80 ANNI DOPO GUERNICA BOMBE FASCISTE SUL ROJAVA

Gianni Sartori

Con un drammatico appello l’Unione delle Comunità del Kurdistan (KNK) ha informato l’opinione pubblica che l’esercito turco sta attaccando i curdi yezidi e i villaggi del Rojava. Aerei da guerra turchi hanno bombardato Şengal (Sinjar-Iraq/Kurdistan) e Dêrik (Karaçokê-Rojava/Kurdistan). Sarebbero almeno ventisei gli aerei da guerra turchi che hanno attaccato Amûd e Geliyê Kersê di Şengal/Sinjar. In queste ore (tarda serata del 25 aprile) il bombardamento è ancora in corso. Preventivamente, in vista dei bombardamenti, a Dêrik e nelle zone circostanti sono state completamente interrotte le reti di comunicazione. Molti civili e molti combattenti curdi sono rimasti uccisi e altri feriti a causa degli attacchi aerei.
La scorsa notte aerei da guerra turchi avevano bombardato Dengê Rojava Radio e ÇIRA-FM e anche il quartier generale delle YPG a Karaçokê presso la città di Dêrik. Dal comando generale delle YPG era partito un appello all’autodifesa e all’insurrezione rivolto alla popolazione del Rojava.
Riporto testuale:
“Alle 2.00 di martedì, 25 aprile 2017, aerei da guerra turchi hanno lanciato un attacco su larga scala sul quartier generale del Comando Generale delle Unità di Difesa del popolo (YPG) sul monte Karaçokê vicino alla città di Dêrik, dove si trovano anche un media center, una radio locale, il quartier generale della comunicazione e alcune istituzioni militari. Questo vile attacco ha portato la morte e il ferimento di diversi nostri compagni. Ulteriori dettagli sulle loro generalità verranno resi noti più avanti.
E il comunicato prosegue:
“Noi come Unità di Difesa del Popolo ribadiamo che questo vile attacco non scoraggerà la nostra determinazione e la nostra libera volontà di combattere e scontrarci con il terrorismo. Chiediamo anche al nostro popolo nel Rojava con tutte le sue componenti di prendere posizione al fianco delle sue forze legittime a fronte di questa offensiva.”
Per il co-presidente del PYD “questi attacchi aerei vengono eseguiti per dare sostegno a ISIS e per questo le forze della coalizione devono chiarire la loro posizione”. Ha poi specificato che l’aviazione turca sta attaccando “una società che sta combattendo contro il terrorismo. Le forze della coalizione non devono rimanere in silenzio di fronte a questo. Nessuno deve accettare questo attacco.”
Appare evidente che con questi atti irresponsabili (azzardo un’ipotesi: terrorismo di stato?) il governo turco sta tentando di neutralizzare l’operato anti-Isis dei curdi a Raqqa.
Ed è esattamente questa la convinzione espressa dalla Assemblea Siriana Democratica (MSD): Mentre è in corso l’operazione a Raqqa e le nostre forze stanno prendendo il sopravvento su ISIS, aerei da guerra turchi stanno bombardando il nostro quartier generale sia nella zona di Karaçokê che di Şengal. Questi attacchi mostrano che lo Stato turco vuole neutralizzare l’operazione a Raqqa per far prendere fiato a ISIS.
Ma in ogni caso, ribadisce la MSD: “un attacco del genere servirà solo a rafforzare la nostra determinazione contro il terrorismo”.

Il “Che”, mio fratello, ridotto a un santino

Intervista a Juan Martìn Guevara (Venerdì di Repubblica, 21.4.2017)

“Volevano ucciderlo seduto ma mio fratello è riuscito a morire in piedi e ha vinto la sua ultima battaglia”. Juan Martín Guevara ha aspettato ben 47 anni per visitare il luogo dove fu ucciso il Che, il 9 ottobre 1967, e per fare i conti con un uomo oscurato dalla grandezza del suo stesso mito. La sedia dov’era adagiato poco prima di morire si trova ancora là, nella piccola scuola di La Higuera. In quel minuscolo villaggio boliviano è nato un turismo tutto incentrato su di lui, “un commercio vergognoso, che mi fa orrore, l’hanno trasformato in un santo al quale chiedere miracoli”, ci spiega. Fratello minore del Che, nato quindici anni dopo di lui, Juan Martín era solo un ragazzino quando arrivò a Cuba nel gennaio 1959.

