riconoscimento così importante non può andare a un uomo che ha difeso i carnefici delle guerre balcaniche”. Ma il giorno dopo l’annuncio dei giurati di Stoccolma sono già molte le voci di condanna che si sono levate nei confronti del premio a Handke, tra cui quella del primo ministro albanese Edi Rama, del membro bosgnacco della presidenza tripartita della Bosnia-Erzegovina Sefik Dzaferović e dell’ambasciatrice del Kosovo negli Stati Uniti, Vlora Çitaku, che su Twitter l’ha definito “uno schiaffo a tutte le vittime del regime di Milošević”. Un vero e proprio coro di indignazione al quale si sono già uniti anche alcuni intellettuali. Il filosofo sloveno Slavoj Žižek non ha esitato a definire Handke “un apologeta dei crimini di guerra”, la scrittrice statunitense Jennifer Egan – a nome del Pen American center – si è detta sbalordita dalla scelta di un autore che “ha usato la sua voce pubblica per sminuire verità storiche e sostenere i perpetratori del genocidio” mentre Salman Rushdie, che già vent’anni fa attaccò Handke con toni quasi infamanti, ha ribadito ieri di pensarla ancora allo stesso modo. Sotto accusa sono le controverse posizioni assunte dallo scrittore e drammaturgo austriaco (ma di madre slovena) fin dai primi anni ‘90, al tempi della dissoluzione della ex-Jugoslavia, e reiterate almeno fino alla morte del presidente serbo Slobodan Milošević, nel 2006. Handke non ha mai fatto mistero delle sue aperte simpatie nei confronti dei serbi e già durante le guerre balcaniche si attirò non poche critiche per aver respinto con decisione l’immagine di aggressori che l’opinione pubblica internazionale attribuiva alle truppe di Milošević e Karadzić. Nel suo libro Un viaggio d’inverno ovvero giustizia per la Serbia, uscito per Einaudi nel 1996, cercò di difendere i serbi da quella che era a suo avviso un’ingiusta criminalizzazione messa in atto dalla stampa tedesca e francese. In un intervento uscito quello stesso anno sul quotidiano francese Libération arrivò persino ad attribuire alle milizie bosniaco-musulmane le colpe del genocidio di Srebrenica e dell’assedio di Sarajevo. Le sue convinzioni sarebbero rimaste sostanzialmente inalterate anche alcuni anni più tardi, nonostante la scoperta delle fosse comuni, le sentenze del Tribunale dell’Aja e un giudizio della Storia ormai sempre più definito.

Nella foto: Peter Handke al funerale di Slobodan Milosevic

Nel 2006 si recò a Belgrado per pronunciare un’orazione funebre durante le esequie di Milošević, deceduto in carcere prima del processo che lo vedeva imputato per crimini contro l’umanità. La presenza al funerale dell’ex leader serbo costò cara al futuro premio Nobel, poiché la Comédie Française di Parigi decise di cancellare un suo spettacolo mentre la città di Dusseldorf gli revocò il prestigioso premio letterario “Heinrich Heine” che si era aggiudicato quello stesso anno. Handke era anche andato a trovare Milošević nel carcere di Scheveninghen, due anni prima della sua morte, e aveva raccontato il loro incontro in un lungo articolo dai toni apologetici, nei quali ribadiva di essere convinto della sua innocenza e dell’illegittimità del Tribunale dell’Aja. Per chiedere la revoca del premio Nobel per la letteratura a lui assegnato è stata lanciata anche una petizione on-line sulla piattaforma Change.org che ha già raccolto migliaia di firme.
RM

