Irlanda, pace a rischio con la Brexit?

Avvenire, 25.6.2016

Tony Blair e Bill Clinton, i principali artefici degli Accordi di Pace del Venerdì Santo del 1998, erano stati i primi a paventare le conseguenze della Brexit sulla fragile architettura istituzionale dell’Irlanda del Nord. Un paio di settimane fa, nel corso di una conferenza all’università di Derry, l’ex primo ministro britannico Tony Blair aveva detto che l’uscita della Gran Bretagna dall’UE avrebbe messo seriamente a rischio la pace e la stabilità della provincia, costruite con grande sforzo e consolidate in seguito con altrettanta difficoltà. L’ex presidente statunitense Bill Clinton, grande regista dello storico accordo di diciotto anni fa, aveva invece confessato al New Statesmen le sue preoccupazioni sulla tenuta della pace in Irlanda del Nord in caso di voto favorevole alla Brexit. I timori di Blair e di Clinton, ai quali si era aggiunto l’ex premier conservatore John Major – anch’egli impegnato a suo tempo nel processo di pace –, erano stati liquidati come “allarmistici” dal ministro britannico per l’Irlanda del Nord Theresa Villiers, secondo la quale l’uscita di Londra dall’UE, peraltro da lei auspicata, non avrebbe necessariamente richiesto il ripristino di una frontiera tra le due Irlande, triste retaggio dei lunghi anni del conflitto. Ma secondo quanto previsto dalla legislazione europea, sarà inevitabile limitare la libera circolazione di persone e merci e il risorgere di quella frontiera porrà non pochi interrogativi sul processo di pace, che era incentrato anche sulla sua graduale eliminazione. I rapporti tra Londra, Dublino e Belfast dovranno essere ridisegnati secondo quanto prevedono gli stessi accordi, sempre che la Brexit non abbia tra i suoi effetti collaterali anche quello di favorire un terremoto istituzionale all’interno della stessa Gran Bretagna.
Gli elettori nordirlandesi, in assoluta controtendenza con il resto del paese, si sono infatti espressi chiaramente a favore della permanenza nell’UE (56% del totale con 11 collegi elettorali su 18), legittimando il vicepremier dell’Irlanda del Nord Martin McGuinness a invocare a gran voce un altro referendum, stavolta per la riunificazione l’isola, la cui divisione fu imposta da Londra nel lontano 1921. “L’esito del voto ha dimostrato che il governo britannico non ha più alcun titolo per rappresentare gli interessi politici ed economici della nostra gente”, ha detto. Il suo partito Sinn Féin, pur antieuropeista, aveva chiesto in campagna elettorale di votare per il Remain, spiegando che l’uscita dall’UE sarebbe stata una catastrofe per i lavoratori e per tutta l’economia della regione. Ma il primo ministro nordirlandese Arlene Foster, esponente del principale partito unionista DUP, ha ribadito anche a urne chiuse di avere un’opinione diametralmente opposta, ha rassicurato i cittadini e ha accusato McGuinness di opportunismo. La Brexit rischia dunque di creare una spaccatura insanabile all’interno dell’esecutivo di Belfast, nato appena un mese fa e incentrato come i precedenti sulla condivisione dei poteri tra i due partiti Sinn Féin e DUP, rimettendo in discussione il fragile status quo politico raggiunto negli ultimi anni ed esacerbando le tensioni tra le due comunità. Quanto al referendum sulla riunificazione dell’Irlanda, solo il ministro Villiers può indirlo, ma ha fatto sapere che al momento mancano i presupposti politici per farlo.
RM