Ernesto Guevara ragazzo con in braccio il fratello Juan Martin

Il comandante Guevara era appena entrato a L’Avana alla testa di una delle divisioni di Fidel Castro. Col tempo, il Che iniziò a considerarlo il suo erede spirituale ma dopo la sua morte, proprio il legame di parentela con il numero due della rivoluzione castrista gli sarebbe costato otto anni di prigionia nelle carceri argentine. Juan Martín – che il 27 aprile sarà l’ospite d’onore della rassegna cinematografica “Al cuore dei conflitti” di Bergamo – ha atteso il cinquantesimo anniversario della morte del Che per pubblicare un libro di memorie (Mon frère, le Che) scritto con la giornalista francese Armelle Vincent, nel quale cerca di combattere il mito per restituirgli finalmente un volto umano.
Che rapporto c’era tra di voi?
All’inizio solo quello tra un fratello molto più grande e un bambino. Poi è nato un rispetto reciproco che ci ha consentito di mantenere un rapporto intimo anche stando lontani.

Che Guevara con il fratello Juan Martin, L’Avana 1959

Cosa ricorda del giorno in cui le dissero che era stato ucciso?
Vidi la notizia e le foto sui giornali. Contrariamente ai miei familiari non dubitai che fosse vero.
“Benigno”, il guerrigliero che combatté con lui e fu testimone del suo assassinio ha affermato che il Che fu tradito da Castro su ordine di Mosca. Lei condivide questa versione dei fatti?
No. L’ha detto per favorire la sua condizione di esiliato politico, unendosi al coro di quelli che sostengono che Fidel lo tradì perché gli faceva ombra. Non è il primo ad affermare cose simili per un tornaconto personale. Il Che fu ucciso da un militare boliviano per ordine della CIA, come ha affermato l’agente Félix Rodríguez, che fotografò il cadavere. In seguito è stato ciò confermato da documenti declassificati.
Cos’ha pensato vedendo Raul Castro e Obama che si stringevano la mano?
Che stava succedendo ciò che prima o poi doveva succedere.
Cosa penserebbe suo fratello della svolta nei rapporti tra Cuba e gli Usa?
Non riesco a rispondere al posto suo. Ricordo cosa rispose a una giornalista statunitense che negli anni ’60 gli chiese cos’avrebbe dovuto fare Washington nei confronti di Cuba. ‘Niente, né a favore, né contro. Soltanto lasciarci in pace’. Dopo 50 anni, è metaforico provare a dire cosa penserebbe oggi.
Secondo lei starebbe con Maduro o con l’opposizione?
Non potrebbe mai stare dalla parte di chi rappresenta le aziende venezuelane e le multinazionali. Sicuramente non starebbe con l’opposizione ma dalla parte del popolo venezuelano.

Juan Martin Guevara oggi

Ritiene che il suo pensiero sia ancora attuale?
Sì, perché nel mondo le disuguaglianze sono più grandi che in passato, c’è più corruzione, in tutti gli ambiti, non ultimo in quello ambientale. Fino a quando non ci sarà una svolta, e i popoli non saranno padroni del proprio lavoro, della propria vita e del proprio futuro, le crisi e le guerre si susseguiranno. Il mondo avrebbe bisogno di un altro uomo come mio fratello, che non baratti i suoi princìpi per il denaro e il potere.
RM

Brexit, quale futuro per la Scozia?

Intervista allo scrittore scozzese Allan Massie (Avvenire, 19.4.2017)

Narra una leggenda che a Oxford, il cancello principale dell’Università di Trinity, chiuso da secoli, sarà riaperto soltanto quando uno Stuart salirà di nuovo sul trono d’Inghilterra. La più antica e longeva casa reale britannica resta ancora oggi circondata da un alone di mito alimentato dalla popolarità di figure come Maria e Carlo Edoardo – Bonnie Prince Charlie – e sopravvissuto persino alla deposizione di Giacomo II, l’ultimo re cattolico d’Inghilterra, nel lontano 1688. Il casato governò la Scozia ininterrottamente dalla fine del XIV secolo e, in seguito all’unione dinastica del 1603, regnò per oltre un secolo anche su Inghilterra e Irlanda. “In un certo senso l’unione delle due corone fu un incidente dinastico, poiché l’erede più diretto di Elisabetta I Tudor era il re di Scozia, Giacomo VI Stuart, ma costituzionalmente i due paesi restarono a lungo indipendenti pur condividendo lo stesso sovrano. Solo con l’Atto di Unione del 1707 i due parlamenti si unirono per necessità politiche, peraltro senza grande entusiasmo da entrambe le parti”. A parlare è Allan Massie, uno dei più noti scrittori scozzesi contemporanei, autore di una straordinaria biografia del casato Stuart scritta attingendo a fonti storiche e letterarie e appena uscita anche in traduzione italiana (Gli Stuart. Re, regine e martiri, Della Porta editori). È necessario risalire almeno a quegli anni per ricostruire il profondo legame che unisce Inghilterra e Scozia, e che in anni recenti ha mostrato non pochi segni di cedimento, amplificati ora anche dalla Brexit.

