Sarajevo, la guerra negli occhi dei bambini

Avvenire, 14.7.2016

La piccola Mela aveva dieci anni e sognava di diventare prima ballerina al teatro nazionale di Sarajevo quando l’esercito serbo-bosniaco scatenò il terribile assedio che distrusse la sua città. Era la primavera del 1992. Quel che resta del suo sogno è un paio di scarpette da ballo bianche, scolorite dentro a una teca di vetro illuminata. È uno dei tanti oggetti che sono stati esposti nelle settimane scorse al museo storico della Bosnia Erzegovina, a Sarajevo, all’inaugurazione del progetto di un museo partecipato dell’infanzia cresciuta durante la guerra. Mela Softic ha oggi poco più di trent’anni e fortunatamente il suo nome non compare tra quelli degli oltre milleseicento bambini che hanno perso la vita nei 44 mesi in cui i cittadini di Sarajevo furono costretti a convivere con la fame, la paura, il dolore, la morte. sarajev_89726746__51913331_300Quelli come lei, che sono stati bambini durante la guerra e hanno avuto la fortuna di sopravvivere all’orrore, sentono adesso la necessità di condividere i loro sentimenti per rielaborare attraverso i ricordi quei fatti del tutto incomprensibili ai loro occhi di bambini. Jasminko Halilovic aveva appena quattro anni quando iniziò l’assedio dei primi anni ’90: è stato lui ad avere l’idea del museo. Tempo fa ha iniziato a raccogliere gli oggetti che riportavano alla sua memoria quegli anni terribili, poi ha capito che anche molti suoi coetanei sentivano il bisogno di condividere le loro storie per far uscire, come in una catarsi, il dolore represso per due decenni. Così ha lanciato un appello via internet: raccontate le vostre storie e portate qualcosa che vi è appartenuto durante quegli anni maledetti. Un oggetto, un disegno, una foto, una registrazione. In poco tempo l’onda del ricordo si è materializzata e centinaia di cittadini hanno risposto portando non semplici residuati bellici ma frammenti di memoria personale e di un’infanzia trascorsa, nonostante tutto. Lettere, quaderni, diari personali, giochi, indumenti ma anche testimonianze audio e video di famiglia, magari registrati negli anni felici prima della guerra, e poi custoditi gelosamente come un tesoro personale. Poiché in una situazione sempre in bilico tra la vita e la morte anche i piccoli oggetti del ‘prima’ possono fornire un conforto, uno sguardo verso la vita che continua e aprire la strada alla speranza.
Il materiale è stato prima raccolto in War Childhood, un libro già tradotto in sei lingue, ed è poi confluito in un’originalissima mostra che in un certo senso ribalta la prospettiva adottata da iniziative simili, perché non si limita a raccontare la storia delle vittime più indifese ma fa vedere la guerra e l’assedio attraverso gli occhi dei bambini. Filip Andronik ha donato la sua collezione di barattoli di latta spiegando che come tanti bambini, anche lui aveva la passione per il collezionismo e la raccolta di quei barattoli di aiuti umanitari “Icar”, contenenti carni in scatola di pessima qualità, fu il suo unico divertimento durante l’assedio. A prima vista, molti dei duemila oggetti esposti nel museo possono sembrare banali e irrilevanti, oppure non aver niente a che fare con la guerra. Eppure ciascuno di essi è in grado di rivelare piccole storie personali dal profondo significato. Non soltanto storie di dolore ma anche di gioia, nostalgia e speranza. Molte teche ospitano giochi in plastica e in legno – un vecchio Monopoli, bambole, scatole di costruzioni – miracolosamente conservati sotto la pioggia quotidiana di granate e oggi trasfigurati in simboli della resistenza umana in tempo di guerra. Per Sanja Stevanovic, che ha visto coi propri occhi il suo fratellino di dieci anni abbattuto da un cecchino, l’oggetto che meglio racconta la storia della sua famiglia in guerra è un piccolo forno artigianale costruito da suo padre, che fu usato per cuocere il riso, le lenticchie e il pane ma anche per scaldarsi nei mesi invernali. Una teca ospita invece i miseri resti di un libro con le pagine annerite. La giovane Alma Telibecirevic lo raccolse dalle rovine della biblioteca nazionale distrutta dalle bombe nell’estate 1992 e recentemente restaurata. L’ha poi conservato per anni, come un cimelio, prima di donarlo al museo. La didascalia che ha scritto sotto la teca spiega: “non potevo sapere quanto sarebbe durata la guerra e cosa sarebbe accaduto dopo, ma mi sembrava che avesse un senso salvare questo libro. Sentii di aver fatto qualcosa di importante”.
Oltre quattromila persone sono intervenute all’inaugurazione della mostra al museo nazionale di Sarajevo, che si trova al centro della Ulica Zmaja od Bosne, la grande arteria del centro della città che durante l’assedio divenne tristemente nota come “viale dei cecchini”. “Purtroppo il museo dell’infanzia non ha ancora una sede fissa – spiega Halilovic – l’esposizione è rimasta aperta nel maggio scorso e adesso sta adesso viaggiando in altre città della Bosnia, con l’idea di allargarsi per includere ricordi d’infanzia provenienti da altre località del paese. È un progetto aperto a tutti i bambini dell’epoca, senza alcuna distinzione etnica, che vuol essere un antidoto all’odio e alle divisioni del passato”.
RM

