Il naufragio dell’Arandora Star diventa un romanzo

Avvenire, 13 novembre 2019

Decenni di silenzi, censure ed equivoci hanno avvolto nell’oblio la terribile vicenda dell’Arandora Star, la nave britannica piena di internati italiani che affondò nell’Atlantico il 2 luglio 1940. Oltre quattrocento civili italiani furono uccisi da un siluro lanciato dagli alleati tedeschi pochi giorni dopo l’ingresso in guerra dell’Italia. Un’immane tragedia riemersa dal dimenticatoio della Storia soltanto in anni recenti, grazie agli approfonditi studi storici che sono riusciti finalmente a gettare luce sulla dinamica della strage. Dopo la dichiarazione di guerra di Mussolini gli italiani che vivevano in Gran Bretagna divennero improvvisamente dei nemici. Centinaia di essi si ritrovarono nella scomoda condizione di stranieri indesiderati e finirono rinchiusi nei campi di internamento, sospettati di simpatie fasciste e di legami più o meno diretti con il regime. Una celebre espressione di Winston Churchill – “Collar the Lot” (“metteteli tutti al guinzaglio”) – ricorda la misura preventiva contro lo spionaggio che stabilì l’internamento di tutti i cittadini originari dei paesi nemici. Il 1° luglio 1940 dal porto di Liverpool salpò l’Arandora Star, una nave da crociera britannica requisita per esigenze belliche e carica di internati civili. Era diretta in un campo di prigionia canadese ma poche ore dopo la partenza venne silurata e affondata da un U-Boot tedesco al largo delle coste irlandesi. Da questa tragedia, nella quale persero la vita 805 civili di cui 446 italiani, prende spunto il romanzo di Maura Maffei, Quel che abisso tace (Parallelo45 edizioni). Un’opera nata in seguito alla casuale scoperta della parentela che lega l’autrice a una delle vittime: il giornalista Cesare Vairo, all’epoca corrispondente dall’Inghilterra di alcune testate italiane. Vairo è una delle figure – alcune realmente esistite, altre frutto di fantasia – che riprendono vita nel romanzo animando prima il campo d’internamento britannico di Whart Mills, poi la nave destinata a una fine tragica. Mantenendo un equilibrio costante tra verità e immaginazione, e nonostante il comprensibile trasporto emotivo, l’autrice riesce a rendere giustizia a una storia maledetta. Per tanti, troppi anni l’Arandora Star si è portata dietro una fama tanto terribile quanto ingiusta, ovvero quella di essere una nave carica di oppositori fascisti. A bordo c’erano invece molti antifascisti convinti e persino alcuni ebrei scappati dall’Italia dopo la promulgazione delle Leggi razziali. Furono tutti vittime innocenti di un crimine di guerra – ribadisce Maffei – poiché fu apertamente violata la Convenzione Ginevra del 1929. La nave non esponeva infatti alcun segnale che potesse far identificare la sua funzione, come ad esempio il simbolo della Croce Rossa, e prima di salpare era stata ridipinta di grigio divenendo quindi facilmente scambiabile con un mercantile militare. Né all’equipaggio, né agli internati furono inoltre date istruzioni sulle procedure d’emergenza. Ma non vi fu alcuna pietà neanche per i sopravvissuti, che pochi giorni dopo il naufragio vennero di nuovo imbarcati su un’altra nave destinata in Australia. Il dramma più grande fu però l’indifferenza della stampa italiana asservita al regime che ignorò le vittime della tragedia. Ad aprire uno squarcio di speranza di fronte a tanto dolore c’è almeno il potere della finzione, che dà forma all’epilogo immaginifico di questo romanzo.
RM

