Alle origini della protesta catalana

Focus Storia n. 134, dicembre 2017

“Ascolta Spagna, la voce di un figlio/ che ti parla in voce non castigliana/ ti parlo nella lingua che mi ha insegnato questa terra aspra/ in questa lingua con cui pochi ti parlano/ Dove sei Spagna? Non riesco a vederti/ Non senti la mia voce tonante?/ Non senti questa lingua che ti parlo?/ Forse hai smesso di capire i tuoi figli?/ Addio, Spagna!”. Nel 1898, questi versi del grande poeta catalano Joan Maragall suonarono come il definitivo atto di sfida nei confronti del centralismo spagnolo. Maragall era uno dei principali esponenti della “Renaixença” (“Rinascimento”), la corrente letteraria nata alla fine del XIX secolo per riscattare la letteratura catalana da una lunga fase di decadenza. Dopo la guerra di successione spagnola (1701-1714), le antiche istituzioni catalane erano state soppresse, causando anche la progressiva decadenza della lingua. Quel movimento letterario fu la scintilla del moderno nazionalismo catalano, che individuò in una data – l’11 settembre 1714 – l’inizio della propria rinascita. Quel giorno la città di Barcellona, dopo quattordici mesi d’assedio, era stata riconquistata dalle truppe spagnole del duca di Berwick, ponendo fine a una lunga guerra di successione che aveva coinvolto anche le grandi potenze del Vecchio continente. Dopo aver sconfitto il pretendente al trono, Carlo d’Asburgo, il nuovo re Filippo V di Borbone dette vita a uno stato centralista simile a quello francese. Per punire i “traditori” catalani – colpevoli di aver appoggiato il nemico – impose i Decreti di Nueva Planta che cancellarono la sovranità politica della Catalogna e posero fine al suo autogoverno di origine medievale. Il catalano, fino a quel momento considerato la lingua ufficiale della regione, fu privato di ogni validità legale e conobbe, da quel momento in poi, un lento e inesorabile declino. I moderni nazionalisti catalani hanno dunque identificato lo spartiacque della loro lotta con la data di un’epocale sconfitta: per ricordare il giorno in cui la Coronela, la milizia incaricata di difendere Barcellona, venne costretta alla resa nel 1714, l’11 settembre di ogni anno in Catalogna si celebra la “Diada” (la festa nazionale catalana) e al minuto 17 delle partite di calcio del Barcellona i tifosi della squadra blaugrana intonano cori per l’indipendenza.
Il termine “Catalonia” è comparso per la prima volta nel XII secolo all’interno del Liber Maiolichinus, una cronaca epica medievale che narrava in latino le gesta di Ramón Berenguer III, considerato il primo eroe catalano della storia. Per secoli il territorio fece parte del Regno d’Aragona, la cui struttura tripartita (Aragona, Catalogna e Valencia) lasciava spazio a una parziale autonomia. I primi contrasti nacquero alla fine del XV secolo, in seguito all’unificazione delle corone di Castiglia e Aragona e alla conclusione della Reconquista nel 1492. Il paese iberico fu unito, ma in condizioni diverse da quelle altamente centralizzate di altri stati contemporanei, a cominciare dalla Francia. La capitale fu stabilita in via definitiva a Madrid soltanto alla metà del secolo successivo: fino ad allora la corte si riunì a Toledo e in altre città, mentre le comunità locali godevano di un ampio grado di autonomia dal quale scaturivano spesso conflitti col potere centrale. Nel 1518, ad esempio, per contrastare il potere mercantile di Barcellona, la Corona di Spagna le vietò di commerciare direttamente con l’America. Ma fu alla metà del XVII secolo che i contadini catalani si sollevarono contro le tasse imposte da Madrid, proclamando l’indipendenza e facendo scoppiare un lungo e cruento conflitto. La rivolta divampò nel giorno del Corpus Domini del 1640, causando la morte del viceré spagnolo e di molti funzionari e giudici; nel gennaio dell’anno successivo il presidente della Generalitat de Catalunya, Pau Claris i Casademunt, proclamò la repubblica catalana indipendente sotto il protettorato della Francia. Da quel momento in poi, la Catalogna divenne il campo di battaglia tra francesi e spagnoli all’interno della Guerra dei trent’anni finché, nel 1652, gli eserciti di Filippo IV di Spagna non prevalsero sulle truppe franco-catalane riconquistando il territorio intorno a Barcellona. Oggi, i sostenitori della separazione dalla Spagna sostengono che già in epoca medievale la Catalogna avesse sperimentato forme di sovranità e indipendenza, ad esempio con le corti catalane create durante l’Impero Carolingio, alle quali fu riconosciuta una sovranità di fatto che durò per secoli e terminò nel fatale 1714. Ma molti storici ritengono che associare l’esperienza delle “contee” di epoca Carolingia al moderno concetto d’indipendenza auspicato dagli indipendentisti rappresenti una forzatura.