Bosnia, il revisionismo trasversale dei media italiani

di Guido Rampoldi

Figlio dello spirito del tempo, avanza a grandi passi un revisionismo traversale per il quale i musulmani di Bosnia profittarono della guerra (1992-1995) per far entrare in Europa legioni di jihadisti: e perciò sarebbero responsabili della penetrazione islamista nei Balcani, tuttora in corso. Questo singolare rovesciamento, per il quale le vittime diventano i colpevoli, era già stato abbozzato a suo tempo da La Stampa di Torino, che definiva ‘hezbollah’ i soldati bosniaci, intesi come sanguinari fondamentalisti. Rilanciato da un analista militare apprezzato dai neocons, John Schindler, adesso ispira un intervento del generale Mario Arpino, ex capo di stato maggiore, pubblicato dal prestigioso Istituto affari internazionali.
La tesi è la seguente: il presidente bosniaco Alija Izetbegović (autore, ricorda Arpino, della ‘Dichiarazione islamica’) avrebbe offerto “ai propri amici mujaheddin internazionali un campo di battaglia dove continuare ad esercitarsi alla jihad. In definitiva, è lui che avrebbe importato e consapevolmente sviluppato, contagiando anche una parte della gioventù bosniaca, l’estremismo integralista musulmano nell’Europa balcanica”. Di torme di jihadisti accorse in Bosnia narra anche uno storico, di solito rigoroso, come Sergio Romano, secondo il quale Izetbegovic voleva “islamizzare i musulmani”, ragione per cui in Bosnia convennero guerrieri provenienti “da tutte le jihad che si stavano predicando o combattendo in Africa e in Medio Oriente”. Quanti jihadisti? Duemila, azzarda un reportage de Il Corriere della Sera. In ogni caso la tesi che attribuisce alla Bosnia in guerra “una leadership fondamentalista islamica” (così il filosofo marxista Alberto Burgio su Il Manifesto) sembra ormai traversare l’intera geografia destra-sinistra, ripristinando la trasversalità di quel ‘partito dell’inazione’ che durante la guerra saldò destre e sinistre.
Il secondo elemento cui si affida il revisionismo è l’odio etnico, un impulso spontaneo che, a quanto scrivevano i giornali già durante la guerra, divorava da secoli serbi, croati e musulmani. Il problema è che in una società spaccata dall’odio etnico non avvengono matrimoni misti, mentre nelle maggiori città bosniache prima della guerra erano una percentuale altissima, in media il 10%, quante oggi le coppie ‘multi-etniche’ in Gran Bretagna, Paese che non pare sull’orlo della guerra civile. In realtà l’odio – un odio così antico e generalizzato che nessun intervento esterno avrebbe potuto placare – era il pretesto che occorreva ai governi europei. Ammettere che il conflitto avesse natura politica, che opponesse un aggressore, il nazionalismo etnico, e un aggredito, la Bosnia pluri-etnica, comportava per l’Europa l’obbligo di assumersi responsabilità e rischi per difendere i Musulmani, una prospettiva impopolare nel continente. La tesi dell’odio toglieva i governi dagli impacci. Perfino la Bbc finse di non capire che la guerra era organizzata e ispirata da Belgrado e da Zagabria, come più tardi confermarono le sentenze del Tribunale dell’Aja (sul ruolo del presidente croato Tudjman, sottratto alla giustizia internazionale da una morte tempestiva, parla a sufficienza la motivazione della sentenza contro il suo sodale Jadranko Prlic).
Quanto poi alla tesi di Arpino, posso offrire la mia testimonianza di inviato speciale. In quei tre anni e mezzo il mitissimo islam bosniaco non emise una sola fatwa per incitare alla guerra santa contro gli aggressori ‘cristiani’. Non si palesarono predicatori salafiti (e quando ne apparve uno, nel 2006, fu invitato a sloggiare con un manifesto letto in tutte le moschee bosniache). Gli ‘hezbollah’ spacciati dalla Stampa erano i laicissimi soldatini del V corpo. Gli eserciti di guerrieri jihadisti assommavano a una cinquantina di assassini acquartierati nell’ex fabbrica dei fiammiferi di Travnik, detestati dalla popolazione musulmana e indipendenti dalle Forze armate bosniache, il cui capo, il generale Jovan Diviak, era uno jugoslavista serbo. La ‘Dichiarazione islamica’ di Izetbegovic precede di 22 anni la guerra, e vi si leggono affermazioni come: “Al posto di odiare l’Occidente, dobbiamo proclamare la necessità della cooperazione”. Il governo di Sarajevo fece il possibile perché la Repubblica mantenesse un carattere pluri-etnico, indispensabile ai Musulmani per evitare la sorte cui li candidavano i nazionalismi serbo e croato, essere ridotta ad un Bantustan islamico. Dunque il revisionismo spartisce poco con la storia e molto con la cattiva coscienza.
In realtà la Bosnia progettata a Sarajevo era una versione liberale della Jugoslavia, federazione multietnica anch’essa smantellata dai nazionalismi serbo e croato (con un aiuto europeo indiretto, ma sostanziale). All’inizio del conflitto bosniaco le Nazioni unite vararono, anche su impulso di governi europei, un embargo sulle armi che colpiva unicamente gli aggrediti. In Italia non si tenne neppure una manifestazione contro le pulizie etniche serbe e croate, che pure avvenivano sotto i nostri balconi. Quasi tutta l’informazione e la politica si attennero alla rappresentazione del ‘conflitto etnico’ per il quale tutti erano colpevoli (e nascosero il ruolo della Croazia di Tudjman, in precedenza celebrato come il campione della cristianità e del liberalismo opposto all’Oriente ‘serbo-comunista’); virarono all’improvviso quando gli americani decisero di intervenire; e infine preferirono non vedere la violenta espulsione di duecentomila serbi dalla Kraijna, il prezzo per il quale la Croazia mollò la presa sul pezzo di Bosnia che di fatto aveva annesso. Beninteso, l’intervento Nato obbediva innanzitutto a una priorità geopolitica, affermare sul campo il diritto dell’Alleanza di estroflettersi fuori dai propri confini. Ma pose fine ad una guerra che aveva prodotto centomila morti, per i due terzi Musulmani o jugoslavisti. Ora il revisionismo suggerisce implicitamente che l’intervento fu un errore, sarebbe stato meglio se la Nato avesse lasciato il conflitto al suo decorso “naturale” e si fosse combattuto fino all’ultimo Musulmano. Un tempo era la tesi di vari orecchianti, oggi pare annunciare il nuovo ‘realismo’ politically correct.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

La memoria corta di Roddy Doyle

doyleAvvenire, 21.6.2016

Roddy Doyle è un grande scrittore ma ha qualche problema con le interviste. Nel 2004, in occasione del centenario del Bloomsday, sentenziò che l’Ulisse di Joyce era un libro prolisso e sopravvalutato, poi rivelò di aver letto soltanto tre pagine di Finnegans Wake, definendola una terribile perdita di tempo. Stavolta si è spinto ben oltre un giudizio letterario più o meno opinabile, pronunciando parole scellerate in un’intervista uscita sabato scorso su Tuttolibri de La Stampa. Da molti considerato il più grande scrittore irlandese contemporaneo, Doyle ha dimostrato di avere una memoria insolitamente corta. Non si spiega altrimenti quanto ha dichiarato a Elisabetta Pagani in occasione dell’uscita in Italia del suo nuovo romanzo. “Vorrei morire guardando una partita di calcio”, ha dichiarato l’autore di romanzi best-seller come The Commitments, Paddy Clarke ah ah ah! e Una stella di nome Henry. La partita Italia-Irlanda che si giocherà mercoledì per i campionati europei di calcio non può non far tornare alla memoria quello che accadde il 18 giugno 1994 a Loughinisland, piccola località a soli 150 chilometri da Dublino. Quel giorno sei cattolici irlandesi – Adrian Rogan, Patrick O’Hare, Eamon Byrne, Malcolm Jenkinson, Daniel McCreanor e Barney Green – morirono in un pub proprio guardando una partita di calcio: era Italia-Irlanda dei mondiali del 1994. Prima che l’arbitro fischiasse la fine, un commando di paramilitari del gruppo unionista protestante UVF irruppe nel locale e aprì il fuoco a sangue freddo, uccidendo sul colpo i sei malcapitati e ferendo gravemente altre cinque persone.img2.thejournal.ie

Erano gli ultimi, cruciali mesi del conflitto in Irlanda del Nord. Impossibile che Doyle non ricordi quei fatti, che all’epoca suscitarono un’enorme ondata di commozione con messaggi di cordoglio provenienti da tutto il mondo, anche da papa Wojtyla. Ed è ancora più impensabile che non abbia letto i giornali del suo paese, che appena una settimana fa hanno dato grande risalto alla notizia della pubblicazione del rapporto del Difensore civico della polizia sulla strage di Loughinisland. Le indagini dell’Ombudsman Michael Maguire hanno confermato quello che i familiari delle vittime ripetevano da tempo, cioè che fu l’ennesimo caso di collusione tra i paramilitari protestanti e le forze dell’ordine nordirlandesi, che insabbiarono le indagini anche per proteggere un loro informatore. Diceva Sepùlveda che ‘un popolo senza memoria è un popolo senza futuro’. Chissà se vale anche per gli scrittori.
RM

