Il caso Khashoggi, un mondo di silenzio

di Fulvio Scaglione

Se vivessimo in un mondo più o meno normale, oggi tutte le cancellerie occidentali sarebbero impegnate a chiedere chiarimenti e inviare proteste alla casa reale dell’Arabia Saudita. E qualche Governo più deciso degli altri potrebbe magari convocarne l’ambasciatore per avere spiegazioni. Invece quasi tutto tace e, a parte le indiscrezioni lasciate filtrare ad arte dai servizi segreti della Turchia, un silenzio appena imbarazzato accompagna la sorte di Jamal Khashoggi, giornalista assai noto e apprezzato in Arabia Saudita e non solo, visto che di recente era diventato anche editorialista per il “Washington Post”. Donald Trump, grande sostenitore dei sauditi, ha taciuto per giorni e poi si è detto «preoccupato», lasciando a Mike Pompeo, il segretario di Stato, il compito di sfidare il ridicolo e invocare presso i sauditi una «inchiesta accurata» sulla sorte del giornalista.
Il problema è che c’è poco su cui indagare. Khashoggi è entrato nel consolato del proprio Paese a Istanbul il 2 ottobre, lasciando la fidanzata turca sul marciapiede ad attenderlo. E non ne è mai uscito perché, fanno sapere i turchi, sarebbe stato ucciso, poi addirittura fatto a pezzi e infine portato via da un commando di quindici agenti arrivati lo stesso giorno su due voli privati decollati dalla capitale saudita Riad. Ci sono i nomi, ci sono i volti, si sa che alcuni di loro fanno parte della guardia personale del principe ereditario Mohammed bin Salman e che con loro viaggiava anche un anatomopatologo, a quanto pare incaricato di sovrintendere allo smembramento del corpo.
Khashoggi, peraltro, non era un fanatico oppositore o , per dire, un qualche sovversivo che voleva minare le basi del regno sunnita-wahabita. Al contrario, era un giornalista sperimentato e, a suo tempo, molto inserito negli ambienti della casa reale saudita. Più volte aveva fatto parte della delegazione ristretta che accompagna il principe nei suoi spostamenti internazionali. Purtroppo per lui, negli ultimi tempi aveva cominciato a manifestare qualche dubbio sulla bontà delle politiche di Mohammed bin SalmanJamal Khashoggi. La guerra nello Yemen, che non approda a nulla tra mille atrocità. Il piano per la riforma economica del regno, chiamato “Vision 2030”, che fa acqua. Le purghe ai danni dei notabili sauditi della vecchia guardia. Troppo, a quanto pare. Non l’ha salvato nemmeno il fatto di essersi trasferito negli Usa.
Che altro serve per un minimo di sdegno? Soprattutto in America e in Europa, dove la libertà della stampa e dei giornalisti è un bene considerato prezioso e come tale sempre difeso. Invece nulla o quasi, anche da parte dei Governi che pure, or non è molto, hanno duramente criticato la Turchia per i giornalisti messi sotto processo e poi costretti all’esilio. Destino triste, il loro. Ma non come essere fatti a pezzi con una sega in una sede diplomatica.
Quanto avviene, o meglio non avviene, in questi giorni riflette a perfezione lo stato delle relazioni internazionali, in cui tutto il gran parlare di diritti e valori non vale per gli “amici” ma solo per i “nemici”. E l’Arabia Saudita è un amico troppo importante per tutti. Trump (ma anche Obama prima di lui) incassa miliardi rifornendola di armi e la considera fondamentale, insieme con Israele, nell’asse che dovrebbe opporsi alla crescente influenza dell’Iran. Nell’aprile scorso, Mohammed bin Salman ha compiuto una visita negli Usa in cui è stato onorato non soltanto alla Casa Bianca ma anche dai superintelligenti e superdemocratici boss della Silicon Valley e di Hollywood. Prima di sbarcare negli Usa, peraltro, lo stesso Salman aveva fatto tappa a Londra dove, portando in dote 100 miliardi di investimenti per l’Inghilterra post-Brexit, era stato accolto con tutti gli onori, pranzo con la regina Elisabetta compreso. E più o meno altrettanto potremmo dire per quasi tutti i Paesi europei.
L’Arabia Saudita lo sa e ne approfitta con l’arroganza di chi si sente intoccabile. Adesso c’è il caso Khashoggi, ma è solo l’ultimo di una lunga serie. In agosto Cynthia Freeland, ministro degli Esteri del Canada, aveva osato chiedere con un tweet la liberazione di un gruppo di saudite arrestate per le loro campagne in favore dei diritti delle donne. Per tutta risposta i sauditi cacciarono l’ambasciatore canadese, bloccarono tutti i voli per il Canada, congelarono le relazioni economiche e invitarono le migliaia di studenti sauditi a tornare a casa.
Nel 2016, a causa delle sue azioni nello Yemen, l’Arabia Saudita fu inserita nella lista Onu dei Paesi che violano i diritti dei bambini in zone di guerra. Subito partì il ricatto, poi ammesso dallo stesso segretario Ban Ki-moon: o ci cancellate dalla lista o tagliamo i fondi all’Onu. E cancellazione fu. Con la scomparsa di Khashoggi finirà allo stesso modo. Male che vada, Mohammed bin Salman farà qualche telefonata, ricorderà questo o quell’affare, parlerà del prezzo del petrolio o del terrorismo in Medio Oriente. Ma non dovrà nemmeno incomodarsi, il mondo gira così e tutti quelli che devono saperlo già lo sanno.
(Avvenire, 10.10.2018)