Resta il fatto che da quell’11 settembre di tre secoli fa, incastrare la “nazione” catalana all’interno della Spagna è sempre stato molto difficile e i problemi sono aumentati nella seconda metà del XIX secolo, ai tempi dell’industrializzazione, con la nascita del moderno nazionalismo catalano. “Essere catalano è la maggior fortuna di fronte all’avvenire”, sosteneva uno dei più famosi figli di Catalogna di sempre, il grande pittore surrealista Salvador Dalì. Nel 1931 fu fondato quello che è ancora oggi il più antico partito indipendentista catalano in attività, l’Esquerra Republicana de Catalunya (Sinistra repubblicana di Catalogna) il cui primo leader, Lluis Companys, è stato anche l’ultimo presidente del governo autonomo che proclamò l’indipendenza dello stato catalano. “In nome del popolo e del parlamento – dichiarò la sera del 6 ottobre 1934 – il governo che presiedo si assume tutte le cariche del potere e, serrando i ranghi di coloro che sono uniti nella comune protesta contro il fascismo, li invita a sostenere il governo provvisorio della repubblica catalana”. L’indipendenza durò in realtà soltanto poche ore: la mattina dopo le truppe spagnole fecero irruzione nel palazzo del governo catalano e scatenarono una dura repressione che portò in carcere circa tremila persone. Barcellona sarebbe diventata una roccaforte repubblicana nella guerra civile che scoppiò di lì a poco, e Companys fu costretto a rifugiarsi in Francia. Nel 1940 venne catturato dalla Gestapo hitleriana e consegnato ai franchisti, che lo fucilarono all’interno della fortezza di Montjuic, a Barcellona, dichiarando la Catalogna “una regione nemica”.
Durante il successivo regime del generale Francisco Franco (1939-1975), la repressione di tutte autonomie locali spagnole raggiunse livelli parossistici: l’autogoverno catalano fu abolito e tutti i simboli della Catalogna furono soppressi a cominciare dalla lingua, il cui uso divenne illegale, con dure pene carcerarie per chi la parlava in pubblico. Lo statuto d’autonomia fu ripristinato soltanto nel 1979, dopo la morte di Franco e la fine della dittatura. È rimasto in vigore fino al 2006, quando i catalani hanno approvato con un referendum un nuovo statuto che garantisce alla “nazione” catalana maggiori poteri, soprattutto in campo finanziario. Ma quattro anni dopo, la Corte Costituzionale spagnola ha dichiarato l’incostituzionalità di diversi articoli del nuovo statuto, affermando che il diritto internazionale prevede l’autodeterminazione soltanto in caso di dominio coloniale o di occupazione straniera. Il governo autonomo ha respinto la decisione del tribunale, accusando i giudici di essere al servizio dell’esecutivo di Madrid e l’11 settembre 2012, in occasione della tradizionale festa della “Diada”, circa due milioni di persone sono scese in piazza a Barcellona dietro allo striscione “Catalogna, nuovo stato d’Europa”, in quella che è considerata la più grande manifestazione indipendentista dalla fine del franchismo. Due anni più tardi le rivendicazioni catalane hanno trovato sfogo nel primo referendum per l’autodeterminazione che, pur anch’esso dichiarato illegittimo dal tribunale costituzionale spagnolo, vide la partecipazione di circa il 36% degli elettori, circa l’81% dei quali si espresse a favore di un’indipendenza che intreccia elementi storici, culturali, economici e politici. Da allora si sono susseguite le mobilitazioni ma è mancato fatalmente il dialogo politico, da entrambe le parti, con le conseguenze che abbiamo visto nelle ultime settimane.
RM