Nella foto: Allan Massie

Un anno fa, gli scozzesi hanno votato in massa per la permanenza nell’UE scavando un solco forse decisivo con quella che un altro grande scrittore scozzese, Sir Walter Scott, aveva definito nell’Ottocento “la nostra sorella e alleata”, cioè l’Inghilterra. E proprio sulle orme di Scott, considerato il padre del moderno romanzo storico, si sviluppa il lavoro di Allan Massie, che nella sua lunga carriera ha scritto decine di opere e biografie ambientate in più epoche storiche. Contrariamente a gran parte del mondo intellettuale scozzese, nel 2014 Massie non si schierò a favore dell’indipendenza scozzese nel referendum indetto dallo Scottish National Party. Viceversa, prese posizione pubblicando un pamphlet intitolato Nevertheless (“Ciononostante”), nel quale affermava di sentirsi profondamente britannico e sosteneva che votare per l’indipendenza equivaleva a una mancanza di fiducia in sé stessi. Ma dopo l’esito del voto sulla Brexit, che rischia di far uscire dall’Europa anche la Scozia nonostante il volere della maggioranza dei suoi abitanti, persino l’“unionista” Massie si è convinto che abbandonare il plurisecolare legame con Londra sia ormai diventata una necessità. “La mia reazione immediata al voto sulla Brexit è stata di sgomento, e se sarà attuata in forma drastica, anche la mia idea sull’indipendenza scozzese è destinata a cambiare”, ci dice al telefono dalla sua casa di Selkirk, situata proprio lungo il confine tra i due paesi. “Al momento nessuno può sapere come evolverà una situazione che appare paradossale, perché oggi le ragioni economiche di una Scozia indipendente hanno un fascino molto minore rispetto a tre anni fa a causa del crollo del prezzo del petrolio e del fatto che non si prevedono più grandi ricavi dai giacimenti del mare del Nord. Ma le ragioni politiche che stanno alla base dell’indipendenza appaiono oggi molto più forti rispetto al passato, e molti scozzesi di trovano di fronte a questo dilemma. Continua la lettura di Brexit, quale futuro per la Scozia?

Testimoni della rivoluzione del 1917

Avvenire, 18.1.2017

Quei nomi in codice – Davis, Cole, Lane – corrispondevano rispettivamente a Lenin, Trotsky e Kerensky e ricorrevano spesso nei dispacci ricevuti dai servizi segreti britannici nel 1917. Somerville, la spia che li inviava sotto falso nome da San Pietroburgo, era in realtà il grande scrittore e commediografo inglese William Somerset Maugham, mandato in Russia dall’intelligence di Sua Maestà per cercare di ostacolare il colpo di stato dei bolscevichi. Ormai giunto al culmine della sua fama, Maugham fingeva di lavorare come inviato di un noto quotidiano, ma era invece impegnato a fornire sostegno al governo provvisorio di Kerensky, che guidò il paese nei pochi mesi che separarono l’abdicazione dello zar dall’ascesa al potere di Lenin. Il suo sguardo appare uno dei più informati di fronte alla portata storica di quanto stava accadendo in quei giorni, e che di lì a poco avrebbe cambiato per sempre la Russia e il mondo intero. Al contrario dello zar Nicola II il quale, secondo quanto raccontò l’ambasciatore statunitense David Francis, “sembrava non rendersi conto di essere seduto sul bordo di un vulcano”.
Il 24 febbraio 1917, mentre nelle strade di San Pietroburgo riecheggiano i colpi di fucile, la principale preoccupazione dei ricchi frequentatori dei teatri cittadini è quella di trovare i biglietti per la prima dell’Ispettore generale di Gogol. Il giorno dopo, mentre i manifestanti invadono la città, un diplomatico francese esclude categoricamente che la rivoluzione stia per dilagare perché – spiega – “gli insorti non hanno alcol, né un leader, né obiettivi precisi”. Arthur Ransome, giornalista inglese del Daily News, è invece uno dei pochi a comprendere fin da subito la gravità della situazione, e in una lettera alla sua famiglia scrive che la vita in città si fa ogni giorno più difficile, e pane, latte, burro e zucchero sono ormai quasi introvabili. Nel suo nuovo, affascinante libro Caught in the Revolution. Petrograd, Russia, 1917 (Hutchinson), la storica britannica Helen Rappaport ricostruisce l’atmosfera dei giorni della rivoluzione russa di febbraio attraverso gli sguardi increduli della variegata comunità straniera presente a San Pietroburgo. Diplomatici, giornalisti, impresari, commercianti e operatori di enti benefici che prima del conflitto mondiale erano stati attirati dalla straordinaria crescita economica del paese e trascorrevano le loro giornate nei club, nelle ambasciate o nelle sale del lussuoso hotel Astoria, quasi senza accorgersi di essere diventati un’isola in una polveriera di malcontento pronta a esplodere da un momento all’altro. Mentre il popolo era alla fame, i saccheggi e le sparatorie si susseguivano giorno dopo giorno e il governo stava per proclamare lo stato d’assedio, loro continuavano a fumare sigari pregiati e a pasteggiare a champagne tenendo diari o scrivendo lettere che inviavano regolarmente in patria. È anche su questo materiale – finora in gran parte inedito – che Rappaport ha incentrato la ricerca confluita in questo volume, uscito opportunamente proprio in occasione del centenario della rivoluzione. Già autrice di opere importanti sulla dinastia Romanov e sull’era Vittoriana, la storica inglese non offre un resoconto organico su quei giorni cruciali ma una prospettiva affascinante e del tutto inedita, attingendo a piene mani dagli archivi russi, statunitensi, francesi e britannici. Continua la lettura di Testimoni della rivoluzione del 1917