Il socialismo ungherese è un affare per piccioni

Venerdì di Repubblica, 5.10.2018

Nulla al mondo è più invisibile dei monumenti, diceva Robert Musil. Ma gli ungheresi sembrano pensarla diversamente. Fino a qualche anno fa le strade e le piazze di Budapest erano ancora solcate da decine di gigantesche statue risalenti all’era sovietica. Ingombranti riproduzioni di Stalin, di Lenin, di Marx e un numero imprecisato di monumenti celebrativi, come il soldato russo alto sei metri che incombeva sulla città dalla collina di Géllert, di fronte al Danubio. Il problema si pose subito dopo il ritiro definitivo delle truppe sovietiche, nel giugno del 1991. Cosa fare dei simboli di un mondo che ormai apparteneva al passato? Distruggerli sarebbe stato come non voler fare i conti con una memoria storica da elaborare e tramandare alle nuove generazioni. La municipalità di Budapest stabilì dopo accesi dibattiti che oltre quarant’anni di dittatura non potevano essere semplicemente abbattuti a colpi di ruspa e bandì un concorso pubblico per la creazione di un parco-museo sui generis. Non un pantheon ma piuttosto un cimitero delle statue dell’era sovietica. Fu selezionato il progetto di un giovane architetto emergente e nel 1993 venne inaugurato il Memento park, che proprio quest’anno celebra i suoi primi venticinque anni di attività. Si trova all’estrema periferia di Budapest e la sua collocazione rappresenta già una metafora del rapporto ambivalente che gli ungheresi hanno nei confronti del comunismo. Allontanare ma non rimuovere. Ricordare ma non rimpiangere una dittatura che causò milioni di morti. Poco più di mezz’ora di viaggio dal centro cittadino e il bus si ferma davanti a un podio sormontato dagli stivali di Stalin. È la replica di quello che un tempo si trovava in piazza degli Eroi, il luogo delle grandi parate del Primo maggio. La statua del dittatore, alta otto metri, fu abbattuta dalla popolazione durante la rivolta del 1956. Soltanto gli stivali rimasero al loro posto. Il resto del corpo fu fatto a pezzi e portato via come souvenir. Molti ungheresi conservano ancora in casa un frammento di quella statua.