Londra caput Europae

Avvenire, 21.6.2016

“A quanto dicono sembra quasi che l’Inghilterra non faccia parte dell’Europa”. Nel XVIII secolo il grande filosofo Edmund Burke, critico nei confronti della Rivoluzione francese, rispondeva così a chi sosteneva che quanto stava accadendo in Francia non avrebbe avuto alcuna conseguenza sull’Inghilterra, semplicemente perché era un’isola. Secondo Burke, passato alla storia come il Cicerone britannico, era vero il contrario: Londra era il cuore dell’Europa, oltre che la capitale di un immenso impero nato essenzialmente dalle rivalità tra gli stati europei. Burke era in realtà di origini irlandesi, proprio come lo storico contemporaneo di Cambridge Brendan Simms, che ha ripreso anche le riflessioni del grande pensatore del ‘700 per costruire la sua storia dei rapporti tra l’Inghilterra e l’Europa con l’obiettivo di dimostrare quanto sarebbe anti-storica un’uscita di Londra dall’UE in seguito al referendum del prossimo 23 giugno. Studioso noto per le sue capacità di collegare l’analisi storica con l’attualità, anni fa Simms pubblicò un libro che fece scalpore, nel quale condannava la politica estera britannica durante la guerra in Bosnia sostenendo che in quell’occasione furono ripetuti gli errori commessi con Hitler nel 1938.
Brexit-EU-remainIn questo nuovo autorevole saggio (Britain’s Europe. A Thousand Years of Conflict and Co-operation, Penguin, pagg. 352) lo studioso di Cambridge esamina invece i profondi e plurisecolari legami che rendono ormai inscindibile il rapporto tra l’Inghilterra e il continente europeo. Legami che risalgono ai tempi della Cristianità medievale, e che videro l’Inghilterra nascere dalle lotte contro i Vichingi per poi consolidare la propria identità nazionale in risposta alle minacce provenienti dall’altra parte della Manica, da Filippo II a Luigi XIV, da Napoleone alla Germania imperiale. Un rapporto sempre biunivoco, considerando il ruolo cruciale giocato dalla Gran Bretagna nell’equilibrio dei poteri sul continente. Il legame di carattere territoriale con l’Europa, sostiene Simms, fu perduto alla metà del XV secolo, al termine della guerra dei Cento anni, una data che da sempre la storiografia prende come punto di riferimento per segnare la fine del Medioevo europeo. Ma quello stesso legame fu poi recuperato all’inizio del ‘700, quando il casato di Hannover, di origine tedesca, succedette agli Stuart sul trono britannico governando ininterrottamente per quasi due secoli, da Giorgio I a Vittoria. La tesi di questo libro sembra dunque dare pienamente ragione al primo ministro inglese David Cameron che alcune settimane fa, per sostenere il suo ‘no’ deciso alla Brexit, ha affermato che l’uscita della Gran Bretagna dall’UE costituirebbe persino una minaccia alla pace, e ha citato in questo senso le antiche guerre con la Spagna e la Francia, dalla Invincibile Armata alla battaglia di Blenheim, da Trafalgar a Waterloo.
Ma nel corso dei secoli non furono soltanto le guerre a consolidare un concetto di Europa del quale anche l’Inghilterra è da sempre parte integrante: il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda, ad esempio, fu creato come unione parlamentare proprio in risposta alle influenze e alle pressioni provenienti dal sistema politico europeo. Simms contesta dunque apertamente le argomentazioni di quegli storici che anche in epoche recenti hanno sottolineato il carattere ‘insulare’ della storia britannica – come se le differenze geografiche, da sole, bastassero per scavare un solco geopolitico e strategico – e afferma al contrario che la storia dell’Inghilterra, e poi della Gran Bretagna, è stata essenzialmente una storia ‘continentale’ poiché costante è stata la centralità dell’Europa nella storia britannica, i cui destini sono stati indirizzati e modellati proprio dai rapporti col resto d’Europa.
A suo avviso, l’eventuale uscita di Londra dall’Europa non sarebbe soltanto anti-storica ma anche controproducente, poiché creerebbe un inevitabile effetto domino – con altri paesi che deciderebbero di andarsene – nonché seri rischi per la sicurezza di tutto l’Occidente. L’articolato excursus storico contenuto nei primi otto capitoli del libro si rivela così l’architrave delle sue conclusioni di carattere strettamente politico. Oggi che l’Europa sta vivendo una delle sue crisi più gravi dal 1945, stretta tra la minaccia del terrorismo internazionale, l’autoritarismo russo e una crisi economica senza precedenti – sostiene Simms -, tornano di grande attualità le parole pronunciate da Winston Churchill all’Università di Zurigo il 19 settembre 1946, cioè il suo famoso Appello agli Stati Uniti d’Europa. “Se l’Europa dev’essere salvata da una miseria senza fine e dalla rovina finale – disse l’ex primo ministro conservatore – è necessario un atto di fede nella famiglia europea e un atto di oblio verso tutti i crimini e le follie del passato”.
Non solo Londra non deve assolutamente lasciare l’UE, afferma lo storico di Cambridge, ma deve farsi promotrice di un’unione federale sul modello degli Stati Uniti d’America, un’unione fiscale e militare formata dai paesi della zona euro. Quanto alla Gran Bretagna e agli altri paesi fuori dall’unione monetaria, questi manterrebbero legami di carattere confederale col continente attraverso la difesa, ovvero tramite la Nato. È qui che l’affascinante ricostruzione storica da lui compiuta attraverso i secoli cede il passo a un’argomentazione politica che appare discutibile, specie in un momento come questo, con i paesi dell’UE costretti a fare fronte a un elettorato sempre più euroscettico e al proliferare dei nazionalismi in Grecia, in Ungheria, in Polonia, ma anche in Francia e in Olanda. E dunque assai poco disposti a ulteriori cessioni di sovranità.
RM

Haiti, la dignità del paese ‘magico’

