Fame di ideali

BobbySands375_300“Se morirò, Dio capirà”: è quanto disse Bobby Sands al giornalista dell’Irish Times Brendan Ó Cathaoir che andò a intervistarlo in carcere il 3 marzo del 1981, il terzo giorno dello sciopero della fame che l’avrebbe portato alla morte due mesi più tardi. Appena 27enne, rinchiuso nel braccio di massima sicurezza di Long Kesh, a Belfast, dove stava scontando una pena a quattordici anni per possesso di arma da fuoco, Sands chiarì in quell’occasione di essere disposto a morire per i suoi ideali. A qualunque costo. Non servì a niente neanche l’appello di papa Woytjla, che tramite il vescovo John Magee gli recapitò un messaggio chiedendogli d’interrompere il digiuno. Quello sciopero che attirò l’attenzione del mondo intero culminò il 5 maggio di quell’anno con la fine di Sands ma proseguì anche nei mesi successivi con la morte di altri nove detenuti irlandesi, cambiando per sempre la natura del conflitto anglo-irlandese, avviandolo verso un lungo ma irreversibile processo conclusivo. Da quel momento in poi, Bobby Sands e gli altri martiri del ‘blocco H’ furono trasfigurati in icone della lotta di liberazione irlandese, in parte disumanizzati per divenire simboli universali di quel terribile scontro carcerario. Esattamente 35 anni più tardi, ormai trascorso un periodo di tempo sufficiente per garantire il giusto distacco emotivo da quei fatti, è uscito in Gran Bretagna 66 Days, uno splendido documentario firmato dal regista Brendan J. Byrne che riesce per la prima volta a raccontare Bobby Sands per immagini anche attraverso un uso innovativo dei diari nei quali annotò le ultime memorie dalla prigione. Prima che le sue condizioni di salute iniziassero ad aggravarsi in modo irreversibile, il rivoluzionario-poeta raccontò i primi diciassette giorni del suo sciopero della fame scrivendo in clandestinità, su minuscoli pezzi di carta igienica, alcune delle pagine più toccanti della letteratura carceraria del ‘900. “Sto qui, sulla soglia di un altro mondo palpitante. Possa Dio avere pietà della mia anima”, scrisse all’inizio del suo diario, “Sono pieno di tristezza perché so di aver spezzato il cuore della mia povera madre e perché la mia famiglia è stata colpita da un’angoscia insopportabile. Ma ho considerato tutte le possibilità e ho cercato con tutti i mezzi di evitare ciò che è divenuto inevitabile: io e i miei compagni vi siamo stati costretti da quattro anni e mezzo di vera e propria barbarie. Sono un prigioniero politico. Sono un prigioniero politico perché sono l’effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra”. Costruito come un conto alla rovescia verso la fine, 66 Days scorre giorno per giorno gli oltre due mesi di autoprivazione del cibo che condussero Sands alla morte. Lo fa alternando in modo magistrale una drammatica ricostruzione scenica interpretata dall’attore originario di Belfast Martin McCann, uno straziante repertorio iconografico e una serie di interviste non solo agli amici e agli ex compagni di prigionia di Sands ma anche ad alcuni protagonisti dell’epoca, come l’ex secondino di Long Kesh Dessie Waterworth e il giornalista Charles Moore, biografo di Margaret Thatcher. Trovando un giusto equilibrio tra le voci repubblicane e l’analisi storica, 66 Days ha dunque il grande merito di riuscire per la prima volta a inquadrare quei fatti in una prospettiva storica. Non ci erano riuscite, per la loro stessa natura, due importanti opere di finzione realizzate in passato, il recente Hunger – interpretato da Michael Fassbender con la regia di Steve McQueen, premiato a Cannes nel 2008 – e Some Mother’s Son (La scelta d’amore) di Terry George, del 1996. Rispetto a queste due pur intense prove cinematografiche, il lavoro di Byrne rende finalmente giustizia appieno alla figura di Sands e alla sua lotta per la libertà.
Nato nel 1954 alla periferia di Belfast e costretto giovanissimo, insieme alla sua famiglia, ad abbandonare la propria abitazione a causa delle violenze e degli attacchi settari contro la comunità cattolico-nazionalista dell’Irlanda del Nord, poi costretto ad abbandonare il lavoro per lo stesso motivo, si avvicina all’IRA appena diciottenne, nel 1972, durante l’anno più nero del conflitto angloirlandese. Quando finisce in carcere è un giovane volontario come tanti altri e niente fa presagire che di lì a poco, ristretto in un brutale regime carcerario, emergerà la sua statura di leader che lo porterà a guidare i compagni alla riscoperta delle loro tradizioni, della loro cultura, attraverso un percorso interiore che diventerà tutt’uno con la lotta carceraria, esprimendosi con l’arma nonviolenta e ancestrale del rifiuto del cibo, come gli antichi eroi gaelici. Durante lo sciopero, a poche settimane da una fine che appare ogni giorno sempre più ineluttabile, Sands viene eletto al parlamento di Westminster nel corso di una drammatica tornata elettorale suppletiva, che lo vede aggiudicarsi il seggio di Fermanagh South Tyrone con oltre trentaduemila preferenze. Ma neanche quello basta a salvargli la vita – poiché Londra non cede alle richieste dei prigionieri irlandesi – ma riesce invece a cambiare il corso della storia irlandese, portandola una volta per tutte verso una dinamica elettorale che arriverà infine a escludere l’uso delle armi. Il film di Byrne ricostruisce in modo esemplare quelle settimane drammatiche senza dimenticare che in quegli stessi giorni l’IRA uccise una giovane madre, Joanne Mathers, solo per aver contribuito alla campagna elettorale dell’avversario di Sands. I decenni trascorsi da allora hanno favorito un certo distacco ma non sono stati sufficienti a sopire del tutto le tensioni dell’epoca. Alcuni parlamentari unionisti-protestanti hanno contestato la concessione di fondi pubblici per la realizzazione del documentario nel quale colpisce, ancora una volta, l’assenza di alcune voci. Anche in questa occasione la famiglia di Sands si è infatti rifiutata di partecipare al progetto. La madre, le sorelle e il figlio Gerard, oggi quarantenne, non hanno voluto prendere parte a un lavoro orchestrato dal Bobby Sands Trust, la fondazione che detiene i diritti d’autore sugli scritti di Sands, e che loro accusano da tempo di agire con scarsa trasparenza e a scopo di lucro.
RM

(“Avvenire”, 28.8.2016)