La lista di Diana

Avvenire, 12.11.2017

Un nome, un volto di donna su una foto ingiallita dal tempo, le pagine consunte di un vecchio diario. Non ci resta molto di più, oggi, di una delle più grandi operazioni umanitarie compiute in Europa durante la Seconda guerra mondiale. Quella donna si chiamava Diana Budisavljević e rischiò la vita per salvare migliaia di bambini dallo sterminio nazista ma il suo eroismo è rimasto sepolto nell’oblio fino a poco tempo fa, vittima di un corto circuito della storia innescato da veti e convenienze politiche. Secondo i calcoli più attendibili, in circa tre anni e mezzo, mentre la popolazione civile serba dello stato indipendente croato fu sottoposta allo sterminio di massa dal regime ustascia alleato con Hitler, l’Aktion, l’organizzazione fondata a Zagabria da questa donna di origini austriache, sottrasse circa dodicimila bambini ai campi di concentramento. Purtroppo non tutti riuscirono a salvarsi, poiché in molti casi morirono non appena prelevati, durante il trasporto o nei luoghi in cui vennero accolti ma la sua preoccupazione quasi ossessiva per i bambini, soprattutto per i neonati, rappresentò la salvezza per migliaia di loro. Il diario di Diana, che copre il periodo dal 1941 al 1947, è stato ritrovato solo in tempi recenti da sua nipote, Silvija Szabo. Finalmente pubblicato in Croazia nel 2003 ha consentito, dopo un’attenta ricerca sulle fonti documentarie, di ricostruire la straordinaria vicenda della sua “Azione” ma non è riuscito a rendere finalmente giustizia alla sua memoria. È quanto si propone di fare Wilhelm Kuehs, scrittore austriaco che ha appena pubblicato Dianas Liste (“La lista di Diana”), un romanzo biografico ispirato alla sua storia sullo stile di quanto fece molti anni fa l’australiano Thomas Keneally sulla vicenda di Oskar Schindler, che poi avrebbe ottenuto fama planetaria grazie al film di Steven Spielberg.
Anche la vicenda della Budisavljević potrebbe prestarsi molto bene a un adattamento cinematografico. In uno dei primi passaggi del suo diario, Diana racconta che un giorno la sua sarta di religione ebraica le parlò del campo di concentramento allestito a Loborgrad, in un’antico castello a poca distanza dalla capitale croata, dov’erano rinchiusi soprattutto bambini e donne serbe ed ebree, e dove le condizioni igieniche e sanitarie erano già al collasso. Decise allora di creare un comitato clandestino per l’organizzazione degli aiuti, iniziando a raccogliere denaro, abiti, scarpe e materassi, a cucire cappotti, coperte, lenzuola, nascondendo tutto nel garage di casa. In poco tempo riuscì a mobilitare decine di donatori e a consegnare i primi pacchi di aiuti alla comunità ebraica. Ma fu solo l’inizio. Ben presto riuscì a ottenere dalle autorità croate il permesso di recarsi nel campo per rendersi conto di persona delle condizioni delle internate e dei loro figli. Facendo leva sulla sua nazionalità austriaca, sulle sue amicizie e sulla fama del marito – all’epoca considerato uno dei migliori chirurghi del paese -, cominciò a fare pressione sulle autorità politiche e religiose, e all’inizio del 1942 