I bambini nell’inferno del Benin

Avvenire, 8 maggio 2020

L’orrore dello sfruttamento minorile del Terzo millennio ha i volti e le voci di Ariane, di Merveille, di Ludovic. Sono loro i concasseurs, i bambini costretti fin da piccolissimi a spaccare pietre per dieci ore al giorno sulle colline del Benin, nel cuore di tenebra di quell’Africa nera che fu uno dei principali crocevia della tratta degli schiavi. Un tempo da quel paese gli inglesi e gli olandesi gestivano la tratta verso le Americhe. Oggi, finiti i traffici del passato, è ancora fortemente radicata una schiavitù stanziale che vede il sostentamento di interi villaggi basarsi sul lavoro disumano dei minori. Eppure sono già trascorsi venticinque anni dall’assassinio di Iqbal Masih, il piccolo schiavo che si ribellò alla mafia pakistana dei tappeti e divenne un simbolo mondiale delle lotte contro lo sfruttamento minorile. Il suo sacrificio avrebbe cambiato le cose una volta per tutte: questo promisero i governi e le organizzazioni internazionali, sull’onda dell’emozione. Il mondo era ben informato e non poteva restare a guardare facendo finta di niente. Ma fu soltanto l’ennesima illusione. Quella piaga continua ancora oggi a infestare, quasi indisturbata, molti paesi dell’Asia e dell’Africa. Ce lo conferma un intenso reportage (I bambini spaccapietre. L’infanzia negata in Benin, ed. Aut Aut, pagg. 112, euro 14) nel quale la giornalista Felicia Buonomo si cala in un girone infernale fatto di estrema povertà, di violenza, di mogli bambine costrette dalla famiglia a sposare uomini che potrebbero essere i loro padri, di madri costrette a negare l’infanzia ai propri figli. Buonomo ha la dote non comune dell’empatia ed è convinta – alla maniera del grande Ryszard Kapuściński – che un buon reporter debba prestare i propri occhi alla contemporaneità, senza restarne indifferente. Anche per questo ha scelto di raccontare i fatti in prima persona, cercando di immedesimarsi nelle storie che racconta. Nel derelitto paese africano ha incontrato i bambini sfruttati nei campi di lavoro, quelli malati negli orfanotrofi e le ragazze vittime di violenza. Il quadro che emerge è quello di una società distrutta dalla miseria e dalla corruzione, in cui la popolazione è disposta ad accettare lo sfruttamento del lavoro minorile in nome del diritto alla sopravvivenza. La schiavitù dei concasseurs, i bambini spaccapietre, nasce da una dinamica criminale innescata con la complicità delle industrie edilizie straniere, in gran parte di nazionalità cinese, che sfruttano il loro lavoro e poi acquistano le pietre utilizzandole per produrre cemento armato a basso costo. E nell’economia fortemente globalizzata in cui viviamo, quel cemento potrebbe arrivare nelle nostre case, rendendoci complici a nostra insaputa di un ingranaggio che stritola intere generazioni di africani. Dall’oceano di dolore descritto nel libro spunta però anche qualche piccolo bagliore di speranza. Lo si può scorgere nella storia delle tanti madri disposte a cambiare un destino che sembra non essere più così ineluttabile come in passato. Donne che hanno trovato il coraggio di aderire ai programmi umanitari, di reinventarsi come lavoratrici e imprenditrici, e di credere nei percorsi di solidarietà nel tentativo di superare una vita di privazioni. La stessa speranza – unita alla preghiera – che non abbandona mai figure come suor Felicité, una delle religiose che gestiscono l’orfanotrofio di Azowlisse e sono impegnate in una lotta quotidiana per salvare le vite dei bimbi malati.