Duffy’s Cut, una storia di odio verso i migranti

Avvenire, 24.8.2016

Ci sono vicende sepolte in un passato lontano e cancellate dalla storia che a volte possono riemergere dall’oblio come un fiume carsico, e diventare un tragico monito per il presente. Quasi due secoli fa, lungo un anonimo tratto della ferrovia statunitense che porta a Philadelphia si consumò uno degli episodi più terribili e misteriosi dell’emigrazione irlandese cattolica negli Stati Uniti. Gran parte dei pendolari che ancora oggi partono tutte le mattine dalla stazione della piccola cittadina di Malvern – poco meno di tremila anime – sui treni diretti nella vicina capitale della Pennsylvania ignorano che lì vicino una grande targa ricorda i 57 immigrati irlandesi che morirono per posare quelle rotaie. Ma neanche la storia raccontata da quell’insegna nera potrebbe aiutarli a comprendere fino in fondo il dramma che si consumò in quel luogo nell’agosto del 1832. La targa, posta in mezzo agli alberi appena una decina d’anni fa, si limita infatti a spiegare che quei lavoratori morirono a causa di un’epidemia di colera e delle cure che furono negate loro a causa dei pregiudizi contro i cattolici irlandesi. Non c’è niente di meglio di una tragica fatalità, nella forma salvifica e rassicurante di uno dei flagelli del XIX secolo, per rimuovere un dramma cancellato dalla memoria collettiva e lavare la coscienza di un’intera comunità.
duffy375_52308846_300 Tutto ebbe inizio il 23 giugno di quell’anno, quando al porto di Philadelphia attraccò una nave proveniente dall’Irlanda. A bordo c’erano quasi duecento persone provenienti dalle contee irlandesi di Donegal, Derry e Tyrone. Uomini giovani, alcuni poco più che ventenni, e anche qualche donna, alla ricerca di una nuova vita lontana dalla miseria della madrepatria, si erano imbarcati affrontando un’estenuante traversata di due mesi. L’Irlanda era allora uno dei paesi più miserabili d’Europa, prostrato dalla fame e dalla povertà indotta dal dominio inglese. Erano infine sbarcati nella Terra Promessa e ad aspettarli, sulla banchina del porto, avevano trovato un impresario di nome Philip Duffy, irlandese pure lui. La potente Philadelphia & Columbia Railroad Company gli aveva appena affidato l’incarico di costruire il cosiddetto Mile 59, un tratto ferroviario che doveva collegare le città di Philadelphia e Columbia, in Pennsylvania, attraversando trenta miglia di aree boschive. Duffy aveva bisogno di manodopera per disboscare il terreno, trasportare e montare le pesanti traversine in ferro sulle quali sarebbero passati i treni nel tratto ferroviario che fu presto denominato Duffy’s Cut. Appena sei settimane dopo erano morti tutti, i loro nomi spariti da ogni registro storico americano, come se non fossero mai esistiti. Nessuno seppe più niente di loro. I giornali dell’epoca raccontarono che nell’area del cantiere era scoppiata un’epidemia di colera e la tesi fu confermata dalla compagnia ferroviaria, che in una lettera esprimeva solidarietà all’indirizzo di Duffy, per aver perso parte della sua manovalanza. Ma sulla sorte di quei lavoratori cominciarono a circolare dubbi e misteri destinati ad alimentare non poche leggende popolari. L’area fu recintata e resa inaccessibile, mentre in Irlanda una carestia di dimensioni apocalittiche avrebbe di lì a poco generato una nuova, gigantesca ondata migratoria verso gli Stati Uniti. Nel 1909 un funzionario delle ferrovie fu incaricato di indagare su quei fatti ma gli esiti della sua indagine non furono mai resi pubblici.
La tragica verità sulla fine degli operai irlandesi sarebbe emersa soltanto un secolo più tardi, in tempi recenti, dopo la definitiva chiusura della società costruttrice della linea ferroviaria. Alcuni anni fa due fratelli del posto, Bill e Frank Watson, nipoti dell’assistente dell’ultimo direttore della compagnia, scovarono tra le carte del nonno appena defunto un documento che l’uomo aveva conservato con cura dopo il fallimento della società, avvenuto nel 1970. Sul frontespizio c’era scritto “da non far uscire mai dagli uffici”; all’interno si affermava che nel Duffy’s Cut erano morti ben 57 lavoratori e si indicava il luogo dov’erano stati sepolti. I ritagli di giornale dell’epoca allegati al documento parlavano invece di appena otto morti, sebbene in quegli anni le informazioni relative alle morti per colera fossero di solito estremamente accurate proprio per evitare i contagi. I due fratelli Watson – il primo uno storico, il secondo un ministro luterano – si insospettirono e, convinti che il colera raccontasse soltanto una parte di verità, si misero a indagare. Chiesero e ottennero l’autorizzazione dalla Amtrak, la compagnia nazionale ferroviaria degli Stati Uniti, e nel 2005, grazie ai fondi raccolti dalla locale Università dell’Immacolata e da un’associazione vicina alla cattedrale di San Patrizio di Dublino, iniziarono gli scavi utilizzando radar e tecniche all’avanguardia. Il ritrovamento di alcuni oggetti personali – frammenti di pipe, posate, bottoni – fu il preludio della scoperta dei primi resti di ossa umane, e le successive analisi forensi compiute sui teschi e sulle tibie rivelarono finalmente la tragica verità. Su alcuni teschi c’era il foro di un proiettile, altri recavano evidenti segni di fratture causate da asce e da oggetti appuntiti. Quei lavoratori non erano morti a causa della malattia: erano stati massacrati. All’epoca gli immigrati irlandesi cattolici erano oggetto di un odio feroce e irrazionale, erano discriminati e sfruttati come bestie. Se ritenuti pericolosi, venivano eliminati senza pietà. L’epidemia di colera era scoppiata nell’area prima del loro arrivo, ma furono considerati responsabili di averla portata dall’Irlanda e quindi brutalizzati, uccisi e gettati in una fossa comune per paura della diffusione del contagio. Negli ultimi tre anni, studiando il Dna dei resti umani rinvenuti, è stato perlomeno possibile dare un nome a tutte le vittime, le cui spoglie hanno ottenuto degna sepoltura intorno a un’enorme croce celtica nel cimitero di West Laurel Hill, in Pennsylvania. La forte ondata emotiva e il cupo dolore evocati dalla vicenda che suona come una tragica lezione anche per il presente hanno colpito profondamente le coscienze degli irlandesi. Il cantante Christy Moore ha dedicato a questa storia un brano struggente intitolato semplicemente Duffy’s Cut mentre lo scrittore Paul Lynch, uno degli emergenti oggi più quotati d’Irlanda, ha incentrato proprio su quella tragica vicenda il suo straordinario romanzo d’esordio Red Sky in Morning, che nel 2017 uscirà anche in traduzione italiana.
RM