La statua di Stalin al centro della piazza degli Eroi fino al 1956

L’entrata del parco è un muro perimetrale con gli elementi caratteristici tipici dell’architettura socialista. Su uno dei portoni in ferro battuto sono stati incisi i versi della poesia “Una frase sulla tirannia” composta dallo scrittore ungherese Gyula Illyés nel periodo più buio dello stalinismo. Ai lati, due nicchie centinate ospitano a sinistra una grande statua di Lenin, a destra Marx e Engels in stile cubista. Un tempo, i monumenti ai due filosofi si trovavano davanti alla sede centrale del partito comunista. Il grande parco è privo di alberi, circondato dal silenzio che avvolge le 42 statue, grandiose, inquietanti, alcune dall’indubbio valore artistico. Molte furono realizzate dallo scultore ungherese Zsigmond Kisfaludi Strobl, che il partito dichiarò “artista del popolo”. Ritraggono Lenin, Marx ma anche celebrità locali come Bela Kun, il leader della breve repubblica comunista del 1919, e Ilya Ostapenko, il soldato sovietico che cadde nel 1944 durante l’assedio di Budapest. La sua statua è rimasta per anni all’imbocco dell’autostrada che scende a sud verso il lago Balaton, segnando la geografia urbana della capitale. “Era un luogo di incontro abituale, da dove partivano le gite degli studenti ed è forse l’unico monumento di cui gli ungheresi non più giovani sentono in qualche modo la mancanza”, spiega Ákos Réthly, direttore del parco. Assai meno rimpianta è invece la statua del soldato sovietico “liberatore” che fu realizzata per commemorare la fine dell’occupazione nazista, il 4 aprile 1945. Mostra il soldato semplice dell’Armata Rossa Vasili Ivanovich Golovcov con un mitra PPSh-41 a tracolla e una bandiera con la falce e il martello in mano. Fino al 1991 faceva parte del grandioso monumento alla liberazione che sormonta ancora la collina più alta di Budapest. Nel vicino memoriale all’amicizia ungherese-sovietica l’eloquenza della pietra appare inequivocabile. Il lavoratore ungherese mostra gratitudine stringendo la mano del soldato sovietico con entrambe le sue, mentre il militare risponde freddamente con una mano sola. Ma la statua più imponente è quella dedicata alla repubblica dei Soviet del 1919. Ispirata al famoso poster di propaganda di Róbert Berény che incoraggiava al reclutamento (“Alle armi! Alle armi!”), un tempo si trovava nel parco Városliget, in pieno centro, dov’è stata a lungo dileggiata dagli abitanti di Budapest. “Osservandola dalla giusta prospettiva si poteva vedere un gigante in corsa in mezzo agli alberi”, ricorda Réthly. “Fu ribattezzato il ‘guardarobiere’ perché sembrava che rincorresse un cliente per restituirgli la sciarpa”.
Ma fin dalla sua apertura il Memento park si è trovato su un crinale scivoloso, poiché per molti ungheresi queste statue restano il simbolo di un passato fatto di paura e repressione. “In realtà questo non è un monumento al comunismo, bensì al crollo del comunismo – sostiene Réthly – ai visitatori non abbiamo mai imposto alcuna lettura specifica del nostro passato”. Il parco è di proprietà del governo ma è gestito da un’associazione che non percepisce alcun finanziamento pubblico e in un quarto di secolo non ha mai attirato eventi o raduni politici. In compenso vengono organizzate visite guidate in più lingue, programmi pedagogici per le scuole e ogni anno arrivano circa quarantamila visitatori, con la stessa proporzione di stranieri e locali. “Il disprezzo degli ungheresi per quell’epoca non nasce da una generica opposizione nei confronti del socialismo ma dalla perdita dell’autonomia nazionale causata dal dominio sovietico”, ci spiega László, attivista 38enne del partito operaio ungherese nato dalle ceneri del Magyar Szocialista Munkáspárt di János Kádár, rimasto al potere oltre trent’anni dopo che Mosca soffocò nel sangue la rivolta del 1956. Oggi è un piccolo partito che non ha mai ottenuto alcun seggio in parlamento. Ma le elezioni della primavera scorsa hanno condannato a un ruolo marginale anche i socialisti, lanciando le destre populiste al 70%. Un tempo gli ungheresi si battevano per riconquistare contro l’Urss quella sovranità nazionale che adesso il governo di Viktor Orban vuole difendere dall’Ue. A qualsiasi costo. Persino litigando con Bruxelles su un progetto di legge presentato dal parlamento magiaro che vorrebbe bandire la stella rossa dal logo della birra Heineken, poiché ritenuto un simbolo del totalitarismo. E come se non bastasse, la mostra di Frida Kahlo in corso alla Galleria nazionale di Budapest è stata attaccata duramente dal giornale di destra Magyar Idők perché “promuoverebbe il comunismo”. Ai pochi nostalgici del tempo che fu non resta che consolarsi nel piccolo negozio di souvenir del Memento park, che vende i cd con le canzoni dell’era sovietica insieme a vari oggetti a tema, spesso declinati in modo ironico.
RM