In memoria di Ibrahim Gökçek

Il collettivo del Grup Yorum perde anche İbrahim Gökçek, l’uomo che suonava il basso e che, rinunciando a mangiare per 323 giorni, era riuscito a piegare il regime turco costringendolo a concedere finalmente ai suoi compagni la possibilità di tornare a suonare. Una straordinaria affermazione di libertà, per un gruppo considerato “terrorista” al pari di chiunque si opponga al delirio criminale di Erdogan. Una lotta che aveva seminato speranza, trepidazione e gioia tra migliaia di persone in Turchia e in molti altri paesi del mondo intero. Tutti avevano seguito con il cuore in gola la resistenza estrema di Helin Bölek, Mustafa Kocak e İbrahim, fino alla vittoria e alla morte

[da Comune-Info] – Non ce l’ha fatta, è poco, è troppo, ma è così. Quello che vince oggi, giovedì 7 maggio, è l’eloquenza del dolore, cioè la verità. Nelle ultime 48 convulse ore s’era aperto lo spiraglio di un altro destino. D’altro canto, Theodor Adorno lo aveva spiegato in modo crudele quanto lucido: la necessità di far sì che il dolore diventi eloquente è la condizione della verità. No, non ce l’ha fatta, İbrahim Gökçek. Non ha neanche avuto il tempo per vedere se il regime di Erdoğan concederà ai compagni del Grup Yorum di suonare davvero in luglio senza far scorrere fiumi di sangue.
Un altro tempo, però, quello sufficiente a vedere come l’immensa debolezza che ha segnato i suoi 323 giorni senza mangiare sia riuscita a piegare un potere ritenuto invincibile, quello sì, İbrahim è riuscito a strapparlo. Anche alla morte. Il tempo è tiranno, si dice non senza ragione, ma non sempre è alleato della tirannia. Anche se quel tempo, il tempo degli orologi, molto diverso da quello del nostro fare, si ostina a lasciarci credere che possiamo ancora solo limitarci a scegliere nient’altro che una delle varianti del dominio dell’accumulazione di denaro sulle persone. Il collettivo degli Yorum ha, tra gli altri, l’ormai rarissimo merito di non essersi mai rassegnato a quell’idea, la menzogna più indecente e indiscutibile del secolo scorso e di quello che già entra nel terzo decennio.
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Turchia: Erdogan lascia morire i musicisti

di Gianni Sartori

Premessa a carattere personale, quasi intima. La morte di Helin Bolek (curda, cantante della band Grup Yorum) mi aveva lasciato…come dire? Attonito, tetanizzato…
Al punto che avevo deciso di non scriverne più. Perlomeno di scioperi della fame fino alla morte. Troppi ricordi, troppe analogie. Non solo con quelli irlandesi del 1981. Anche con altri scioperi in Turchia, quelli del 1996 (dodici vittime) e poi del 2000 e oltre. Con oltre un centinaio di vittime tra prigionieri e familiari. Poi è morto anche Mustafa Koçak e questa ennesima tragedia annunciata aveva rinforzato la mia decisione. Ma solo in un primo momento. Quasi inconsapevolmente, poi ho cambiato idea. Al momento di scrivere non è dato di sapere se Ibrahim Gökçek (39 anni, bassista di Grup Yorum, in sciopero della fame dal 17 maggio 2019) sia ancora in vita. In ogni caso le sue condizioni rimangono disperate e personalmente non mi faccio illusioni sulle conclusioni.
Ricapitoliamo.
Helin Bolek è morta il 3 aprile dopo 288 giorni di sciopero della fame nella sua abitazione nel quartiere Sariyer. Era stata arrestata l’anno scorso insieme a Ibrahim Gokcek durante una perquisizione domiciliare nel Centro culturale Idil a Istanbul. Entrambi venivano accusati di far parte del Fronte rivoluzionario di liberazione del popolo (DHKP-C), organizzazione di sinistra illegale. Rilasciata nel novembre 2019 aveva proseguito nella sua azione di protesta contro la repressione nella “Casa della Resistenza”..
Da qui l’11 marzo sia Helim che Ibrahim erano stati prelevati con la forza dalla polizia e condotti all’Ospedale di Umraniye per essere sottoposti all’alimentazione forzata. Erano riusciti a impedirlo rifiutando l’intervento medico e proseguendo nella sciopero. Fino al tragico epilogo per la giovane musicista.
Ancora una precisazione in merito all’incredibile durata di questi scioperi della fame (per esempio rispetto a quelli in Irlanda del Nord del 1981). È dovuta ad alcuni accorgimenti, come l’utilizzo preventivo di vitamine. In realtà quella che si prolunga è soprattutto l’agonia, la sofferenza per i militanti. I quali comunque, anche in caso di eventuale sospensione, rischiano danni irreparabili, sia fisici che mentali.
La cerimonia di commemorazione per Helin Bolek si è svolta il 3 aprile nella casa alevita del quartiere di sinistra Küçük Armutlu. Nonostante l’epidemia in corso, molte persone hanno voluto esprimere la loro vicinanza e solidarietà alla famiglia della militante deceduta: Dopo un minuto di silenzio, si è levato il grido di “Grup Yorum è il popolo, voi non potete farlo tacere”. Anche se costretto in una carrozzella, era presente Ibrahim Gokcek. Rivolgendosi al governo ha detto: “Non importa cosa altro ci aspetta, vinceremo noi”. Continua la lettura di Turchia: Erdogan lascia morire i musicisti