Marcinelle: sacrificati al progresso

Avvenire, 6.8.2016

Marcinelle“C’è ormai da temere che la catastrofe sia totale. Essa si amplia come un incubo in un tetro quadro di torri metalliche, squallidi capannoni, caligine, neri fantasmi. E se per le troppe vittime la fine è stata ugualmente atroce, se il pianto della madre belga è uguale al pianto di una delle nostre, è pur anche comprensibile che noi si pensi soprattutto ai 139 partiti dall’Italia per farsi una minuscola faticatissima fortuna e imprigionati per l’eternità dalla terra straniera che doveva dar loro, a costo di incredibili calvari, un modestissimo avvenire”. Così scrisse Dino Buzzati in un editoriale che uscì sul Corriere della Sera il 9 agosto 1956, all’indomani del disastro della miniera di Marcinelle, in Belgio. Sessant’anni fa, un’Europa da poco uscita dalle macerie del Dopoguerra fu sconvolta da un’immane tragedia mineraria che inghiottì a quasi mille metri di profondità le vite di 262 minatori di dodici nazionalità, uccisi dalla mancanza di misure di sicurezza e dalla disorganizzazione, vittime sacrificali di un modello produttivo basato sulla rincorsa frenetica all’energia. Le commissioni d’inchiesta avrebbero poi accertato le gravi inadempienze della direzione della miniera, che era vecchia e spremuta all’inverosimile, accertando anche la fatale inadeguatezza delle misure intraprese dopo lo scoppio dell’incendio, che impedirono di salvare un maggior numero di vite. Fu l’Italia a pagare il più alto tributo di sangue: 136 morti erano immigrati provenienti in gran parte dall’Abruzzo, in cerca di un futuro migliore a costo di enormi sacrifici. Toni Ricciardi, docente di storia delle migrazioni all’università di Ginevra, li definisce eloquentemente “braccia e vite offerte dai governi italiani per far ripartire l’economia del paese e far diventare l’Italia una grande potenza”. In un autorevole saggio appena uscito (Marcinelle, 1956. Quando la vita valeva meno del carbone, Donzelli) Ricciardi traccia un necessario bilancio storiografico dell’evento più doloroso della recente storia dell’emigrazione italiana, riportando le vittime al centro della narrazione e cercando di fare i conti con la memoria collettiva di quella tragedia. “Quella degli italiani in Belgio fu in quegli anni una vera e propria emigrazione di stato, conseguenza di un accordo siglato con Bruxelles il 23 giugno del 1946, due giorni prima che si insediasse l’Assemblea Costituente, il cosiddetto scambio ‘minatori-carbone’, che seguendo una logica meramente geopolitica affondava le radici nell’antico rapporto tra i due regni”. “Il governo De Gasperi – prosegue lo storico – copiò di fatto un accordo siglato nel 1937 dall’Italia fascista con i nazisti per spedire braccianti in Germania e creò il più grande sistema di esportazione di forza lavoro della storia dell’Occidente, impegnandosi a trasferire cinquantamila lavoratori da destinare alle miniere belghe, una media di duemila a settimana”.
L’Italia, da nord a sud, fu tappezzata di manifesti rosa che incitavano a partire per i distretti minerari del Belgio, a scavare nelle viscere della terra quella risorsa necessaria al rilancio economico del paese. Ma ben presto si scoprì che le forniture di carbone tardavano ad arrivare, o erano molto inferiori del previsto, mentre molti emigrati rimpatriavano o venivano arrestati perché si rifiutavano di sottostare alle condizioni disumane stabilite tra Roma e Bruxelles. I minatori e le loro famiglie erano ospitati in baracche prive di acqua, gas ed elettricità, con tetti precari e bagni collettivi rigorosamente all’esterno. “Emerse con evidenza – prosegue Ricciardi – il contrasto tra un’Italia del benessere, proiettata verso nuovi consumi e stili di vita, che divenne in pochi anni la settima potenza economica mondiale e un Italia stracciona, miserabile, che stava vivendo un processo migratorio gigantesco. Usando un cliché identitario vagamente xenofobo i belgi ci chiamavano ‘macaronì’, con l’accento sull’ultima i, e ci accolsero come dei prigionieri di guerra”. I nostri connazionali arrivavano dopo 24 ore di viaggio in treno nello scalo merci di Bruxelles, perché non dovevano essere visti, e poi montati sui camion che avevano appena scaricato il carbone, quindi sporchi e maleodoranti. Infine venivano portati negli ex campi di concentramento della Seconda guerra mondiale che erano ancora disseminati in tutto il paese. Insieme ai centri di emigrazione si sviluppò in quegli anni anche la rete dei trafficanti di migranti, “individui privi di scrupoli, cooperative, società di spregiudicati che illegalmente reclutavano nelle campagne braccia e famiglie da destinare al fruttuoso business dell’immigrazione”. Una tragedia che assomiglia per molti aspetti all’attualità. Basato sulle più recenti ricerche d’archivio, il saggio di Ricciardi inquadra la centralità storica della strage di Marcinelle, che segnò di fatto il momento di cesura di un percorso migratorio. “Proprio nel 1956 – spiega lo storico – l’Italia firmò accordi simili in mezza Europa, in primo luogo con la Svizzera, e quindi interruppe la direttrice verso il Belgio, dove dal 1840 al 1965 erano morte nelle miniere di carbone oltre 24mila persone, una cifra peraltro calcolata per difetto”. Quella catastrofe rappresentò uno spartiacque anche perché per la prima volta fu raccontata in diretta dalla radio, facendo ascoltare gli elenchi dei dispersi e dei sopravvissuti, e cambiando per sempre il modo di fare giornalismo. “L’opinione pubblica italiana rimase all’epoca molto colpita da quella tragedia e in poche settimane furono raccolti oltre 534 milioni di lire in solidarietà, poi nel 1968 fu istituita una commissione d’inchiesta per chiarire com’erano stati spesi quei soldi, e non è chiaro dove ne finì una buona parte, circa 200 milioni”. L’ondata emotiva durò circa un paio di mesi, dopodiché su quei fatti calò una fitta coltre di oblio, che avrebbe relegato i 262 minatori morti e le loro famiglie in un angolo remoto della storia italiana per circa 40 anni. Il dramma di Marcinelle è stato riscoperto solo in tempi recenti: nel 2001 fu istituita una giornata della memoria dei morti dell’emigrazione e da allora tanti studi, analisi e film hanno contribuito a renderlo un momento centrale della nostra memoria collettiva recente. “Quattro decenni sono una distanza quasi fisiologica per rielaborare certi fatti – conclude Ricciardi – e ormai Marcinelle rappresenta un mondo lontano, quello delle miniere di carbone, che in Europa non esiste più. Ma rileggendo i documenti dell’epoca si capisce chiaramente come quelle persone furono davvero svendute sull’altare dell’industrializzazione”.
RM