Il diario di Renia, l’Anne Frank polacca

Avvenire, 1 ottobre 2019

“C’è sangue ovunque io mi giri. Lo sterminio è terribile. Ovunque morte e uccisioni. Dio onnipotente, per l’ennesima volta ci umiliano davanti a te, aiutaci, salvaci! Signore Dio, lasciaci vivere, ti prego, voglio vivere! Ho vissuto così poco della vita. Non voglio morire. Ho paura della morte. È tutto così stupido, così meschino, così poco importante, così piccolo. Domani potrei smettere di pensare per sempre”. È il 31 luglio 1942 quando la diciottenne ebrea polacca Renia Spiegel, rifugiata in un nascondiglio segreto, scrive sul suo diario queste ultime, drammatiche righe. Poche ore dopo viene scoperta dai nazisti e uccisa a colpi d’arma da fuoco. Di lei rimangono soltanto sette quaderni scolastici cuciti insieme: centinaia di pagine che raccontano gli ultimi tre anni e mezzo della sua vita. Un diario fitto di appunti, ricordi, confidenze e brevi poesie ma anche osservazioni e pensieri sul mondo che le stava lentamente crollando addosso. Aveva cominciato a compilarlo il 31 gennaio 1939, alcuni mesi prima dell’invasione nazista del suo paese e dell’inizio della guerra. All’epoca era una quindicenne appassionata di poesia che viveva con la famiglia nella Polonia meridionale, non lontano dal confine con l’Ucraina. Di lì a poco sua madre sarà costretta a trasferirsi a Varsavia per lavoro e Renia, insieme alla sorella minore Ariana, rimarrà con i nonni a Przemyśl, una cittadina popolata quasi esclusivamente da famiglie ebree, nella parte di territorio controllata dai russi. Un luogo che con l’arrivo dei tedeschi si trasformerà in un gigantesco ghetto. Nelle pagine del suo diario Renia documenta la vita prima dell’invasione nazista, poi il lento precipitare degli eventi, l’inizio dei bombardamenti, la fame e le privazioni, la misteriosa scomparsa delle famiglie ebree. “Ricordate questo giorno, ricordatelo bene”, scrive il 15 luglio 1942. “Ne parlerete alle generazioni future. Dalle otto di oggi siamo stati chiusi nel ghetto. Ora vivo qua. Il mondo è separato da me e io sono separata dal mondo”. Alcuni giorni prima il diario riporta il racconto del suo primo bacio, e del suo amore per un ragazzo di nome Zygmunt Schwarzer. figlio di un importante medico ebreo, che cercherà invano di salvarla. Il giovane fa scappare lei e sua sorella dal ghetto prima che entrambe vengano deportate dai nazisti: affida Ariana al padre di un’amica e nasconde Renia nella soffitta di una casa dove viveva suo zio. Ma i soldati tedeschi scoprono il nascondiglio e la uccidono. Da quel momento in poi la storia di Renia scivola lentamente nell’oblio, dove rimane fino ai giorni nostri. Soltanto in tempi recenti si è venuti a sapere che era stato lo stesso Zygmunt a recuperare il diario, e a concluderlo aggiungendo queste parole: “Tre colpi! Tre vite perse! Tutto ciò che sento sono i colpi, i colpi”. Dopo la guerra, sopravvissuto ad Auschwitz, il ragazzo l’aveva restituito alla madre e alla sorella di Renia, che nel frattempo si erano rifugiate negli Stati Uniti. Ma quelle pagine facevano riaffiorare il ricordo della ragazza inghiottita dagli orrori dell’Olocausto ed erano troppo dolorose per i suoi familiari, che non riuscirono neanche a leggerle e preferirono dimenticarle. I sette quaderni furono depositati nella cassaforte di una banca newyorkese, dove sono rimasti confinati per quasi settant’anni, finché nel 2016 Alexandra Bellak, nipote di Renia, non ha deciso che era giunto il momento di rendere pubblico il diario della zia, facendolo pubblicare da un piccolo editore polacco. In questi giorni le memorie degli ultimi tre anni di vita di questa giovane vittima della Shoah sono uscite finalmente per la prima volta anche negli Stati Uniti e in Gran Bretagna con il titolo Renia’s Diary: A Young Girl’s Life in the Shadow of the Holocaust. Le edizioni in lingua inglese del corposo manoscritto – quasi 700 pagine – sono state pubblicate quasi in contemporanea anche in una decina di altri paesi, tra cui la Germania, la Russia e la Spagna (non ancora in Italia). Annunciando la pubblicazione del libro, la casa editrice britannica Penguin l’ha definito “un testamento straordinario sugli orrori della guerra e sulla vita che può esistere anche nei tempi più bui”. La stampa statunitense e quella inglese hanno subito ribattezzato Renia “l’Anne Frank polacca”, affrettandosi ad accostare la sua opera al celeberrimo diario della giovane ebrea tedesca. Un raffronto che lo storico Frediano Sessi, massimo esperto italiano dell’opera di Anne Frank, non può condividere: “anche senza analizzare i due testi, e compararli sul piano stilistico, le due ragazze hanno vissuto vicende assai diverse che non ci consentono un paragone credibile. Renia visse pochi giorni nel ghetto, nel quale trascorse un’esistenza difficile e di breve durata, prima di essere uccisa nell’estate del 1942. Invece Anne Frank si trasferì insieme alla sua famiglia nell’alloggio segreto di Amsterdam con scorte di cibo per appena un mese. Sperava di non restarci più di due-tre settimane ma alla fine vi rimase due anni”. Oltre alle differenti condizioni dell’ultima fase della loro vita, è dunque lo scarto temporale a tracciare un solco tra i due diari. Quando Renia Spiegel muore, Anne Frank ha iniziato a compilare il suo diario soltanto da pochi giorni. “Anne viene arrestata nell’agosto del 1944, quando la Germania è ormai in ginocchio”, prosegue Sessi. “All’epoca Hitler aveva deciso di far sterminare tutti gli ebrei e in Ungheria, per fare un’esempio, c’era quasi riuscito. Anne Frank era a conoscenza della fine degli ebrei ungheresi perché nel suo nascondiglio ascoltava Radio Londra. In quei lunghi mesi patisce la sofferenza della solitudine ma anche la paura, poiché nei diari completi alcuni passaggi testimoniano i suoi timori di essere scoperta. Anne sa che gli ebrei vengono deportati e poi uccisi nelle camere a gas. Renia invece non può ancora avere questa consapevolezza, e infatti è all’oscuro di tutto”. “Ciò non toglie – conclude lo studioso – che il diario di Renia Spiegel rappresenti un documento dall’importante valore storico e sia assai utile per conoscere la vita quotidiana degli ebrei nei ghetti durante la Seconda guerra mondiale”.
RM