Srebrenica, alle radici dell’orrore

Avvenire, 16 aprile 2020

Può la letteratura calarsi nelle profondità di un abisso incommensurabile fino a far comprendere uno dei più grandi orrori del XX secolo? Ormai venticinque anni fa la remota località bosniaca di Srebrenica fu teatro dell’ultimo genocidio compiuto in Europa. I soldati della repubblica serba di Bosnia uccisero più di ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi musulmani, in gran parte civili. Fu un massacro apparentemente privo di obiettivi strategici e motivazioni logiche. Sebbene molti dei carnefici fossero ufficiali nati, educati e formati nel dogma della fratellanza e dell’unità dei popoli slavi uccisero al di fuori di ogni regola di guerra, solo per ragioni di appartenenza a un’altra nazionalità e a una diversa fede. Eppure il conflitto in Bosnia era quasi finito e i nazionalisti serbi avevano già ottenuto i loro obiettivi, creando uno spazio etnicamente ripulito lungo il confine segnato dalla valle dellaDrina. Certo, volevano vendicare i soldati uccisi tra il 1992 e il 1995 e anche molti massacri dei secoli passati. Ma l’odio ancestrale trasformato in orientamento politico-strategico non può bastare, da solo, a spiegare l’incomprensibile, a penetrare nel cuore di tenebra di un massacro premeditato che segnò il culmine dell’orrore balcanico. A cercare di razionalizzare il genocidio, sobbarcandosi un compito tanto arduo quanto affascinante, è il giornalista Ivica Dikic in Metodo Srebrenica (Bottega Errante edizioni, trad. di Silvio Ferrari): non un’inchiesta, né un saggio, e neanche un’opera di finzione, bensì uno straordinario romanzo documentario basato su fatti storici, su persone e vicende reali. Già autore di un romanzo sul dopoguerra bosniaco portato al cinema dal regista premio Oscar Danis Tanović (Cirkus Columbia), Dikic ha analizzato e incrociato una mole imponente di testimonianze, documenti, capi d’accusa e trascrizioni dei principali dibattimenti del tribunale dell’Aja, ha ricostruito ora per ora gli avvenimenti dal 11 al 16 luglio 1995 nell’area di Srebrenica, e ha infine costruito un poderoso affresco letterario con elementi romanzeschi inseriti nella struttura del testo. L’ha fatto individuando innanzitutto un protagonista, un uomo che al contrario del famigerato generale Ratko Mladic, non fu una delle stelle mediatiche di quella guerra. Ljubiša Beara, alto ufficiale dell’Armata Popolare Jugoslava, ricevette dallo stesso Mladic l’ordine di dirigere e organizzare lo sterminio di alcune migliaia di prigionieri bosgnacchi in appena quattro o cinque giorni e poi di far sparire i loro corpi nel più breve tempo possibile. Il 14 luglio 1995, giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, Beara iniziò a coordinare il più grande assassinio di massa con motivazione etnica compiuto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Nel farlo non ebbe alcuno scrupolo di natura morale: per lui si trattò soltanto di un problema tecnico da risolvere con la maggior efficienza e rapidità possibile. “Fu troppo attivo, solerte e maleficamente creativo in quei cinque giorni – scrive Dikic – per poterlo inserire nel cliché dell’esecutore neutrale di progetti e ordini altrui”. Il suo ruolo chiave nel genocidio è dimostrato dalle intercettazioni telefoniche. In un colloquio del 15 luglio 1995 con il generale Radislav Krstić, comandante del Corpo della Drina, Beara chiese con urgenza altri soldati per uccidere i prigionieri rimasti. Esseri umani inermi e innocenti che durante la conversazione sono chiamati “pacchetti”. Continua la lettura di Srebrenica, alle radici dell’orrore