Genocidio Herero, il mea culpa di Berlino

Avvenire, 5.8.2016

Con oltre cento anni di ritardo il governo tedesco riconoscerà finalmente le sue colpe per quella che molti storici hanno definito l’“Auschwitz africana”, il genocidio perpetrato in Namibia alcuni decenni prima della Shoah. Il ministero degli Esteri tedesco sta lavorando a una dichiarazione congiunta con il governo namibiano che conterrà, per la prima volta, le scuse ufficiali di Berlino per lo sterminio di circa centomila esponenti della tribù Herero e Nama colpevoli di essersi ribellati al dominio tedesco nella regione tra il 1904 e il 1907. La Germania ha però escluso a priori il riconoscimento di alcuna forma di indennizzo ai discendenti delle vittime, spiegando che i torti subiti dalla popolazione sono stati ampiamente ripagati con anni di aiuti economici stanziati a favore della Namibia. Una prima apertura in tal senso c’era già stata una decina d’anni fa, quando l’ex ministro Heidemarie Wieczorek-Zeul si recò in Namibia in occasione del centesimo anniversario della decisiva battaglia di Waterberg. In quell’occasione, per la prima volta un funzionario dello stato tedesco chiese scusa agli africani per i fatti avvenuti all’inizio del XX secolo, parlando chiaramente di ‘genocidio’. Namibia1_300D’altra parte, già nel 1985 il rapporto Whitaker delle Nazioni Unite aveva inserito a pieno titolo lo sterminio delle tribù Herero e Nama tra i primi atti genocidari del ‘900. L’esecutivo guidato da Angela Merkel ha deciso adesso di accelerare sul riconoscimento ufficiale con un tempismo tutt’altro che casuale. Alcune settimane fa il Bundestag, la camera bassa del Parlamento tedesco, ha infatti votato quasi all’unanimità una risoluzione che riconosce il genocidio della popolazione armena da parte delle forze ottomane nel 1915, scatenando la durissima reazione della Turchia, che ha immediatamente richiamato il suo ambasciatore a Berlino. Il presidente turco Erdogan ha accusato i tedeschi di ipocrisia sulle stragi compiute in Namibia alcuni anni prima del Metz Yeghern. Prima di condannare gli altri paesi la Germania dovrebbe fare i conti col proprio passato, ha detto Erdogan, le cui argomentazioni sono apparse per una volta convincenti almeno per gli storici. Da qui la necessità immediata, per Berlino, di cancellare una volta per tutte i fantasmi di un crimine lontano e quasi rimosso, mettendo a tacere le polemiche e ogni possibile parallelismo con il genocidio armeno. Anche perché, se è vero che la fredda contabilità delle due tragedie appare assai diversa, la dinamica e la brutalità con le quali sono state perpetrate appaiono invece drammaticamente speculari.
All’epoca in cui risalgono i fatti la Namibia era il fiore all’occhiello delle colonie tedesche dell’Africa sud-orientale, governata da un regime durissimo che prevedeva lavori forzati, schiavitù, violenze e confische delle terre e del bestiame. Nel gennaio del 1904 scoppiò la rivolta della tribù Herero. Circa duecento coloni tedeschi furono uccisi scatenando la reazione di Berlino, che inviò un nuovo governatore deciso a reprimere la sommossa con qualunque mezzo. Il famigerato generale Lothar Von Trotha lanciò un ultimatum alla popolazione della colonia: ogni esponente della tribù  presente all’interno dei confini tedeschi – a prescindere dall’età e dalla sua partecipazione o meno alla rivolta – sarebbe stato eliminato senza pietà. In poco tempo le truppe di von Trotha, armate di artiglieria e mitragliatrici, annientarono la debole resistenza africana e massacrarono tutti quelli che trovavano sul loro cammino, avvelenando fiumi e torrenti. Nei mesi successivi non si contarono i villaggi rasi al suolo, le impiccagioni di massa, le stragi e le violenze gratuite secondo un copione che sarebbe stato recitato di lì a poco anche dai turchi contro gli armeni e dai nazisti nella Seconda guerra mondiale. In circa tre anni le truppe tedesche sterminarono l’85% della popolazione Herero,  confinando i pochi sopravvissuti in riserve tribali per utilizzarli come schiavi. Centinaia di vittime furono decapitate e i loro teschi spediti in Germania per effettuare ‘ricerche scientifiche’ ed esperimenti per cercare di dimostrare la superiorità della razza ariana. Nel campo di concentramento dell’isola di Shark l’antropologo Eugen Fischer condusse esperimenti medici su cavie umane ai quali contribuì anche l’antropologo italiano Sergio Sergi, autore di uno studio intitolato eloquentemente Craniologia Hererica. Fischer divenne in seguito uno scienziato di spicco dell’eugenetica nazista e un teorico delle leggi razziali, mentre uno dei suoi allievi più promettenti – Josef Mengele – sarebbe passato alla storia come il boia di Auschwitz. Qualche anno più tardi, ben prima che le risoluzioni delle Nazioni Unite chiarissero la natura genocidaria dell’intervento tedesco in Namibia, Hannah Arendt comprese chiaramente che il massacro degli Herero era stato in un certo senso la “premessa” della Shoah. “La distruzione dei popoli coloniali fu una preparazione all’Olocausto – scrisse la grande filosofa nel suo Le origini del totalitarismo del 1951 – i campi di raccolta e le impiccagioni di massa degli Herero, un gigantesco e infernale addestramento ai campi di concentramento nazisti; stessi i cognomi dei protagonisti, identici i metodi; gli africani – prima e durante la Shoah – vittime tra le vittime”. Non a caso, il primo governatore della colonia africana era stato Heinrich Goering, padre di quell’Hermann Goering divenuto poi il braccio destro di Hitler. Nel 1990, dopo decenni di guerre interne, la Namibia ha raggiunto finalmente l’indipendenza e ha oggi un’economia in grande espansione che trae la sua ricchezza dai giacimenti di diamanti, dal turismo e dalle energie rinnovabili. Ancora oggi però, i discendenti degli indigeni cacciati dalle loro terre un secolo fa minacciano periodicamente di riprendersele con la forza. Nel 2001 l’associazione per i risarcimenti al popolo Herero ha intentato una causa davanti ai tribunali americani chiedendo al governo di Berlino e alle imprese tedesche presenti all’epoca in Namibia milioni di dollari che difficilmente riusciranno a ottenere. Il riconoscimento ufficiale del genocidio che inaugurò nel peggiore dei modi il XX secolo contribuirà, almeno in parte, a rendere giustizia alle vittime.
RM