ottenne dalla polizia il primo permesso scritto che le concedeva di raccogliere e inviare cibo e vestiti agli internati di fede ortodossa. Quando le autorità ustascia decisero di istituire per scopi propagandistici una serie di “orfanotrofi” per i piccoli profughi, l’“Azione” iniziò a occuparsi dei primi bambini rilasciati dai campi di Loborgrad e Gornja Rijeka che non avevano dove andare poiché le loro madri erano state trasferite ai lavori forzati in Germania. Prima convinse il governo croato a regolamentare il trasferimento dei bambini presso famiglie disposte ad accoglierli, poi organizzò i trasporti, a condizione che dopo la guerra sarebbero stati fatti tornare alle loro famiglie. Fu una corsa contro il tempo, per cercare di salvarli dalla fame, dalle malattie e dalle camere a gas. La consapevolezza dei gravissimi rischi che correva non impedì alla Budisavljevic di entrare più volte nel campo di sterminio di Jasenovac affrontando a viso aperto il suo comandante, Vjekoslav Luburic, considerato uno dei più crudeli criminali di guerra ustascia. In un altro significativo passaggio del suo diario racconta proprio la sua visita al più famigerato lager dei Balcani per prelevare i bambini: “le scene dolorose che ho visto sono indescrivibili. Quanto coraggio in quelle donne. Alcuni bambini piccoli non si volevano separare dalle loro madri, e allora loro disperate dicevano ai loro adorati: ‘Ti piacerà, non aver paura, presto verrò a prenderti’. E poi la solita domanda fatta a bassa voce – se avrebbero mai rivisto i loro figli”. In appena due giorni riuscì a farne uscire dal campo oltre un migliaio. L’affidamento alle famiglie adottive sarebbe stato soltanto una sistemazione temporanea: l’obiettivo era infatti quello di restituire i bambini ai loro parenti subito dopo la guerra. A questo scopo, a partire dalla seconda metà del 1942 l’“Azione” organizzò un dettagliatissimo schedario con i dati e le fotografie di tutti i bambini per consentire il ricongiungimento a guerra finita. Ma pochi giorni dopo la liberazione, avvenuta l’8 maggio 1945, la “lista di Diana” fu sequestrata dal nuovo governo comunista jugoslavo che – pur riuscendo a individuare molti genitori dei bambini salvati – si appropriò letteralmente del suo operato oscurando la grande operazione di salvataggio che aveva messa in atto, per raccontarla come un trionfo delle forze partigiane di Zagabria. Diana Budisavljević non vide mai riconosciuto il suo ruolo perché dopo la guerra non volle avere niente a che fare con il regime jugoslavo, che non tollerava la sua neutralità politica. Sarebbe rimasta in disparte per il resto della sua vita, continuando a vivere a Zagabria con il marito fino al 1972, quando fece ritorno a Innsbruck, sua città natale, dove morì nel 1978, all’età di 87 anni. Il suo eroismo è stato riconosciuto dalle autorità serbe soltanto nel 2012, quando il presidente della Repubblica Boris Tadic le ha conferito la medaglia d’oro alla memoria. A oggi nessun riconoscimento ufficiale è arrivato invece dalla Croazia, che per ora si è limitata a intitolarle un parco cittadino a Zagabria.
RM

