Hitler: umano troppo umano

hitler-xlarge_trans++LJITaACxRb6RmwZ6WleaDeffBTAY9rC9dzAM4z28kdoAvvenire, 19.5.2016

Nel 1934 un solerte funzionario del Ministero delle Finanze tedesco fu rimproverato duramente per aver scoperto che il nuovo Cancelliere aveva un debito di oltre 400.000 marchi nei confronti dell’Erario. Da quel momento in poi, una legge avrebbe esentato Adolf Hitler dal pagamento delle imposte. Quello che si era presentato al popolo come un leader umile, dal 1937 avrebbe cominciato a percepire anche una percentuale sulla vendita dei francobolli stampati con la sua effigie. Fin dai primi anni al potere era stato un amante del lusso che possedeva i più costosi modelli di Mercedes e spendeva l’equivalente odierno di migliaia di euro in camere d’albergo. Intorno a un caleidoscopio di piccoli e apparentemente banali particolari sulla sua vita privata si intesse la trama della nuova monumentale biografia del Fuhrer, Hitler: A Biography – Volume One: Ascent 1889-1939 scritta dallo storico tedesco Volker Ullrich. È il primo ritratto di Hitler scritto da uno studioso tedesco dopo il classico di Joachim Fest del 1973, ed è assai rilevante perché per la prima volta si concentra sull’“uomo” Hitler respingendo con forza la tesi degli studiosi che l’hanno definito uno psicopatico e un essere fuori dall’ordinario. Ullrich, già autore di apprezzatissime biografie su Napoleone e Bismarck, basa la sua narrazione sul materiale desecretato dagli archivi negli ultimi quarant’anni e sui racconti di persone vicine a Hitler ai tempi dell’adolescenza per delinearne i tratti caratteriali del tutto umani, senza che questo rischi di relativizzare i suoi crimini. Al contrario: ritiene che sia impossibile comprenderli appieno senza analizzare a fondo la sua complessa personalità. A lungo, dal Dopoguerra a oggi, Hitler è stato visto dagli storici come una sorta di alieno sceso sulla Terra per creare catastrofi. Un elemento che ha accomunato i lavori pionieristici del giornalista bavarese Konrad Heiden – l’inventore dell’epiteto “nazista” – e dello storico Alan Bullock, ma anche il più recente lavoro del britannico Ian Kershaw oltre alla già citata biografia di Joachim Fest, ancora oggi considerata da molti il miglior ritratto psicologico e caratteriale del dittatore nazista. Ma nel libro di Fest traspare la ripugnanza dell’autore nei confronti di Hitler, considerato un malato di mente sulla base dell’assunto che nessuna considerazione umana e nessuna riflessione legata a ragioni morali gli apparteneva. Kershaw era invece interessato in primo luogo alle strutture sociali che resero possibile il “fenomeno” Hitler, e per questo antepose i rapporti di potere alle persone attraverso un approccio storico-sociologo. Ullrich mette invece in primo piano l’uomo, descrivendo il terribile fascino che suscitava nelle masse, un fascino però artefatto, teatrale, al pari dei suoi proverbiali scoppi d’ira, costruiti ad arte per generare terrore in primo luogo nei suoi uomini. Seguendo un filo rigorosamente cronologico, Ullrich mostra il futuro Fuhrer, appena ventenne e senza un futuro davanti, che alloggia in un rifugio per senza fissa dimora a Vienna, nel 1909, e che appena trent’anni dopo sarà diventato il più potente leader politico sulla faccia della Terra, alla guida di un impero di dimensioni mostruose. Ma quell’uomo piccolo, ipocrita, la cui sincerità traspare soltanto in rarissime circostanze, sarebbe rimasto ai margini della società se non fosse stato per le drammatiche conseguenze sociali della Prima guerra mondiale, le riparazioni imposte alla Germania, la crisi economica e identitaria che travolse il suo paese in quegli anni. Ullrich respinge con decisione l’ipotesi formulata da alcuni studiosi circa la sua presunta omosessualità, lo descrive come un uomo senza una vita privata, un lettore compulsivo di libri su arte, architettura, filosofia, ed esclude che sia stato un fervente antisemita fin dagli anni giovanili a Vienna. Rivela infatti che in gioventù Hitler conviveva nei pensionati con compagni di stanza ebrei e mostrava grande rispetto per un anziano dottore di famiglia ebreo. L’odio viscerale, ai confini della nevrosi, nei confronti degli ebrei si sarebbe manifestato soltanto in seguito, negli anni trascorsi a Monaco dopo la fine della Grande guerra. Già diventato un best seller in Germania e adesso tradotto in inglese, il primo volume di questa biografia si conclude nel 1939, al cinquantesimo compleanno del Fuhrer, con l’Olocausto alle porte. Il secondo uscirà in Germania nel 2017.
RM