Bosnia, il primo censimento del dopoguerra

La Bosnia-Erzegovina è diventato un paese a maggioranza musulmana: è quanto emerge con chiarezza dai dati del primo censimento della popolazione realizzato dopo lo smembramento della Jugoslavia e il terribile conflitto etnico degli anni ’90. Sono stati necessari quasi tre anni di litigi, contestazioni e polemiche per conoscere finalmente gli esiti della rilevazione statistica svolta nell’autunno del 2013. Bruxelles aveva vincolato la valutazione della domanda di adesione bosniaca all’UE alla pubblicazione dei risultati, e appena un giorno prima della scadenza dei termini imposti dall’Europa, l’Ufficio per il censimento di Sarajevo ha diffuso dati in parte inaspettati, che potrebbero avere conseguenze sul futuro politico della regione e sul complesso assetto istituzionale costruito a Dayton nel 1995. La conformazione etnico-religiosa del paese risulta assai diversa rispetto al passato e smentisce categoricamente le stime delle Nazioni Unite di una decina di anni fa. I bosniaci censiti come Musulmani (nome che dai tempi di Tito trascende il significato religioso per assumere quello di una nazionalità) sono in totale il 50,1 per cento, una percentuale superiore di sette punti rispetto all’ultimo censimento, risalente a un anno prima dell’inizio della guerra; i serbi sono il 30,8 per cento (un punto in meno rispetto al 1991), mentre i croati sono il 15,4 per cento, calati di circa due punti percentuali. Ancora più rilevanti le differenze interne, con l’entità musulmana e croata del paese – la Federazione della Bosnia ed Erzegovina – col 74 per cento di musulmani, il 22,4 di croati e il 3,6 per cento di serbi. Situazione diametralmente opposta nella Repubblica Srpska, che appare sempre più un’enclave mono-etnica con l’81,5 per cento i serbi, il 14 di musulmani e appena il 2,4 per cento di croati.
I risultati del censimento sono stati definiti “inaccettabili” dai rappresentanti della Repubblica Srspka, che hanno messo in discussione il metodo di svolgimento dell’analisi statistica denunciando irregolarità e violazioni delle procedure, come d’altra parte avevano fatto anche prima della pubblicazione dei dati. Definitivamente relegati allo status di minoranza, i serbi di Bosnia temono che la nuova istantanea demografica condizioni a loro sfavore l’accesso alle cariche istituzionali e alla pubblica amministrazione, che secondo la Costituzione di Dayton è vincolato al principio della rappresentanza etnica. Al ministro bosniaco per gli affari interni Adil Osmanovic è toccato indossare i panni del pompiere, garantendo che la nuova conformazione etnica non creerà alcun problema al futuro del paese. Ma in un paese sfiancato da una massiccia frammentazione etnica e da un declino demografico costante – in 25 anni ha perso oltre il 20 per cento della popolazione -, i motivi di preoccupazione non mancano. La Bosnia ha infatti una popolazione più giovane della media UE ma con un bassissimo livello di alfabetizzazione (appena il 12,7 per cento ha compiuto studi universitari) e il più alto tasso di disoccupazione giovanile d’Europa (65 per cento).
RM

Così è implosa la rivoluzione culturale di Mao

Avvenire, 30.6.2016

L’ordine era stato chiaro, inequivocabile. “Bombardate il quartier generale”. Esattamente cinquant’anni fa Mao Tse-tung chiese alla sua gente una cosa che né Stalin, né Hitler, né Pol Pot avevano mai chiesto al proprio popolo: rovesciare il sistema di potere che loro stessi avevano creato. L’anziano leader, sentendo vicino il crepuscolo del suo potere, denunciò l’infiltrazione del partito da parte di elementi revisionisti e controrivoluzionari intenzionati a creare un regime borghese. La Cina era appena uscita dalla gigantesca catastrofe innescata dalle politiche agricole e industriali imposte dallo stesso Mao con il “Grande Balzo in avanti”. Circa trenta milioni di cinesi erano morti per fame in soli tre anni, a seguito di una delle più gravi carestie dell’epoca moderna. Per governare le conseguenze del disastro e contrastare l’apparato del partito che stava cercando di ridimensionare il suo potere, il Grande Timoniere lanciò la cosiddetta “Rivoluzione culturale”, destinata a durare fino alla sua morte, nel 1976. mao“Mao temeva una condanna postuma per i suoi clamorosi fallimenti, com’era già accaduto a Stalin dopo la sua morte. Ma soprattutto era ancora convinto di poter trasformare la Cina in un paradiso socialista e pur di riuscirci, era disposto a chiedere qualsiasi sacrificio al suo popolo”, spiega lo storico olandese Frank Dikotter, docente all’università di Hong Kong e autore di prestigiosi saggi sulla Cina di quegli anni. Il 16 luglio 1966, ormai 72enne, Mao si buttò nelle acque profonde del fiume Yangtze e nuotò per oltre un’ora, da una sponda all’altra, per dimostrare al popolo che il suo vigore fisico era ancora intatto nonostante l’età avanzata. Un mese dopo, un milione di giovani Guardie rosse osannanti giunte da tutto il paese si riunirono a Pechino, in piazza Tienanmen, dove ricevettero l’ordine di attaccare i “centri della controrivoluzione” e distruggere quelli che furono definiti i quattro nemici della Cina: le idee, la cultura, le abitudini, i comportamenti. I comandamenti della rivoluzione furono elencati nel famierato “Libretto rosso” che venne stampato in milioni di copie. “Da quel momento in poi” – prosegue Dikotter – il furore iconoclasta avrebbe colpito qualsiasi traccia del cosiddetto ‘passato borghese e imperialista’, portando alla distruzione e al saccheggio di monumenti e luoghi di culto, e innescando una guerra civile che causò centinaia di migliaia di morti e milioni di sfollati. Mao aizzò gli studenti contro gli insegnanti, incitò il popolo ad attaccare i membri del partito comunista, infine fece intervenire l’esercito, portando il paese in un vortice di terrore nel quale le persone cercarono disperatamente di dimostrare la loro fedeltà al capo supremo”. Non furono attaccati soltanto i dirigenti, i funzionari del partito e tutti coloro che a vario titolo avevano manifestato perplessità nei confronti delle politiche del Grande Timoniere. Decine di migliaia di cittadini comuni vennero perseguitati, imprigionati, torturati, uccisi.
In occasione del cinquantesimo anniversario dell’ultima fase del delirio maoista, Dikotter ha dato alle stampe The Cultural Revolution: A People’s History (Bloomsbury press), ad oggi considerato lo studio storico più approfondito e aggiornato sulla Rivoluzione culturale cinese. Il libro conclude di fatto una trilogia dedicata agli orrori causati dalle politiche di Mao: nei due volumi precedenti (Mao’s Great Famine e The Tragedy of Liberation) lo storico olandese aveva già fatto largo uso di documenti e testimonianze d’epoca inedite ritrovate negli archivi cinesi, ai quali lo studioso dice di aver avuto accesso con grandi difficoltà, soltanto grazie alla sua incrollabile ostinazione. “Il terrore che Mao scatenò nei suoi ultimi dieci anni di vita si rivelò per lui un grande successo – spiega – poiché gli consentì di eliminare tutti i veterani del partito che avevano iniziato a criticarlo e anche di gettare una fitta coltre di fumo negli occhi del popolo per celare i suoi insuccessi”. Fino al 1968 vi fu una drammatica escalation di violenza urbana: gli studenti inquadrati nelle Guardie rosse presero di mira soprattutto gli insegnanti, che vennero aggrediti, umiliati e picchiati in pubblico, assassinati o costretti al suicidio. Le case dei cittadini benestanti vennero assaltate alla ricerca di beni di lusso, di mobili e libri antichi, di valuta estera. Infine la Rivoluzione culturale si spostò nelle campagne causando nuovi drammi e persino episodi di cannibalismo, verificatisi nella provincia dello Guangxi e portati alla luce per la prima volta proprio dalle ricerche di Dikotter. Mao riuscì infine a incarnare l’utopia, a diventare oggetto di un vero e proprio culto della personalità, ma in ultima analisi il processo aprì la strada anche al tramonto del Maoismo. Il principale elemento di originalità del lavoro di Dikotter è lo sguardo col quale lo storico è riuscito a osservare e ad analizzare il comportamento del popolo. Il suo libro racconta come il caos favorì le delazioni e le vendette personali ma documenta anche i drammatici tentativi di sopravvivenza dei cinesi, la loro spontanea, disperata reazione a decenni di brutalità. I contadini che si ripresero le loro terre confiscate dalle comuni agricole, gli studenti che cercarono di salvare i libri destinati al rogo e poi cominciarono a leggerli di nascosto, il mercato nero che nacque spontaneamente e regolò l’economia indirizzandola in una direzione opposta rispetto a quella voluta dal capo supremo. “Tutto”, conclude, “contribuì infine a svuotare l’ideologia di Mao fino a farla implodere di fronte alle sue stesse contraddizioni”.
RM