In ricordo di tutti i genocidi

È uscito il terzo numero di “La causa dei popoli”, la rivista telematica dedicata ai problemi delle minoranze, dei popoli indigeni e delle nazioni senza stato. Nell’interessante focus sugli “altri” genocidi – quelli meno noti o dimenticati – c’è posto anche per la Grande fame irlandese della metà del XIX secolo.

Una giornata della memoria dedicata a tutti i genocidi. La rivista telematica La causa dei popoli (pubblicata dal Centro di documentazione sui popoli minacciati) rilancia una proposta più che opportuna, che servirebbe a fugare una volta per tutte molti equivoci sul nostro recente passato.
“Il termine genocidio fu coniato nel 1943 dall’avvocato polacco Raphael Lemkin – si ricorda nell’introduzione al numero 3 della rivista, interamente dedicato al tema “altri genocidi” – erano i tempi bui della Shoah, quindi fu naturale che la tragedia ebraica fosse il primo caso al quale veniva applicata la nuova definizione. Poi, per circa mezzo secolo, lo sterminio della minoranza israelita è stato considerato una tragedia unica e irripetibile, il crimine contro l’umanità per eccellenza. Ogni confronto con altri genocidi era considerato un sacrilegio. Lemkin era stato il primo a studiare la materia approfondendo una grande varietà di casi, dal genocidio armeno a quello degli aborigeni della Tasmania. Grazie a questi studi aveva elaborato la Convenzione sul genocidio, approvata dall’ONU il 9 dicembre 1948 ed entrata in vigore tre anni dopo”. Troppe volte è stato detto “mai più”, ma purtroppo sappiamo che da quando il genocidio è stato dichiarato un crimine di diritto internazionale nell’ultimo mezzo secolo drammi simili si sono susseguiti con una regolarità quasi scientifica: dalla Cambogia al Biafra, dal Ruanda alla Bosnia. Inserire la tragedia ebraica in un contesto più ampio, accanto ad altri genocidi, non significherebbe certo diminuirne il rilievo storico. Al contrario, significherebbe sottrarla a una terra di nessuno dove spesso resta un fenomeno incomprensibile. E proprio seguendo lo spirito degli studi di Lemkin, il nuovo numero monografico sui genocidi della rivista La causa dei popoli ricostruisce e analizza eventi altrettanto tragici che hanno preceduto la Shoah. Dalla “Grande fame” irlandese della metà dell’Ottocento al genocidio ucraino degli anni ’30 del XX secolo, dai drammi dei popoli Nama e Herero all’inizio del ‘900 a quelli degli indigeni della Terra del Fuoco. Un contributo originale e in larga parte inedito – almeno in lingua italiana – che appare indispensabile per aprire un dibattito su temi troppo spesso considerati patrimonio esclusivo di accademici e specialisti.
RM

Jim Sheridan e le verità scomode dell’Irlanda

Avvenire, 5.4.2017

Alla prima del suo nuovo film Il segreto che si è tenuta a Dublino nel febbraio scorso, Jim Sheridan ha voluto che gli ospiti d’onore fossero Mark e Cheryl, una giovane coppia di sposi rimasta vittima della bolla immobiliare e costretta a occupare l’Apollo House, un edificio pubblico nel centro della capitale. Il grande regista irlandese è stato uno degli intellettuali più impegnati in quell’occupazione che per settimane ha riempito le prime pagine dei giornali riuscendo ad attirare l’attenzione sulle gravi conseguenze sociali del tracollo finanziario di qualche anno fa.