I figli dei nazisti, tra negazione e catarsi

Avvenire, 14.5.2016

È impossibile vivere un’esistenza normale se di cognome fai Himmler, Göring, Hess, Mengele. Se tuo padre è stato uno dei principali artefici della Soluzione finale e dello sterminio freddo e pianificato di milioni di esseri umani. I figli dei gerarchi nazisti sono stati anch’essi vittime della Storia, condannati a esistenze tragiche, sempre in bilico tra depressioni e idee di suicidio, oppure ostinatamente impegnati a cercare di riabilitare il fardello che pesava sui loro nomi. Nati tra il 1927 e il 1944, molti di loro hanno trascorso l’infanzia con i genitori nei pressi dello chalet di Hitler, sul massiccio dell’Obersalzberg, scoprendo la terribile verità sul loro passato soltanto dopo la guerra. Da allora sono stati emarginati a lungo, se non addirittura perseguitati, comunque costretti a confrontarsi con le colpe dei padri e a vivere una conflittualità costante con la loro ombra. In un bel saggio appena uscito in Francia (Enfants de Nazis, edizioni Grasset), Tania Crasnianski ricostruisce nel dettaglio otto storie esemplari, ciascuna delle quali richiama alla memoria le parole di Primo Levi: “i mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere davvero pericolosi. Sono più pericolosi gli uomini comuni, i funzionari pronti a credere e obbedire senza discutere”. Tra i figli dei gerarchi c’è stato addirittura chi, non riuscendo a fare i conti con un passato troppo pesante, ne ha addirittura conservato e rafforzato i legami. È il caso di Gudrun Himmler: suo padre fu il capo delle SS e l’organizzatore del programma dello sterminio degli ebrei, lei ha consacrato la vita alla riabilitazione della sua figura ed è stata per anni alla guida di Stille Hilfe, un’organizzazione che ha fornito aiuti agli ex membri del regime. Qualcosa di simile ha fatto Edda Goering, figlia del numero due del Reich, che ha sempre mostrato grande rispetto per il padre senza rinnegare niente del suo passato. Dal libro di Crasnianski pare emergere che il rapporto avuto da alcuni di questi figli coi genitori in vita abbia poi condizionato il giudizio sulle loro scelte successive. Più forte è stato il legame, più è stato difficile respingere la tragica eredità che si portavano dietro. In alcuni casi questa doveva tramutarsi in cieca accettazione del loro operato. Rudolf Höss, comandante del campo di sterminio di Auschwitz e morto impiccato nel 1947, fu un padre esemplare e sua figlia, la modella e stilista Brigitte Höss, ha cercato a lungo di rimensionare il ruolo del padre nello sterminio. Suo fratello Wolf-Rüdiger si sarebbe spinto oltre, e dopo aver visitato il padre in carcere a vita a Spandau oltre un centinaio di volte, ne ha sostenuto l’innocenza fino a diventare uno dei più accaniti negazionisti dell’Olocausto. Ad Auschwitz operò anche Josef Mengele, tragicamente noto per i suoi esperimenti su cavie umane. Dopo la guerra sfuggì al processo di Norimberga e riparò in Sudamerica, dove morì da uomo libero. Suo figlio Rolf, nato nel 1944 e vicino alla sinistra radicale, si fece cambiare il cognome e incontrò il padre in segreto, in Brasile, per cercare di capire cosa l’aveva spinto a compiere quelle mostruosità. Non ottenne alcuna risposta ma si rifiutò di fornire alcuna indicazione che potesse portare al suo arresto. Ma c’è anche chi ha cercato in tutti i modi di condannare l’operato dei genitori. Niklas Frank, figlio di Hans Frank, governatore nazista della Polonia processato e mandato a morte nel 1946 per aver fatto uccidere oltre tre milioni e mezzo di polacchi ed ebrei, ha dedicato la sua vita alla pubblicazione di libri e articoli contro di lui. Ha odiato la memoria di suo padre al punto da non voler avere figli, “per non spargere il seme maledetto e far estinguere quel cognome infame”. Fino a Martin Adolf Bormann, figlio del luogotenente di Hitler, che dopo aver investigato a lungo sul suo passato, ha cercato infine di espiarne le colpe. Subito dopo la morte di suo padre – che fu uno dei più acerrimi nemici delle chiese cristiane, e arrivò a chiedere l’impiccagione del vescovo Von Galen – ha scelto la strada della fede, facendosi prete e trascorrendo lunghi anni in Africa come missionario.
RM

Cecenia, la resistenza delle “lupe”

Avvenire, 30.04.2016

L’immagine della catena umana formata dalle donne cecene per impedire ai carri armati russi di muovere su Groznyj fece il giro del mondo. Era il dicembre del 1994. I blindati e gli aerei da combattimento arrivarono lo stesso, la Cecenia fu distrutta e da allora i media ripropongono l’immagine dei ceceni armati di kalashnikov, che a ogni sparo invocano Allah, ma hanno stemperato nel silenzio quella resistenza femminile spontanea, non violenta e orientata alla vita. Da essa nacque uno straordinario movimento pacifista che riprese il motto di Vaclav Havel, “non siamo ottimisti, non ci aspettiamo che le nostre azioni abbiano successo, agiamo solo in base alla nostra coscienza”. La forza e la dignità delle donne cecene, l’autodeterminazione che hanno saputo conquistare in tempo di guerra, è raccontata in modo magistrale nei reportage letterari della scrittrice e reporter slovacca Irena Brežná che sono stati raccolti nel libro Le lupe di Sernovodsk (Keller, traduzione di Alice Rampinelli). Gli scritti di Brežná iniziano proprio dalla prima guerra cecena – della quale ricorre il ventesimo anniversario -, coprono complessivamente quindici anni, dal 1995 al 2011, e risultano utili anche per comprendere quello che sta accadendo oggi nel cuore dell’Europa. ceceniacmsimage00_50875709_300 Nata in quella che un tempo era la Cecoslovacchia, Brežná è emigrata in Svizzera da giovane, al tempo nella Primavera di Praga del 1968, e dopo studi in slavistica, filosofia e psicologia ha iniziato un’attività di giornalista e scrittrice per la quale ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Ha visitato i villaggi e le città distrutte del Caucaso del Nord, ha vissuto con le donne cecene colpite da quella tragedia ed è riuscita a costruire una narrazione fondata su un’attenta ricerca linguistica e una grande cura per i dettagli della vita quotidiana in tempo di guerra.
Come si possono trovare le giuste parole per descrivere l’orrore della guerra?
Vagare tra rovine e campi minati con il cuore aperto e i sensi all’erta non basta, e non è sufficiente neanche ascoltare le vittime. Occorre saper distinguere cosa conta, cosa bisogna raccontare di quel caos indescrivibile. E una reporter di guerra deve sapere prima cosa l’aspetta, non ci sono soltanto rischi per il corpo, ma anche per la psiche. Io non ne avevo idea: una volta tornata nella mia sicura Svizzera ho sofferto di attacchi di panico e mi sono dovuta far curare.
Quanto ha contato la sua identità e il suo paese d’origine nel suo mestiere di reporter e nel formare la sua sensibilità nei confronti dei popoli vittime di gravi violazioni dei diritti umani?
Indubbiamente il mio trauma dell’occupazione della Cecoslovacchia nel 1968 da parte delle truppe del Patto di Varsavia ha avuto un ruolo centrale nella mia vita e mi ha fatto identificare con il piccolo popolo caucasico nella sua volontà d’indipendenza dalla Russia.
Osservando l’operato dei soldati russi ha capito cos’è che può spingere l’uomo a una crudeltà gratuita e apparentemente insensata?
I giovani soldati russi inviati nel nord del Caucaso facevano pena, alla popolazione e anche a me. Ma c’erano anche dei mercenari, dei criminali incalliti, degli ex galeotti che si erano arricchiti con la guerra e che mettevano in atto le loro fantasie di violenza. Era sconcertante vedere cosa avesse combinato l’esercito nelle tanto curate case cecene – avevano defecato in salotto, distrutto lampade e televisori, sparato non solo alla gente, ma anche alle mucche.
Nelle guerre le donne hanno spesso mostrato una dignità e una capacità di resistenza maggiore degli uomini. Qualità che lei ha notato anche nelle donne cecene. Da dove deriva questa forza?
Dal fatto che devono garantire la sopravvivenza giornaliera di vecchi e bambini; le contadine cecene sono state capaci di preparare la tavola anche tra le rovine, di prendersi cura degli animali e di vendere i prodotti al mercato. Non avevano tempo di pensare a sé, di cedere alla disperazione o di dedicarsi a discussioni politiche. Gli uomini erano morti, o in prigione, o sulle montagne a combattere, e le donne correvano sempre, e nel farlo aiutavano non solo le proprie famiglie, ma loro stesse. Sotto le bombe erano indistruttibili, solo dopo alcune di loro andavano in pezzi.
È tornata in Cecenia dopo la fine dell’ultimo conflitto?
No, non ne sopportavo più la distruzione. Ma già dopo la prima guerra voluta da Boris Eltsin ha fatto capolino il fondamentalismo islamico. Se la resistenza armata, almeno all’inizio, era un semplice moto popolare, i comandanti come Basaev si sono poi fatti crescere la barba, inneggiando all’islam radicale, e hanno obbligato le donne a coprirsi il capo. L’Arabia Saudita ha distribuito brochure religiose tra le macerie. I giovani contadini che non potevano andare a scuola sono stati trasformati in wahhabiti. Nel nord del Caucaso completamente distrutto rimanevano solo le armi e il Corano. Una società brutalizzata, demoralizzata, che ha sperato di trovare una nuova morale nell’islam radicale. Nella breve fase di indipendenza tra le due guerre, tra il 1996 e il 1999, il governo ceceno ha adottato la shari’a.
Com’è cambiata la percezione di quella guerra dopo la morte di Anna Politkovskaja?
Anna Politkovskaja era tenuta in grande considerazione in Cecenia: non era l’unica giornalista russa ad accusare il Cremlino di crimini di guerra ma era la più eminente, e ha pagato con la vita il suo coraggio e la fedeltà ai suoi principi. Per i ceceni il suo assassinio è stata una tragedia, avevano la sensazione che non ci fosse più nessuno cui rivolgersi, che riferisse i crimini dell’esercito russo in Russia. Pensavano che non valesse più la pena di ribellarsi contro Mosca, e che qualsiasi atto di resistenza o un resoconto fedele della guerra fosse insensato. I ceceni sono oggi un popolo piegato, traumatizzato, sconvolto, sia che vivano nel Caucaso o nei campi profughi di tutta Europa, sia che combattano per il Daesh.
RM