Irlanda, la rivoluzione di Higgins

Avvenire, 3.10.2018

Sono trascorsi molti anni da quando Norberto Bobbio denunciò per la prima volta il cortocircuito tra etica e politica. “Il senso comune sembra aver accettato che la politica ubbidisca a un codice di regole differente e in parte incompatibile con la condotta morale” affermò il grande filosofo, le cui parole suonano oggi profetiche di fronte alla deriva cui stiamo assistendo in Italia e in altre parti del mondo. Quando nel 2014 ci capitò di incontrare il presidente della Repubblica d’Irlanda Michael D. Higgins in occasione della lunga intervista che concesse ad Avvenire, la sensazione fu quella di trovarsi di fronte a un alieno. Un poeta, un personaggio dalla grande statura morale che spiccava come un gigante nell’attuale panorama politico internazionale. Ci colpì per la sua profonda cultura e per la sua semplicità d’altri tempi, la stessa che gli irlandesi hanno avuto modo di apprezzare in questi anni in cui, pur essendo il presidente, l’hanno visto comportarsi come un comune cittadino, passeggiare con i suoi cani, fare la fila al bancomat. “In politica la penso esattamente come papa Francesco – ci aveva detto in quell’intervista – per secoli il mondo occidentale si è battuto per raggiungere una forma compiuta di democrazia. Ma adesso è condizionato dalla gestione tecnocratica di un singolo modello economico che è incapace di affrontare una gigantesca bolla speculativa, e che sta di fatto rendendo schiavo il mondo”. Grande intellettuale ma al tempo stesso uomo profondamente impegnato nella sfera pubblica, Higgins incarna alla perfezione il rapporto simbiotico che la cultura e la politica hanno da sempre nel suo paese, è l’esempio tangibile di come la letteratura e i diritti civili, la poesia e la lotta pacifista possano dialogare fino a completarsi a vicenda. Negli anni la sua opera poetica ha dato forma alle grida dei poveri, degli emarginati e di tutti i senza voce, mentre il suo impegno politico è stato improntato con coerenza a una critica radicale nei confronti delle tendenze neoliberali e populiste. Della sua ricca produzione letteraria era già uscita in Italia la raccolta Il tradimento e altre poesie (Del Vecchio editore), ma il pubblico italiano non aveva finora avuto occasione di conoscere il profilo politico di “Michael D”, come viene chiamato affettuosamente dagli irlandesi. Per colmare questa lacuna viene adesso pubblicato per la prima volta in Italia un piccolo ma significativo libro che raccoglie alcuni suoi recenti discorsi sulla pace, la cooperazione internazionale, i diritti civili e l’emancipazione femminile. Si chiama Donne e uomini d’Irlanda. Discorsi sulla rivoluzione (Aguaplano editore, traduzione e introduzione di Enrico Terrinoni) ed evoca alcuni momenti decisivi del ‘900 irlandese testimoniando la volontà di un ritorno a principi basilari dell’umanità come l’uguaglianza, la pari dignità, il rifiuto della guerra e del razzismo, la forza di schierarsi dalla parte dei deboli e di respingere ogni pensiero dominante. Pur citando alcuni snodi cruciali della recente storia