Il dramma degli ebrei italiani in Libia

Avvenire, 8.12.2018

Nel giugno 1967 la Guerra dei Sei giorni scatena una terribile ondata di violenze contro gli ebrei italiani residenti in Libia. Case e negozi bruciati, beni confiscati, sinagoghe e cimiteri profanati. Chi viene trovato in strada finisce ammazzato senza pietà. Sono giorni di terrore, rabbia e incredulità. Solo alcune settimane più tardi circa cinquantamila membri della comunità di Tripoli riescono a fuggire partendo per Roma con un ponte aereo. Gran parte di loro proseguirà alla volta di Israele o degli Stati Uniti, altri si fermeranno per sempre in Italia, cominciando una nuova vita. Daniela Dawan aveva appena dieci anni quando visse in prima persona quei tragici giorni. La sua famiglia fu costretta come tante altre a lasciare precipitosamente quello che considerava il proprio paese, aprendo un vuoto doloroso e incolmabile con il passato. Nel bel romanzo Qual è la via del vento (edizioni e/o), Dawan rievoca quei drammatici fatti che coinvolsero migliaia di ebrei italiani raccontando una vicenda in parte autobiografica. La storia – liberamente ispirata alla sua infanzia – è quella di Micol Cohen, una bambina ebrea che vive a Tripoli con il padre e la madre, Ruben e Virginia. Personaggi tratteggiati con garbo e senza retorica all’interno di un quadro familiare segnato dalla morte misteriosa di una sorella che Micol non ha mai conosciuto. Quando si scatena la violenza nelle strade anche i Cohen sono costretti a nascondersi nell’appartamento dei nonni materni della piccola, Ghigo e Vera Asti, in attesa di fuggire grazie all’aiuto di un amico arabo che fornirà loro i visti per l’espatrio. Due anni più tardi, nel 1969, il colpo di Stato del Colonnello Gheddafi e la cacciata di re Idris fanno perdere agli ebrei ogni residua speranza: tornare a casa è ormai impossibile. Fra i primi provvedimenti del nuovo regime c’è l’ordine di esproprio dei beni degli italiani, spariscono conti correnti, immobili, terreni, finché dell’antica comunità ebraica della Libia non resterà più alcuna traccia. La drammatica fuga della famiglia Cohen chiude la prima parte del libro, che ricostruisce accuratamente i fatti e il clima politico della Libia di quegli anni. La trama del romanzo riprende poi molti anni anni dopo, raccontando le conseguenze di quello sradicamento. “Ci sono due generi di uomini – scrive Dawan -, quelli che piantano più solide radici altrove e quelli che invece, anche senza averne consapevolezza, si disgregano”. Ruben, il padre di Micol, appartiene alla seconda categoria e in Italia non riuscirà mai a costruirsi una nuova vita. Sarà invece Micol, ormai diventata un avvocato di successo, a tornare finalmente a Tripoli nel 2004 insieme a un gruppo di vecchi esuli ebrei. È quello il momento in cui Gheddafi sta compiendo una serie di gesti di distensione nei confronti dell’Occidente e dell’Italia. Forse esiste la concreta possibilità di ottenere risarcimenti. “Saranno ancora imbevuti di odio?” è la domanda che la protagonista, ormai adulta, si pone iniziando un viaggio nei luoghi della memoria della sua infanzia, in cui scoprirà anche il segreto della morte di sua sorella. Un viaggio che nella realtà l’autrice del libro non ha mai compiuto ma è stata capace di rendere con grande efficacia narrativa, riportando alla luce la memoria di una tragedia sulla quale è caduto il silenzio.
RM