100 anni fa l’inferno della Somme

Avvenire, 29.6.2016

PXP22_WW1A_51678752_300“Non avevamo tombe per ospitare i morti. Li sistemammo in fosse poco profonde. In un cratere di bomba si potevano far entrare dai tre ai sei cadaveri, poi ci rovesciavamo sopra la terra per coprirli. Non avevamo legno, né chiodi, né martelli, quindi non potevamo fare croci. Li coprimmo e ce ne andammo. A quei tempi la morte scavalcava l’orrore. O morte, dov’è il tuo pungiglione?” Harold Startin, soldato inglese durante la battaglia della Somme, affida a questo celeberrimo interrogativo di San Paolo, tratto dalla prima lettera ai Corinzi, tutta la sua disperazione per quello che sta accadendo intorno a lui. Alle sette di mattina del primo luglio 1916, dopo una preparazione durata mesi, l’artiglieria inglese aveva cominciato a bombardare le linee tedesche schierate lungo il fiume Somme, nella Francia settentrionale. Nel giro di un’ora, sulle postazioni nemiche erano stati lanciati duecentocinquantamila obici, seguiti dalle mine ad alto potenziale. Infine le truppe inglesi e francesi erano uscite dalle trincee lungo l’intero fronte, dando il via a una delle più lunghe battaglie della Prima Guerra Mondiale, senz’altro la più sanguinosa in termini di vite umane, con oltre un milione e duecentomila morti. Anche oggi, a un secolo esatto di distanza, la battaglia della Somme resta sinonimo di coraggio ed eroismo ma continua anche a evocare un senso di futilità e di perdita dell’innocenza collettiva di un intero continente. Solo chi la visse in prima persona può raccontare compiutamente quell’esperienza apocalittica che scaraventò centinaia di migliaia di esseri umani in un mondo al di là della morale. Per questo appare particolarmente prezioso il volume Somme. Voci dall’inferno (Giunti, pagg. 384), nel quale lo storico Joshua Levine ha raccolto le testimonianze dei soldati e degli ufficiali di entrambi gli schieramenti che ha selezionato all’interno degli archivi sonori dell’Imperial War Museum di Londra. Quello che emerge è il racconto corale di cinque mesi di combattimenti e vita di trincea, un omaggio rispettoso e commovente agli uomini che andarono all’assalto, scavarono trincee, tesero fili spinati, combatterono e morirono un secolo fa in Piccardia. “Perché sono sopravvissuto?”, si chiede il sergente Alf Razzell dei Royal Fusiliers, “ci ho pensato e ripensato tante volte. Come si possono attraversare settecento metri sotto il fuoco delle mitragliatrici senza venire colpiti?”
Per anni la storiografia si è concentrata sugli aspetti militari e strategici della Somme, ma al di là della fredda e inevitabilmente incerta contabilità delle vittime, nessuno si era mai occupato dell’enorme costo umano di quella battaglia. Il lavoro di Levine, realizzato selezionando oltre 56000 ore di interviste registrate, colma dunque un vuoto e contribuisce a ridare voce a quegli uomini provenienti da un’Europa moderna e industrializzata che furono costretti a combattere e a morire in quella spaventosa pagina della nostra storia recente. Attraverso le loro parole riprende forma la vita quotidiana nelle trincee, la lotta contro i pidocchi e i topi, il freddo e la fame, l’orrore della barbarie e della morte di massa. “Per sette giorni e sette notti i nostri soldati non avevano avuto niente da mangiare, niente da bere, ma solo fuoco continuo, obici e obici che esplodevano sopra le loro teste”, racconta un soldato tedesco. “Poi l’esercito inglese uscì dalle trincee. I nostri fucilieri strisciarono fuori dai loro bunker, con gli occhi arrossati e pesti, sporchi, iniettati di sangue. E aprirono un fuoco terribile”. Nelle file tedesche c’era anche un giovane caporale proveniente da Monaco, che in ottobre rimase ferito a una gamba. Era Adolf Hitler.
Fortemente voluta dalla Francia per alleggerire l’insostenibile pressione tedesca a Verdun e spezzare la linea di trincee tra la costa belga e il confine svizzero, la battaglia della Somme aveva messo impietosamente a nudo l’impreparazione tattica e strategica dello Stato Maggiore britannico, ma per lunghi anni la verità fu tenuta nascosta agli occhi dell’opinione pubblica. “Quello che trovavo sbagliato”, scriverà qualche tempo dopo il sottotenente inglese W. J. Brockman, “era che, benché fosse stato un fallimento completo, i giornali ne parlavano come di un successo. E il peggio era che insistevano, sapendo perfettamente di mentire”. Anche a un secolo di distanza la cronistoria della battaglia della Somme continua a suscitare soprattutto indignazione: anni fa, persino uno storico britannico rigoroso e tutt’altro che antimilitarista come John Keegan dell’Accademia militare di Sandhurst arrivò a paragonare la Somme ad Auschwitz, chiedendosi perché di fronte allo spaventoso numero di perdite umane i comandanti non presero alcuna iniziativa e fecero proseguire l’offensiva per mesi. Quella battaglia diventò una vera ecatombe a causa della migliore organizzazione delle trincee avversarie, delle difficoltà del terreno e dell’ostinazione dei comandi franco-britannici nel voler sfondare le imprendibili linee tedesche. Dalle vive parole dei soldati, all’epoca ignari di tutto ciò, emerge un senso di ineluttabilità che rende ulteriore giustizia al loro sacrificio. Come fa notare lo storico Nicola Labanca nell’introduzione, per l’Italia la battaglia della Somme è meno rilevante rispetto ai combattimenti sul Carso, a Vittorio Veneto, a Caporetto, ma rappresenta un evento centrale della recente storia europea. Questo libro racconta l’orrore assoluto ma anche la speranza che riesce a fargli da contraltare, rappresentata simbolicamente dalla storia dei due soldati – un inglese e un tedesco – che si ritrovano insieme dentro a un cratere e cominciano a lottare per ammazzarsi, ma alla fine si rendono conto che non è il caso di sprecare altre vite umane e si stringono la mano.
RM