Viaggio nel cuore del dramma basco

Avvenire, 10.11.2017

Trent’anni di vita e di lotta nei Paesi baschi raccontati attraverso un grandioso affresco polifonico. Due saghe familiari che si intrecciano con continui salti cronologici descrivendo i silenzi, le paure, le invidie, i ricatti. E l’omertà. Al centro della narrazione, costruita con un sapiente montaggio a brevi capitoli, un omicidio che spacca in due la trama e stravolge le vite di tutti i personaggi, diventando il pretesto per scandagliare l’anima più profonda del separatismo armato che ha insanguinato il paese per decenni. Romanzo ambizioso già nelle dimensioni (oltre seicento pagine), Patria, ultimo lavoro dello scrittore basco Fernando Aramburu è diventato in poco tempo un vero caso letterario in Spagna, aggiudicandosi premi prestigiosi e spingendo alcuni critici a definirlo nientemeno che il Guerra e pace iberico. Ad appena un anno dalla sua uscita in lingua originale conta già venti ristampe, quasi mezzo milione di copie vendute e una dozzina di traduzioni tra cui quella italiana di Bruno Arpaia, da poco uscita per Guanda. Un paese immaginario dell’entroterra di San Sebastián è il teatro delle vicende di due famiglie basche legate da un’antica amicizia che implode a causa della violenza quotidiana tra l’Eta e lo stato spagnolo. Ci sono due matriarche dure e inflessibili come la pietra, Miren e Bittori, e due mariti, il Txato e Joxian, amici per la pelle ed entrambi vittime, a modo loro, dell’indipendentismo. E poi cinque ragazzi che crescono insieme, compagni di gioco e di studi, finché la morsa del fanatismo non si stringe sulle loro vite distruggendo i legami che li univano. Prima le intimidazioni, le minacce e le scritte sui muri che prendono di mira il Txato, colpevole di rifiutarsi di pagare il pizzo all’Eta, poi l’ostracismo del paese nei confronti dei suoi familiari, infine il fatale attentato sul quale si allunga l’ombra di uno dei figli di Joxian, nel frattempo diventato un etarra, un irriducibile del gruppo armato separatista. Bittori, la vedova distrutta dal dolore, non riceve solidarietà ma soltanto indifferenza e disprezzo, mentre il paese celebra gli assassini come eroi della causa. È costretta ad andarsene, come se dovesse vergognarsi del suo lutto, ma non smetterà mai di lottare per conoscere la verità sulla morte del marito. Sullo sfondo di un orizzonte grigio e piovoso, fatto di ideali apparentemente incrollabili, di frustrazioni e rancori, ruota un caleidoscopio di episodi che solcano la vita dei personaggi, i rapporti tra fratelli e coniugi, i matrimoni e i divorzi, la malattia e la disabilità.
Nessun romanzo aveva raccontato prima d’ora il dramma dell’Eta con tale profondità e lucidità, analizzando la coscienza delle vittime e dei carnefici e rispecchiando la società basca di quegli anni. Fernando Aramburu, già autore di altri romanzi (alcuni tradotti in italiano da La Nuova Frontiera), conosce bene quel mondo perché è nato e cresciuto a San Sebastián, e in gioventù faceva parte di un gruppo di artisti che cercava di ridicolizzare l’Eta usando l’umorismo e la poesia. Da anni vive in Germania e forse proprio per questo è riuscito ad analizzarlo con la giusta distanza, affrontando con coraggio un tema delicato e controverso. Patria non avrebbe potuto essere concepito prima del 2011 e della definitiva rinuncia alla lotta armata da parte dell’Eta. Soltanto da quel momento in poi è stato infatti possibile chiudere il cerchio della memoria e aprire la strada al ripensamento e al perdono, come accade in carcere a uno dei protagonisti: “a poco a poco avevano smesso di risuonare slogan, argomenti, tutti quei rottami verbali/sentimentali con i quali per lunghi anni aveva oscurato la propria verità intima. E qual era questa verità? Che aveva fatto del male e aveva ucciso. Per cosa? E la risposta lo riempiva di amarezza: per niente”.
RM