Nella mente di Pol Pot

Avvenire, 17 marzo 2020

“Uomini e donne vestiti di nero. Con la pelle grigia per la malaria e gli anni di stenti passati nella giungla. Con i fucili a tracolla e gli sguardi assenti. Giovanissimi, quasi bambini. Ai cittadini i guerriglieri comunisti sembrano arrivare da un altro pianeta. Ma lo stesso pensarono i khmer rossi dei cittadini, con non troppo celato disdegno. Finalmente si trovano di fronte ai “nemici” di cui tanto avevano sentito parlare, i “capitalisti” che rifiutavano di entrare nella Rivoluzione”. Tiziano Terzani raccontò così l’entrata dei khmer rouge a Phnom Penh, la mattina del 17 aprile 1975. I guerriglieri arrivarono nella capitale cambogiana a piedi, in bicicletta e con qualche camion, senza incontrare alcuna resistenza. Dagli edifici del centro cittadino iniziarono a spuntare bandiere bianche, simbolo di resa, e la popolazione scese in strada per dare il benvenuto ai “liberatori” che avevano abbattuto l’odiato regime filo-statunitense del generale Lon Nol. Nessuno poteva immaginare che quei rivoluzionari di ispirazione comunista e nazionalista avrebbero di lì a poco trasformato il destino del paese in modo apocalittico. Ma poche ore dopo, i khmer rossi iniziarono l’evacuazione forzata di tutti gli abitanti di Phnom Penh, dicendo che si trattava di una misura temporanea per ridurre il sovraffollamento e difendersi da possibili bombardamenti americani. Chi si rifiutava di abbandonare la propria casa veniva fucilato sul posto. Nessuno era autorizzato a restare in città: anche gli ospedali dovevano essere svuotati. Quasi due milioni di persone furono costrette a marciare verso le campagne sotto un caldo infernale. I più partirono a piedi, in bici o su carri trainati da buoi. Vecchi e malati vennero portati via sui lettini degli ospedali. Il trasferimento fu talmente repentino e violento che non mancò di provocare vittime, soprattutto tra i disabili e gli infermi, anch’essi ugualmente obbligati alla marcia forzata. In pochi giorni Phnom Penh venne svuotata completamente e si trasformò in una città fantasma. Era appena iniziata una delle più feroci dittature del XX secolo, che si rese responsabile di un genocidio epocale e senza precedenti nella storia dell’umanità.
I khmer rossi erano nati alcuni anni prima come costola dell’esercito popolare del Vietnam del Nord. Il loro obiettivo era quello di creare una repubblica socialista agraria completamente autosufficiente, in cui i vertici del partito controllavano tutti gli aspetti della vita dei cambogiani. Sotto la guida del loro leader, Pol Pot (detto anche “Fratello numero uno”), avviarono un programma di ingegneria sociale di stampo maoista che prevedeva l’azzeramento della famiglia, del denaro e della religione al fine di creare “l’uomo nuovo”, un rivoluzionario ateo, etnicamente “puro”, privo di affetti o inclinazioni borghesi e dedito esclusivamente al lavoro dei campi, alla patria e alla rivoluzione. Per cercare di comprendere uno dei più grandi drammi dell’era contemporanea, il giornalista britannico Philip Short, già corrispondente della Bbc, ha compiuto un’approfondita indagine sulla vita di Pol Pot intervistando i capi superstiti dei khmer rossi, e passando in rassegna gli archivi cinesi, russi, vietnamiti e cambogiani. Il risultato del suo lavoro è confluito in uno dei testi-chiave sul genocidio cambogiano, Anatomia di un genocidio. Pol Pot e i crimini dei Khmer rossi (già uscito alcuni anni fa per Rizzoli e adesso riproposto dalle edizioni Res Gestae), che traccia il destino di una nazione e di un popolo che quell’uomo portò alla rovina. Continua la lettura di Nella mente di Pol Pot