Irlanda, pace a rischio con la Brexit?

Avvenire, 25.6.2016

Tony Blair e Bill Clinton, i principali artefici degli Accordi di Pace del Venerdì Santo del 1998, erano stati i primi a paventare le conseguenze della Brexit sulla fragile architettura istituzionale dell’Irlanda del Nord. Un paio di settimane fa, nel corso di una conferenza all’università di Derry, l’ex primo ministro britannico Tony Blair aveva detto che l’uscita della Gran Bretagna dall’UE avrebbe messo seriamente a rischio la pace e la stabilità della provincia, costruite con grande sforzo e consolidate in seguito con altrettanta difficoltà. L’ex presidente statunitense Bill Clinton, grande regista dello storico accordo di diciotto anni fa, aveva invece confessato al New Statesmen le sue preoccupazioni sulla tenuta della pace in Irlanda del Nord in caso di voto favorevole alla Brexit. I timori di Blair e di Clinton, ai quali si era aggiunto l’ex premier conservatore John Major – anch’egli impegnato a suo tempo nel processo di pace –, erano stati liquidati come “allarmistici” dal ministro britannico per l’Irlanda del Nord Theresa Villiers, secondo la quale l’uscita di Londra dall’UE, peraltro da lei auspicata, non avrebbe necessariamente richiesto il ripristino di una frontiera tra le due Irlande, triste retaggio dei lunghi anni del conflitto. Ma secondo quanto previsto dalla legislazione europea, sarà inevitabile limitare la libera circolazione di persone e merci e il risorgere di quella frontiera porrà non pochi interrogativi sul processo di pace, che era incentrato anche sulla sua graduale eliminazione. I rapporti tra Londra, Dublino e Belfast dovranno essere ridisegnati secondo quanto prevedono gli stessi accordi, sempre che la Brexit non abbia tra i suoi effetti collaterali anche quello di favorire un terremoto istituzionale all’interno della stessa Gran Bretagna.
Gli elettori nordirlandesi, in assoluta controtendenza con il resto del paese, si sono infatti espressi chiaramente a favore della permanenza nell’UE (56% del totale con 11 collegi elettorali su 18), legittimando il vicepremier dell’Irlanda del Nord Martin McGuinness a invocare a gran voce un altro referendum, stavolta per la riunificazione l’isola, la cui divisione fu imposta da Londra nel lontano 1921. “L’esito del voto ha dimostrato che il governo britannico non ha più alcun titolo per rappresentare gli interessi politici ed economici della nostra gente”, ha detto. Il suo partito Sinn Féin, pur antieuropeista, aveva chiesto in campagna elettorale di votare per il Remain, spiegando che l’uscita dall’UE sarebbe stata una catastrofe per i lavoratori e per tutta l’economia della regione. Ma il primo ministro nordirlandese Arlene Foster, esponente del principale partito unionista DUP, ha ribadito anche a urne chiuse di avere un’opinione diametralmente opposta, ha rassicurato i cittadini e ha accusato McGuinness di opportunismo. La Brexit rischia dunque di creare una spaccatura insanabile all’interno dell’esecutivo di Belfast, nato appena un mese fa e incentrato come i precedenti sulla condivisione dei poteri tra i due partiti Sinn Féin e DUP, rimettendo in discussione il fragile status quo politico raggiunto negli ultimi anni ed esacerbando le tensioni tra le due comunità. Quanto al referendum sulla riunificazione dell’Irlanda, solo il ministro Villiers può indirlo, ma ha fatto sapere che al momento mancano i presupposti politici per farlo.
RM