L’ultima voce delle “matite spezzate”

Avvenire, 26.4.2016

Le giovanissime vittime della "Notte delle matite spezzate"

Le giovanissime vittime della “Notte delle matite spezzate”

C’è una linea di continuità universale, indistruttibile, che unisce e valorizza la memoria dei desaparecidos argentini, anche a 40 anni di distanza da quella immane tragedia. È l’amore. “Con la mia testimonianza di sopravvissuto ho voluto ‘liberare’ i miei compagni dal campo di concentramento perché per me rappresentano, sia a livello individuale che collettivo, una storia d’amore. E oggi vivono attraverso i tanti giovani che scoprono la loro storia, cercando di essere liberi, formando la propria identità, amando e riflettendo sulla necessità di cambiare un presente che soffoca il loro sogno di una società giusta, senza sofferenze”. A parlare è Pablo Diaz, l’unico sopravvissuto ancora in vita della “Notte delle matite spezzate”, uno degli episodi più terribili avvenuti negli anni della dittatura militare argentina. Nel 1976 faceva parte del movimento degli studenti medi di La Plata, giovanissimi militanti decisi a rivendicare il boleto estudiantil, una tessera-sconto sui libri di testo e sul prezzo del biglietto dell’autobus. Già pedinati e schedati per le loro marce di protesta per il diritto allo studio, furono rapiti uno a uno dagli squadroni della morte del regime golpista, che li considerava pericolosi sovversivi da annientare. I ragazzini e le ragazzine di La Plata vennero condotti nel centro di detenzione clandestina di Arana, torturati a colpi di unghie strappate e scosse elettriche, lasciati morire di fame e di freddo, e poi fatti sparire. Pablo Diaz si è salvato per uno scherzo del destino. Venne liberato e ‘istituzionalizzato’, cioè messo in un carcere alla luce del sole, perché secondo la logica deviata dei militari golpisti un testimone di quelle atrocità sarebbe servito a terrorizzare ancora di più la comunità.
“Quando lasciai i miei compagni nel campo clandestino denominato Pozzo di Banfield me ne andai sentendo le loro urla, che non dimenticherò mai. Giurai a me stesso che sarebbero usciti anche loro”, ci racconta oggi, a 40 anni dall’inizio della dittatura. “Tornato in libertà, fui ossessionato da quel giuramento. Detti la mia testimonianza per quanto mi fu possibile, riversando quell’orrore sulla società. La storia collettiva e pubblica si è tramutata a poco a poco in vergogna e dolore silenzioso. Però mancava ancora qualcosa. Quella ‘notte’ era anche fatta di storie individuali di giovanissimi. Io conoscevo i loro nomi, le loro voci, e dovevo trovare una via d’uscita da quell’orrore. Quella possibilità mi è stata offerta da un film e da un libro, che mi hanno dato modo di raccontare tutto. Quando le sale si sono riempite di giovani che piangevano e si abbracciavano, ho capito che quelli che erano rimasti nell’oscurità erano tornati finalmente alla luce. Erano usciti dal Pozzo per non tornarci mai più”.
A far conoscere al mondo la tragica vicenda della ‘Notte delle matite spezzate’ fu il bel film omonimo di Hector Olivera, uscito nel 1986 proprio grazie alla coraggiosa testimonianza di Pablo Diaz. Da allora, il percorso compiuto dall’Argentina verso la verità e la giustizia è stato complesso e sofferto, ma ha ottenuto grandi risultati. Il dittatore Videla è morto in carcere e i processi sono riusciti in molti casi a fare giustizia, condannando molti dei responsabili. “Per me la giustizia coincide con la verità per i familiari che continuano a sopportare la mancanza dei loro cari”, spiega Diaz. “Non penso necessariamente alla morte come alternativa a una condanna mancata, mi aspetto però che le società giuste sappiano riparare a tanto dolore e a tanta vergogna”. Purtroppo ancora oggi, in contesti e paesi differenti, si verificano fatti tragicamente simili a quanto accadeva tutti i giorni nell’Argentina degli anni ’70, come la vicenda di Giulio Regeni in Egitto. “Quando le storie di ingiustizia si ripetono nella loro selvaggia crudeltà – commenta Diaz – l’umanità perde un pezzo della sua ragione. Per anni ho conservato un profondo risentimento nei confronti degli esseri umani. Dopo essere stato violato e torturato, mi sono sentito lacerato. Ma poi ho ricominciato a credere nelle persone, e credo che le storie di ingiustizia servano a rinforzare l’uomo buono”. Tra i giovanissimi desaparecidos della Notte delle matite spezzate c’era anche la sua fidanzata, Claudia Falcone, di appena 16 anni. “I miei compagni scomparsi in realtà non sono mai scomparsi davvero”, conclude Pablo Diaz. “Lo so che sembra un controsenso, però è l’assoluta verità. Ce lo dimostra l’amore per il compagno che è al nostro fianco, la continuità etica dell’impegno sociale e l’esito della lotta per i diritti collettivi per far si che tutti abbiano uguale diritto all’istruzione. I miei compagni che non ci sono più vivono ancora negli studenti di oggi”.
RM