dell’Irlanda (in primo luogo l’insurrezione di Pasqua del 1916) è una lettura che assume ben presto un respiro universale. D’altra parte non è un caso che persino un grande storico del XX secolo come Eric Hobsbawm abbia affermato che la rivolta irlandese ‘16 favorì e accelerò il processo di decolonizzazione, e sia stata d’esempio per altri paesi in lotta per l’emancipazione come India, Australia e Sudafrica. Higgins si sofferma sulla visione politica lungimirante ed egalitaria del movimento indipendentista e del suo leader storico, il socialista James Connolly, e usa tutta la sua autorevolezza di poeta-presidente per correggere alcune ingiustizie promosse da una storiografia di parte che – al pari di quanto accaduto per la Resistenza italiana – ha messo ad esempio la sordina al ruolo svolto dalle donne in quella rivolta che segnò l’atto fondativo dell’Irlanda moderna. Finora la storia ha infatti ingiustamente trascurato il contributo fondamentale di figure come Leslie Price, Kathleen Browne, Margaret Skinnider e tante suore cattoliche che si prodigarono in un periodo in cui l’accesso all’istruzione e alle carriere professionali era quasi precluso alle donne. Ma appare soprattutto inspiegabile, fa notare Higgins, che sia caduto nell’oblio un personaggio straordinario come Eva Gore-Booth, pacifista, suffragetta e sindacalista che si batté per i diritti delle lavoratrici e difese l’obiezione coscienza contro la coscrizione obbligatoria durante una fase storica dominata dal militarismo, come quella della Prima guerra mondiale.
Dopo aver viaggiato a lungo in America Latina prima di diventare presidente, Higgins si dice ormai convinto – citando Eduardo Galeano – che il sistema capitalista abbia sacrificato la giustizia in nome della libertà mentre il cosiddetto “socialismo reale” abbia invece sacrificato la libertà in nome della giustizia. La sfida del nuovo millennio è dunque quella di cercare di farle camminare insieme, con pari dignità. “Ci siamo avvicinati a un punto di crisi politica, sociale, culturale ed ecologica – afferma in un discorso pronunciato a Cuba – che richiede l’articolazione di nuovi modelli di coesistenza, di sviluppo e di cooperazione internazionale. Da qui la necessità di imboccare la strada di uno sviluppo socialmente sostenibile, legato alla promozione della libertà politica e dei diritti civili, lontano da ogni forma di autoritarismo”. Ormai giunto al termine del suo primo mandato, Higgins cercherà di essere confermato alle elezioni del 26 ottobre prossimo, forte di una popolarità che l’ha fatto diventare uno dei presidenti più amati nella storia dell’Irlanda. Una figura, quella del presidente irlandese, che pur essendo eletta dal popolo ha un ruolo assai limitato di guardiano della Costituzione e di rappresentante dello Stato negli affari internazionali. Ma con il potere della parola, della cultura e con il suo esempio di moralità, Higgins è riuscito a dare una lezione di umanesimo che ha varcato i confini del suo paese e ha lanciato un segnale di speranza e ottimismo per il futuro.
RM

Siete mai stati nell’altra Sarajevo?