Bosnia, il revisionismo trasversale dei media italiani

di Guido Rampoldi

Figlio dello spirito del tempo, avanza a grandi passi un revisionismo traversale per il quale i musulmani di Bosnia profittarono della guerra (1992-1995) per far entrare in Europa legioni di jihadisti: e perciò sarebbero responsabili della penetrazione islamista nei Balcani, tuttora in corso. Questo singolare rovesciamento, per il quale le vittime diventano i colpevoli, era già stato abbozzato a suo tempo da La Stampa di Torino, che definiva ‘hezbollah’ i soldati bosniaci, intesi come sanguinari fondamentalisti. Rilanciato da un analista militare apprezzato dai neocons, John Schindler, adesso ispira un intervento del generale Mario Arpino, ex capo di stato maggiore, pubblicato dal prestigioso Istituto affari internazionali.
La tesi è la seguente: il presidente bosniaco Alija Izetbegović (autore, ricorda Arpino, della ‘Dichiarazione islamica’) avrebbe offerto “ai propri amici mujaheddin internazionali un campo di battaglia dove continuare ad esercitarsi alla jihad. In definitiva, è lui che avrebbe importato e consapevolmente sviluppato, contagiando anche una parte della gioventù bosniaca, l’estremismo integralista musulmano nell’Europa balcanica”. Di torme di jihadisti accorse in Bosnia narra anche uno storico, di solito rigoroso, come Sergio Romano, secondo il quale Izetbegovic voleva “islamizzare i musulmani”, ragione per cui in Bosnia convennero guerrieri provenienti “da tutte le jihad che si stavano predicando o combattendo in Africa e in Medio Oriente”. Quanti jihadisti? Duemila, azzarda un reportage de Il Corriere della Sera. In ogni caso la tesi che attribuisce alla Bosnia in guerra “una leadership fondamentalista islamica” (così il filosofo marxista Alberto Burgio su Il Manifesto) sembra ormai traversare l’intera geografia destra-sinistra, ripristinando la trasversalità di quel ‘partito dell’inazione’ che durante la guerra saldò destre e sinistre.
Il secondo elemento cui si affida il revisionismo è l’odio etnico, un impulso spontaneo che, a quanto scrivevano i giornali già durante la guerra, divorava da secoli serbi, croati e musulmani. Il problema è che in una società spaccata dall’odio etnico non avvengono matrimoni misti, mentre nelle maggiori città bosniache prima della guerra erano una percentuale altissima, in media il 10%, quante oggi le coppie ‘multi-etniche’ in Gran Bretagna, Paese che non pare sull’orlo della guerra civile. In realtà l’odio – un odio così antico e generalizzato che nessun intervento esterno avrebbe potuto placare – era il pretesto che occorreva ai governi europei. Ammettere che il conflitto avesse natura politica, che opponesse un aggressore, il nazionalismo etnico, e un aggredito, la Bosnia pluri-etnica, comportava per l’Europa l’obbligo di assumersi responsabilità e rischi per difendere i Musulmani, una prospettiva impopolare nel continente. La tesi dell’odio toglieva i governi dagli impacci. Perfino la Bbc finse di non capire che la guerra era organizzata e ispirata da Belgrado e da Zagabria, come più tardi confermarono le sentenze del Tribunale dell’Aja (sul ruolo del presidente croato Tudjman, sottratto alla giustizia internazionale da una morte tempestiva, parla a sufficienza la motivazione della sentenza contro il suo sodale Jadranko Prlic).
Quanto poi alla tesi di Arpino, posso offrire la mia testimonianza di inviato speciale. In quei tre anni e mezzo il mitissimo islam bosniaco non emise una sola fatwa per incitare alla guerra santa contro gli aggressori ‘cristiani’. Non si palesarono predicatori salafiti (e quando ne apparve uno, nel 2006, fu invitato a sloggiare con un manifesto letto in tutte le moschee bosniache). Gli ‘hezbollah’ spacciati dalla Stampa erano i laicissimi soldatini del V corpo. Gli eserciti di guerrieri jihadisti assommavano a una cinquantina di assassini acquartierati nell’ex fabbrica dei fiammiferi di Travnik, detestati dalla popolazione musulmana e indipendenti dalle Forze armate bosniache, il cui capo, il generale Jovan Diviak, era uno jugoslavista serbo. La ‘Dichiarazione islamica’ di Izetbegovic precede di 22 anni la guerra, e vi si leggono affermazioni come: “Al posto di odiare l’Occidente, dobbiamo proclamare la necessità della cooperazione”. Il governo di Sarajevo fece il possibile perché la Repubblica mantenesse un carattere pluri-etnico, indispensabile ai Musulmani per evitare la sorte cui li candidavano i nazionalismi serbo e croato, essere ridotta ad un Bantustan islamico. Dunque il revisionismo spartisce poco con la storia e molto con la cattiva coscienza.
In realtà la Bosnia progettata a Sarajevo era una versione liberale della Jugoslavia, federazione multietnica anch’essa smantellata dai nazionalismi serbo e croato (con un aiuto europeo indiretto, ma sostanziale). All’inizio del conflitto bosniaco le Nazioni unite vararono, anche su impulso di governi europei, un embargo sulle armi che colpiva unicamente gli aggrediti. In Italia non si tenne neppure una manifestazione contro le pulizie etniche serbe e croate, che pure avvenivano sotto i nostri balconi. Quasi tutta l’informazione e la politica si attennero alla rappresentazione del ‘conflitto etnico’ per il quale tutti erano colpevoli (e nascosero il ruolo della Croazia di Tudjman, in precedenza celebrato come il campione della cristianità e del liberalismo opposto all’Oriente ‘serbo-comunista’); virarono all’improvviso quando gli americani decisero di intervenire; e infine preferirono non vedere la violenta espulsione di duecentomila serbi dalla Kraijna, il prezzo per il quale la Croazia mollò la presa sul pezzo di Bosnia che di fatto aveva annesso. Beninteso, l’intervento Nato obbediva innanzitutto a una priorità geopolitica, affermare sul campo il diritto dell’Alleanza di estroflettersi fuori dai propri confini. Ma pose fine ad una guerra che aveva prodotto centomila morti, per i due terzi Musulmani o jugoslavisti. Ora il revisionismo suggerisce implicitamente che l’intervento fu un errore, sarebbe stato meglio se la Nato avesse lasciato il conflitto al suo decorso “naturale” e si fosse combattuto fino all’ultimo Musulmano. Un tempo era la tesi di vari orecchianti, oggi pare annunciare il nuovo ‘realismo’ politically correct.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

La memoria corta di Roddy Doyle

doyleAvvenire, 21.6.2016

Roddy Doyle è un grande scrittore ma ha qualche problema con le interviste. Nel 2004, in occasione del centenario del Bloomsday, sentenziò che l’Ulisse di Joyce era un libro prolisso e sopravvalutato, poi rivelò di aver letto soltanto tre pagine di Finnegans Wake, definendola una terribile perdita di tempo. Stavolta si è spinto ben oltre un giudizio letterario più o meno opinabile, pronunciando parole scellerate in un’intervista uscita sabato scorso su Tuttolibri de La Stampa. Da molti considerato il più grande scrittore irlandese contemporaneo, Doyle ha dimostrato di avere una memoria insolitamente corta. Non si spiega altrimenti quanto ha dichiarato a Elisabetta Pagani in occasione dell’uscita in Italia del suo nuovo romanzo. “Vorrei morire guardando una partita di calcio”, ha dichiarato l’autore di romanzi best-seller come The Commitments, Paddy Clarke ah ah ah! e Una stella di nome Henry. La partita Italia-Irlanda che si giocherà mercoledì per i campionati europei di calcio non può non far tornare alla memoria quello che accadde il 18 giugno 1994 a Loughinisland, piccola località a soli 150 chilometri da Dublino. Quel giorno sei cattolici irlandesi – Adrian Rogan, Patrick O’Hare, Eamon Byrne, Malcolm Jenkinson, Daniel McCreanor e Barney Green – morirono in un pub proprio guardando una partita di calcio: era Italia-Irlanda dei mondiali del 1994. Prima che l’arbitro fischiasse la fine, un commando di paramilitari del gruppo unionista protestante UVF irruppe nel locale e aprì il fuoco a sangue freddo, uccidendo sul colpo i sei malcapitati e ferendo gravemente altre cinque persone.img2.thejournal.ie