Helen, che ha salvato l’Irlanda dalla Brexit

Venerdì di Repubblica, 7.12.2018

Dietro il volto sorridente, i modi garbati e un’apparente timidezza, la 32enne ministra irlandese per gli Affari europei Helen McEntee nasconde straordinarie doti di negoziatrice. Nel corso degli estenuanti colloqui sulla Brexit si è guadagnata il soprannome di “arma segreta” del governo di Dublino. Con la forza delle sue argomentazioni è riuscita a tenere testa a Theresa May e al capo negoziatore UE Michel Barnier, e ha costretto infine Londra a mettere per iscritto l’impegno a non ripristinare le barriere fisiche tra le due parti dell’Irlanda. Cresciuta nella fattoria di famiglia a poca distanza da quel confine, McEntee vive ancora oggi nella contea di Meath, cuore pulsante dell’agricoltura irlandese. Ricorda di aver visto, da bambina, i checkpoint dai quali passavano le attività di contrabbando e gli attentati che insanguinarono per anni quei territori di frontiera. “La Brexit minaccia la pace sulla nostra isola – ha ripetuto fino allo sfinimento nel corso dei negoziati – e un hard border tra la Repubblica e l’Irlanda del Nord penalizzerebbe soprattutto gli agricoltori delle zone di confine”. La sua famiglia è da sempre molto vicina all’Irish Farmers’ Association, la più potente e numerosa organizzazione degli agricoltori irlandesi. Suo padre, Shane McEntee, è stato parlamentare del partito di maggioranza Fine Gael e poi ministro dell’agricoltura. Lei ha iniziato a lavorare giovanissima come sua assistente, subito dopo gli studi in economia e legge a Dublino. Ma la sua vita ha avuto una svolta improvvisa e drammatica nel 2012, quando suo padre si è tolto la vita e lei ha deciso di candidarsi alle elezioni suppletive per prendere il suo posto. Da allora ha bruciato le tappe: a 26 anni è diventata la più giovane deputata dell’Assemblea irlandese, poi è stata nominata ministro per gli anziani e la salute mentale, infine ha ricevuto la delega agli Affari europei dall’attuale primo ministro Leo Varadkar. Molti ritenevano non avesse l’esperienza necessaria per ricoprire un ruolo simile in una fase storica così cruciale per il paese. Ma in poco più di un anno si sono dovuti ricredere. Adesso Helen McEntee è la stella nascente della politica irlandese e nessuno si stupirebbe di vederla alla guida del governo, in un prossimo futuro.
RM

I segreti di Asperger, complice del nazismo

Avvenire, 2.12.2018

Fino a non molto tempo fa il pediatra viennese Hans Asperger era considerato una sorta di Oskar Schindler della psichiatria. Non solo un pioniere della ricerca sull’autismo ma anche un eroe che riuscì a salvare molti bambini dal programma di sterminio nazista. Dopo la guerra fu nominato direttore della clinica pediatrica universitaria di Vienna dove proseguì una lunga carriera accademica nella quale gettò le basi per una definizione dell’autismo come forma di diversità, aprendo la strada a una corretta comprensione della malattia. Nel 1981, subito dopo la sua morte, il suo nome è stato associato alla sindrome dello spettro autistico che da allora è riconosciuto dall’intera comunità scientifica mondiale. Ma fino a qualche anno fa nessuno si era interrogato davvero sul ruolo svolto da Asperger durante il Terzo Reich. Ben pochi avevano ad esempio ritenuto anomalo che il medico viennese, pur non iscrivendosi al partito, fosse riuscito a entrare in ruolo nel 1943 e a raggiungere posizioni di primo piano in istituzioni accademiche e statali senza compromettersi con il regime. Dopo la guerra non gli venne d’altra parte contestato alcun reato e lui fu assai convincente nell’affermare di essersi sempre opposto al cosiddetto Aktion T4 – il programma di eutanasia nazista -, definendolo “assolutamente inumano”, e nel costruirsi una solida reputazione di oppositore del Reich sostenendo di aver rischiato in prima persona per salvare bambini e disabili dallo sterminio. Alcune ricerche recenti hanno però raccontato una storia assai diversa, facendo venire a galla molti elementi oscuri della psichiatria viennese negli anni tra le due guerre mondiali e descrivendo Hans Asperger come un uomo che ebbe molteplici legami con il regime e operò consapevolmente all’interno di quel sistema omicida. Dopo anni di studi approfonditi lo storico della medicina dell’Università di Vienna Herwig Czech è stato in grado di dimostrare che Asperger usò diagnosi di autismo e disabilità per sostenere l’eugenetica nazista e contribuì quindi alla soppressione di bambini “inadeguati”, ovvero devianti dall’ideale ariano. Le conclusioni del lavoro di Czech sono state pubblicate sulla prestigiosa rivista statunitense Molecular Autism e poi riprese e ampliate da un libro della storica di Stanford Edith Sheffer recentemente tradotto in italiano con il titolo I bambini di Asperger. La scoperta dell’autismo nella Vienna nazista (Marsilio). Sheffer ha ricostruito il quadro completo della vita e del lavoro di Asperger durante il Terzo Reich affermando che “il sistema di sterminio fu reso possibile proprio da persone come lui, che si destreggiavano in maniera acritica tra diversi ruoli”. Avvalendosi di una mole imponente di fonti d’archivio finora in parte inedite, la studiosa è riuscita a dimostrare che Asperger fu di fatto complice di Erwin Jekelius, il famigerato direttore della clinica di pedagogia curativa Spiegelgrund, a Vienna, dove fu applicata l’eutanasia a bambini disabili, orfani e “degenerati razziali”. Asperger era a conoscenza del fatto che all’interno di quella clinica i bambini considerati “geneticamente inferiori” erano lasciati morire di fame oppure uccisi con iniezioni letali, tuttavia non si fece alcuno scrupolo nel farvi trasferire dozzine di piccoli pazienti affetti da varie forme di disabilità. Sia Czech che Sheffer citano il caso eloquente di due bambine che arrivarono allo Spiegelgrund in seguito a una raccomandazione del medico viennese che segnò di fatto la loro condanna a morte: Herta Schreiber, di due anni e mezzo, aveva sofferto di meningite e difterite, mentre Elisabeth Schreiber, di cinque anni, era affetta da “irrequietezza motoria”. Tra il 1940 e il 1945 circa ottocento bambini morirono nella clinica degli orrori alle porte di Vienna e tra questi, almeno una quarantina furono fatti entrare proprio su suggerimento di Asperger, come dimostra inequivocabilmente la sua firma in calce alle lettere di trasferimento. In molti casi i genitori affidarono in buona fede i propri figli ai medici e quando si recavano in ospedale per riprenderli, scoprivano che erano morti “di polmonite” o in circostanze misteriose. Il libro di Sheffer non si limita però a denunciare le responsabilità di Asperger nell’abisso che inghiottì le vite di tanti bambini, ma dimostra in modo convincente che le idee fondamentali sull’autismo emersero in una società che propugnava l’opposto della neurodiversità e fa quindi comprendere come certe diagnosi vengano spesso influenzate in modo decisivo dalle forze sociali e politiche. Sotto il regime di Hitler la psichiatria divenne parte di un progetto per classificare la popolazione come “geneticamente” adatta o inadatta. La stessa definizione di autismo come “psicopatia” fu modellata dall’ideologia nazista e introdotta da Asperger nel 1938, pochi mesi dopo l’annessione dell’Austria da parte del Reich. Il medico viennese – spiega Sheffer – ricorse all’immagine degli individui “asociali” e “dissociali” della psichiatria nazista, attribuì loro tratti sadici e maliziosi, e sostenne che nei casi più gravi sarebbero cresciuti “vagando per le strade come automi grotteschi”. Altri passaggi-chiave del libro vedono Asperger pronunciarsi chiaramente a favore delle leggi sulla sterilizzazione forzata, affermando che alcune persone erano un peso per la comunità ed era quindi giusto impedire che si riproducessero. Proprio da quelle leggi sarebbe poi scaturita la famigerata operazione Aktion T4, che impose il ricovero di adulti e bambini affetti da determinate patologie in apposite strutture per la “purificazione della razza”.
Inevitabilmente, le rivelazioni agghiaccianti sulla complicità e il sostegno attivo di Hans Asperger con la macchina dello sterminio nazista non hanno mancato di creare scalpore all’interno della comunità accademica internazionale. Lo stesso uso del suo nome per identificare la sindrome è diventato argomento di dibattito all’interno del mondo scientifico e nel 2019 l’Organizzazione Mondiale della Sanità dovrebbe decidere di rimuoverlo definitivamente dalla classificazione internazionale delle malattie.
RM