Avvenire, 5.6.2016

Tra i sopravvissuti del terrificante sisma di Haiti del 2010 c’è una donna che da quel maledetto 12 gennaio ha smesso di andare a messa. “È Gesù che deve venire a trovarmi – ha spiegato – perché è lui che ha qualcosa da farsi perdonare”. Oltre a creare morte e devastazione, il terremoto ha messo a dura prova la fede di un popolo che non ha mai perso la speranza di fronte a colpi di stato, uragani, terremoti e tanta miseria. “Il morale della mia gente resta sempre alto, anche nel buio più profondo”, ci dice il più grande scrittore haitiano, Dany Laferrière, arrivato in questi giorni a Firenze per partecipare alla fase finale del premio Von Rezzori. Il suo libro Tutto si muove intorno a me (66thAnd2nd, traduzione di Giuseppe Girimonti Greco e Francesca Scala) è nella cinquina dei finalisti dalla quale mercoledì 8 giugno uscirà il vincitore di questa decima edizione del premio. imagesFiglio di un esule, Laferrière vive in Canada da quando, perseguitato dalla dittatura, fu costretto a scappare dal suo paese. Dalla fine del regime di Duvalier ha fattoo ritorno sempre più spesso a Haiti, e il giorno del terribile sisma di sei anni fa si trovava a Port-au-Prince per partecipare a un festival. Era seduto con gli amici in un ristorante quando sentì la prima scossa. Senza neanche accorgersene si ritrovò in mezzo a una catastrofe che in pochi minuti cancellò migliaia di vite e ridusse in macerie un intero paese. Si salvò, ma il destino lo costrinse a calarsi nuovamente nel ruolo di cronista – mestiere che aveva svolto in gioventù – per raccogliere lo sgomento e il dolore del suo popolo di fronte a quell’immane tragedia. È così che è nato Tutto si muove intorno a me, un libro straordinario che non è né un romanzo, né un reportage, bensì un mosaico di aneddoti, racconti, versi poetici e ricordi tra realtà, finzione e immaginazione. “Questa gente – scrive – è talmente abituata a procurarsi di che vivere in condizioni difficili che porterà la speranza perfino all’inferno”. Ma ci voleva la sua scrittura, capace di dare forma a un caleidoscopio di suoni, voci, colori e odori, per raccontare la grandiosa dignità del popolo haitiano all’indomani del terremoto.
Autore di una ventina di libri (in settembre arriverà anche la traduzione italiana del suo romanzo L’arte pressoché perduta del dolce far niente, sempre per l’editore 66thAnd2nd), Laferrière è il secondo scrittore nero della storia ammesso tra gli Immortali dell’Académie Francaise. Prima di lui soltanto Léopold Senghor, simbolo dell’indipendenza del Senegal, era stato capace di entrare nella celebre istituzione culturale creata nel 1635 dal cardinale Richelieu per salvaguardare la lingua e la grammatica francese.
Il ritorno al paese natale e il confronto continuo con le proprie radici sono temi ricorrenti nella sua letteratura. Eppure non le piace essere definito uno scrittore in esilio, perché?
Perchè credo che quando si scrive si sia sempre in esilio. Questa distanza è necessaria per vedere meglio quello che si sta scrivendo. Ogni scrittore è di fatto un esiliato. Non esiste una sola forma di esilio. C’è l’esilio del tempo, che è più spietato di quello dello spazio. Si può ritrovare un paese dopo averlo lasciato, ma mai la propria infanzia. Il fatto di essere tutti in esilio cancella l’espressione ‘letteratura in esilio’. Penso che a volte si tenda a categorizzare gli scrittori per sminuirli.
Qual è l’importanza della lingua e della cultura di Haiti nella storia della resistenza del suo popolo alla dittatura e alle catastrofi che ha vissuto anche in epoche recenti?
Credo che la mia gente abbia uno spirito di resistenza innato. E anche una certa eleganza. La nostra storia è stata forgiata nel fuoco della guerra contro gli eserciti di Napoleone che sfociò nell’indipendenza di un popolo di schiavi, la prima nella storia dell’umanità. Abbiamo il creolo, una lingua che ha permesso la coesione sociale degli schiavi nel periodo coloniale e il vudù, una religione che ha consentito agli schiavi di spaventare i padroni e di riappropriarsi dello spazio della notte. Ma Haiti non si è seduta su questi tre capisaldi (il creolo, il vudù e l’indipendenza) per affrontare la tempesta della vita. Quello che ha sbalordito il mondo dal terremoto del 2010 non è stata solo la catastrofe in sé, ma il modo in cui gli haitiani l’hanno affrontata.
E qual è invece, nello stesso senso, l’importanza della religione per il popolo haitiano?
È sia positiva che negativa. Positiva per esempio, quando il vudù coagula attorno a sé tutta una cultura: canti sacri, complessi rituali, pantheon di divinità, farmacopee. In breve, un’arte di vivere. Negativa invece quando, per esempio lo stesso vudù si allea con la classe dirigente per associare un potere spirituale al potere materiale del dittatore. Quando i sacerdoti vudù diventano degli informatori della polizia della dittatura. La chiesa cattolica che rifornisce il paese di religiosi che insegnano in tutte le città del paese, è la stessa chiesa che a volte ha legittimato la borghesia. Dunque ci sono lati positivi e negativi. Mia madre dice sempre che ‘Dio è l’unico medico la cui clinica è sempre aperta, giorno e notte’. E lo dice in un paese praticamente privo di ospedali, soprattutto dopo il terremoto.
Lei ha denunciato la ‘guerra semantica’ che da sempre colpisce il suo paese. In tempi recenti Haiti è stato addirittura definito un paese ‘maledetto’. Se lo dovesse descrivere lei, con un aggettivo, quale userebbe?
Haiti non è un paese maledetto, ma è un paese ‘magico’. Basti pensare ai pittori primitivi che mostravano sempre un universo colorato, un paesaggio verde dove gli alberi sono pieni di giganteschi frutti succosi, i fiumi rigogliosi di pesci, una natura umana semplice e allegra. Il paese sognato dai pittori, ma anche un paese vero perché nonostante le difficoltà della vita quotidiana e la terribile miseria, le persone sono cortesi, eleganti, splendide. Un paese che sa cosa significa resistere.
Perché ritiene che l’Occidente si sia sempre rifiutato di riconoscere la nascita di Haiti? E che conseguenze ha avuto questo sulla storia recente del suo paese?
Haiti è stata ribattezzata la “prima repubblica nera della storia”, ma è una definizione che spesso ha irritato i vecchi colonizzatori che talvolta si rifiutano di riconoscerne l’indipendenza. Questo non ha alcuna conseguenza sugli haitiani, che sono ben coscienti della loro identità, ma a volte ciò li ha esclusi dal resto del mondo. Viviamo questa situazione difficile da oltre due secoli. Suscitiamo l’interesse del mondo solo quando ci sono gli uragani o i terremoti. Catastrofi dalle quale ci rialziamo subito perché siamo abituati da sempre ad affrontarli. La ricostruzione materiale del paese è ancora molto difficile ma la ricostruzione umana è stata eccellente. Il morale del mio popolo è sempre alto, anche nel buio più profondo.
RM