Elio, non partigiano ma resistente

Avvenire, 4.11.2017

“Elio non era andato alla guerra ma ora la guerra lo aveva raggiunto, rompendo prepotentemente il silenzio e la pace della sua campagna”. È la primavera del 1944, quando la Storia impone a Elio Bartolozzi, contadino toscano di appena vent’anni, una scelta destinata a cambiare per sempre la sua vita, rendendolo protagonista di un’esemplare vicenda di resistenza civile e deportazione rimossa dalla memorialistica ufficiale del Dopoguerra. Il suo eroismo è rimasto sepolto nell’oblio per decenni, finché lo storico Frediano Sessi, già biografo di Primo Levi e Anna Frank, non ha riannodato i fili della memoria nel suo nuovo libro, Elio, l’ultimo dei Giusti. Una storia dimenticata di Resistenza, appena uscito per Mursia. Cieco da un occhio fin da bambino a causa di un incidente di gioco, Elio non era stato chiamato alle armi ed era rimasto a lavorare la terra a Ceppeto, il paese dove viveva con la sua famiglia, a pochi chilometri da Firenze. In guerra ci erano andati soltanto i suoi fratelli: uno era prigioniero in Jugoslavia e l’altro, tornato dalla Russia, si nascondeva in soffitta per non farsi catturare dai nazisti. Ma il 4 aprile 1944, all’altezza della piccola stazione ferroviaria di Montorsoli a poca distanza da casa sua, i partigiani attaccano un treno che trasporta militi della Repubblica sociale. Nello scontro a fuoco alcuni partigiani restano feriti, due in modo grave, e hanno bisogno di cure. A Elio, che neanche li conosceva, verrà chiesto di portarli in salvo usando il suo carro trainato dai buoi. E lui, pur conscio dei pericoli, quando capì che era in gioco la loro vita decise di accompagnarli in un luogo sicuro. Rientrò a casa nella notte, stremato, e non appena si mise a letto i fascisti bussarono alla sua porta. Qualcuno aveva fatto la spia. Elio viene imprigionato e torturato a Villa Triste, a Firenze, dagli uomini della famigerata banda Carità, che vogliono estorcergli informazioni sui partigiani. Ma lui non parla. Due mesi dopo viene internato nel campo di Fossoli, poi in quello di Bolzano, e infine deportato a Mauthausen. Trascorre alcuni giorni al campo principale finché non finisce nell’inferno di Gusen, dove i prigionieri erano costretti a scavare gallerie utilizzate per la produzione di armi, in condizioni a dir poco bestiali. Elio è fortunato, perché riesce a sopravvivere e a vedere la liberazione del campo da parte degli americani, il 6 maggio 1945. Tornato a casa, riprende la sua vita in campagna e sceglie di non denunciare chi l’ha tradito facendolo deportare. Nel suo memoriale, rimasto a lungo inedito, spiegherà di aver già visto troppe violenze e troppo dolore. Il suo atto eroico cade definitivamente nell’oblio e anche lo status di partigiano non gli verrà mai riconosciuto. La lapide che ricorda i partigiani della battaglia di Montorsoli non riporta il suo nome e quando muore, nel 2004, ai funerali non partecipa alcun rappresentante dell’Anpi, né dell’Aned. La sua vicenda, raccontata da Sessi con il rigore dello storico e la forza narrativa dello scrittore, è quella di un uomo per cui resistere “non ha voluto dire schierarsi ma rischiare la propria vita per proteggere altri che non facevano parte della sua famiglia e dei suoi conoscenti”. E ci ricorda che accanto a una resistenza armata vi fu, in quei mesi terribili, anche il silenzioso eroismo di tanti uomini e tante donne che si rifiutarono di adeguarsi alla cultura della violenza e dell’indifferenza inculcate dal fascismo, mettendo al centro della loro vita l’amore per gli esseri umani, anche al costo di perdere tutto.
RM