Loughinisland, la strage deve restare un mistero

Venerdì di Repubblica, 23.11.2018

Quando nel 2012 l’allora primo ministro inglese David Cameron denunciò l’esistenza di “un livello impressionante di collusione” tra lo stato britannico e i gruppi paramilitari lealisti dell’Irlanda del Nord non fu preso troppo sul serio. Eppure molte inchieste avevano già rivelato il coinvolgimento delle forze di sicurezza in omicidi indiscriminati e operazioni sotto copertura contro i civili irlandesi tra gli anni ‘70 e i ‘90. Il tema è riemerso con forza nelle settimane scorse, quando decine di poliziotti armati si sono presentati la mattina presto a casa di Barry McCaffrey, uno dei più noti giornalisti di Belfast, e l’hanno arrestato. La stessa sorte è toccata poi anche al produttore cinematografico Trevor Birney. Entrambi avevano lavorato recentemente a No Stone Unturned, il documentario uscito un anno fa con la regia del premio Oscar Alex Gibney, che indaga sul più controverso massacro avvenuto negli ultimi mesi del conflitto in Irlanda del Nord. Il 18 giugno 1994 un commando del gruppo paramilitare lealista UVF fece irruzione in un pub del piccolo villaggio di Loughinisland, nella contea di Down, e aprì il fuoco sulle persone riunite a guardare la partita dei mondiali di calcio tra Italia e Irlanda. Sei cattolici irlandesi rimasero uccisi a sangue freddo in quello che fu definito “il massacro della coppa del mondo”, i cui colpevoli sono tuttora in libertà. Fin da subito emersero fondati sospetti che i killer avessero agito d’intesa con le forze di sicurezza britanniche e un recente rapporto del Police Ombudsman, il Difensore civico della polizia, Michael Maguire ha confermato che si trattò dell’ennesimo caso di collusione tra i paramilitari protestanti e le forze di polizia dell’Ulster.