Hitler: umano troppo umano

hitler-xlarge_trans++LJITaACxRb6RmwZ6WleaDeffBTAY9rC9dzAM4z28kdoAvvenire, 19.5.2016

Nel 1934 un solerte funzionario del Ministero delle Finanze tedesco fu rimproverato duramente per aver scoperto che il nuovo Cancelliere aveva un debito di oltre 400.000 marchi nei confronti dell’Erario. Da quel momento in poi, una legge avrebbe esentato Adolf Hitler dal pagamento delle imposte. Quello che si era presentato al popolo come un leader umile, dal 1937 avrebbe cominciato a percepire anche una percentuale sulla vendita dei francobolli stampati con la sua effigie. Fin dai primi anni al potere era stato un amante del lusso che possedeva i più costosi modelli di Mercedes e spendeva l’equivalente odierno di migliaia di euro in camere d’albergo. Intorno a un caleidoscopio di piccoli e apparentemente banali particolari sulla sua vita privata si intesse la trama della nuova monumentale biografia del Fuhrer, Hitler: A Biography – Volume One: Ascent 1889-1939 scritta dallo storico tedesco Volker Ullrich. È il primo ritratto di Hitler scritto da uno studioso tedesco dopo il classico di Joachim Fest del 1973, ed è assai rilevante perché per la prima volta si concentra sull’“uomo” Hitler respingendo con forza la tesi degli studiosi che l’hanno definito uno psicopatico e un essere fuori dall’ordinario. Ullrich, già autore di apprezzatissime biografie su Napoleone e Bismarck, basa la sua narrazione sul materiale desecretato dagli archivi negli ultimi quarant’anni e sui racconti di persone vicine a Hitler ai tempi dell’adolescenza per delinearne i tratti caratteriali del tutto umani, senza che questo rischi di relativizzare i suoi crimini. Al contrario: ritiene che sia impossibile comprenderli appieno senza analizzare a fondo la sua complessa personalità. A lungo, dal Dopoguerra a oggi, Hitler è stato visto dagli storici come una sorta di alieno sceso sulla Terra per creare catastrofi. Un elemento che ha accomunato i lavori pionieristici del giornalista bavarese Konrad Heiden – l’inventore dell’epiteto “nazista” – e dello storico Alan Bullock, ma anche il più recente lavoro del britannico Ian Kershaw oltre alla già citata biografia di Joachim Fest, ancora oggi considerata da molti il miglior ritratto psicologico e caratteriale del dittatore nazista. Ma nel libro di Fest traspare la ripugnanza dell’autore nei confronti di Hitler, considerato un malato di mente sulla base dell’assunto che nessuna considerazione umana e nessuna riflessione legata a ragioni morali gli apparteneva. Kershaw era invece interessato in primo luogo alle strutture sociali che resero possibile il “fenomeno” Hitler, e per questo antepose i rapporti di potere alle persone attraverso un approccio storico-sociologo. Ullrich mette invece in primo piano l’uomo, descrivendo il terribile fascino che suscitava nelle masse, un fascino però artefatto, teatrale, al pari dei suoi proverbiali scoppi d’ira, costruiti ad arte per generare terrore in primo luogo nei suoi uomini. Seguendo un filo rigorosamente cronologico, Ullrich mostra il futuro Fuhrer, appena ventenne e senza un futuro davanti, che alloggia in un rifugio per senza fissa dimora a Vienna, nel 1909, e che appena trent’anni dopo sarà diventato il più potente leader politico sulla faccia della Terra, alla guida di un impero di dimensioni mostruose. Ma quell’uomo piccolo, ipocrita, la cui sincerità traspare soltanto in rarissime circostanze, sarebbe rimasto ai margini della società se non fosse stato per le drammatiche conseguenze sociali della Prima guerra mondiale, le riparazioni imposte alla Germania, la crisi economica e identitaria che travolse il suo paese in quegli anni. Ullrich respinge con decisione l’ipotesi formulata da alcuni studiosi circa la sua presunta omosessualità, lo descrive come un uomo senza una vita privata, un lettore compulsivo di libri su arte, architettura, filosofia, ed esclude che sia stato un fervente antisemita fin dagli anni giovanili a Vienna. Rivela infatti che in gioventù Hitler conviveva nei pensionati con compagni di stanza ebrei e mostrava grande rispetto per un anziano dottore di famiglia ebreo. L’odio viscerale, ai confini della nevrosi, nei confronti degli ebrei si sarebbe manifestato soltanto in seguito, negli anni trascorsi a Monaco dopo la fine della Grande guerra. Già diventato un best seller in Germania e adesso tradotto in inglese, il primo volume di questa biografia si conclude nel 1939, al cinquantesimo compleanno del Fuhrer, con l’Olocausto alle porte. Il secondo uscirà in Germania nel 2017.
RM