Il negazionismo alla fiera del libro di Belgrado

Non fossero bastate le polemiche dopo il premio Nobel assegnato a Peter Handke – criticato per le sue conclamate simpatie nei confronti del regime di Milosevic – il revisionismo storico sulle guerre balcaniche ha trovato ampio spazio anche all’ultima fiera del libro di Belgrado, conclusasi qualche giorno fa. Giunto alla 64esima edizione, il prestigioso appuntamento culturale della capitale serba ha ospitato anche quest’anno lo stand del governo della Republika Srpska, una delle due entità politiche della Bosnia-Erzegovina, nel quale è stato esposto orgogliosamente un libro dal titolo Srebrenica-stvarnosti i manipulacije (“Srebrenica. Realtà e manipolazioni”). Trattasi di un ponderoso volume di oltre ottocento pagine che raccoglie gli scritti di una cinquantina di autori – storici, studiosi, giornalisti ma anche politici e militari – con l’obiettivo dichiarato di “smontare il mito del genocidio e dei crimini serbi a Srebrenica”. Una vera e propria offensiva negazionista finanziata con soldi pubblici e stampata sia in serbo che in inglese. Per presentarla al pubblico della fiera sono intervenuti il curatore del libro, il colonnello Milovan Milutinovic, capo del servizio informazioni dello Stato Maggiore dell’esercito della Republika Srpska, e la ministra dell’istruzione e della cultura dell’entità serbo-bosniaca, Natalija Trivić. Il folto gruppo di autori del volume è allineato in un coro unanime di condanna nei confronti del Tribunale Internazionale per i crimini dell’ex-Jugoslavia. I più accaniti appaiono proprio gli ex militari, alcuni dei quali arrivano a negare che a Sarajevo e a Srebrenica siano stati commessi crimini di guerra, ipotizzando l’esistenza di un complotto internazionale contro il popolo serbo.
La Republika Srpska non è certo nuova a iniziative simili, dal chiaro intento revisionista. Nei mesi scorsi ha nominato due commissioni internazionali per provare a riscrivere la storia delle guerre degli anni ‘90, poi ha finanziato un convegno all’università di Banja Luka per contestare le sentenze del tribunale dell’Aja. D’altra parte sono le stesse posizioni che ribadisce da sempre anche Milorad Dodik, l’ex presidente della Republika Srpska e attuale membro della presidenza tripartita della Bosnia-Erzegovina. Quello che stupisce è semmai l’atteggiamento del governo di Belgrado, che almeno in anni recenti era apparso assai più cauto su questi temi. In un altro padiglione della fiera del libro della capitale serba – quello del Ministero della Difesa – è stato presentato con tutti gli onori il libro di memorie del generale Nebojsa Pavkovic, già comandante della Terza Armata dell’esercito serbo durante la guerra del Kosovo, attualmente in carcere con una condanna a 22 anni per crimini contro l’umanità. Lo stesso stand ha poi ospitato un dibattito cui ha preso parte Vinko Pandurevic, uno degli alti ufficiali serbi condannati per il genocidio di Srebrenica, rilasciato nel 2015 dopo aver scontato tredici anni di carcere. Alcuni giorni dopo è stato presentato infine un libro che nega le responsabilità serbe in uno dei più feroci e insensati massacri degli ultimi giorni della guerra: la strage di Tuzla del 25 maggio 1995, nella quale persero la vita 71 persone. La verità giudiziaria da contraddire, stavolta, non era quella dell’Aja ma quella dei giudici di una Corte territoriale bosniaca. La sensazione è che, nonostante il trascorrere del tempo, creare una memoria condivisa sui conflitti etnici che hanno insanguinato i Balcani negli anni ‘90 sia sempre più un’utopia.
RM