Sarajevo, la guerra negli occhi dei bambini

Avvenire, 14.7.2016

La piccola Mela aveva dieci anni e sognava di diventare prima ballerina al teatro nazionale di Sarajevo quando l’esercito serbo-bosniaco scatenò il terribile assedio che distrusse la sua città. Era la primavera del 1992. Quel che resta del suo sogno è un paio di scarpette da ballo bianche, scolorite dentro a una teca di vetro illuminata. È uno dei tanti oggetti che sono stati esposti nelle settimane scorse al museo storico della Bosnia Erzegovina, a Sarajevo, all’inaugurazione del progetto di un museo partecipato dell’infanzia cresciuta durante la guerra. Mela Softic ha oggi poco più di trent’anni e fortunatamente il suo nome non compare tra quelli degli oltre milleseicento bambini che hanno perso la vita nei 44 mesi in cui i cittadini di Sarajevo furono costretti a convivere con la fame, la paura, il dolore, la morte. sarajev_89726746__51913331_300Quelli come lei, che sono stati bambini durante la guerra e hanno avuto la fortuna di sopravvivere all’orrore, sentono adesso la necessità di condividere i loro sentimenti per rielaborare attraverso i ricordi quei fatti del tutto incomprensibili ai loro occhi di bambini. Jasminko Halilovic aveva appena quattro anni quando iniziò l’assedio dei primi anni ’90: è stato lui ad avere l’idea del museo. Tempo fa ha iniziato a raccogliere gli oggetti che riportavano alla sua memoria quegli anni terribili, poi ha capito che anche molti suoi coetanei sentivano il bisogno di condividere le loro storie per far uscire, come in una catarsi, il dolore represso per due decenni. Così ha lanciato un appello via internet: raccontate le vostre storie e portate qualcosa che vi è appartenuto durante quegli anni maledetti. Un oggetto, un disegno, una foto, una registrazione. In poco tempo l’onda del ricordo si è materializzata e centinaia di cittadini hanno risposto portando non semplici residuati bellici ma frammenti di memoria personale e di un’infanzia trascorsa, nonostante tutto. Lettere, quaderni, diari personali, giochi, indumenti ma anche testimonianze audio e video di famiglia, magari registrati negli anni felici prima della guerra, e poi custoditi gelosamente come un tesoro personale. Poiché in una situazione sempre in bilico tra la vita e la morte anche i piccoli oggetti del ‘prima’ possono fornire un conforto, uno sguardo verso la vita che continua e aprire la strada alla speranza.
Il materiale è stato prima raccolto in War Childhood, un libro già tradotto in sei lingue, ed è poi confluito in un’originalissima mostra che in un certo senso ribalta la prospettiva adottata da iniziative simili, perché non si limita a raccontare la storia delle vittime più indifese ma fa vedere la guerra e l’assedio attraverso gli occhi dei bambini. Filip Andronik ha donato la sua collezione di barattoli di latta spiegando che come tanti bambini, anche lui aveva la passione per il collezionismo e la raccolta di quei barattoli di aiuti umanitari “Icar”, contenenti carni in scatola di pessima qualità, fu il suo unico divertimento durante l’assedio. A prima vista, molti dei duemila oggetti esposti nel museo possono sembrare banali e irrilevanti, oppure non aver niente a che fare con la guerra. Eppure ciascuno di essi è in grado di rivelare piccole storie personali dal profondo significato. Non soltanto storie di dolore ma anche di gioia, nostalgia e speranza. Molte teche ospitano giochi in plastica e in legno – un vecchio Monopoli, bambole, scatole di costruzioni – miracolosamente conservati sotto la pioggia quotidiana di granate e oggi trasfigurati in simboli della resistenza umana in tempo di guerra. Per Sanja Stevanovic, che ha visto coi propri occhi il suo fratellino di dieci anni abbattuto da un cecchino, l’oggetto che meglio racconta la storia della sua famiglia in guerra è un piccolo forno artigianale costruito da suo padre, che fu usato per cuocere il riso, le lenticchie e il pane ma anche per scaldarsi nei mesi invernali. Una teca ospita invece i miseri resti di un libro con le pagine annerite. La giovane Alma Telibecirevic lo raccolse dalle rovine della biblioteca nazionale distrutta dalle bombe nell’estate 1992 e recentemente restaurata. L’ha poi conservato per anni, come un cimelio, prima di donarlo al museo. La didascalia che ha scritto sotto la teca spiega: “non potevo sapere quanto sarebbe durata la guerra e cosa sarebbe accaduto dopo, ma mi sembrava che avesse un senso salvare questo libro. Sentii di aver fatto qualcosa di importante”.
Oltre quattromila persone sono intervenute all’inaugurazione della mostra al museo nazionale di Sarajevo, che si trova al centro della Ulica Zmaja od Bosne, la grande arteria del centro della città che durante l’assedio divenne tristemente nota come “viale dei cecchini”. “Purtroppo il museo dell’infanzia non ha ancora una sede fissa – spiega Halilovic – l’esposizione è rimasta aperta nel maggio scorso e adesso sta adesso viaggiando in altre città della Bosnia, con l’idea di allargarsi per includere ricordi d’infanzia provenienti da altre località del paese. È un progetto aperto a tutti i bambini dell’epoca, senza alcuna distinzione etnica, che vuol essere un antidoto all’odio e alle divisioni del passato”.
RM

Bosnia, il primo censimento del dopoguerra

La Bosnia-Erzegovina è diventato un paese a maggioranza musulmana: è quanto emerge con chiarezza dai dati del primo censimento della popolazione realizzato dopo lo smembramento della Jugoslavia e il terribile conflitto etnico degli anni ’90. Sono stati necessari quasi tre anni di litigi, contestazioni e polemiche per conoscere finalmente gli esiti della rilevazione statistica svolta nell’autunno del 2013. Bruxelles aveva vincolato la valutazione della domanda di adesione bosniaca all’UE alla pubblicazione dei risultati, e appena un giorno prima della scadenza dei termini imposti dall’Europa, l’Ufficio per il censimento di Sarajevo ha diffuso dati in parte inaspettati, che potrebbero avere conseguenze sul futuro politico della regione e sul complesso assetto istituzionale costruito a Dayton nel 1995. La conformazione etnico-religiosa del paese risulta assai diversa rispetto al passato e smentisce categoricamente le stime delle Nazioni Unite di una decina di anni fa. I bosniaci censiti come Musulmani (nome che dai tempi di Tito trascende il significato religioso per assumere quello di una nazionalità) sono in totale il 50,1 per cento, una percentuale superiore di sette punti rispetto all’ultimo censimento, risalente a un anno prima dell’inizio della guerra; i serbi sono il 30,8 per cento (un punto in meno rispetto al 1991), mentre i croati sono il 15,4 per cento, calati di circa due punti percentuali. Ancora più rilevanti le differenze interne, con l’entità musulmana e croata del paese – la Federazione della Bosnia ed Erzegovina – col 74 per cento di musulmani, il 22,4 di croati e il 3,6 per cento di serbi. Situazione diametralmente opposta nella Repubblica Srpska, che appare sempre più un’enclave mono-etnica con l’81,5 per cento i serbi, il 14 di musulmani e appena il 2,4 per cento di croati.
I risultati del censimento sono stati definiti “inaccettabili” dai rappresentanti della Repubblica Srspka, che hanno messo in discussione il metodo di svolgimento dell’analisi statistica denunciando irregolarità e violazioni delle procedure, come d’altra parte avevano fatto anche prima della pubblicazione dei dati. Definitivamente relegati allo status di minoranza, i serbi di Bosnia temono che la nuova istantanea demografica condizioni a loro sfavore l’accesso alle cariche istituzionali e alla pubblica amministrazione, che secondo la Costituzione di Dayton è vincolato al principio della rappresentanza etnica. Al ministro bosniaco per gli affari interni Adil Osmanovic è toccato indossare i panni del pompiere, garantendo che la nuova conformazione etnica non creerà alcun problema al futuro del paese. Ma in un paese sfiancato da una massiccia frammentazione etnica e da un declino demografico costante – in 25 anni ha perso oltre il 20 per cento della popolazione -, i motivi di preoccupazione non mancano. La Bosnia ha infatti una popolazione più giovane della media UE ma con un bassissimo livello di alfabetizzazione (appena il 12,7 per cento ha compiuto studi universitari) e il più alto tasso di disoccupazione giovanile d’Europa (65 per cento).
RM