I crimini del colonialismo fascista in Etiopia

Avvenire, 20 settembre 2019

Primavera 1936: l’esercito italiano marcia su Addis Abeba e spazza via in pochi giorni il derelitto esercito del Negus etiopico Hailé Selassié. Il 9 maggio Mussolini annuncia trionfalmente la nascita dell’Africa orientale italiana, con l’Etiopia unita alla Somalia e all’Eritrea. La retorica del regime fascista voleva vendicare a tutti i costi la sconfitta di Adua, risalente a quarant’anni prima, e reclamare la conquista di un piccolo e anacronistico “posto al sole” tra le grandi potenze europee. Considerato il divario tra le forze in campo la vittoria italiana era certa fin dall’inizio, eppure Mussolini autorizzò ugualmente l’uso di armi chimiche con effetti devastanti sulle truppe nemiche e sui civili. I crimini compiuti dal colonialismo italiano in Africa restano una pagina poco nota della nostra storia recente, peraltro a lungo ammantata dai confortanti stereotipi degli “Italiani brava gente”. Così si intitolava anche un importante libro di Angelo Del Boca, uscito alcuni anni fa, nel quale il grande storico del colonialismo italiano confutò quel mito una volta per tutte dimostrando – documenti d’archivio alla mano – che la conquista dell’Etiopia fu un’inutile aggressione macchiata anche dall’uso di armi chimiche. Ma certe convinzioni sono dure a morire, se è vero che ancora oggi c’è chi continua a considerare la campagna d’Africa un’impresa eroica. Appare quindi assai utile e opportuna l’uscita di un libro come Cronache dalla polvere (Bompiani), un progetto sperimentale a più mani che racconta in forma inedita l’avventura coloniale del fascismo in Africa. Dietro la firma della fantomatica autrice Zoya Barontini si cela in realtà un gruppo di narratrici e narratori italiani il cui nome collettivo è un omaggio a Ilio Barontini, il partigiano che addestrò e organizzò la resistenza in Etiopia, mentre Zoya è un tipico nome femminile etiope che significa “alba” o “aurora”. I loro racconti non si focalizzano sulla guerra coloniale ma affrontano il periodo immediatamente successivo alla conquista e all’occupazione militare, ricostruendo un ritratto ben poco glorioso del nostro passato recente. Come hanno dimostrato inequivocabilmente anche altri storici, l’impero fascista in Africa fu tanto sgangherato quanto crudele, con villaggi rasi al suolo, stragi insensate e l’uso di gas micidiali come l’iprite. Negli stessi anni in cui il regime di Benito Mussolini propagandava con successo la teoria della “supremazia razziale” dei bianchi. Un momento di svolta si ebbe dopo l’attentato del 19 febbraio 1937 al viceré Rodolfo Graziani: la feroce rappresaglia scatenata dal nostro esercito sfociò nel massacro del monastero di Debra Libanos, costato la vita a migliaia di civili e a centinaia di religiosi. Cronache dalla polvere contiene undici racconti intrecciati tra loro che compongono una narrazione a più facce curata da Jadel Andreetto, che diventa quasi un graphic novel con le illustrazioni di Alberto Merlin. Da un racconto all’altro si susseguono gli stessi personaggi, dando un senso di coesione alla raccolta. Nel gruppo di autori e autrici figurano, tra gli altri, Igiaba Scego, Gaia Manzini, Davide Morosinotto e Lorenza Ghinelli.
RM