Il luogo della strage

Il documentario di Gibney si spinge oltre: fa i nomi degli assassini e rivela che le indagini furono insabbiate perché il capo del commando era un informatore di spicco del governo britannico, che oggi vive indisturbato non lontano dal luogo del massacro. Ma invece dell’arresto e dell’incriminazione dei colpevoli sono scattate le manette per McCaffrey e Birney, sospettati di aver sottratto indebitamente documenti riservati dagli uffici di Maguire. Rilasciati su cauzione, i due dovranno essere interrogati di nuovo il 30 novembre, sebbene nel frattempo nessuna accusa sia stata formalizzata nei loro confronti e l’Ombudsman abbia fatto sapere di non aver denunciato alcun furto dai suoi uffici. Il regista Alex Gibney non ha dubbi: “gli arresti sono un chiaro atto intimidatorio per prevenire ulteriori inchieste sull’operato della polizia e delle forze di sicurezza in quegli anni”.
RM

Padre Reinisch sotto la lama nazista

Avvenire, 21.11.2018

“Prima o poi arriva l’ora in cui bisogna prendere una posizione che non è né sicura, né conveniente, né popolare; ma bisogna prenderla, perché è giusta”. Molti anni prima che Martin Luther King pronunciasse una delle sue frasi più famose, padre Franz Reinisch trovò la forza di opporsi a Hitler sacrificandosi fino alle estreme conseguenze per non tradire la sua fede in Dio. Sarebbe passato alla storia come l’unico prete cattolico ghigliottinato ai tempi del Terzo Reich. A lungo preso di mira dalla Gestapo per la sua aperta e radicale disapprovazione nei confronti del Fuhrer, padre Reinisch subì prima il divieto di tenere conferenze e di predicare in tutto il territorio del Reich poi ricevette la chiamata dalla Wehrmacht con il conseguente obbligo di prestare il giuramento fedeltà a Hitler. “Sapeva bene che agli obiettori di coscienza erano riservate pene durissime e molti cercarono di fargli cambiare idea, ma lui fu sempre irremovibile nel suo rifiuto. Disse che sarebbe stato disposto a giurare fedeltà al popolo tedesco ma non al Fuhrer”, ci spiega lo scrittore irlandese David Rice, autore di I Will Not Serve: The Priest Who Said No To Hitler, un romanzo biografico appena uscito che racconta la vita di questo martire cattolico.
Franz Reinisch era nato nel 1903 nella città austriaca di Feldkirch, e dopo studi in diritto e filosofia era entrato nel Seminario maggiore di Bressanone. Nel 1928 prese gli ordini ed entrò a far parte della comunità pallottina nel movimento di Schoenstatt, iniziando a prendere posizione pubblicamente contro il nazismo subito dopo l’ascesa al potere di Hitler, che lui definiva “la personificazione dell’Anticristo”. Quando nel 1942 ricevette l’ordine di entrare nelle forze armate – al pari di migliaia di altri esponenti del clero dell’epoca – era ancora all’oscuro dell’esistenza dei campi di sterminio, non poteva sapere che il regime stava attuando la Soluzione finale ma aveva già visto gli ebrei perseguitati per le strade, intere famiglie strappate dalle loro case e sparite nel nulla. Aveva assistito con i propri occhi alle violenze contro i religiosi e alla repressione di qualsiasi forma di dissenso. Per questo si convinse che non avrebbe potuto prestare giuramento di fedeltà a Hitler senza tradire i principi nei quali credeva così fermamente. Nel 1937 papa Pio XI aveva denunciato il nazionalsocialismo con la sua enciclica Mit brennender Sorge, definendolo “l’apostasia orgogliosa da Gesù Cristo, la negazione della sua dottrina e della sua opera redentrice”. Negli anni seguenti migliaia di persone vennero costrette con la violenza a rinunciare alla fede cristiana, e persino professarsi cattolici equivaleva ormai a opporsi al nazismo.
Il libro di Rice racconta in forma romanzata il percorso interiore che condusse padre Reinisch verso un coraggioso rifiuto che sbalordì persino i vertici della Wermacht. “Ci deve pur essere qualcuno che si oppone agli abusi di potere. Io, come cristiano, sento di essere chiamato a esprimere questa protesta”, spiegò durante la consegna delle divise militari nella caserma di Bad Kissingen. Continua la lettura di Padre Reinisch sotto la lama nazista