Jim Sheridan nei giorni dell’occupazione dell’Apollo House di Dublino

“Siamo riusciti a suscitare un dibattito sul problema e a sensibilizzare il governo ottenendo la concessione di nuovi alloggi popolari, tuttavia non ho mai creduto che le cose potessero cambiare da un giorno all’altro, né che la soluzione alla crisi passasse soltanto attraverso iniziative come quella”, ci ha detto nei giorni scorsi a Roma, dov’è stato ospite dell’Irish Film Festa. Sei volte nominato all’Oscar, Sheridan è autore di pellicole memorabili che hanno scritto la storia del cinema irlandese contemporaneo come Il mio piede sinistro, Il campo, Nel nome del padre e The boxer. Alla rassegna romana ha presentato il suo nuovo film Il segreto (nelle sale italiane dal 6 aprile), tratto dal romanzo di Sebastian Barry The Secret Scripture, e incentrato su temi a lui cari da sempre come la verità, la famiglia, la politica e la religione. Vent’anni esatti dopo The boxer è tornato a girare in Irlanda per raccontare la vita tormentata di un’anziana donna, Rose McNulty (una straordinaria Vanessa Redgrave), confinata da oltre mezzo secolo in un ospedale psichiatrico della provincia irlandese, accusata di aver ucciso suo figlio. Lo psichiatra Stephen Grene (Eric Bana) indaga per far luce sul suo passato e per capire le vere ragioni che l’hanno condotta all’internamento. Grazie a lui riemerge poco a poco la storia di Rose – che conserva i suoi ricordi in una vecchia Bibbia usata come un diario – sullo sfondo di un’Irlanda lacerata dai conflitti degli anni ’40. Nel cast figurano anche Rooney Mara, Jack Reynor, Theo James e Aidan Turner.
Cosa l’ha spinta a raccontare questa storia?
Quello che mi ha colpito maggiormente del libro di Barry è il rapporto tra una madre e suo figlio, una vicenda che in un certo senso rispecchia fatti accaduti nella mia famiglia. Mia nonna che morì partorendo mia madre e la morte di uno dei miei fratelli. Mi sono sentito un po’ parte della storia raccontata nel romanzo. Continua la lettura di Jim Sheridan e le verità scomode dell’Irlanda

“La rabbia delle banlieue non è Islam”

Intervista alla scrittrice franco-marocchina Saphia Azzeddine
(Avvenire del 8.4.2017)

Saphia Azzeddine

“Credevo in Dio. Facevo il ramadan. Non mangiavo maiale. Non bevevo alcol. Ero vergine. Non sparlavo. Cioè, solo un po’. Ero quello che si chiama comunemente una musulmana laica, che non rompe le palle a nessuno. Ci tengo a precisarlo, perché visti da lontano si ha l’impressione che oggi i musulmani rompano le palle, sempre, continuamente e a tutti quanti. Quando non bruciano le macchine, bruciano le donne, quando non sono le donne, sono le sinagoghe e quando non sono le sinagoghe, se la prendono con le chiese, i musei e i neonati. Ma Dio è misericordioso, la Francia molto clemente e il musulmano abbastanza filosofo, in fin dei conti”. Un fiume interrotto di parole condito da una vena ironica e a tratti irriverente ci racconta la realtà odierna delle banlieue parigine e la vita degli immigrati marocchini in Francia, dei quali spesso si sente parlare quasi esclusivamente attraverso i fatti di cronaca. La voce narrante è quella della giovane Fairouz, protagonista di La Mecca-Phuket, il nuovo romanzo tradotto in italiano della scrittrice franco-marocchina Saphia Azzeddine, appena uscito nella collana Altriarabi Migrante della casa editrice Il Sirente. Fairouz vive con la sua famiglia a Créteil, un sobborgo di Parigi, in “un casermone dove i pettegolezzi facevano da fondamenta e il cervello da cemento” ed è desiderosa di emanciparsi dalle proprie origini arabo-musulmane. Un giorno decide insieme a una delle sue sorelle di raccogliere i soldi necessari per regalare il sogno di una vita ai suoi devoti genitori: il hajj, ovvero il pellegrinaggio islamico canonico alla Mecca. Ma finirà invece per spendere quei soldi in altro modo, cioè prendendo dei biglietti per andarsi a divertire in un resort di Phuket, in Thailandia. “Alla fine preferirà ringraziare Dio per i piccoli piaceri della vita, invece che chiedergli perdono”, ci spiega Azzeddine. Dopo i precedenti romanzi Confidences à Allah e Mio padre fa la donna delle pulizie (quest’ultimo tradotto in italiano alcuni anni fa da Giulio Perrone editore), La Mecca-Phuket completa la trilogia letteraria che la scrittrice ha dedicato al confronto con la propria religione, un tema apparentemente complesso del quale lei riesce a parlare in un modo disincantato e divertente ma non frivolo, convinta com’è che non sia necessario essere sempre seri o, peggio, arrabbiati, quando si parla di religione. Nata ad Agadir nel 1979, Saphia Azzeddine ha lasciato il Marocco all’età di nove anni e da allora vive in Francia, dove lavora anche come attrice e regista. Ha già sei romanzi all’attivo, “e il settimo già consegnato all’editore”, precisa. Da quello di esordio sono stati tratti una pièce teatrale e un fumetto, da La Mecca-Phuket persino una trasposizione cinematografica. Quest’ultimo – tradotto dal francese da Ilaria Vitali – presenta anche una particolare attenzione al linguaggio, e ci fa conoscere i codici linguistici nati nelle periferie disagiate con funzioni di riconoscimento identitario e generazionale. Continua la lettura di “La rabbia delle banlieue non è Islam”