Così è implosa la rivoluzione culturale di Mao

Avvenire, 30.6.2016

L’ordine era stato chiaro, inequivocabile. “Bombardate il quartier generale”. Esattamente cinquant’anni fa Mao Tse-tung chiese alla sua gente una cosa che né Stalin, né Hitler, né Pol Pot avevano mai chiesto al proprio popolo: rovesciare il sistema di potere che loro stessi avevano creato. L’anziano leader, sentendo vicino il crepuscolo del suo potere, denunciò l’infiltrazione del partito da parte di elementi revisionisti e controrivoluzionari intenzionati a creare un regime borghese. La Cina era appena uscita dalla gigantesca catastrofe innescata dalle politiche agricole e industriali imposte dallo stesso Mao con il “Grande Balzo in avanti”. Circa trenta milioni di cinesi erano morti per fame in soli tre anni, a seguito di una delle più gravi carestie dell’epoca moderna. Per governare le conseguenze del disastro e contrastare l’apparato del partito che stava cercando di ridimensionare il suo potere, il Grande Timoniere lanciò la cosiddetta “Rivoluzione culturale”, destinata a durare fino alla sua morte, nel 1976. mao“Mao temeva una condanna postuma per i suoi clamorosi fallimenti, com’era già accaduto a Stalin dopo la sua morte. Ma soprattutto era ancora convinto di poter trasformare la Cina in un paradiso socialista e pur di riuscirci, era disposto a chiedere qualsiasi sacrificio al suo popolo”, spiega lo storico olandese Frank Dikotter, docente all’università di Hong Kong e autore di prestigiosi saggi sulla Cina di quegli anni. Il 16 luglio 1966, ormai 72enne, Mao si buttò nelle acque profonde del fiume Yangtze e nuotò per oltre un’ora, da una sponda all’altra, per dimostrare al popolo che il suo vigore fisico era ancora intatto nonostante l’età avanzata. Un mese dopo, un milione di giovani Guardie rosse osannanti giunte da tutto il paese si riunirono a Pechino, in piazza Tienanmen, dove ricevettero l’ordine di attaccare i “centri della controrivoluzione” e distruggere quelli che furono definiti i quattro nemici della Cina: le idee, la cultura, le abitudini, i comportamenti. I comandamenti della rivoluzione furono elencati nel famierato “Libretto rosso” che venne stampato in milioni di copie. “Da quel momento in poi” – prosegue Dikotter – il furore iconoclasta avrebbe colpito qualsiasi traccia del cosiddetto ‘passato borghese e imperialista’, portando alla distruzione e al saccheggio di monumenti e luoghi di culto, e innescando una guerra civile che causò centinaia di migliaia di morti e milioni di sfollati. Mao aizzò gli studenti contro gli insegnanti, incitò il popolo ad attaccare i membri del partito comunista, infine fece intervenire l’esercito, portando il paese in un vortice di terrore nel quale le persone cercarono disperatamente di dimostrare la loro fedeltà al capo supremo”. Non furono attaccati soltanto i dirigenti, i funzionari del partito e tutti coloro che a vario titolo avevano manifestato perplessità nei confronti delle politiche del Grande Timoniere. Decine di migliaia di cittadini comuni vennero perseguitati, imprigionati, torturati, uccisi.
In occasione del cinquantesimo anniversario dell’ultima fase del delirio maoista, Dikotter ha dato alle stampe The Cultural Revolution: A People’s History (Bloomsbury press), ad oggi considerato lo studio storico più approfondito e aggiornato sulla Rivoluzione culturale cinese. Il libro conclude di fatto una trilogia dedicata agli orrori causati dalle politiche di Mao: nei due volumi precedenti (Mao’s Great Famine e The Tragedy of Liberation) lo storico olandese aveva già fatto largo uso di documenti e testimonianze d’epoca inedite ritrovate negli archivi cinesi, ai quali lo studioso dice di aver avuto accesso con grandi difficoltà, soltanto grazie alla sua incrollabile ostinazione. “Il terrore che Mao scatenò nei suoi ultimi dieci anni di vita si rivelò per lui un grande successo – spiega – poiché gli consentì di eliminare tutti i veterani del partito che avevano iniziato a criticarlo e anche di gettare una fitta coltre di fumo negli occhi del popolo per celare i suoi insuccessi”. Fino al 1968 vi fu una drammatica escalation di violenza urbana: gli studenti inquadrati nelle Guardie rosse presero di mira soprattutto gli insegnanti, che vennero aggrediti, umiliati e picchiati in pubblico, assassinati o costretti al suicidio. Le case dei cittadini benestanti vennero assaltate alla ricerca di beni di lusso, di mobili e libri antichi, di valuta estera. Infine la Rivoluzione culturale si spostò nelle campagne causando nuovi drammi e persino episodi di cannibalismo, verificatisi nella provincia dello Guangxi e portati alla luce per la prima volta proprio dalle ricerche di Dikotter. Mao riuscì infine a incarnare l’utopia, a diventare oggetto di un vero e proprio culto della personalità, ma in ultima analisi il processo aprì la strada anche al tramonto del Maoismo. Il principale elemento di originalità del lavoro di Dikotter è lo sguardo col quale lo storico è riuscito a osservare e ad analizzare il comportamento del popolo. Il suo libro racconta come il caos favorì le delazioni e le vendette personali ma documenta anche i drammatici tentativi di sopravvivenza dei cinesi, la loro spontanea, disperata reazione a decenni di brutalità. I contadini che si ripresero le loro terre confiscate dalle comuni agricole, gli studenti che cercarono di salvare i libri destinati al rogo e poi cominciarono a leggerli di nascosto, il mercato nero che nacque spontaneamente e regolò l’economia indirizzandola in una direzione opposta rispetto a quella voluta dal capo supremo. “Tutto”, conclude, “contribuì infine a svuotare l’ideologia di Mao fino a farla implodere di fronte alle sue stesse contraddizioni”.
RM