Venerdì di Repubblica, 21.9.2018

Prima la farsa, poi la tragedia: a Sarajevo la storia recente ha seguito un percorso inverso rispetto a quello descritto da Marx. Erano i primi anni ‘80 e Tito era morto da poco, quando un gruppo di comici sarajevesi ideò Top Lista Nadrealista, una serie televisiva sullo stile dei Monty Python che irrideva i nazionalisti immaginando una città divisa come Berlino. I loro sketch comici descrivevano famiglie in lotta per il controllo delle stanze della casa, un muro che separava Sarajevo ovest da Sarajevo est e gruppi di netturbini che si facevano la guerra lanciandosi rifiuti da una parte all’altra della città. Un episodio di questa satira tristemente profetica, andato in onda nel 1989, fa venire i brividi. Il presentatore di un telegiornale immaginario annuncia per il 12 novembre 1995 la separazione della Jugoslavia in due parti, quella orientale e quella occidentale. Sono gli stessi giorni in cui gli accordi di pace di Dayton avrebbero posto fine alla guerra in Bosnia dividendo il paese in due entità autonome, la federazione croato-musulmana e la Republika Srpska, a maggioranza serba. Nella realtà, Sarajevo non fu separata da un muro ma dalla cosiddetta Inter-Entity Boundary Line, una linea di confine un tempo controllata militarmente, che divide la città all’altezza dell’aeroporto creando due realtà amministrative distinte.

Un murale che inneggia alla tolleranza a Sarajevo est

Oggi tra le due città non ci sono barriere fisiche, né confini visibili. Soltanto i cartelli stradali in cirillico fanno capire che si è entrati nella parte serba. Basta oltrepassare il quartiere periferico di Dobrinja, costruito subito dopo le Olimpiadi invernali del 1984, per accedere a Istočno Sarajevo (Sarajevo est), una città che nel 2006 è diventata formalmente la capitale della Republika Srpska. Poco più di sessantamila abitanti, quasi tutti serbi, in parte arrivati dopo la guerra dalle zone a maggioranza musulmana nell’ambito di quel grande rimescolamento demografico che ha cancellato la promiscuità etnica e culturale della Bosnia pre-bellica. Dal centro di Sarajevo si raggiunge in macchina in poco più di un quarto d’ora. Zlatan, il tassista che ci accompagna al di là del “confine”, si ferma in un grande piazzale spoglio e polveroso che ospita la stazione degli autobus di Sarajevo est. “Non posso andare oltre – ci spiega – altrimenti dovrei rimuovere l’insegna dal taxi per non rischiare una multa salatissima, l’equivalente di circa 250 euro”. Prima di andarsene ci indica una strada davanti alla stazione. Ha due nomi: la parte musulmana, sul lato destro, si chiama Sabora Bosanskog Trg (via del Parlamento bosniaco) e sulle facciate dei palazzi ci sono ancora i segni delle granate. La parte serba, completamente ricostruita, è invece intitolata a Nikola Tešanović, un soldato serbo ucciso nel 1992, quando l’area si ritrovò proprio sulla linea del fronte. Dopo la guerra seguirono anni di controversie e fu infine necessario un arbitrato internazionale per stabilire a quale parte della città appartenessero i palazzi affacciati su quella strada. Ancora oggi le due entità amministrative non riescono a mettersi d’accordo quasi su niente, a partire dalla raccolta dei rifiuti, e gli abitanti di Sarajevo est sono costretti a pagare utenze separate: elettricità e riscaldamento alla federazione, acqua e telefono alla Republika Srpska. “Siamo sopravvissuti alla guerra per farci uccidere dalla burocrazia” scherza Ivona Letić, una trentenne di origine serba che vive qua da anni ma lavora come interprete a Sarajevo. “Mio padre fu ucciso all’inizio del conflitto dalle truppe musulmane di Naser Oric, io ho trascorso l’infanzia come profuga ma oggi sono orgogliosa di poter dire che il miglior amico è un musulmano”. Ivona ha accettato di farmi da guida a Sarajevo est e mi accompagna in strade che non esistevano prima della guerra, quando l’intera area era sotto il controllo delle truppe serbo-bosniache. In alcune zone miste la toponomastica post-Dayton ha stabilito una doppia denominazione. Nella parte musulmana sono state adottate scelte “ecumeniche” – intitolando strade a Tolstoj, a Gandhi e a Shakespeare – mentre l’ingombrante passato riaffiora sul lato serbo, ad esempio nella piazza dedicata alla brigata di Ilidza, un’unità serbo-bosniaca attiva negli anni dell’assedio, con tanto di monumento ai caduti davanti a un piccolo centro commerciale.