Karadzic in Irlanda

Avvenire, 23.4.2016

E’ uscito The Little Red Chairs, il nuovo attesissimo romanzo di Edna O’Brien

Migliaia di sedie rosse, vuote come testimoni muti, furono messe in fila qualche anno fa sulla via Maršala Tita di Sarajevo per commemorare le vittime dell’assedio della città che durò dal 1992 al 1996. Erano 11541, una per ciascun cittadino che perse la vita in quei 44 mesi d’orrore. In quella marea rossa che per giorni colorò evocativamente il centro della città-martire della Bosnia si notavano anche centinaia di sedie di piccole dimensioni, a ricordo dei bambini uccisi. L’immagine più poetica, struggente e letteraria del dopoguerra bosniaco ha fornito a Edna O’Brien lo spunto intorno al quale costruire il suo nuovo attesissimo romanzo, The Little Red Chairs. Giunta alla soglia degli 85 anni, con più di venti romanzi alle spalle, la grande scrittrice irlandese si confronta per la prima volta con temi per lei del tutto inediti – come la guerra nei Balcani – senza abbandonare la sua consueta esplorazione della vita dell’Irlanda di provincia da una prospettiva femminile. La storia si svolge in un piccolo paese immaginario della costa occidentale irlandese chiamato Cloonoila, la cui vita tranquilla e anonima è sconvolta all’improvviso dall’arrivo di un misterioso straniero proveniente dal Montenegro. A prima vista può ricordare Christy Mahon, uno dei personaggi più noti della letteratura irlandese del XX secolo, il protagonista di The Playboy of the Western World, di J.M. Synge. Ma il dottor Vladimir Dragan, capelli lunghi e barba bianca, guaritore e poeta, uomo affascinante e misterioso, è chiaramente ispirato alla figura di Radovan Karadzic, il macellaio di Srebrenica, recentemente condannato a 40 anni di carcere per genocidio e crimini contro l’umanità. È lui il Cuore di tenebra di conradiana memoria che consente alla O’Brien di costruire una riflessione sul male e sui sensi di colpa, ma anche sull’espiazione e sulla speranza. Con l’incedere della storia si capisce però che l’obiettivo della scrittrice non è la guerra in Bosnia o la figura di Karadzic – la cui psiche non viene mai analizzata nel dettaglio – bensì la sua vittima: la bella Fidelma McBride, una donna irlandese sulla quarantina che si rivolge a lui per cercare di risolvere i suoi problemi di fertilità e presto si innamora del misterioso straniero venuto dai Balcani. Fidelma è reduce da un matrimonio fallito e ha un desiderio di maternità che fino ad allora è rimasto insoddisfatto. Rimane soggiogata dal magnetismo del dottor Dragan senza sapere che l’uomo, accolto con entusiasmo in paese e da molti considerato portatore di speranza, è in realtà un criminale di guerra in fuga dal suo passato e dai giudici internazionali che gli stanno dando la caccia. La donna descritta dalla O’Brien non è una vittima tradizionale, una di quelle di Sarajevo o Srebrenica per intendersi, ma lo diventa trovandosi improvvisamente di fronte a uno dei più famosi mostri del XX secolo. Quando la sua vera identità viene infine rivelata, la sua vita sprofonda in un abisso. Come accade spesso nei romanzi della O’Brien, la donna viene punita e cacciata dal paese per aver osato rompere le regole e i codici di comportamento della comunità in cui viveva. Pur a sua insaputa si è unita a un demonio, è diventata sua complice, e tale complicità non è vanificata dalla sua innocenza. Da quel momento in poi il senso di colpa pervade tutta l’opera, e una domanda lacerante tormenta la protagonista: com’è possibile che il dottor Dragan, un guaritore dotato di grande sensibilità poetica, sia lo stesso uomo che ha fatto sterminare senza pietà migliaia di bosniaci?
La trama non si svolge tutta nel paesino irlandese, ma ruota attorno a tre differenti ambientazioni: in Irlanda, a Londra e all’Aja. Nel tentativo disperato di espiare la sua colpa, quella dell’unione col demonio, la donna si dedicherà infatti all’aiuto dei disperati e degli sfollati andando a lavorare in un campo per rifugiati di Londra. È lì che il respiro della storia si fa potente, dando voce alle vittime di pulizia etnica, ai diseredati e ai rifugiati provenienti dai paesi devastati dalle guerre, e costruisce una narrazione fatta di contrasti, che mette a confronto la bellezza e la ferocia del mondo e contrappone momenti lirici a fatti laceranti. La storia porterà infine la protagonista in Olanda, per seguire il processo intentato contro Dragan al tribunale dell’Aja, e culmina in un finale catartico, attraverso un confronto tra i due in una cella di prigione. Edna O’Brien è nota per la sua straordinaria capacità di descrivere in modo semplice e coerente persone, fatti e luoghi, e fin dal suo primo lavoro, l’acclamatissimo romanzo di formazione Ragazze di campagna uscito nel 1960 ha articolato nelle sue opere ogni genere di inquietudine femminile. Sembra trascorso molto più di mezzo secolo da quando quel libro e i cinque successivi furono censurati e messi al bando. Da tempo la O’Brien è considerata la capostipite e la più importante scrittrice irlandese contemporanea. The Little Red Chairs, già accolto come un capolavoro dalla critica inglese e statunitense, segna il suo grande, ambizioso ritorno dopo un decennio esatto di silenzio.
RM