L’eredità contesa di Bobby Sands

Venerdì di Repubblica, 24.3.2017

Rischia di finire in tribunale l’eredità di Bobby Sands, il simbolo della lotta di liberazione irlandese morto di sciopero della fame in carcere nel 1981. Oggetto del contendere è il controverso ruolo del Bobby Sands Trust, la fondazione controllata dal partito repubblicano Sinn Féin che detiene i diritti d’autore sugli scritti dal carcere di Sands, le testimonianze, le poesie e il toccante diario dei suoi primi diciassette giorni senza cibo. Da anni i familiari di Bobby sostengono che la fondazione lucra sulla sua memoria e utilizza il suo nome a fini commerciali senza avere più alcun titolo per farlo. L’ultimo scontro è nato in seguito alla pubblicazione del graphic novel Bobby Sands. Vita di un eroe di Gerry Hunt, appena tradotta in italiano da Red Star Press. La famiglia ha denunciato di non essere stata consultata durante la realizzazione del libro e ha chiesto lo scioglimento del Trust, accusandolo di voler sfruttare ancora una volta la vicenda a fini di lucro. Al centro del dissidio ci sarebbero perlopiù ragioni politiche. In passato anche Marcella e Bernadette, le sorelle di Bobby, hanno fatto parte del direttivo della fondazione ma negli anni cruciali del processo di pace qualcosa si è rotto poiché, a quanto sostiene la famiglia, il partito che la governa ha abbandonato i principi per i quali loro fratello lottò fino alla morte. Danny Morrison, ex prigioniero ai tempi di Sands e oggi presidente del Trust, ha spiegato che l’ente non ricava alcun profitto dalla biografia a fumetti, né da altre pubblicazioni simili. “Il nostro unico obiettivo – ha ribadito – è rispettare la volontà di Bobby, che in una lettera firmata davanti al suo avvocato poco prima di morire lasciò in eredità i suoi scritti al movimento repubblicano”. Un contenzioso legale potrebbe nascere proprio su quest’ultimo punto: all’epoca quel movimento coincideva infatti con l’IRA mentre la fondazione fu istituita dopo la morte di Sands per raccogliere fondi da destinare ai familiari dei prigionieri. Ma secondo la famiglia oggi i diritti d’autore dovrebbero appartenere a Gerard Sands, unico figlio del leader di quella memorabile protesta carceraria che segnò uno spartiacque nella lotta di liberazione irlandese.
RM

L’omaggio a Sarajevo del regista premio Oscar

Intervista al regista bosniaco Danis Tanovic (Avvenire, 23.1.2017)