100 anni fa l’inferno della Somme

Avvenire, 29.6.2016

PXP22_WW1A_51678752_300“Non avevamo tombe per ospitare i morti. Li sistemammo in fosse poco profonde. In un cratere di bomba si potevano far entrare dai tre ai sei cadaveri, poi ci rovesciavamo sopra la terra per coprirli. Non avevamo legno, né chiodi, né martelli, quindi non potevamo fare croci. Li coprimmo e ce ne andammo. A quei tempi la morte scavalcava l’orrore. O morte, dov’è il tuo pungiglione?” Harold Startin, soldato inglese durante la battaglia della Somme, affida a questo celeberrimo interrogativo di San Paolo, tratto dalla prima lettera ai Corinzi, tutta la sua disperazione per quello che sta accadendo intorno a lui. Alle sette di mattina del primo luglio 1916, dopo una preparazione durata mesi, l’artiglieria inglese aveva cominciato a bombardare le linee tedesche schierate lungo il fiume Somme, nella Francia settentrionale. Nel giro di un’ora, sulle postazioni nemiche erano stati lanciati duecentocinquantamila obici, seguiti dalle mine ad alto potenziale. Infine le truppe inglesi e francesi erano uscite dalle trincee lungo l’intero fronte, dando il via a una delle più lunghe battaglie della Prima Guerra Mondiale, senz’altro la più sanguinosa in termini di vite umane, con oltre un milione e duecentomila morti. Anche oggi, a un secolo esatto di distanza, la battaglia della Somme resta sinonimo di coraggio ed eroismo ma continua anche a evocare un senso di futilità e di perdita dell’innocenza collettiva di un intero continente. Solo chi la visse in prima persona può raccontare compiutamente quell’esperienza apocalittica che scaraventò centinaia di migliaia di esseri umani in un mondo al di là della morale. Per questo appare particolarmente prezioso il volume Somme. Voci dall’inferno (Giunti, pagg. 384), nel quale lo storico Joshua Levine ha raccolto le testimonianze dei soldati e degli ufficiali di entrambi gli schieramenti che ha selezionato all’interno degli archivi sonori dell’Imperial War Museum di Londra. Quello che emerge è il racconto corale di cinque mesi di combattimenti e vita di trincea, un omaggio rispettoso e commovente agli uomini che andarono all’assalto, scavarono trincee, tesero fili spinati, combatterono e morirono un secolo fa in Piccardia. “Perché sono sopravvissuto?”, si chiede il sergente Alf Razzell dei Royal Fusiliers, “ci ho pensato e ripensato tante volte. Come si possono attraversare settecento metri sotto il fuoco delle mitragliatrici senza venire colpiti?”
Per anni la storiografia si è concentrata sugli aspetti militari e strategici della Somme, ma al di là della fredda e inevitabilmente incerta contabilità delle vittime, nessuno si era mai occupato dell’enorme costo umano di quella battaglia. Il lavoro di Levine, realizzato selezionando oltre 56000 ore di interviste registrate, colma dunque un vuoto e contribuisce a ridare voce a quegli uomini provenienti da un’Europa moderna e industrializzata che furono costretti a combattere e a morire in quella spaventosa pagina della nostra storia recente. Attraverso le loro parole riprende forma la vita quotidiana nelle trincee, la lotta contro i pidocchi e i topi, il freddo e la fame, l’orrore della barbarie e della morte di massa. “Per sette giorni e sette notti i nostri soldati non avevano avuto niente da mangiare, niente da bere, ma solo fuoco continuo, obici e obici che esplodevano sopra le loro teste”, racconta un soldato tedesco. “Poi l’esercito inglese uscì dalle trincee. I nostri fucilieri strisciarono fuori dai loro bunker, con gli occhi arrossati e pesti, sporchi, iniettati di sangue. E aprirono un fuoco terribile”. Nelle file tedesche c’era anche un giovane caporale proveniente da Monaco, che in ottobre rimase ferito a una gamba. Era Adolf Hitler.
Fortemente voluta dalla Francia per alleggerire l’insostenibile pressione tedesca a Verdun e spezzare la linea di trincee tra la costa belga e il confine svizzero, la battaglia della Somme aveva messo impietosamente a nudo l’impreparazione tattica e strategica dello Stato Maggiore britannico, ma per lunghi anni la verità fu tenuta nascosta agli occhi dell’opinione pubblica. “Quello che trovavo sbagliato”, scriverà qualche tempo dopo il sottotenente inglese W. J. Brockman, “era che, benché fosse stato un fallimento completo, i giornali ne parlavano come di un successo. E il peggio era che insistevano, sapendo perfettamente di mentire”. Anche a un secolo di distanza la cronistoria della battaglia della Somme continua a suscitare soprattutto indignazione: anni fa, persino uno storico britannico rigoroso e tutt’altro che antimilitarista come John Keegan dell’Accademia militare di Sandhurst arrivò a paragonare la Somme ad Auschwitz, chiedendosi perché di fronte allo spaventoso numero di perdite umane i comandanti non presero alcuna iniziativa e fecero proseguire l’offensiva per mesi. Quella battaglia diventò una vera ecatombe a causa della migliore organizzazione delle trincee avversarie, delle difficoltà del terreno e dell’ostinazione dei comandi franco-britannici nel voler sfondare le imprendibili linee tedesche. Dalle vive parole dei soldati, all’epoca ignari di tutto ciò, emerge un senso di ineluttabilità che rende ulteriore giustizia al loro sacrificio. Come fa notare lo storico Nicola Labanca nell’introduzione, per l’Italia la battaglia della Somme è meno rilevante rispetto ai combattimenti sul Carso, a Vittorio Veneto, a Caporetto, ma rappresenta un evento centrale della recente storia europea. Questo libro racconta l’orrore assoluto ma anche la speranza che riesce a fargli da contraltare, rappresentata simbolicamente dalla storia dei due soldati – un inglese e un tedesco – che si ritrovano insieme dentro a un cratere e cominciano a lottare per ammazzarsi, ma alla fine si rendono conto che non è il caso di sprecare altre vite umane e si stringono la mano.
RM

Irlanda, pace a rischio con la Brexit?

Avvenire, 25.6.2016

Tony Blair e Bill Clinton, i principali artefici degli Accordi di Pace del Venerdì Santo del 1998, erano stati i primi a paventare le conseguenze della Brexit sulla fragile architettura istituzionale dell’Irlanda del Nord. Un paio di settimane fa, nel corso di una conferenza all’università di Derry, l’ex primo ministro britannico Tony Blair aveva detto che l’uscita della Gran Bretagna dall’UE avrebbe messo seriamente a rischio la pace e la stabilità della provincia, costruite con grande sforzo e consolidate in seguito con altrettanta difficoltà. L’ex presidente statunitense Bill Clinton, grande regista dello storico accordo di diciotto anni fa, aveva invece confessato al New Statesmen le sue preoccupazioni sulla tenuta della pace in Irlanda del Nord in caso di voto favorevole alla Brexit. I timori di Blair e di Clinton, ai quali si era aggiunto l’ex premier conservatore John Major – anch’egli impegnato a suo tempo nel processo di pace –, erano stati liquidati come “allarmistici” dal ministro britannico per l’Irlanda del Nord Theresa Villiers, secondo la quale l’uscita di Londra dall’UE, peraltro da lei auspicata, non avrebbe necessariamente richiesto il ripristino di una frontiera tra le due Irlande, triste retaggio dei lunghi anni del conflitto. Ma secondo quanto previsto dalla legislazione europea, sarà inevitabile limitare la libera circolazione di persone e merci e il risorgere di quella frontiera porrà non pochi interrogativi sul processo di pace, che era incentrato anche sulla sua graduale eliminazione. I rapporti tra Londra, Dublino e Belfast dovranno essere ridisegnati secondo quanto prevedono gli stessi accordi, sempre che la Brexit non abbia tra i suoi effetti collaterali anche quello di favorire un terremoto istituzionale all’interno della stessa Gran Bretagna.
Gli elettori nordirlandesi, in assoluta controtendenza con il resto del paese, si sono infatti espressi chiaramente a favore della permanenza nell’UE (56% del totale con 11 collegi elettorali su 18), legittimando il vicepremier dell’Irlanda del Nord Martin McGuinness a invocare a gran voce un altro referendum, stavolta per la riunificazione l’isola, la cui divisione fu imposta da Londra nel lontano 1921. “L’esito del voto ha dimostrato che il governo britannico non ha più alcun titolo per rappresentare gli interessi politici ed economici della nostra gente”, ha detto. Il suo partito Sinn Féin, pur antieuropeista, aveva chiesto in campagna elettorale di votare per il Remain, spiegando che l’uscita dall’UE sarebbe stata una catastrofe per i lavoratori e per tutta l’economia della regione. Ma il primo ministro nordirlandese Arlene Foster, esponente del principale partito unionista DUP, ha ribadito anche a urne chiuse di avere un’opinione diametralmente opposta, ha rassicurato i cittadini e ha accusato McGuinness di opportunismo. La Brexit rischia dunque di creare una spaccatura insanabile all’interno dell’esecutivo di Belfast, nato appena un mese fa e incentrato come i precedenti sulla condivisione dei poteri tra i due partiti Sinn Féin e DUP, rimettendo in discussione il fragile status quo politico raggiunto negli ultimi anni ed esacerbando le tensioni tra le due comunità. Quanto al referendum sulla riunificazione dell’Irlanda, solo il ministro Villiers può indirlo, ma ha fatto sapere che al momento mancano i presupposti politici per farlo.
RM