Longley: la mia poesia al servizio della pace

Avvenire, 8 settembre 2019

“Pensa ai bambini / nascosti dietro le bare. / Guarda in faccia il dolore. / Quei trent’anni chiamali / gli Anni del Disonore”. Bastano pochi versi, a un grande poeta come Michael Longley, per descrivere lo strazio della guerra che dilaniò il suo paese per decenni. La breve elegia “Troubles” fa parte di Angel Hill, la sua undicesima raccolta poetica, appena uscita in edizione italiana nella traduzione di Paolo Febbraro (Elliot edizioni). Il dramma dell’Irlanda del Nord gli ha ispirato anche un’altra struggente poesia contenuta nella stessa raccolta, “Dusty Bluebells”, dedicata a Patrick Rooney, il ragazzino di nove anni che venne ucciso dalla polizia britannica nei primi giorni del conflitto. L’immaginario e l’arte di quello che oggi è considerato il più grande poeta irlandese vivente si nutrono da sempre del tema della guerra. Non uno strumento per schierarsi o esprimere giudizi, bensì un terreno di continua esplorazione letteraria, un modo per trascendere la ragione e “annotare le proprie incertezze”. In questa raccolta, uscita nel suo paese due anni fa e vincitrice del PEN Pinter Prize, il sangue versato in Irlanda si riflette nell’orrore che ha segnato l’inizio del Novecento: la Prima guerra mondiale. Un massacro al quale il padre del poeta aveva preso parte, tornando dalle trincee vivo ma irrimediabilmente segnato nel corpo e nella mente. Poco più di venti anni fa Longley si recò in Francia a visitare i campi di battaglia e i cimiteri della Grande Guerra. Era ben consapevole di quanto poco potesse la poesia di fronte alla guerra, ma sentì ugualmente il bisogno di “vegliare sulle lapidi” e costruire elegie su quel massacro, per elaborare i lutti e farsi carico del peso collettivo della memoria. Lo fece ispirandosi a Edward Thomas, il poeta di guerra britannico che morì nel 1917 nella battaglia di Arras, nei pressi di Calais. In “I sonetti” – un’altra delle poesie contenute in questa raccolta – il poeta-soldato si salva perché tiene i versi di Shakespeare nel taschino e il libro blocca il proiettile a un passo dal suo cuore. Angel Hill è un cimitero delle Highlands scozzesi dove riposano i caduti della Prima guerra mondiale ma è anche un paesaggio dell’anima per Longley, che ha appena compiuto ottant’anni. Nato a Belfast da genitori inglesi che si trasferirono in Irlanda del Nord poco prima della sua nascita, il suo nome è spesso associato a quello di Seamus Heaney. I due grandi poeti sono stati legati da una grande amicizia e dopo la morte di Heaney è toccato proprio a Longley raccogliere l’eredità del premio Nobel. Entrambi sono del 1939 – quando il mondo era sull’orlo della Seconda guerra mondiale – e hanno cercato di dare un senso poetico al conflitto in Irlanda del Nord. Ma l’opera di Longley risente assai meno dell’eredità gaelica mentre assai più profonda è in lui l’impronta della poesia greca e latina.
Le memorie contrapposte della Seconda guerra mondiale hanno segnato anche il conflitto in Irlanda del Nord?
Certamente, nella misura in cui hanno contribuito alle divisioni all’interno dell’Irlanda del Nord e tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda. I nazionalisti di entrambe le parti dell’isola hanno rimosso il ruolo dell’Irlanda nazionalista combattendo la Germania, mentre gli unionisti hanno usato a lungo il proprio ruolo nella guerra per enfatizzare la loro lealtà al Regno Unito. Ma paradossalmente, modi più articolati per ricordare la Prima guerra mondiale hanno contribuito al processo di pace irlandese, che rappresenta la nostra forma più alta di “storia condivisa”. Mio padre combatté nella Grande guerra e io ho composto molte poesie ispirate alla sua esperienza anche per cercare di interpretare i “Troubles” irlandesi. Penso che la Prima guerra mondiale rappresenti una ferita dalla quale tutta l’Europa sta ancora cercando di riprendersi.