“Nessuno, nella Bosnia di oggi, parla di futuro. Il mio paese non è riuscito a superare la tragedia della guerra, a creare nuovi eroi, nuovi punti di riferimento, una storia nuova. In compenso la mafia e la corruzione dilagano”. Lo sguardo amaro e disilluso del regista bosniaco Danis Tanovic, premio Oscar nel 2001 per No Man’s Land, si riflette anche nel suo nuovo film Morte a Sarajevo, che è una forte denuncia del potere e della società odierna, ma anche un atto d’amore per la sua città e per la sua gente. Proprio mentre si avvicina il venticinquesimo anniversario dell’inizio del più lungo assedio della storia moderna, Tanovic ha girato un lungometraggio a Sarajevo, la città dov’è cresciuto e dove vive tuttora. Ispirandosi al monologo teatrale Hotel Europe di Bernard-Henry Lévy, il regista bosniaco ha realizzato un film corale sullo stile di Robert Altman che si svolge nel miglior hotel di Sarajevo nei giorni delle celebrazioni del centenario dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, l’evento che segnò l’inizio della prima guerra mondiale. Mentre in città arrivano i grandi della Terra e il direttore riceve un noto attore francese – interpretato da Jacques Weber – che dovrà tenere un discorso, il personale dell’albergo si sta preparando a uno sciopero per reclamare i propri diritti, visto che non riceve lo stipendio da mesi. Sul tetto dell’hotel una giornalista sta registrando una trasmissione televisiva sul centenario, e tra gli intervistati c’è anche un giovane nazionalista serbo con il quale finirà per litigare furiosamente. La coralità della narrazione si sposta dal presente al passato toccando molteplici temi dal forte valore simbolico. Anche la scelta del luogo che ha ospitato il set ha un significato ben preciso, ci spiega Tanovic, che abbiamo incontrato nei giorni scorsi a Firenze, al festival Balkan Florence Express. “Ho girato all’Holiday Inn perché per chi è nato e vissuto a Sarajevo quell’albergo ha un valore quasi mitico. Fu costruito per i giochi olimpici invernali del 1984 e la tragica ironia della storia ha voluto che i primi colpi sparati dai cecchini nel 1992 provenissero proprio dalle sue finestre. Nelle facciate porta ancora i segni della guerra. Io stesso ho un forte legame sentimentale con quell’edificio. Me lo trovavo sempre di fronte da bambino, quando andavo a scuola. Il gigantesco salone che si trova al suo ingresso, e dove si svolgono molte scene del film, è una metafora della nostra identità, della grandezza perduta della Jugoslavia”. Nei locali dell’albergo si riflettono anche tutte le contraddizioni della società bosniaca del dopoguerra: l’opportunismo degli intellettuali che tacciono o si schierano dalla parte dei potenti, l’individualismo dei giovani, l’atteggiamento remissivo degli anziani a lungo costretti al silenzio. “É un’allegoria della vita nella Bosnia di oggi – spiega il regista – dove mafia e politica vanno a braccetto e i lavoratori sono privati anche dei diritti più elementari, mentre la gente si divide su questioni storiche di principio, come stabilire se Gavrilo Princip, l’attentatore dell’arciduca di oltre cento anni fa, era un eroe o un terrorista. Dalla fine del conflitto, la Bosnia vive un momento di transizione che sembra non avere mai fine”. Morte a Sarajevo – già vincitore del gran premio della giuria a Berlino – intreccia le storie private con la denuncia pubblica descrivendo un paese che non è riuscito a fare i conti con la propria memoria e continua quindi a vivere nel passato. “Il trauma della guerra è ovunque, pervade ancora le nostre vite. Il problema è che tutti cercano di far credere di essere stati dalla parte del giusto, di non avere alcuna colpa. Ma sono proprio i revisionismi a impedirci di guardare avanti, a generare nuovi e pericolosi nazionalismi. Nel XXI secolo continuiamo a dibattere su cosa accadde cento anni fa, mentre nella Sarajevo di oggi c’è ancora gente senz’acqua. La Bosnia non è mai stata ricca come adesso, eppure l’ineguaglianza sta crescendo e i giovani devono combattere ogni giorno contro la disoccupazione e la povertà”.
Quello che è certo è che la strada verso il futuro non può prescindere dalla verità e dalla giustizia nei confonti di ciò che accadde nella guerra dei primi anni ’90. Proprio in questi giorni, il governo bosniaco ha consegnato alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja un’istanza di revisione della sentenza che nel 2007 scagionò la Serbia dalle accuse di aggressione e genocidio. Un’iniziativa controversa, criticata da alcuni. Tanovic non ha alcun dubbio in proposito: “tutti sanno perfettamente che la Serbia era coinvolta nel genocidio, ci sono migliaia di documenti che lo affermano. In un mondo normale sarebbero i serbi a chiedere la revisione della sentenza e un nuovo processo. Dovrebbe essere nel loro interesse – prosegue – stabilire la verità su quanto accadde oltre vent’anni fa, facendo accertare i fatti da una corte imparziale. Solo così potrebbero chiudere per sempre quella storia riabilitando il nome dello stato serbo, come fecero i tedeschi dopo la Seconda guerra mondiale. Cosa sarebbe successo se la Germania si fosse rifiutata di mettere sotto processo Himmler? Sono molto arrabbiato con l’attuale governo serbo che fa di tutto per nascondere ciò che i nazionalismi degli anni ’90 fa hanno fatto nel nostro paese”.
Nelle sue opere precedenti Tanovic aveva denunciato le atrocità della guerra e le malefatte delle multinazionali del farmaco, raccogliendo riconoscimenti in tutto mondo. In un certo senso il suo cinema può essere definito “politico” perché cerca di dare voce alla gente, di porre domande, di far pensare. “Alcuni anni fa – conclude il regista e sceneggiatore bosniaco – decisi di impegnarmi direttamente in politica e fui tra i fondatori del partito Nasa Stranka. Quell’esperienza mi ha consentito di imparare cose che non sapevo, mi ha fatto vedere il mondo da cittadino, più che da artista. Ma quando mi sono reso conto che le mie domande cadevano nel vuoto e rimbalzavano contro un muro di gomma, ho smesso e sono tornato a fare il mio lavoro. Con un’idea fissa: realizzare film per dare voce a qualcuno. In questo caso, alla gente di Sarajevo”.
RM