Un centenario che ci riguarda

Intervista a Il Giornale, 8.4.2016

In Irlanda sono iniziate le commemorazioni per il centenario dell’Easter Rising, la Rivolta di Pasqua che nel 1916 diede il via al lungo processo verso la costituzione della Repubblica d’Irlanda. Ce ne parla Riccardo Michelucci, giornalista e studioso d’Irlanda, autore di Storia del conflitto anglo-irlandese. Otto secoli di persecuzione inglese (Odoya, 2009) e curatore dell’edizione italiana di The Insurrection in Dublin di James Stephens (Menthalia, 2015).

Ci può riassumere il conflitto storico nord-irlandese?
Il conflitto nordirlandese non è che l’ultima propaggine del plurisecolare conflitto anglo-irlandese, una delle guerre più lunghe della storia dell’umanità, le cui radici affondano nell’Alto Medioevo. Nel 1921, non potendo più mantenere il controllo dell’intera isola, Londra impose con la forza all’Irlanda una divisione del tutto arbitraria che ha dato vita a un’entità geopolitica artificiale – l’Irlanda del Nord – col solo obiettivo di costruire una maggioranza protestante all’interno di un paese a stragrande maggioranza cattolica per perpetuare quel dominio iniziato tanto tempo fa. Ma l’elemento religioso, almeno negli ultimi tre secoli, è stato sempre usato strumentalmente per far apparire il conflitto irlandese come uno scontro tra cattolici e protestanti. La realtà è assai più complessa e deriva le sue origini dal settarismo inculcato nei discendenti dei coloni inglesi e scozzesi che hanno sempre mantenuto il potere nella parte settentrionale dell’Irlanda, l’Ulster, peraltro l’unica parte dell’isola che ha visto uno sviluppo industriale. In Irlanda del Nord la minoranza cattolica è stata vessata per decenni, privata del lavoro, della casa, del diritto di voto. Quando negli anni ’60 ha cercato di alzare la testa per reclamare uguaglianza e parità di diritti è stata repressa senza pietà, facendo stragi di civili (vedi la “Bloody sunday” di Derry del 30 gennaio 1972), favorendo la rinascita dell’IRA e incancrenendo il problema fino ai giorni nostri.
La presunta contrapposizione di natura religiosa è una mistificazione alimentata dalla propaganda britannica, perché funzionale a far credere che l’esercito britannico abbia operato in qualità di forza d’interposizione tra due comunità in lotta. Invece i soldati e i servizi segreti di Sua Maestà hanno sempre agito in qualità di alleati di una parte – quella unionista protestante fedele alla Corona – come dimostrano gli innumerevoli casi di collusione tra i gruppi paramilitari unionisti, i servizi di Londra e la polizia britannica dell’Irlanda del Nord.
Cosa è successo nel 1916?
Un secolo fa tutta l’Irlanda era ancora una colonia britannica soggetta alle leggi di Londra e priva di un proprio parlamento. A Westminster era in corso da tempo un estenuante dibattito sulla Home Rule, l’autogoverno, che doveva garantire una prima forma di autonomia ma che secondo molti irlandesi rischiava di svilire per sempre l’identità nazionale. Tra il 24 e il 30 aprile 1916, nel breve volgere di una settimana, poco più di un migliaio di uomini e donne irlandesi dotati di coraggio e amore per la libertà, ma con scarsi mezzi militari, insorsero contro la Gran Bretagna per liberare il paese e ottenere finalmente quell’indipendenza che nei secoli precedenti si era tentato invano di raggiungere, attraverso una serie di rivolte fallite. Si cercò di sfruttare il momento di difficoltà nel quale si trovava Londra, che in quei mesi era impegnata nella Prima guerra mondiale, scegliendo il giorno di Pasqua per cercare d’identificare la rivolta e la liberazione del paese con la Pasqua di resurrezione. Per riuscirci non sarebbe stato necessario ottenere una vittoria militare sugli inglesi – cosa che nessuno credeva possibile – bensì compiere un atto di ribellione armata capace di risvegliare la coscienza nazionale. Sul piano strettamente militare la rivolta fallì e i principali leader degli insorti furono fucilati, ma il loro eroismo avrebbe cambiato per sempre la storia dell’Irlanda radicalizzando definitivamente l’opinione pubblica del paese, fino a quel momento riluttante a rivoltarsi contro gli inglesi, e dando il colpo di grazia al decadente Impero britannico.
Quali sono stati i passaggi che hanno portato alla nascita della Repubblica d’Irlanda nel 1922?
In realtà, dopo la divisione imposta da Londra che citavo prima, nel 1922 nacque soltanto il cosiddetto Stato Libero d’Irlanda, che coincide con le ventisei dell’attuale Repubblica irlandese, ed ebbe una prima forma di autonomia all’interno del Commonwealth, quindi rimase sempre legata alla Corona britannica. L’Irlanda ha avuto la sua prima costituzione repubblicana nel 1937, anche se il legame con il re fu reciso definitivamente soltanto nel 1949, con la definitiva uscita dal Commonwealth. Quindi oltre 30 anni dopo la rivolta del 1916, che gettò comunque i semi decisivi di una svolta culturale, prima ancora che politico-costituzionale.
Che significato ha, oggi, dopo cento anni la Rivolta di Pasqua?
Al netto dell’inevitabile bagno di retorica che purtroppo in queste occasioni è sempre presente, il centenario della Easter Rising è un’occasione importante per riflettere sui grandi ideali che quegli uomini e quelle donne portarono avanti a costo della loro stessa vita. Non è un caso che la Rivolta irlandese del 1916 continui ancora oggi a rappresentare uno dei momenti più alti di resistenza contro il potere coloniale e di martirio per la libertà dell’epoca contemporanea. Secondo lo storico Eric Hobsbawm il processo di decolonizzazione è stato uno dei principali progressi del ‘Secolo breve’, un processo favorito e accelerato proprio dalla Rivolta irlandese del 1916, che dette anche il colpo di grazia al decadente Impero britannico e fu d’esempio per altri paesi in lotta per l’emancipazione, come India, Australia e Sudafrica.
I ribelli di cento anni fa non sono stati soltanto d’esempio e d’ispirazione per le generazioni che vennero dopo di loro, ma hanno lasciato anche un’importante eredità grazie ai principi formulati nella Proclamazione che fu letta in pubblico da Patrick Pearse il primo giorno della rivolta. Il documento delineava il sogno di un’Irlanda che in futuro avrebbe dovuto essere un paese inclusivo, senza alcuna discriminazione di classe, di religione, di genere. Era il progetto di una nazione ideale, forse irrealizzabile, ma che sarebbe rimasto un punto di riferimento fino ai giorni nostri, purtroppo in larga misura disatteso. L’Irlanda odierna sembra infatti molto più il risultato di una sorta ‘controrivoluzione’: un paese ancora profondamente settario nel Nord e caratterizzato da una forte emigrazione e grandi disuguaglianze al sud. La riunificazione appare lontana, ed è quasi uscita del tutto dalle agende politiche di quei partiti che un tempo la consideravano imprescindibile. È accaduto qualcosa di simile in molti paesi usciti da esperienze coloniali: alla liberazione nazionale è subentrato una sorta di tradimento nazionale. Il centenario rappresenta un’occasione per ricollegarsi a quegli ideali e a quel progetto di emancipazione e farne tesoro per il futuro.
Quali sono state le maggiori iniziative promosse nel nord e nel sud dell’isola verde?
Da mesi sono in corso in tutta l’Irlanda grandi celebrazioni che coinvolgono lo Stato, la società civile e il mondo accademico e culturale. L’elenco completo si trova sul sito www.ireland.it. Le celebrazioni proseguiranno per tutto l’anno e segneranno un momento storico per l’Irlanda, anche se purtroppo non mancano i revisionisti. Coloro cioè che continuano a vedere nella rivolta di un secolo fa la genesi della violenza che ha insanguinato l’Irlanda del Nord in tempi più recenti.
Nell’ultimo periodo alcuni gruppi hanno ripreso la lotta armata… Cosa ne pensa?
Che sono la conseguenza inevitabile del malcontento generato in molti settori della popolazione – specie quelli economicamente più deboli ed emarginati – dal mancato raggiungimento di quegli obiettivi di cui parlavo sopra. Nessuno mette in dubbio che la politica debba essere anche compromesso, ma è evidente che l’attuale mantenimento dello status quo costituisce agli occhi di molti il tradimento di un ideale, di un sogno, di una lotta che è costata decenni di dolore e sangue.
Che futuro prevede per i repubblicani irlandesi?
È sempre difficile fare previsioni perché la politica conosce spesso sorprese e sviluppi inaspettati. Credo sia impossibile che il suddetto malcontento e l’azione dei gruppi dissidenti possano favorire un ritorno al conflitto come talvolta qualcuno ancora sostiene. La dinamica socio-politica attuale è troppo diversa da quella di 30-40 anni fa. Purtroppo il problema dello scarso spessore dei leader politici odierni che l’Europa sta soffrendo un po’ ovunque tocca anche i repubblicani irlandesi. Mi riferisco al loro maggior partito, il Sinn Féin, che non riesce a trovare un ricambio dopo essere stato guidato dalla stessa persona per oltre tre decenni. Sarà interessante capire chi succederà a Gerry Adams, e con quali obiettivi.