I figli dei nazisti, tra negazione e catarsi

Avvenire, 14.5.2016

È impossibile vivere un’esistenza normale se di cognome fai Himmler, Göring, Hess, Mengele. Se tuo padre è stato uno dei principali artefici della Soluzione finale e dello sterminio freddo e pianificato di milioni di esseri umani. I figli dei gerarchi nazisti sono stati anch’essi vittime della Storia, condannati a esistenze tragiche, sempre in bilico tra depressioni e idee di suicidio, oppure ostinatamente impegnati a cercare di riabilitare il fardello che pesava sui loro nomi. Nati tra il 1927 e il 1944, molti di loro hanno trascorso l’infanzia con i genitori nei pressi dello chalet di Hitler, sul massiccio dell’Obersalzberg, scoprendo la terribile verità sul loro passato soltanto dopo la guerra. Da allora sono stati emarginati a lungo, se non addirittura perseguitati, comunque costretti a confrontarsi con le colpe dei padri e a vivere una conflittualità costante con la loro ombra. In un bel saggio appena uscito in Francia (Enfants de Nazis, edizioni Grasset), Tania Crasnianski ricostruisce nel dettaglio otto storie esemplari, ciascuna delle quali richiama alla memoria le parole di Primo Levi: “i mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere davvero pericolosi. Sono più pericolosi gli uomini comuni, i funzionari pronti a credere e obbedire senza discutere”. Tra i figli dei gerarchi c’è stato addirittura chi, non riuscendo a fare i conti con un passato troppo pesante, ne ha addirittura conservato e rafforzato i legami. È il caso di Gudrun Himmler: suo padre fu il capo delle SS e l’organizzatore del programma dello sterminio degli ebrei, lei ha consacrato la vita alla riabilitazione della sua figura ed è stata per anni alla guida di Stille Hilfe, un’organizzazione che ha fornito aiuti agli ex membri del regime. Qualcosa di simile ha fatto Edda Goering, figlia del numero due del Reich, che ha sempre mostrato grande rispetto per il padre senza rinnegare niente del suo passato. Dal libro di Crasnianski pare emergere che il rapporto avuto da alcuni di questi figli coi genitori in vita abbia poi condizionato il giudizio sulle loro scelte successive. Più forte è stato il legame, più è stato difficile respingere la tragica eredità che si portavano dietro. In alcuni casi questa doveva tramutarsi in cieca accettazione del loro operato. Rudolf Höss, comandante del campo di sterminio di Auschwitz e morto impiccato nel 1947, fu un padre esemplare e sua figlia, la modella e stilista Brigitte Höss, ha cercato a lungo di rimensionare il ruolo del padre nello sterminio. Suo fratello Wolf-Rüdiger si sarebbe spinto oltre, e dopo aver visitato il padre in carcere a vita a Spandau oltre un centinaio di volte, ne ha sostenuto l’innocenza fino a diventare uno dei più accaniti negazionisti dell’Olocausto. Ad Auschwitz operò anche Josef Mengele, tragicamente noto per i suoi esperimenti su cavie umane. Dopo la guerra sfuggì al processo di Norimberga e riparò in Sudamerica, dove morì da uomo libero. Suo figlio Rolf, nato nel 1944 e vicino alla sinistra radicale, si fece cambiare il cognome e incontrò il padre in segreto, in Brasile, per cercare di capire cosa l’aveva spinto a compiere quelle mostruosità. Non ottenne alcuna risposta ma si rifiutò di fornire alcuna indicazione che potesse portare al suo arresto. Ma c’è anche chi ha cercato in tutti i modi di condannare l’operato dei genitori. Niklas Frank, figlio di Hans Frank, governatore nazista della Polonia processato e mandato a morte nel 1946 per aver fatto uccidere oltre tre milioni e mezzo di polacchi ed ebrei, ha dedicato la sua vita alla pubblicazione di libri e articoli contro di lui. Ha odiato la memoria di suo padre al punto da non voler avere figli, “per non spargere il seme maledetto e far estinguere quel cognome infame”. Fino a Martin Adolf Bormann, figlio del luogotenente di Hitler, che dopo aver investigato a lungo sul suo passato, ha cercato infine di espiarne le colpe. Subito dopo la morte di suo padre – che fu uno dei più acerrimi nemici delle chiese cristiane, e arrivò a chiedere l’impiccagione del vescovo Von Galen – ha scelto la strada della fede, facendosi prete e trascorrendo lunghi anni in Africa come missionario.
RM

Cecenia, la resistenza delle “lupe”

Avvenire, 30.04.2016

L’immagine della catena umana formata dalle donne cecene per impedire ai carri armati russi di muovere su Groznyj fece il giro del mondo. Era il dicembre del 1994. I blindati e gli aerei da combattimento arrivarono lo stesso, la Cecenia fu distrutta e da allora i media ripropongono l’immagine dei ceceni armati di kalashnikov, che a ogni sparo invocano Allah, ma hanno stemperato nel silenzio quella resistenza femminile spontanea, non violenta e orientata alla vita. Da essa nacque uno straordinario movimento pacifista che riprese il motto di Vaclav Havel, “non siamo ottimisti, non ci aspettiamo che le nostre azioni abbiano successo, agiamo solo in base alla nostra coscienza”. La forza e la dignità delle donne cecene, l’autodeterminazione che hanno saputo conquistare in tempo di guerra, è raccontata in modo magistrale nei reportage letterari della scrittrice e reporter slovacca Irena Brežná che sono stati raccolti nel libro Le lupe di Sernovodsk (Keller, traduzione di Alice Rampinelli). Gli scritti di Brežná iniziano proprio dalla prima guerra cecena – della quale ricorre il ventesimo anniversario -, coprono complessivamente quindici anni, dal 1995 al 2011, e risultano utili anche per comprendere quello che sta accadendo oggi nel cuore dell’Europa. ceceniacmsimage00_50875709_300 Nata in quella che un tempo era la Cecoslovacchia, Brežná è emigrata in Svizzera da giovane, al tempo nella Primavera di Praga del 1968, e dopo studi in slavistica, filosofia e psicologia ha iniziato un’attività di giornalista e scrittrice per la quale ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Ha visitato i villaggi e le città distrutte del Caucaso del Nord, ha vissuto con le donne cecene colpite da quella tragedia ed è riuscita a costruire una narrazione fondata su un’attenta ricerca linguistica e una grande cura per i dettagli della vita quotidiana in tempo di guerra.
Come si possono trovare le giuste parole per descrivere l’orrore della guerra?
Vagare tra rovine e campi minati con il cuore aperto e i sensi all’erta non basta, e non è sufficiente neanche ascoltare le vittime. Occorre saper distinguere cosa conta, cosa bisogna raccontare di quel caos indescrivibile. E una reporter di guerra deve sapere prima cosa l’aspetta, non ci sono soltanto rischi per il corpo, ma anche per la psiche. Io non ne avevo idea: una volta tornata nella mia sicura Svizzera ho sofferto di attacchi di panico e mi sono dovuta far curare.
Quanto ha contato la sua identità e il suo paese d’origine nel suo mestiere di reporter e nel formare la sua sensibilità nei confronti dei popoli vittime di gravi violazioni dei diritti umani?
Indubbiamente il mio trauma dell’occupazione della Cecoslovacchia nel 1968 da parte delle truppe del Patto di Varsavia ha avuto un ruolo centrale nella mia vita e mi ha fatto identificare con il piccolo popolo caucasico nella sua volontà d’indipendenza dalla Russia.
Osservando l’operato dei soldati russi ha capito cos’è che può spingere l’uomo a una crudeltà gratuita e apparentemente insensata?
I giovani soldati russi inviati nel nord del Caucaso facevano pena, alla popolazione e anche a me. Ma c’erano anche dei mercenari, dei criminali incalliti, degli ex galeotti che si erano arricchiti con la guerra e che mettevano in atto le loro fantasie di violenza. Era sconcertante vedere cosa avesse combinato l’esercito nelle tanto curate case cecene – avevano defecato in salotto, distrutto lampade e televisori, sparato non solo alla gente, ma anche alle mucche.
Nelle guerre le donne hanno spesso mostrato una dignità e una capacità di resistenza maggiore degli uomini. Qualità che lei ha notato anche nelle donne cecene. Da dove deriva questa forza?
Dal fatto che devono garantire la sopravvivenza giornaliera di vecchi e bambini; le contadine cecene sono state capaci di preparare la tavola anche tra le rovine, di prendersi cura degli animali e di vendere i prodotti al mercato. Non avevano tempo di pensare a sé, di cedere alla disperazione o di dedicarsi a discussioni politiche. Gli uomini erano morti, o in prigione, o sulle montagne a combattere, e le donne correvano sempre, e nel farlo aiutavano non solo le proprie famiglie, ma loro stesse. Sotto le bombe erano indistruttibili, solo dopo alcune di loro andavano in pezzi.
È tornata in Cecenia dopo la fine dell’ultimo conflitto?
No, non ne sopportavo più la distruzione. Ma già dopo la prima guerra voluta da Boris Eltsin ha fatto capolino il fondamentalismo islamico. Se la resistenza armata, almeno all’inizio, era un semplice moto popolare, i comandanti come Basaev si sono poi fatti crescere la barba, inneggiando all’islam radicale, e hanno obbligato le donne a coprirsi il capo. L’Arabia Saudita ha distribuito brochure religiose tra le macerie. I giovani contadini che non potevano andare a scuola sono stati trasformati in wahhabiti. Nel nord del Caucaso completamente distrutto rimanevano solo le armi e il Corano. Una società brutalizzata, demoralizzata, che ha sperato di trovare una nuova morale nell’islam radicale. Nella breve fase di indipendenza tra le due guerre, tra il 1996 e il 1999, il governo ceceno ha adottato la shari’a.
Com’è cambiata la percezione di quella guerra dopo la morte di Anna Politkovskaja?
Anna Politkovskaja era tenuta in grande considerazione in Cecenia: non era l’unica giornalista russa ad accusare il Cremlino di crimini di guerra ma era la più eminente, e ha pagato con la vita il suo coraggio e la fedeltà ai suoi principi. Per i ceceni il suo assassinio è stata una tragedia, avevano la sensazione che non ci fosse più nessuno cui rivolgersi, che riferisse i crimini dell’esercito russo in Russia. Pensavano che non valesse più la pena di ribellarsi contro Mosca, e che qualsiasi atto di resistenza o un resoconto fedele della guerra fosse insensato. I ceceni sono oggi un popolo piegato, traumatizzato, sconvolto, sia che vivano nel Caucaso o nei campi profughi di tutta Europa, sia che combattano per il Daesh.
RM