Testimone degli orrori di Mao

Avvenire, 25 ottobre 2017

Tan Hecheng oggi

Tan Hecheng conserva ancora un vivido ricordo di quell’estate del 1967. All’epoca era uno studente di vent’anni in visita con un gruppo di amici nella contea cinese del Daoxian, provincia dello Hunan, non lontano dal luogo natale di Mao Zedong. Dopo un lungo viaggio in autobus, il giovane si incamminò da solo per le strade della città di Daojiang e si imbatté nei minacciosi avvisi della Corte Suprema del Popolo, affissi sulle mura di un ponte. Annunciavano la punizione nei confronti dei “proprietari terrieri reazionari” ritenuti colpevoli di crimini atroci. “La collera del popolo chiede la loro esecuzione – sentenziavano quei manifesti – sono quindi tutti condannati a morte con effetto immediato”. L’anno prima il Grande Timoniere della Cina comunista, sentendo vicino il crepuscolo del suo potere, aveva lanciato quella che sarebbe tristemente passata alla storia come la Rivoluzione culturale. Era stata denunciata l’infiltrazione del partito da parte di elementi revisionisti e controrivoluzionari intenzionati a creare un regime borghese, erano state chiuse le scuole e le università per mobilitare gli studenti, in breve tempo oltre un milione di giovani Guardie rosse erano giunte da tutto il paese per riunirsi a Pechino, in piazza Tienanmen, dove avevano ricevuto l’ordine di attaccare i “centri della controrivoluzione” per distruggere i quattro nemici della Cina: le idee, la cultura, i comportamenti, le abitudini. In realtà Mao, indebolito dall’enorme fallimento del Grande Balzo in Avanti che aveva causato decine di milioni di morti per fame, voleva riaccentrare il potere nelle sue mani a costo di nuovi massacri. Per un volta, il giudizio della storia non si sarebbe fatto attendere: nel 1981, appena cinque anni dopo la sua morte, il partito comunista cinese approvò una risoluzione che condannava la Rivoluzione culturale definendola “un lungo e grave errore”. Poco si sapeva all’epoca sui reali effetti di quel decennio di terrore imposto da Mao in tutto il paese, con proprietà confiscate, imprigionamenti arbitrari, “rieducazioni”, torture e uccisioni di massa. Nei primi anni ’80 Hu Yaoban, uno dei nuovi leader del partito, promosse una breve fase di riforme democratiche e nel 1986 inviò oltre un migliaio di funzionari a indagare sugli eccidi di massa compiuti vent’anni prima. Tan Hecheng all’epoca lavorava per un giornale controllato dal partito e fu incaricato di andare nel distretto rurale del Daoxian per raccontare quell’indagine. Avrebbe dovuto scrivere una serie di articoli per giustificare ed elogiare gli sforzi del partito che cercava di affrontare i drammi del passato punendo i colpevoli. Fu il governo stesso a offrirgli la possibilità di scoprire la verità su quei massacri e in qualità di giornalista del regime ebbe pieno accesso a migliaia di pagine di documenti ufficiali. Riuscì quindi a raccogliere informazioni clamorose su una delle tante ondate di violenza e isteria di quei giorni, che causò la morte di circa novemila persone in appena due mesi, tra l’agosto e l’ottobre del 1967. Ma i buoni propositi riformisti del partito erano destinati a svanire in breve tempo. Alla fine del 1986 il clima politico in Cina era già profondamente cambiato e la commissione d’inchiesta insabbiò quasi tutto. Circa quindicimila persone furono riconosciute colpevoli del massacro ma solo una cinquantina di esse vennero condannate per i loro crimini. Il regime fu incapace di compiere una vera catarsi e gli articoli di Hecheng non furono mai pubblicati, rimanendo a lungo chiusi in un cassetto. Se non fosse stato per il suo coraggio e la sua caparbietà, il massacro del Daoxian sarebbe probabilmente rimasto sepolto nell’oblio per sempre. Alcuni anni fa l’anziano giornalista è finalmente riuscito a pubblicarli a Hong Kong, in un volume che adesso è uscito anche in inglese col titolo The Killing Wind: A Chinese County’s Descent into Madness During the Cultural Revolution (Oxford University Press). Continua la lettura di Testimone degli orrori di Mao