Addio a padre Des Wilson

Avvenire, 7 novembre 2019

Padre Desmond Wilson se n’è andato per sempre il 5 novembre scorso, all’età di 94 anni, gettando nel lutto i quartiere cattolico-nazionalista di Ballymurphy, a Belfast. Per oltre mezzo secolo era stato il sacerdote di una delle aree più derelitte della città, e durante il conflitto in Irlanda del Nord si era immedesimato totalmente nel desiderio di riscatto della popolazione svolgendo un ruolo cruciale nel processo di pace. Fin dagli anni ‘60 era stato in prima fila nella denuncia delle violazioni dei diritti umani, diventando una delle voci più autorevoli della “Chiesa dei poveri” del suo paese. Nel 1972 aveva reso pubblico un documento – poi sottoscritto da decine di religiosi – nel quale denunciava i gravi soprusi dell’esercito britannico a danno dei civili. In quegli stessi anni fondò poi la Comunità di Springhill, per contrastare l’analfabetismo e la disoccupazione dei ghetti cattolici. Non ebbe mai paura di assumere posizioni scomode, arrivando talvolta anche a sfidare le gerarchie ecclesiastiche, e attaccando ripetutamente Londra “per aver creato in Irlanda del Nord – come scrisse – il sistema di potere più antidemocratico di tutta l’Europa”.
Gli anni ‘80 lo videro protagonista della svolta: insieme al padre redentorista Alec Reid promosse i colloqui segreti che riuscirono finalmente a far dialogare i paramilitari delle opposte fazioni, favorendo il primo storico avvicinamento tra due mondi fino ad allora inconciliabili. Il suo silenzioso ma incessante lavoro di tessitura convinse infine la leadership dell’IRA a cessare la lotta armata, finché i suoi sforzi non furono coronati nel cessate il fuoco del 1994 che aprì la strada all’Accordo del Venerdì Santo, quattro anni più tardi. Gerry Adams, storico presidente del Sinn Féin, l’ha definito “una leggenda vivente”, spiegando che senza di lui non sarebbe stato possibile alcun processo di pace. In estate Father Des aveva festeggiato i settant’anni di sacerdozio, quasi tutti trascorsi alla parrocchia del Corpus Christi di Ballymurphy, che domattina ospiterà le sue esequie.
RM

La casa della letteratura irlandese

Reportage da Dublino (Avvenire, 1 novembre 2019)