L’ultima voce delle “matite spezzate”

Avvenire, 26.4.2016

Le giovanissime vittime della "Notte delle matite spezzate"

Le giovanissime vittime della “Notte delle matite spezzate”

C’è una linea di continuità universale, indistruttibile, che unisce e valorizza la memoria dei desaparecidos argentini, anche a 40 anni di distanza da quella immane tragedia. È l’amore. “Con la mia testimonianza di sopravvissuto ho voluto ‘liberare’ i miei compagni dal campo di concentramento perché per me rappresentano, sia a livello individuale che collettivo, una storia d’amore. E oggi vivono attraverso i tanti giovani che scoprono la loro storia, cercando di essere liberi, formando la propria identità, amando e riflettendo sulla necessità di cambiare un presente che soffoca il loro sogno di una società giusta, senza sofferenze”. A parlare è Pablo Diaz, l’unico sopravvissuto ancora in vita della “Notte delle matite spezzate”, uno degli episodi più terribili avvenuti negli anni della dittatura militare argentina. Nel 1976 faceva parte del movimento degli studenti medi di La Plata, giovanissimi militanti decisi a rivendicare il boleto estudiantil, una tessera-sconto sui libri di testo e sul prezzo del biglietto dell’autobus. Già pedinati e schedati per le loro marce di protesta per il diritto allo studio, furono rapiti uno a uno dagli squadroni della morte del regime golpista, che li considerava pericolosi sovversivi da annientare. I ragazzini e le ragazzine di La Plata vennero condotti nel centro di detenzione clandestina di Arana, torturati a colpi di unghie strappate e scosse elettriche, lasciati morire di fame e di freddo, e poi fatti sparire. Pablo Diaz si è salvato per uno scherzo del destino. Venne liberato e ‘istituzionalizzato’, cioè messo in un carcere alla luce del sole, perché secondo la logica deviata dei militari golpisti un testimone di quelle atrocità sarebbe servito a terrorizzare ancora di più la comunità.
“Quando lasciai i miei compagni nel campo clandestino denominato Pozzo di Banfield me ne andai sentendo le loro urla, che non dimenticherò mai. Giurai a me stesso che sarebbero usciti anche loro”, ci racconta oggi, a 40 anni dall’inizio della dittatura. “Tornato in libertà, fui ossessionato da quel giuramento. Detti la mia testimonianza per quanto mi fu possibile, riversando quell’orrore sulla società. La storia collettiva e pubblica si è tramutata a poco a poco in vergogna e dolore silenzioso. Però mancava ancora qualcosa. Quella ‘notte’ era anche fatta di storie individuali di giovanissimi. Io conoscevo i loro nomi, le loro voci, e dovevo trovare una via d’uscita da quell’orrore. Quella possibilità mi è stata offerta da un film e da un libro, che mi hanno dato modo di raccontare tutto. Quando le sale si sono riempite di giovani che piangevano e si abbracciavano, ho capito che quelli che erano rimasti nell’oscurità erano tornati finalmente alla luce. Erano usciti dal Pozzo per non tornarci mai più”.
A far conoscere al mondo la tragica vicenda della ‘Notte delle matite spezzate’ fu il bel film omonimo di Hector Olivera, uscito nel 1986 proprio grazie alla coraggiosa testimonianza di Pablo Diaz. Da allora, il percorso compiuto dall’Argentina verso la verità e la giustizia è stato complesso e sofferto, ma ha ottenuto grandi risultati. Il dittatore Videla è morto in carcere e i processi sono riusciti in molti casi a fare giustizia, condannando molti dei responsabili. “Per me la giustizia coincide con la verità per i familiari che continuano a sopportare la mancanza dei loro cari”, spiega Diaz. “Non penso necessariamente alla morte come alternativa a una condanna mancata, mi aspetto però che le società giuste sappiano riparare a tanto dolore e a tanta vergogna”. Purtroppo ancora oggi, in contesti e paesi differenti, si verificano fatti tragicamente simili a quanto accadeva tutti i giorni nell’Argentina degli anni ’70, come la vicenda di Giulio Regeni in Egitto. “Quando le storie di ingiustizia si ripetono nella loro selvaggia crudeltà – commenta Diaz – l’umanità perde un pezzo della sua ragione. Per anni ho conservato un profondo risentimento nei confronti degli esseri umani. Dopo essere stato violato e torturato, mi sono sentito lacerato. Ma poi ho ricominciato a credere nelle persone, e credo che le storie di ingiustizia servano a rinforzare l’uomo buono”. Tra i giovanissimi desaparecidos della Notte delle matite spezzate c’era anche la sua fidanzata, Claudia Falcone, di appena 16 anni. “I miei compagni scomparsi in realtà non sono mai scomparsi davvero”, conclude Pablo Diaz. “Lo so che sembra un controsenso, però è l’assoluta verità. Ce lo dimostra l’amore per il compagno che è al nostro fianco, la continuità etica dell’impegno sociale e l’esito della lotta per i diritti collettivi per far si che tutti abbiano uguale diritto all’istruzione. I miei compagni che non ci sono più vivono ancora negli studenti di oggi”.
RM