Erano gli ultimi, cruciali mesi del conflitto in Irlanda del Nord. Impossibile che Doyle non ricordi quei fatti, che all’epoca suscitarono un’enorme ondata di commozione con messaggi di cordoglio provenienti da tutto il mondo, anche da papa Wojtyla. Ed è ancora più impensabile che non abbia letto i giornali del suo paese, che appena una settimana fa hanno dato grande risalto alla notizia della pubblicazione del rapporto del Difensore civico della polizia sulla strage di Loughinisland. Le indagini dell’Ombudsman Michael Maguire hanno confermato quello che i familiari delle vittime ripetevano da tempo, cioè che fu l’ennesimo caso di collusione tra i paramilitari protestanti e le forze dell’ordine nordirlandesi, che insabbiarono le indagini anche per proteggere un loro informatore. Diceva Sepùlveda che ‘un popolo senza memoria è un popolo senza futuro’. Chissà se vale anche per gli scrittori.
RM

Londra caput Europae

Avvenire, 21.6.2016

“A quanto dicono sembra quasi che l’Inghilterra non faccia parte dell’Europa”. Nel XVIII secolo il grande filosofo Edmund Burke, critico nei confronti della Rivoluzione francese, rispondeva così a chi sosteneva che quanto stava accadendo in Francia non avrebbe avuto alcuna conseguenza sull’Inghilterra, semplicemente perché era un’isola. Secondo Burke, passato alla storia come il Cicerone britannico, era vero il contrario: Londra era il cuore dell’Europa, oltre che la capitale di un immenso impero nato essenzialmente dalle rivalità tra gli stati europei. Burke era in realtà di origini irlandesi, proprio come lo storico contemporaneo di Cambridge Brendan Simms, che ha ripreso anche le riflessioni del grande pensatore del ‘700 per costruire la sua storia dei rapporti tra l’Inghilterra e l’Europa con l’obiettivo di dimostrare quanto sarebbe anti-storica un’uscita di Londra dall’UE in seguito al referendum del prossimo 23 giugno. Studioso noto per le sue capacità di collegare l’analisi storica con l’attualità, anni fa Simms pubblicò un libro che fece scalpore, nel quale condannava la politica estera britannica durante la guerra in Bosnia sostenendo che in quell’occasione furono ripetuti gli errori commessi con Hitler nel 1938.
Brexit-EU-remainIn questo nuovo autorevole saggio (Britain’s Europe. A Thousand Years of Conflict and Co-operation, Penguin, pagg. 352) lo studioso di Cambridge esamina invece i profondi e plurisecolari legami che rendono ormai inscindibile il rapporto tra l’Inghilterra e il continente europeo. Legami che risalgono ai tempi della Cristianità medievale, e che videro l’Inghilterra nascere dalle lotte contro i Vichingi per poi consolidare la propria identità nazionale in risposta alle minacce provenienti dall’altra parte della Manica, da Filippo II a Luigi XIV, da Napoleone alla Germania imperiale. Un rapporto sempre biunivoco, considerando il ruolo cruciale giocato dalla Gran Bretagna nell’equilibrio dei poteri sul continente. Il legame di carattere territoriale con l’Europa, sostiene Simms, fu perduto alla metà del XV secolo, al termine della guerra dei Cento anni, una data che da sempre la storiografia prende come punto di riferimento per segnare la fine del Medioevo europeo. Ma quello stesso legame fu poi recuperato all’inizio del ‘700, quando il casato di Hannover, di origine tedesca, succedette agli Stuart sul trono britannico governando ininterrottamente per quasi due secoli, da Giorgio I a Vittoria. La tesi di questo libro sembra dunque dare pienamente ragione al primo ministro inglese David Cameron che alcune settimane fa, per sostenere il suo ‘no’ deciso alla Brexit, ha affermato che l’uscita della Gran Bretagna dall’UE costituirebbe persino una minaccia alla pace, e ha citato in questo senso le antiche guerre con la Spagna e la Francia, dalla Invincibile Armata alla battaglia di Blenheim, da Trafalgar a Waterloo.
Ma nel corso dei secoli non furono soltanto le guerre a consolidare un concetto di Europa del quale anche l’Inghilterra è da sempre parte integrante: il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda, ad esempio, fu creato come unione parlamentare proprio in risposta alle influenze e alle pressioni provenienti dal sistema politico europeo. Simms contesta dunque apertamente le argomentazioni di quegli storici che anche in epoche recenti hanno sottolineato il carattere ‘insulare’ della storia britannica – come se le differenze geografiche, da sole, bastassero per scavare un solco geopolitico e strategico – e afferma al contrario che la storia dell’Inghilterra, e poi della Gran Bretagna, è stata essenzialmente una storia ‘continentale’ poiché costante è stata la centralità dell’Europa nella storia britannica, i cui destini sono stati indirizzati e modellati proprio dai rapporti col resto d’Europa.
A suo avviso, l’eventuale uscita di Londra dall’Europa non sarebbe soltanto anti-storica ma anche controproducente, poiché creerebbe un inevitabile effetto domino – con altri paesi che deciderebbero di andarsene – nonché seri rischi per la sicurezza di tutto l’Occidente. L’articolato excursus storico contenuto nei primi otto capitoli del libro si rivela così l’architrave delle sue conclusioni di carattere strettamente politico. Oggi che l’Europa sta vivendo una delle sue crisi più gravi dal 1945, stretta tra la minaccia del terrorismo internazionale, l’autoritarismo russo e una crisi economica senza precedenti – sostiene Simms -, tornano di grande attualità le parole pronunciate da Winston Churchill all’Università di Zurigo il 19 settembre 1946, cioè il suo famoso Appello agli Stati Uniti d’Europa. “Se l’Europa dev’essere salvata da una miseria senza fine e dalla rovina finale – disse l’ex primo ministro conservatore – è necessario un atto di fede nella famiglia europea e un atto di oblio verso tutti i crimini e le follie del passato”.
Non solo Londra non deve assolutamente lasciare l’UE, afferma lo storico di Cambridge, ma deve farsi promotrice di un’unione federale sul modello degli Stati Uniti d’America, un’unione fiscale e militare formata dai paesi della zona euro. Quanto alla Gran Bretagna e agli altri paesi fuori dall’unione monetaria, questi manterrebbero legami di carattere confederale col continente attraverso la difesa, ovvero tramite la Nato. È qui che l’affascinante ricostruzione storica da lui compiuta attraverso i secoli cede il passo a un’argomentazione politica che appare discutibile, specie in un momento come questo, con i paesi dell’UE costretti a fare fronte a un elettorato sempre più euroscettico e al proliferare dei nazionalismi in Grecia, in Ungheria, in Polonia, ma anche in Francia e in Olanda. E dunque assai poco disposti a ulteriori cessioni di sovranità.
RM