Serbia, assolto Seselj, il “duce” dei cetnici

Avvenire, 1.4.2016

Seselj.gun.90sSe la sentenza della settimana scorsa contro Radovan Karadzic aveva deluso i familiari delle vittime di Sarajevo e di Srebrenica, il verdetto emesso ieri dal Tribunale penale per l’ex Jugoslavia contro l’ultranazionalista serbo Vojislav Šešelj ha sorpreso tutti, ed è destinato a far discutere a lungo. L’attuale leader del partito radicale serbo è stato infatti prosciolto da tutte le accuse a suo carico, tra le quali figurava la deportazione dei civili non serbi per motivi politici, religiosi e razziali, la violazione degli usi e costumi di guerra, l’omicidio, la tortura e la devastazione. “Da oggi Šešelj è un uomo libero”, ha affermato il presidente del Tribunale Jean Claude Antonetti, a conclusione del primo grado di un processo durato ben dodici anni. Nove erano i capi d’accusa contro di lui (tre crimini contro l’umanità e sei crimini di guerra), ma in ciascun caso Šešelj è stato dichiarato non colpevole per mancanza di prove o perché l’accusa non ha potuto dimostrare che il suo ruolo di leader o i suoi discorsi abbiano influenzato i miliziani nel commettere i crimini. Il Tribunale ha sostanzialmente scollegato il suo operato durante la guerra dagli eventi che furono commessi al di fuori dei confini nazionali, affermando che una volta inviate al fronte, le milizie paramilitari serbe non sarebbero state controllate direttamente da lui. Lo stesso progetto della “Grande Serbia”, che l’accusa aveva portato come prova dei crimini commessi tra il 1991 e il 1993, non è stato considerato passibile d’incriminazione. “Propagare ideologie nazionaliste non è reato”, ha dichiarato lo stesso Antonetti. I giudici hanno ritenuto che la procura non sia riuscita a contraddire l’affermazione della difesa, secondo la quale i civili che fuggirono dalle aree di combattimento per trovare rifugio e gli autobus che portarono via la popolazione croata lo fecero per motivi umanitari e non per obbligarli ad abbandonare le loro abitazioni. La richiesta dell’accusa a 28 anni di carcere è stata quindi rigettata dalla Corte quasi all’unanimità, con l’unica voce discordante della giudice italiana Flavia Lattanzi. Al momento della lettura della sentenza l’imputato Šešelj – che si è difeso sempre da solo, come Karadzic – non si trovava in aula. Alla fine del 2014, a causa di un tumore, aveva infatti ottenuto la possibilità di recarsi in Serbia per essere curato. Da Belgrado ha fatto sapere che, nonostante l’assoluzione, non cambia il suo giudizio nei confronti di una Corte che reputa “anti-serba e strumento del nuovo ordine mondiale”. Šešelj ha poi preannunciato anche una richiesta di 14 milioni di euro come risarcimento per gli anni che ha trascorso in carcere. Il presidente serbo Tomislav Nikolic si è detto “indifferente” verso la sentenza, mentre i politici e i mezzi d’informazione in Croazia e in Bosnia hanno reagito con sdegno. A partire dal premier croato Tihomir Oreskovic, che ha parlato di sentenza “vergognosa” anche in considerazione del fatto che Šešelj “non si è mai pentito di nulla”. Da Sarajevo il premier del governo centrale bosniaco Denis Zvizdic ha invece manifestato incredulità, affermando però di sperare ancora in una condanna in appello. Nei prossimi giorni la procura del Tribunale deciderà se presentare ricorso.
RM