Karadzic in Irlanda

Avvenire, 23.4.2016

E’ uscito The Little Red Chairs, il nuovo attesissimo romanzo di Edna O’Brien

Migliaia di sedie rosse, vuote come testimoni muti, furono messe in fila qualche anno fa sulla via Maršala Tita di Sarajevo per commemorare le vittime dell’assedio della città che durò dal 1992 al 1996. Erano 11541, una per ciascun cittadino che perse la vita in quei 44 mesi d’orrore. In quella marea rossa che per giorni colorò evocativamente il centro della città-martire della Bosnia si notavano anche centinaia di sedie di piccole dimensioni, a ricordo dei bambini uccisi. L’immagine più poetica, struggente e letteraria del dopoguerra bosniaco ha fornito a Edna O’Brien lo spunto intorno al quale costruire il suo nuovo attesissimo romanzo, The Little Red Chairs. Giunta alla soglia degli 85 anni, con più di venti romanzi alle spalle, la grande scrittrice irlandese si confronta per la prima volta con temi per lei del tutto inediti – come la guerra nei Balcani – senza abbandonare la sua consueta esplorazione della vita dell’Irlanda di provincia da una prospettiva femminile. La storia si svolge in un piccolo paese immaginario della costa occidentale irlandese chiamato Cloonoila, la cui vita tranquilla e anonima è sconvolta all’improvviso dall’arrivo di un misterioso straniero proveniente dal Montenegro. A prima vista può ricordare Christy Mahon, uno dei personaggi più noti della letteratura irlandese del XX secolo, il protagonista di The Playboy of the Western World, di J.M. Synge. Ma il dottor Vladimir Dragan, capelli lunghi e barba bianca, guaritore e poeta, uomo affascinante e misterioso, è chiaramente ispirato alla figura di Radovan Karadzic, il macellaio di Srebrenica, recentemente condannato a 40 anni di carcere per genocidio e crimini contro l’umanità. È lui il Cuore di tenebra di conradiana memoria che consente alla O’Brien di costruire una riflessione sul male e sui sensi di colpa, ma anche sull’espiazione e sulla speranza. Con l’incedere della storia si capisce però che l’obiettivo della scrittrice non è la guerra in Bosnia o la figura di Karadzic – la cui psiche non viene mai analizzata nel dettaglio – bensì la sua vittima: la bella Fidelma McBride, una donna irlandese sulla quarantina che si rivolge a lui per cercare di risolvere i suoi problemi di fertilità e presto si innamora del misterioso straniero venuto dai Balcani. Fidelma è reduce da un matrimonio fallito e ha un desiderio di maternità che fino ad allora è rimasto insoddisfatto. Rimane soggiogata dal magnetismo del dottor Dragan senza sapere che l’uomo, accolto con entusiasmo in paese e da molti considerato portatore di speranza, è in realtà un criminale di guerra in fuga dal suo passato e dai giudici internazionali che gli stanno dando la caccia. La donna descritta dalla O’Brien non è una vittima tradizionale, una di quelle di Sarajevo o Srebrenica per intendersi, ma lo diventa trovandosi improvvisamente di fronte a uno dei più famosi mostri del XX secolo. Quando la sua vera identità viene infine rivelata, la sua vita sprofonda in un abisso. Come accade spesso nei romanzi della O’Brien, la donna viene punita e cacciata dal paese per aver osato rompere le regole e i codici di comportamento della comunità in cui viveva. Pur a sua insaputa si è unita a un demonio, è diventata sua complice, e tale complicità non è vanificata dalla sua innocenza. Da quel momento in poi il senso di colpa pervade tutta l’opera, e una domanda lacerante tormenta la protagonista: com’è possibile che il dottor Dragan, un guaritore dotato di grande sensibilità poetica, sia lo stesso uomo che ha fatto sterminare senza pietà migliaia di bosniaci?
La trama non si svolge tutta nel paesino irlandese, ma ruota attorno a tre differenti ambientazioni: in Irlanda, a Londra e all’Aja. Nel tentativo disperato di espiare la sua colpa, quella dell’unione col demonio, la donna si dedicherà infatti all’aiuto dei disperati e degli sfollati andando a lavorare in un campo per rifugiati di Londra. È lì che il respiro della storia si fa potente, dando voce alle vittime di pulizia etnica, ai diseredati e ai rifugiati provenienti dai paesi devastati dalle guerre, e costruisce una narrazione fatta di contrasti, che mette a confronto la bellezza e la ferocia del mondo e contrappone momenti lirici a fatti laceranti. La storia porterà infine la protagonista in Olanda, per seguire il processo intentato contro Dragan al tribunale dell’Aja, e culmina in un finale catartico, attraverso un confronto tra i due in una cella di prigione. Edna O’Brien è nota per la sua straordinaria capacità di descrivere in modo semplice e coerente persone, fatti e luoghi, e fin dal suo primo lavoro, l’acclamatissimo romanzo di formazione Ragazze di campagna uscito nel 1960 ha articolato nelle sue opere ogni genere di inquietudine femminile. Sembra trascorso molto più di mezzo secolo da quando quel libro e i cinque successivi furono censurati e messi al bando. Da tempo la O’Brien è considerata la capostipite e la più importante scrittrice irlandese contemporanea. The Little Red Chairs, già accolto come un capolavoro dalla critica inglese e statunitense, segna il suo grande, ambizioso ritorno dopo un decennio esatto di silenzio.
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il blog di Riccardo Michelucci