Chissà quante storie avrebbero da raccontarci, le mura di questo edificio che per oltre un secolo ha ospitato la sede della seconda università di Dublino. Potrebbero ad esempio dirci cosa accadde quel giorno del 1902, quando un giovane James Joyce si fece immortalare nel giardino insieme ai suoi compagni di studi, subito dopo aver discusso la tesi di laurea. Quella foto è appesa ancora qui, nell’atrio della Newman House, il grande palazzo georgiano che il futuro autore di Ulysses frequentò per quattro anni, portando a termine i suoi studi universitari in lingue moderne. Queste stesse mura potrebbero anche ricordare quando, alla metà del XIX secolo, l’edificio fu ceduto alla congregazione dei gesuiti per farne la sede della Catholic University of Ireland, la prima istituzione universitaria cattolica dell’isola, fondata nel 1851. All’epoca era un palazzo fatiscente e infestato dai topi ma di lì a poco sarebbe diventato uno dei cuori pulsanti dell’educazione di tutto il paese. Il primo rettore fu il cardinale John Henry Newman – canonizzato appena pochi giorni fa -, tra i docenti ci fu uno dei più grandi poeti dell’era vittoriana, il gesuita inglese Gerard Manley Hopkins. L’edificio ospitò tutti gli studenti cattolici che non potevano o non volevano iscriversi alla principale università cittadina: l’antico, prestigioso e protestante Trinity College. All’inizio del ‘900 la Catholic University venne trasformata nell’attuale University College Dublin le cui esigenze di spazio, intorno al 1970, imposero il trasferimento di tutte le attività accademiche in un nuovo grande campus fuori città, nell’area periferica di Belfield, dove UCD ha sede ancora oggi. Da allora questo imponente palazzo georgiano affacciato sul lato sud di St. Stephen’s Green, il principale parco del centro di Dublino, è rimasto inutilizzato per quasi mezzo secolo in attesa di trovare una destinazione degna della sua storia. “L’idea di trasformarlo in un museo dedicato alla letteratura nacque quasi per caso, una decina d’anni fa, da una conversazione in un caffè del centro tra Fiona Ross, all’epoca direttrice della National Library of Ireland e lo scultore Eamonn Ceannt, nipote di uno dei martiri della Rivolta di Pasqua del 1916. La proposta fu accolta con enorme entusiasmo dalle istituzioni e dal mondo della cultura e si capì fin da subito che anche la comunità degli scrittori ne sentiva il bisogno”. A raccontarci l’aneddoto è Simon O’Connor, che ha visto nascere con i suoi occhi questo museo e adesso è stato chiamato a dirigerlo. Dopo quasi tre anni di lavori, con un investimento pari a dieci milioni e mezzo di euro in gran parte provenienti da finanziatori privati, il nuovissimo MoLI (Museum of Literature Ireland) è stato finalmente aperto al pubblico qualche settimana fa. Il progetto dello studio di architettura Scott Tallon Walker ha consentito di rimodernare l’antica Newman House convertendola in uno spazio moderno a metà strada tra il museo e la biblioteca, conservando tutto il fascino di un edificio risalente al XVIII secolo.
“L’idea iniziale, poi rispettata in fase di progettazione, non era quella di creare un mausoleo per vecchi libri o una semplice attrazione turistica bensì quella di dar vita a un luogo moderno e accogliente, nel quale i visitatori potessero compiere un viaggio attraverso le epoche”, ci spiega O’Connor. “In Irlanda abbiamo un grande rispetto per la nostra tradizione letteraria ma intendiamo anche coinvolgere gli scrittori e le scrittrici in attività aperte al pubblico, senza limitarci quindi a un lavoro didattico sul passato. Il museo vuole anche raccontare l’impatto che la letteratura irlandese ha avuto sulla cultura mondiale, dalla tradizione dei cantastorie medievali fino ai più noti scrittori contemporanei, con uno sguardo a quelli del futuro”. Al suo interno il MoLI ospita mostre permanenti dedicate ai grandi del passato e continui rimandi al presente, con un’attenzione riservata agli autori e alle autrici di oggi. Al pianterreno c’è una stanza molto evocativa che utilizza strumenti multimediali per ricreare il “riverrun of language”, ovvero il ‘costante fluire’ della lingua: brani tratti dai principali capolavori della letteratura Irish si rincorrono in uno schermo gigante ed escono dagli altoparlanti sotto forma di voci registrate. Una delle stanze più grandi del pianoterra è immancabilmente dedicata a James Joyce, con un enorme plastico che riproduce gli innumerevoli luoghi di Ulysses disseminati per la città di Dublino, insieme a lettere originali d’epoca che raccontano la storia delle sue opere. Joyce ambientò proprio in queste stanze un capitolo del suo Ritratto dell’artista da giovane ma l’alchimia di questo luogo è stata raccontata anche nelle pagine di romanzi come Una pinta di inchiostro irlandese di Flann O’Brien e Amiche di Maeve Binchy, due autori contemporanei che qui vissero e studiarono alla metà del ‘900. Continua la lettura di La casa della letteratura irlandese