Haiti, la dignità del paese ‘magico’

Avvenire, 5.6.2016

Tra i sopravvissuti del terrificante sisma di Haiti del 2010 c’è una donna che da quel maledetto 12 gennaio ha smesso di andare a messa. “È Gesù che deve venire a trovarmi – ha spiegato – perché è lui che ha qualcosa da farsi perdonare”. Oltre a creare morte e devastazione, il terremoto ha messo a dura prova la fede di un popolo che non ha mai perso la speranza di fronte a colpi di stato, uragani, terremoti e tanta miseria. “Il morale della mia gente resta sempre alto, anche nel buio più profondo”, ci dice il più grande scrittore haitiano, Dany Laferrière, arrivato in questi giorni a Firenze per partecipare alla fase finale del premio Von Rezzori. Il suo libro Tutto si muove intorno a me (66thAnd2nd, traduzione di Giuseppe Girimonti Greco e Francesca Scala) è nella cinquina dei finalisti dalla quale mercoledì 8 giugno uscirà il vincitore di questa decima edizione del premio. imagesFiglio di un esule, Laferrière vive in Canada da quando, perseguitato dalla dittatura, fu costretto a scappare dal suo paese. Dalla fine del regime di Duvalier ha fattoo ritorno sempre più spesso a Haiti, e il giorno del terribile sisma di sei anni fa si trovava a Port-au-Prince per partecipare a un festival. Era seduto con gli amici in un ristorante quando sentì la prima scossa. Senza neanche accorgersene si ritrovò in mezzo a una catastrofe che in pochi minuti cancellò migliaia di vite e ridusse in macerie un intero paese. Si salvò, ma il destino lo costrinse a calarsi nuovamente nel ruolo di cronista – mestiere che aveva svolto in gioventù – per raccogliere lo sgomento e il dolore del suo popolo di fronte a quell’immane tragedia. È così che è nato Tutto si muove intorno a me, un libro straordinario che non è né un romanzo, né un reportage, bensì un mosaico di aneddoti, racconti, versi poetici e ricordi tra realtà, finzione e immaginazione. “Questa gente – scrive – è talmente abituata a procurarsi di che vivere in condizioni difficili che porterà la speranza perfino all’inferno”. Ma ci voleva la sua scrittura, capace di dare forma a un caleidoscopio di suoni, voci, colori e odori, per raccontare la grandiosa dignità del popolo haitiano all’indomani del terremoto.
Autore di una ventina di libri (in settembre arriverà anche la traduzione italiana del suo romanzo L’arte pressoché perduta del dolce far niente, sempre per l’editore 66thAnd2nd), Laferrière è il secondo scrittore nero della storia ammesso tra gli Immortali dell’Académie Francaise. Prima di lui soltanto Léopold Senghor, simbolo dell’indipendenza del Senegal, era stato capace di entrare nella celebre istituzione culturale creata nel 1635 dal cardinale Richelieu per salvaguardare la lingua e la grammatica francese.
Il ritorno al paese natale e il confronto continuo con le proprie radici sono temi ricorrenti nella sua letteratura. Eppure non le piace essere definito uno scrittore in esilio, perché?
Perchè credo che quando si scrive si sia sempre in esilio. Questa distanza è necessaria per vedere meglio quello che si sta scrivendo. Ogni scrittore è di fatto un esiliato. Non esiste una sola forma di esilio. C’è l’esilio del tempo, che è più spietato di quello dello spazio. Si può ritrovare un paese dopo averlo lasciato, ma mai la propria infanzia. Il fatto di essere tutti in esilio cancella l’espressione ‘letteratura in esilio’. Penso che a volte si tenda a categorizzare gli scrittori per sminuirli.
Qual è l’importanza della lingua e della cultura di Haiti nella storia della resistenza del suo popolo alla dittatura e alle catastrofi che ha vissuto anche in epoche recenti?
Credo che la mia gente abbia uno spirito di resistenza innato. E anche una certa eleganza. La nostra storia è stata forgiata nel fuoco della guerra contro gli eserciti di Napoleone che sfociò nell’indipendenza di un popolo di schiavi, la prima nella storia dell’umanità. Abbiamo il creolo, una lingua che ha permesso la coesione sociale degli schiavi nel periodo coloniale e il vudù, una religione che ha consentito agli schiavi di spaventare i padroni e di riappropriarsi dello spazio della notte. Ma Haiti non si è seduta su questi tre capisaldi (il creolo, il vudù e l’indipendenza) per affrontare la tempesta della vita. Quello che ha sbalordito il mondo dal terremoto del 2010 non è stata solo la catastrofe in sé, ma il modo in cui gli haitiani l’hanno affrontata.
E qual è invece, nello stesso senso, l’importanza della religione per il popolo haitiano?
È sia positiva che negativa. Positiva per esempio, quando il vudù coagula attorno a sé tutta una cultura: canti sacri, complessi rituali, pantheon di divinità, farmacopee. In breve, un’arte di vivere. Negativa invece quando, per esempio lo stesso vudù si allea con la classe dirigente per associare un potere spirituale al potere materiale del dittatore. Quando i sacerdoti vudù diventano degli informatori della polizia della dittatura. La chiesa cattolica che rifornisce il paese di religiosi che insegnano in tutte le città del paese, è la stessa chiesa che a volte ha legittimato la borghesia. Dunque ci sono lati positivi e negativi. Mia madre dice sempre che ‘Dio è l’unico medico la cui clinica è sempre aperta, giorno e notte’. E lo dice in un paese praticamente privo di ospedali, soprattutto dopo il terremoto.
Lei ha denunciato la ‘guerra semantica’ che da sempre colpisce il suo paese. In tempi recenti Haiti è stato addirittura definito un paese ‘maledetto’. Se lo dovesse descrivere lei, con un aggettivo, quale userebbe?
Haiti non è un paese maledetto, ma è un paese ‘magico’. Basti pensare ai pittori primitivi che mostravano sempre un universo colorato, un paesaggio verde dove gli alberi sono pieni di giganteschi frutti succosi, i fiumi rigogliosi di pesci, una natura umana semplice e allegra. Il paese sognato dai pittori, ma anche un paese vero perché nonostante le difficoltà della vita quotidiana e la terribile miseria, le persone sono cortesi, eleganti, splendide. Un paese che sa cosa significa resistere.
Perché ritiene che l’Occidente si sia sempre rifiutato di riconoscere la nascita di Haiti? E che conseguenze ha avuto questo sulla storia recente del suo paese?
Haiti è stata ribattezzata la “prima repubblica nera della storia”, ma è una definizione che spesso ha irritato i vecchi colonizzatori che talvolta si rifiutano di riconoscerne l’indipendenza. Questo non ha alcuna conseguenza sugli haitiani, che sono ben coscienti della loro identità, ma a volte ciò li ha esclusi dal resto del mondo. Viviamo questa situazione difficile da oltre due secoli. Suscitiamo l’interesse del mondo solo quando ci sono gli uragani o i terremoti. Catastrofi dalle quale ci rialziamo subito perché siamo abituati da sempre ad affrontarli. La ricostruzione materiale del paese è ancora molto difficile ma la ricostruzione umana è stata eccellente. Il morale del mio popolo è sempre alto, anche nel buio più profondo.
RM