Lei ha affermato che l’Accordo del Venerdì Santo del 1998 la fece sentire per la prima vota sia britannico che irlandese. Teme che le conseguenze della Brexit possano riaccendere l’odio e il settarismo in Irlanda del Nord?
Ho molti timori nei confronti della Brexit. Finora nel mio paese il settarismo è stato tenuto sotto controllo, ma non è mai svanito del tutto, basti pensare che a Belfast abbiamo ancora i cosiddetti “muri della pace”. Temo che la Brexit costituisca una minaccia alla nostra fragile pace, al pari dei politici nazionalisti e unionisti che negli ultimi due anni si sono rifiutati di lavorare insieme in un governo condiviso.
Oltre vent’anni dopo, crede che quell’accordo abbia soddisfatto le aspettative di pace?
Molte persone giuste continuano a lavorare duramente per la riconciliazione e il fronte moderato si sta lentamente allargando. Ma per costruire una vera pace ci vorranno generazioni e di certo non possiamo permetterci terribili battute d’arresto come la Brexit.
La questione della lingua è uno dei nodi centrali dello stallo politico del suo paese. Cosa pensa dei poeti che rimano in irlandese e in inglese?
Sono profondamente invidioso dei miei colleghi bilingui, perché credo che abbiano accesso a un retroterra culturale e a fonti di ispirazione per me inaccessibili. La scuola che ho frequentato in Irlanda del Nord non mi offrì l’opportunità di imparare l’irlandese, poiché era considerato un simbolo del nazionalismo. Forse il mio interesse nella traduzione della poesia greca e latina è un modo per compensare questa mancanza linguistica. Recentemente ho tradotto di nuovo dall’Iliade, che considero il più grande poema di guerra mai scritto in Europa. Nel nostro paese siamo molto fortunati ad avere due lingue ma di fatto, oggi la maggior parte dei poeti irlandesi scrive in inglese.
Cosa significa essere irlandesi, dal suo punto di vista?
L’Irlanda mi ha fornito la maggior parte delle informazioni e delle immagini attraverso le quali le mie poesie cercano di interpretare il mondo che ci circonda. I due luoghi più importanti, per me, sono la città di Belfast e la contea di Mayo, sulla costa occidentale dell’isola. Circa un terzo delle poesie che ho scritto sono ambientate in una piccola area sperduta chiamata Carrigskeewaun. Una poesia intitolata “Cinquant’anni” e inclusa nella raccolta Angel Hill riassume ciò che quel luogo ha rappresentato per me in quel lasso di tempo. I suoi uccelli, i suoi animali, le sue piante e il “filo ventoso” dell’Atlantico.
Lei è un profondo estimatore dei classici latini ma anche di alcuni poeti italiani contemporanei come Pavese e Pascoli. Qual è il suo rapporto con l’Italia?
È un po’ di tempo che non ci torno più ma il borgo di Cardoso, in Garfagnana, è un altro luogo molto importante per la mia opera. Forse il mio amore per poeti latini come Properzio e Catullo deriva da alcune delle sensazioni che ho provato per quel paesaggio. Sono stato là per parecchi anni, ospite di amici, e ho scritto molte poesie ispirate soprattutto alla sua flora. In tempi più recenti mi sono invece allietato davanti alle dolci colline e alle orchidee selvatiche del Mugello.
RM