CHI È VOJISLAV SESELJ
Nato a Sarajevo nel 1954, docente di diritto, Vojislav Šešelj diviene nel 1991 il leader del partito radicale serbo SRS. Anni prima era finito in carcere a causa delle sue idee granserbe, che l’avevano portato a teorizzare la riduzione della Croazia a quanto si può vedere dalla guglia della cattedrale di Zagabria e a vantarsi di essere il vojvoda, ovvero il duce della milizia cetnica. Dotato di un grande carisma e di un’oratoria eccezionale, incita i suoi connazionali alla rivolta armata e diviene uno degli ideologi della pulizia etnica. Il suo nome viene spesso accostato alle “Aquile bianche”, uno dei gruppi paramilitari che radono al suolo la città croata di Vukovar. Nel gennaio 2003 il Tribunale internazionale dell’Aja lo accusa d’aver organizzato le milizie ultranazionaliste che tra il 1991 e il 1993 operarono in Croazia, in Bosnia e in Vojvodina. Un mese dopo si consegna spontaneamente e viene estradato all’Aja, dove resta in carcere fino alla fine del 2014. Anche dopo la guerra, i suoi interventi al vetriolo hanno sempre soffiato sul fuoco dell’odio nazionale tra le varie comunità balcaniche.

Srebrenica, Karadzic condannato a 40 anni

Avvenire, 26.03.2016

Sono quaranta gli anni di carcere ai quali Radovan Karadzic è stato condannato dal Tribunale penale internazionale dell’Aja, come quaranta erano state le volte in cui l’ex leader dei serbi di Bosnia era stato definito “bugiardo” dal pubblico ministero Alan Tieger, nel corso della sua dura requisitoria finale dell’ottobre scorso. La prima condanna per genocidio e crimini di guerra pronunciata nei confronti d’un leader politico europeo dai tempi di Norimberga ha lasciato l’amaro in bocca a quanti erano convinti che l’ergastolo chiesto dal pm costituisse un esito quasi scontato per un uomo che secondo il giudice coreano O-Gon Kwon era “l’unica persona in grado di evitare che i bosniaci musulmani di sesso maschile potessero essere uccisi”. La Corte ha riconosciuto Karadzic colpevole del reato di genocidio per il massacro di Srebrenica e dei crimini contro l’umanità commessi durante i 43 mesi dell’assedio di Sarajevo, durante i quali furono uccisi oltre 11500 civili, un decimo dei quali erano bambini. È stato invece giudicato non colpevole, per insufficienza di prove, nel primo dei due capi d’accusa di genocidio, relativo agli eccidi compiuti nei villaggi bosniaci di Bratunac, Prijedor, Foca, Kljuc, Sanski Most, Vlasenica e Zvornik. Il giudice ha osservato che in quel caso non è stato possibile stabilire che l’imputato avesse “l’intento genocida di distruggere un gruppo”.Radovan_Karadzic_s_2760554n
Karadzic ha assistito impassibile, in silenzio, all’ultima seduta del tribunale e alla lettura della sentenza di condanna a suo carico, osservando il giudice con uno sguardo che non lasciava trapelare la minima emozione. Durante l’intero processo – che è durato sei anni e mezzo, ha coinvolto 600 testimoni e prodotto decine di migliaia di documenti – ha rifiutato un avvocato difensore e si è avvalso unicamente di un consigliere legale.
Alla fine, il verdetto ha deluso sia la difesa – che ha già annunciato che presenterà ricorso in appello -, sia le vittime. Vasvija Kadic, dell’associazione Madri di Srebrenica, ha definito “vergognosa” e “offensiva” la condanna a 40 anni e non all’ergastolo, mentre Belgrado ha accusato la giustizia penale internazionale di parzialità. “E’ selettiva quella giustizia che ritiene colpevole un popolo di crimini commessi da singoli”, ha commentato il ministro della giustizia serbo Nikola Selakovic. La posizione serba è arrivata dopo quella russa, che definiva “politicizzato” il verdetto contro l’ex leader serbo-bosniaco.
Curiosamente, la condanna di Karadzic è arrivata lo stesso giorno in cui la Serbia ricordava l’inizio dei bombardamenti della Nato, che scattarono la sera del 24 marzo 1999 contro l’allora regime di Slobodan Milosevic, accusato di atrocità e repressioni contro gli albanesi del Kosovo. Per oltre due mesi e mezzo i raid aerei dell’Alleanza atlantica colpirono obiettivi militari e civili, causando centinaia di morti ed enormi distruzioni. A Belgrado e in altre località serbe si sono svolte commemorazioni e cerimonie alla presenza del primo ministro Aleksandar Vucic.
Polemiche a parte resta il fatto che, pur con grave ritardo, i giudici dell’Aja hanno comunque scritto una pagina storica nella spaventosa vicenda della guerra in Bosnia Erzegovina e hanno dato un segnale importante sull’efficacia della corte internazionale creata oltre vent’anni fa per giudicare i criminali di guerra sulla base del diritto umanitario internazionale. A giorni è atteso il verdetto del tribunale anche nei confronti di un altra figura di spicco di quegli anni, l’ex leader paramilitare serbo Voijslav Seselj. Ma il processo più atteso resta quello contro l’ex generale Ratko Mladic, tuttora in corso di svolgimento all’Aja.
RM