Martin McGuinness 1950-2017

Avvenire, 22.1.2017

Da leader della guerriglia a uomo-chiave del processo di pace. Da capo di stato maggiore dell’IRA a candidato presidente della Repubblica d’Irlanda. La parabola politica di Martin McGuinness – morto ieri a Belfast all’età di 66 anni – può raccontare da sola il lungo percorso che ha fatto uscire l’Irlanda del Nord dal più lungo conflitto europeo del XX secolo. Originario di una famiglia operaia del ghetto cattolico di Derry, James Martin Pacelli McGuinness abbandonò la scuola a quindici anni ed entrò nell’IRA giovanissimo, prima della famigerata Bloody Sunday, la strage di civili compiuta dai paracadutisti inglesi nella sua città natale il 30 gennaio del 1972. L’anno dopo finì in carcere per possesso di esplosivi e in tribunale dichiarò di essere “orgoglioso di far parte dell’esercito repubblicano irlandese”. In breve tempo divenne una delle figure più importanti e rispettate all’interno dell’IRA, fino a ricoprire la carica di Capo di Stato Maggiore dal 1978 al 1982. Tra gli innumerevoli attentati compiuti dagli indipendentisti irlandesi in quel periodo ci fu quello nel quale perse la vita il cugino della regina, Lord Louis Mountbatten. Ma quelli furono anche anni decisivi perché segnarono la svolta ‘politica’ del movimento repubblicano, seguita allo scontro carcerario che portò alla morte di Bobby Sands e altri nove attivisti per sciopero della fame.
Fin dagli anni ’70 McGuinness si era dimostrato formidabile anche nelle vesti di politico. Eletto all’assemblea di Belfast per la prima volta nel 1982, grazie al suo carisma riuscì a rassicurare i militanti più scettici agli albori del processo di pace. “La guerra contro il dominio britannico – affermò pubblicamente nel 1986 – continuerà finché non sarà conquistata la libertà”. Nella fase cruciale che precedette la firma dell’Accordo del Venerdì Santo del 1998 fu il capo negoziatore del partito repubblicano Sinn Féin – all’epoca il braccio politico dell’IRA – e in seguito entrò nel governo di Belfast con la carica di ministro dell’educazione. Il suo fascino personale gli consentì di conquistare la fiducia di alcuni dei suoi più acerrimi nemici di un tempo, tra tutti il reverendo Ian Paisley, campione dell’estremismo presbiteriano filobritannico.

Un giovane McGuinness con Gerry Adams (a sinistra) e Ruairi O Bradaigh (al centro)

Candidato alla presidenza della Repubblica d’Irlanda nel 2011 (ottenne circa il 15% dei voti), è stato vice primo ministro dell’Irlanda del Nord dal 2006 al gennaio scorso, quando è stato costretto a rassegnare le dimissioni per motivi di salute. La sua eredità politica è però destinata a restare controversa e a dividere chi, nel suo paese, lo ritiene un eroe e chi invece lo considera un traditore che ha sacrificato gli ideali di un tempo sull’altare del pragmatismo e della realpolitik. Assai più delle strette di mano con la regina Elisabetta fece scalpore, nel 2009, quando fu proprio lui a definire pubblicamente “traditori” i dissidenti che si ostinavano a non accettare i compromessi del processo di pace. Molti di loro erano stati suoi compagni di lotta in passato. Da circa un anno soffriva di una grave malattia genetica che l’ha portato alla morte e gli ha impedito di vedere realizzato il suo sogno: la riunificazione dell’Irlanda.
RM

il blog di Riccardo Michelucci