La piazza intitolata alla Brigata di Ilidza, con il monumento ai caduti

Le strade sventrate durante la guerra sono risorte sotto forma di quartieri-dormitorio, desolate e prive di vita. L’assenza di luoghi d’incontro e aggregazione lascia percepire un senso di solitudine e auto-isolamento. Niente a che vedere con l’effervescente vitalità di Sarajevo, capace ormai di attrarre turisti e investitori. “Molti abitanti dell’est sono costretti ad andare dall’altra parte per lavoro mentre i sarajevesi vengono qui molto raramente, e quasi sempre alla ricerca di uno shopping più economico”, ci spiega Ivona. Su un’altura circondata dai cantieri svettano le pareti color vermiglio della nuova chiesa ortodossa. Per i circa duemila musulmani che vivono qua non c’è invece alcun luogo di culto. Anche gli istituti scolastici sono tutti rigorosamente serbi, con programmi studiati su base etnica. “L’attuale sistema educativo è l’oppio delle nuove generazioni e alimenta la frammentazione etnica di questo paese”, sostiene Jovan Divjak, l’ex generale serbo che durante la guerra guidò la difesa della città e da 25 anni presiede l’associazione Obrazovanje Gradi BiH (L’educazione costruisce la Bosnia-Erzegovina), impegnata nell’aiuto agli orfani di guerra. Tra le migliaia di giovani che sono stati aiutato in questi anni c’è anche Ivona.
Ma il diverso – e spesso inconciliabile – approccio nei confronti del passato non riguarda soltanto l’ultimo conflitto. Nella silenziosa Spasovdanska, la grande piazza principale di Istočno Sarajevo circondata da schiere di palazzi appena costruiti, c’è un parco urbano dove spicca la statua in bronzo di Gavrilo Princip. I politici locali l’hanno inaugurata nel 2014, per il centenario dell’assassinio dell’arciduca austriaco Francesco Ferdinando. Da queste parti il giovane attentatore che accese la miccia della Grande guerra è un eroe nazionale, mentre a Sarajevo tutti lo considerano un terrorista. In cima alla piazza, il tricolore serbo sventola su un moderno edificio di vetro e acciaio che ospita il municipio e la sede nazionale della Sberbank, la più importante banca statale russa. Un accostamento singolare, considerato il livello di corruzione del paese. Allontanandosi a piedi dall’abitato si raggiunge in poco tempo il vicino sobborgo di Lukavica dove, non lontano dai ruderi abbandonati dell’ex caserma che fu bombardata dalla Nato nel 1995, ci si imbatte nel grande acquedotto di Sarajevo est. Giusto un anno fa sono stati realizzati gli allacciamenti alle tubature dell’altra parte della città, consentendo di risolvere i gravi problemi di approvvigionamento idrico di Sarajevo. È stato il primo progetto concreto sul quale le due città sono riuscite a collaborare con successo dopo tanti anni. Nonostante le differenze e i rancori, sta finalmente maturando un dialogo tra le due amministrazioni. Lo conferma il fatto che nel 2019 Sarajevo e Sarajevo est ospiteranno congiuntamente l’edizione invernale del Festival olimpico giovanile, ripristinando anche alcuni degli storici impianti delle Olimpiadi del 1984.