La voce di Darwish risuona ancora sulla collina di Ramallah

Avvenire, 31 agosto 2019

Mahmoud Darwish riposa sulla collina più alta di Ramallah. Bisogna salire fin lassù, in un punto che domina i nuovi quartieri e i luoghi di culto della città palestinese, per confrontarsi con il lascito del poeta che diceva di avere dentro di sé un milione di usignoli per cantare la propria canzone di lotta. Darwish fu sepolto qua nel 2008, con tutti gli onori, e oggi questo è uno dei luoghi più amati da un popolo che considera da sempre la cultura anche uno strumento di riscatto politico. Al bardo nazionale palestinese sono stati dedicati un monumento e un museo celebrativo ma anche un teatro e uno spazio per le arti e la creatività. Colpisce la quantità di giovani che ogni giorno si arrampicano sull’imponente scalinata dell’Al-Birweh park per rendere omaggio al suo mausoleo, due grandi pietre rettangolari circondate da un giardino rigoglioso, ai cui lati si trovano un teatro e un piccolo museo, opera dell’architetto palestinese Jafar Tukan. La mostra permanente all’interno contiene numerosi manoscritti originali del poeta – tra cui spicca la Dichiarazione d’indipendenza che Darwish stesso scrisse nel 1988 – gli oggetti personali, le foto, i documenti. Piccoli frammenti della sua vita che ce lo fanno sentire più vicino, come il biglietto aereo per il suo ultimo viaggio terreno, a Houston, dove si recò per curarsi nell’estate del 2008, e si spense in seguito alle complicazioni post-operatorie di un delicato intervento al cuore. Le pareti del museo sono tappezzate dai suoi versi e dalle copertine dei suoi libri – tradotti in decine di lingue – mentre la sua scrivania vuota, nella penombra della sala, sembra quasi attendere il suo ritorno. I numerosi premi che si aggiudicò durante la carriera sono stati disposti invece al lato della scrivania, in un’installazione realizzata con l’argilla di Al-Birweh, il villaggio della Galilea dove nacque nel 1941. Considerato uno dei più grandi poeti contemporanei in lingua araba, Mahmoud Darwish ha raccontato l’orrore della guerra, dell’occupazione e dell’esilio vissuto dal popolo palestinese riuscendo a trasformare la causa di una nazione in un simbolo universale di lotta per la libertà. Il suo villaggio natale fu raso al suolo durante la guerra del 1948, quando lui era ancora un bambino. Per scampare alle persecuzioni sioniste fuggì in Libano con la famiglia e poté tornare in patria – divenuta nel frattempo terra dello stato d’Israele – solo clandestinamente. La sua condizione di “alieno” e di “ospite illegale” nel suo stesso paese divenne uno dei capisaldi della sua produzione artistica. Nel 1960, all’età di diciannove anni, pubblicò la sua prima raccolta di poesie, Uccelli senza ali. Il governo israeliano lo tenne a lungo sotto stretta sorveglianza, lo arrestò più volte (spesso solo per aver recitato poesie in pubblico) e lo costrinse infine all’esilio, ma non riuscì a impedirgli di scrivere ben ventisei volumi di poesia e undici di prosa. “Potete legarmi mani e piedi / togliermi il quaderno e le sigarette / riempirmi la bocca di terra: – scrisse – la poesia è sangue del mio cuore vivo / sale del mio pane, luce nei miei occhi”. Non avendo il permesso di vivere nella propria patria vagò a lungo, da esule, vivendo e lavorando in Unione Sovietica, in Egitto, in Libano, in Giordania, in Francia. Poté ritornare nel suo paese soltanto nel 1996, dopo ventisei anni di esilio, per trascorrervi gli ultimi anni della sua vita. Tutti i tentativi di inserirlo nei curriculum obbligatori delle scuole israeliane sono falliti miseramente di fronte all’intransigenza della politica. Mahmoud Darwish continua a essere una voce scomoda anche da morto. Tre anni fa una nota emittente radiofonica israeliana mandò in onda un approfondimento sulla sua opera e lesse in diretta una delle sue poesie più famose, scatenando le ire del governo di Israele. Il ministro della difesa, Avigdor Lieberman, non esitò a paragonare i versi del poeta palestinese al Mein Kampf di Adolf Hitler. La poesia incriminata era “Carta d’identità”, uno struggente atto d’amore per la sua terra.
RM