Bosnia, il revisionismo trasversale dei media italiani

di Guido Rampoldi

Figlio dello spirito del tempo, avanza a grandi passi un revisionismo traversale per il quale i musulmani di Bosnia profittarono della guerra (1992-1995) per far entrare in Europa legioni di jihadisti: e perciò sarebbero responsabili della penetrazione islamista nei Balcani, tuttora in corso. Questo singolare rovesciamento, per il quale le vittime diventano i colpevoli, era già stato abbozzato a suo tempo da La Stampa di Torino, che definiva ‘hezbollah’ i soldati bosniaci, intesi come sanguinari fondamentalisti. Rilanciato da un analista militare apprezzato dai neocons, John Schindler, adesso ispira un intervento del generale Mario Arpino, ex capo di stato maggiore, pubblicato dal prestigioso Istituto affari internazionali.
La tesi è la seguente: il presidente bosniaco Alija Izetbegović (autore, ricorda Arpino, della ‘Dichiarazione islamica’) avrebbe offerto “ai propri amici mujaheddin internazionali un campo di battaglia dove continuare ad esercitarsi alla jihad. In definitiva, è lui che avrebbe importato e consapevolmente sviluppato, contagiando anche una parte della gioventù bosniaca, l’estremismo integralista musulmano nell’Europa balcanica”. Di torme di jihadisti accorse in Bosnia narra anche uno storico, di solito rigoroso, come Sergio Romano, secondo il quale Izetbegovic voleva “islamizzare i musulmani”, ragione per cui in Bosnia convennero guerrieri provenienti “da tutte le jihad che si stavano predicando o combattendo in Africa e in Medio Oriente”. Quanti jihadisti? Duemila, azzarda un reportage de Il Corriere della Sera. In ogni caso la tesi che attribuisce alla Bosnia in guerra “una leadership fondamentalista islamica” (così il filosofo marxista Alberto Burgio su Il Manifesto) sembra ormai traversare l’intera geografia destra-sinistra, ripristinando la trasversalità di quel ‘partito dell’inazione’ che durante la guerra saldò destre e sinistre.
Il secondo elemento cui si affida il revisionismo è l’odio etnico, un impulso spontaneo che, a quanto scrivevano i giornali già durante la guerra, divorava da secoli serbi, croati e musulmani. Il problema è che in una società spaccata dall’odio etnico non avvengono matrimoni misti, mentre nelle maggiori città bosniache prima della guerra erano una percentuale altissima, in media il 10%, quante oggi le coppie ‘multi-etniche’ in Gran Bretagna, Paese che non pare sull’orlo della guerra civile. In realtà l’odio – un odio così antico e generalizzato che nessun intervento esterno avrebbe potuto placare – era il pretesto che occorreva ai governi europei. Ammettere che il conflitto avesse natura politica, che opponesse un aggressore, il nazionalismo etnico, e un aggredito, la Bosnia pluri-etnica, comportava per l’Europa l’obbligo di assumersi responsabilità e rischi per difendere i Musulmani, una prospettiva impopolare nel continente. La tesi dell’odio toglieva i governi dagli impacci. Perfino la Bbc finse di non capire che la guerra era organizzata e ispirata da Belgrado e da Zagabria, come più tardi confermarono le sentenze del Tribunale dell’Aja (sul ruolo del presidente croato Tudjman, sottratto alla giustizia internazionale da una morte tempestiva, parla a sufficienza la motivazione della sentenza contro il suo sodale Jadranko Prlic).
Quanto poi alla tesi di Arpino, posso offrire la mia testimonianza di inviato speciale. In quei tre anni e mezzo il mitissimo islam bosniaco non emise una sola fatwa per incitare alla guerra santa contro gli aggressori ‘cristiani’. Non si palesarono predicatori salafiti (e quando ne apparve uno, nel 2006, fu invitato a sloggiare con un manifesto letto in tutte le moschee bosniache). Gli ‘hezbollah’ spacciati dalla Stampa erano i laicissimi soldatini del V corpo. Gli eserciti di guerrieri jihadisti assommavano a una cinquantina di assassini acquartierati nell’ex fabbrica dei fiammiferi di Travnik, detestati dalla popolazione musulmana e indipendenti dalle Forze armate bosniache, il cui capo, il generale Jovan Diviak, era uno jugoslavista serbo. La ‘Dichiarazione islamica’ di Izetbegovic precede di 22 anni la guerra, e vi si leggono affermazioni come: “Al posto di odiare l’Occidente, dobbiamo proclamare la necessità della cooperazione”. Il governo di Sarajevo fece il possibile perché la Repubblica mantenesse un carattere pluri-etnico, indispensabile ai Musulmani per evitare la sorte cui li candidavano i nazionalismi serbo e croato, essere ridotta ad un Bantustan islamico. Dunque il revisionismo spartisce poco con la storia e molto con la cattiva coscienza.
In realtà la Bosnia progettata a Sarajevo era una versione liberale della Jugoslavia, federazione multietnica anch’essa smantellata dai nazionalismi serbo e croato (con un aiuto europeo indiretto, ma sostanziale). All’inizio del conflitto bosniaco le Nazioni unite vararono, anche su impulso di governi europei, un embargo sulle armi che colpiva unicamente gli aggrediti. In Italia non si tenne neppure una manifestazione contro le pulizie etniche serbe e croate, che pure avvenivano sotto i nostri balconi. Quasi tutta l’informazione e la politica si attennero alla rappresentazione del ‘conflitto etnico’ per il quale tutti erano colpevoli (e nascosero il ruolo della Croazia di Tudjman, in precedenza celebrato come il campione della cristianità e del liberalismo opposto all’Oriente ‘serbo-comunista’); virarono all’improvviso quando gli americani decisero di intervenire; e infine preferirono non vedere la violenta espulsione di duecentomila serbi dalla Kraijna, il prezzo per il quale la Croazia mollò la presa sul pezzo di Bosnia che di fatto aveva annesso. Beninteso, l’intervento Nato obbediva innanzitutto a una priorità geopolitica, affermare sul campo il diritto dell’Alleanza di estroflettersi fuori dai propri confini. Ma pose fine ad una guerra che aveva prodotto centomila morti, per i due terzi Musulmani o jugoslavisti. Ora il revisionismo suggerisce implicitamente che l’intervento fu un errore, sarebbe stato meglio se la Nato avesse lasciato il conflitto al suo decorso “naturale” e si fosse combattuto fino all’ultimo Musulmano. Un tempo era la tesi di vari orecchianti, oggi pare annunciare il nuovo ‘realismo’ politically correct.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

il blog di Riccardo Michelucci