Curdi e palestinesi: due popoli, medesima repressione

di Gianni Sartori

Avevano protestato contro l’invasione turca del Rojava. Ora sono in isolamento e sotto inchiesta per “propaganda a favore di un’organizzazione terrorista”. La decisione nei confronti di 57 prigionieri politici curdi è stata presa dalla Direzione di Sakran, centro di detenzione ad alta sicurezza situato nella provincia di Izmir (Turchia occidentale). Condannati a undici giorni di isolamento, verranno anche indagati per apologia di terrorismo. Sanzioni di cui si è venuti a conoscenza, il 31 ottobre, per le dichiarazioni di Fatma Cig. La madre del prigioniero politico Huseyin Cig ha anche spiegato che i prigionieri vengono regolarmente sottoposti a sanzioni disciplinari del tutto arbitrarie. Una reazione delle autorità carcerarie per lo sciopero della fame (costato la vita a otto prigionieri) avviato in primavera per protestare contro l’isolamento a cui è sottoposto Abdullah Ocalan.
Nella stessa giornata, alle tre del mattino di giovedì 31 ottobre, a Ramallah le forze di occupazione israeliane sono entrate brutalmente nell’abitazione di una esponente palestinese, la femminista Khalida Jarrar. Almeno settanta soldati e 12 veicoli militari, quasi un’operazione di guerra. La militante di sinistra era uscita di prigione appena otto mesi fa, dopo una carcerazione amministrativa (ossia senza specifiche accuse e senza processo) di 20 mesi. Del resto non era la prima volta. Nel 2017, a 13 mesi da una precedente liberazione, era stata ugualmente imprigionata di nuovo. E ancora nel 2015 era stata posta in detenzione amministrativa per 20 mesi. La sua colpa? Aver sempre lottato per i diritti dei prigionieri palestinesi anche come vicepresidente e direttrice esecutiva dell’associazione Addameer. Membro del Consiglio legislativo palestinese, eletta nell’aggregazione di sinistra Abu Ali Mustafa (legata al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) Khalida Jarrar aveva presieduto il Comitato dei prigionieri del PLC. Contribuendo inoltre a denunciare i crimini di guerra (in particolare: gli attacchi a Gaza, la confisca di terre palestinesi e la costruzione di colonie, gli arresti di massa e indiscriminati…) di cui si sarebbero resi responsabili alcuni esponenti politici israeliani. Inoltrando formale richiesta di portarli in giudizio davanti alla Corte penale internazionale.
Qualche considerazione. Amara ma necessaria. Brilla per particolare miopia (se non per autentica malafede) la posizione di alcuni nostrani ”campisti” (ovvero, “antimperialisti” e pure di “sinistra”) che continuano ad accusare i curdi (tutti indiscriminatamente: senza la capacità – o la volontà – di distinguere tra PDK e YPG) di aver “collaborato con l’imperialismo” (quello a stelle e strisce) “tradendo” la patria (quella con capitale Damasco, beninteso). Qualcuno, non tanto tempo fa, si augurava addirittura che per questo venissero adeguatamente puniti. Adesso forse sarà contento…
ben diversamente, dicono, si sono comportati i palestinesi. Più realisti del re, fingono di ignorare che una sostanziale solidarietà nei confronti del popolo curdo da parte di molte organizzazioni palestinesi si è mantenuta nel tempo. Vedi le dichiarazioni di vari esponenti del FPLP durante lo sciopero della fame dei prigionieri curdi e contro l’invasione del Rojava. Ugualmente YPG e PKK hanno solidarizzato con le manifestazioni palestinesi, duramente represse, del venerdì al confine della Striscia di Gaza.
Due domande: cosa avrebbero dovuto fare i curdi mentre l’Isis massacrava, stuprava, rapiva… le donne e i bambini curdi yazidi? Allearsi acriticamente con Assad che cedendo ai ricatti turchi aveva scacciato Ocalan dalla Siria (dando così un contributo non indifferente alle difficoltà in cui ora versa il movimento di liberazione)? O forse affidarsi a Putin che non aveva voluto accogliere come rifugiato il leader curdo – braccato dai servizi, non solo da quelli turchi – quando era atterrato all’aeroporto di Mosca?
Speculare la posizione di alcuni – tardivi – sostenitori dei diritti del popolo curdo che però sembrano vole ignorare sistematicamente quanto avviene settimanalmente ai confini della Striscia di Gaza o nelle galere israeliane. Entrambi questi personaggi (filo curdi o filo palestinesi, ma in esclusiva) sembrano applicare le regola del “due pesi, due misure” (o anche, come sottolineava uno studioso catalano quella delle “indipendenze a geometria variabile”). Pur tra mille difficoltà, incongruenze e talvolta contraddizioni – dovrebbe invece rimanere saldo un principio: “Con gli oppressi contro gli oppressori, sempre!”. Certo, talvolta è difficile orientarsi, ma è comunque necessario. Senza allinearsi con qualche regime (laico o teocratico che sia) che mentre magari sostiene – altrove – una lotta di liberazione, a casa propria reprime duramente. Vedi Israele, Turchia e Iran, per fare qualche esempio.
Gianni Sartori