Una vecchia cabina della funivia di Sarajevo, con il logo delle Olimpiadi del 1984

Per vedere di nuovo in funzione uno dei simboli dell’unità cittadina dobbiamo tornare nel centro di Sarajevo. In poco meno di mezz’ora raggiungiamo in bus l’ex biblioteca nazionale, adesso diventata sede del municipio. Proprio di fronte si trova la stazione di partenza della Žičara, la cabinovia che si arrampica a 1200 metri, sulle pendici del monte Trebević, e congiunge le due parti della città. C’è voluto oltre un quarto di secolo per far ripartire il vecchio impianto abbattuto a colpi di mortaio nel 1992 e ridare nuova vita a uno dei luoghi più amati dai sarajevesi. Riavvicinando infine ciò che la guerra sembrava aver diviso per sempre.
RM

Se Trieste getta cloroformio sui crimini del fascismo

di Paolo Rumiz

C’era da aspettarselo, date le premesse. Trieste va a ricordare l’abominio delle leggi razziali con un aborto di manifestazione. Un ritrovo di pochi intimi accanto a una lapide ben nascosta nel sottopasso del Municipio che i triestini conoscono come “el pisadòr”, leggi pisciatoio. Così, tra una festa della sardella e una Barcolana. Conclusione: con l’eccezione della Curia, della parte meno tremebonda della comunità ebraica, di qualche solitario liberale e di pochi uomini d’onore, la città che in una piazza osannante (sette ovazioni oceaniche) ha visto la proclamazione del razzismo come legge di Stato, calerà le braghe di fronte a una giunta che non gradisce la memoria.Il putiferio è nato da un manifesto, quello del liceo Petrarca, che chiama le cose col loro nome. Ma cosa c’è di forte, di duro, di estremo nella verità storica, e cioè che dei triestini furono complici attivi dei nazisti nell’espulsione e poi nella schedatura degli ebrei in vista dell’annientamento, e non pagarono mai il conto con la scusa dell’italianità da difendere contro gli slavo-comunisti alle frontiere? Meglio non ricordare che una parte della città ha tratto durevoli vantaggi economici e di carriera dal provvedimento fascista. Qualcuno magari potrebbe azzardare un nesso tra le ronde di oggi e le squadracce di ieri. Non sia mai. Il fatto è che quel nesso è svelato non dal manifesto, ma dalla reazione della giunta. Se non ci fosse un legame, non si sarebbe mostrata tanta coda di paglia e si sarebbe commemorato senza problemi l’infausto settembre che ci ha portati alla guerra, alla sconfitta e alla dannazione. Il sindaco si illude di poter tenere a bada i più estremi dei suoi compagni di coalizione. Beato lui. Anche mio zio Giorgio Pitacco, irredentista della prima ora e poi podestà di Trieste nel Ventennio, si illuse di controllare l’avanguardismo del manganello e dell’olio di ricino. Fu sconfitto. Sappia anche Dipiazza che i suoi galletti in giunta non hanno niente a che fare con la Destra occidentale, schierata a difesa dello stato di diritto e dei valori democratici. È gente per cui il potere mondiale è ancora “in mano a ebrei e massoni” (parole pronunciate sei anni fa a un comizio leghista dal vicesindaco Polidori, che però in questa occasione ha preso le distanze dal sindaco, definendo quelle inserite nel manifesto contestato delle «semplici foto che testimoniano un momento storico»). È un movimento illiberale, amico di Putin, vicino a post-comunisti come Orbàn. Non italianissimo, ma balcanico nell’anima. So di rappresentare una minoranza. Vedo già le critiche sul web: il razzista sono io, perché il mio è un discorso che divide, eccetera. Non me ne frega niente. Su temi come questo è sacrosanto fare parte per se stessi e scavare un fossato visibile tra chi è per la libertà e chi è contro. Basta con questa melassa che proclama “vogliamoci bene”, se poi il 3 novembre si accolgono i portatori di odio in piazza per ricordare la fine della Grande Guerra. Non voglio avere nulla a che fare con chi – fosse anche la metà degli italiani – ritiene che blindare i porti sia cosa giusta. Tra le sparate sui porti chiusi e il cloroformio sulla memoria del fascismo esiste un nesso trasparente.

(da Il Piccolo del 15 settembre 2018)