Hitler: umano troppo umano

hitler-xlarge_trans++LJITaACxRb6RmwZ6WleaDeffBTAY9rC9dzAM4z28kdoAvvenire, 19.5.2016

Nel 1934 un solerte funzionario del Ministero delle Finanze tedesco fu rimproverato duramente per aver scoperto che il nuovo Cancelliere aveva un debito di oltre 400.000 marchi nei confronti dell’Erario. Da quel momento in poi, una legge avrebbe esentato Adolf Hitler dal pagamento delle imposte. Quello che si era presentato al popolo come un leader umile, dal 1937 avrebbe cominciato a percepire anche una percentuale sulla vendita dei francobolli stampati con la sua effigie. Fin dai primi anni al potere era stato un amante del lusso che possedeva i più costosi modelli di Mercedes e spendeva l’equivalente odierno di migliaia di euro in camere d’albergo. Intorno a un caleidoscopio di piccoli e apparentemente banali particolari sulla sua vita privata si intesse la trama della nuova monumentale biografia del Fuhrer, Hitler: A Biography – Volume One: Ascent 1889-1939 scritta dallo storico tedesco Volker Ullrich. È il primo ritratto di Hitler scritto da uno studioso tedesco dopo il classico di Joachim Fest del 1973, ed è assai rilevante perché per la prima volta si concentra sull’“uomo” Hitler respingendo con forza la tesi degli studiosi che l’hanno definito uno psicopatico e un essere fuori dall’ordinario. Ullrich, già autore di apprezzatissime biografie su Napoleone e Bismarck, basa la sua narrazione sul materiale desecretato dagli archivi negli ultimi quarant’anni e sui racconti di persone vicine a Hitler ai tempi dell’adolescenza per delinearne i tratti caratteriali del tutto umani, senza che questo rischi di relativizzare i suoi crimini. Al contrario: ritiene che sia impossibile comprenderli appieno senza analizzare a fondo la sua complessa personalità. A lungo, dal Dopoguerra a oggi, Hitler è stato visto dagli storici come una sorta di alieno sceso sulla Terra per creare catastrofi. Un elemento che ha accomunato i lavori pionieristici del giornalista bavarese Konrad Heiden – l’inventore dell’epiteto “nazista” – e dello storico Alan Bullock, ma anche il più recente lavoro del britannico Ian Kershaw oltre alla già citata biografia di Joachim Fest, ancora oggi considerata da molti il miglior ritratto psicologico e caratteriale del dittatore nazista. Ma nel libro di Fest traspare la ripugnanza dell’autore nei confronti di Hitler, considerato un malato di mente sulla base dell’assunto che nessuna considerazione umana e nessuna riflessione legata a ragioni morali gli apparteneva. Kershaw era invece interessato in primo luogo alle strutture sociali che resero possibile il “fenomeno” Hitler, e per questo antepose i rapporti di potere alle persone attraverso un approccio storico-sociologo. Ullrich mette invece in primo piano l’uomo, descrivendo il terribile fascino che suscitava nelle masse, un fascino però artefatto, teatrale, al pari dei suoi proverbiali scoppi d’ira, costruiti ad arte per generare terrore in primo luogo nei suoi uomini. Seguendo un filo rigorosamente cronologico, Ullrich mostra il futuro Fuhrer, appena ventenne e senza un futuro davanti, che alloggia in un rifugio per senza fissa dimora a Vienna, nel 1909, e che appena trent’anni dopo sarà diventato il più potente leader politico sulla faccia della Terra, alla guida di un impero di dimensioni mostruose. Ma quell’uomo piccolo, ipocrita, la cui sincerità traspare soltanto in rarissime circostanze, sarebbe rimasto ai margini della società se non fosse stato per le drammatiche conseguenze sociali della Prima guerra mondiale, le riparazioni imposte alla Germania, la crisi economica e identitaria che travolse il suo paese in quegli anni. Ullrich respinge con decisione l’ipotesi formulata da alcuni studiosi circa la sua presunta omosessualità, lo descrive come un uomo senza una vita privata, un lettore compulsivo di libri su arte, architettura, filosofia, ed esclude che sia stato un fervente antisemita fin dagli anni giovanili a Vienna. Rivela infatti che in gioventù Hitler conviveva nei pensionati con compagni di stanza ebrei e mostrava grande rispetto per un anziano dottore di famiglia ebreo. L’odio viscerale, ai confini della nevrosi, nei confronti degli ebrei si sarebbe manifestato soltanto in seguito, negli anni trascorsi a Monaco dopo la fine della Grande guerra. Già diventato un best seller in Germania e adesso tradotto in inglese, il primo volume di questa biografia si conclude nel 1939, al cinquantesimo compleanno del Fuhrer, con l’Olocausto alle porte. Il secondo uscirà in Germania nel 2017.
RM

il blog di Riccardo Michelucci