Irlanda 1916: Pasqua di libertà

Avvenire, 24.3.2016

Easter1916460Il foro di un proiettile esploso cento anni fa, nei giorni della grande insurrezione di Dublino della Pasqua 1916, è ancora oggi ben visibile su uno degli angeli alati che circondano il monumento bronzeo di Daniel O’Connell, nel cuore della capitale irlandese. Può sembrare quasi una tragica ironia della sorte, poiché nell’Ottocento colui che gli irlandesi hanno ribattezzato il “Liberatore” lottò per tutta la vita con metodi nonviolenti per raggiungere l’emancipazione dei cattolici del suo paese. Ma un secolo fa tutta l’Irlanda era ancora una colonia britannica soggetta alle leggi di Londra e priva di un proprio parlamento. I ribelli che insorsero contro l’Impero non avevano scelto a caso quei giorni. Volevano infatti compiere un gesto catartico capace di risvegliare la coscienza nazionale identificando la rivolta e la liberazione del paese con la Pasqua di Resurrezione. “Nel nome di Dio e delle generazioni scomparse dalle quali deriva la sua lunga tradizione nazionale, l’Irlanda per mezzo nostro chiama i suoi figli sotto la sua bandiera e lotta per la propria libertà”: così iniziava la storica proclamazione del governo provvisorio della Repubblica, letta da Patrick Pearse il Lunedì di Pasqua del 1916 davanti all’edificio delle Poste Centrali di Dublino, nell’odierna O’Connell Street. L’elemento spirituale della rivolta fu dunque scolpito nel documento su cui il moderno stato irlandese affonda le proprie radici. Per giorni, il New York Times dedicò all’insurrezione di Dublino articoli firmati da un reporter dal nome evocativo – Joyce Kilmer – che non mancò di sottolineare come gran parte dei leader degli insorti erano poeti, insegnanti e letterati che andarono in battaglia “con la pistola in una mano e un libro di Sofocle nell’altra”, mentre monsignor Michael O’Riordan, all’epoca rettore del Pontificio Collegio irlandese di Roma, raccontò in un famoso resoconto: “negli edifici occupati e difesi dagli insorti, si recitarono senza interruzione corone del rosario e altre devozioni. Nella domenica durante la sommossa, cercarono di avere un prete che celebrasse la messa per loro, onde compiere il precetto festivo”.
Eppure, la Easter Rising era stata organizzata e combattuta da un gruppo assai eterogeneo di ribelli. A Patrick Pearse, il rivoluzionario-poeta che nelle sue liriche aveva esaltato la necessità di un sacrificio di sangue per liberare il paese, aveva fatto da contraltare il marxismo di James Connolly; ai combattimenti presero parte esponenti della borghesia anglo-irlandese ma anche operai, sindacalisti, giovani e donne delle classe popolari. Nei sei giorni che seguirono la Settimana Santa di cento anni fa, i ribelli riuscirono a impadronirsi di postazioni strategiche in gran parte della città e a sfidare apertamente il potente esercito britannico, sebbene fossero soltanto una milizia male armata composta da poco meno di duemila effettivi. Alla fine furono costretti ad arrendersi, ma il loro eroismo cambiò per sempre la storia dell’Irlanda radicalizzando definitivamente l’opinione pubblica del paese, fino a quel momento riluttante a rivoltarsi contro gli inglesi. Ma dette anche il colpo di grazia al decadente Impero britannico e fu d’esempio per altri paesi in lotta per l’emancipazione – India, Australia e Sudafrica in primis – che riconobbero il valore universale della lotta irlandese. In pochi giorni, gli inglesi fucilarono i principali leader della rivolta trasformandoli in martiri agli occhi del popolo e in figure quasi leggendarie che avrebbero ispirato a lungo la letteratura contemporanea. Come il leader socialista James Connolly, che nelle sue ultime ore di vita si comunicò dopo essersi lasciato confessare in carcere e il diplomatico Roger Casement, originario di una famiglia protestante, che si convertì al cattolicesimo in punto di morte, chiedendo l’eucaristia prima di essere impiccato. Il primo a suggellare il simbolismo perfetto del loro sacrificio fu il premio Nobel William Butler Yeats nella sua famosa poesia Easter 1916. “Ora e nei tempi che verranno – scrisse con toni elegiaci – ovunque si indossi il verde / sono cambiati, cambiati completamente / è nata una terribile bellezza”. Cinquant’anni dopo, anche una grande scrittrice inglese come Iris Murdoch, nel suo romanzo Il rosso e il verde, riconobbe che i ribelli “erano rimasti giovani e perfetti per l’eternità perché si erano immolati in nome della giustizia, della libertà, dell’Irlanda”. Fino ad arrivare ai giorni nostri, quando un altro premio Nobel, il peruviano Mario Vargas Llosa, ha decantato la valenza mistica, oltre che civile, della libertà irlandese nel suo recente romanzo Il sogno del celta. Sono soltanto i casi letterari più noti – almeno in Italia – ma neanche il potere della letteratura basta per rendere giustizia al profondo significato politico e sociale che la Easter Rising continua ad avere per l’Irlanda. In questi giorni culmineranno in tutta l’isola le grandi celebrazioni del centenario che da mesi sta impegnando lo Stato, la società civile e il mondo accademico e culturale con l’obiettivo d’interpretare un evento-chiave della recente storia europea e trarne una spinta benefica per il futuro. Nel giorno di Pasqua il testo della storica Proclamazione sarà letto davanti all’edificio delle Poste centrali, poi il presidente della Repubblica Michael Higgins deporrà una corona di fiori alla memoria dei caduti, infine una grande parata militare attraverserà il centro di Dublino solcando i luoghi simbolo della rivolta di cento anni fa. Le celebrazioni proseguiranno per tutto l’anno e segneranno un momento storico per l’Irlanda, anche se purtroppo non saranno prive di malumori e polemiche a causa della ferita ancora aperta rappresentata dal Nord. Non pesano tanto le defezioni di qualche politico nordirlandese o i timori di possibili azioni eclatanti dei gruppi contrari al Processo di pace, quanto piuttosto l’ottuso revisionismo di chi continua a vedere nella rivolta di un secolo fa la genesi della violenza che ha insanguinato l’Irlanda del Nord in tempi più recenti. La speranza non può che arrivare dalle generazioni più giovani. Nelle settimane scorse tutte le classi delle scuole primarie del paese hanno ricevuto una copia della Proclamazione del 1916. Ai bambini è stato chiesto quali dovrebbero essere, oggi, le priorità per il futuro in un’ipotetica nuova proclamazione. Le risposte più frequenti? Porre fine alle ingiustizie economiche, offrire a tutti una corretta assistenza sanitaria e combattere ogni forma di discriminazione.
RM

Ucraina, al confine tra due cristianesimi

Intervista allo storico di Harvard Serhii Plokhy

Avvenire, 9.3.2016

Il destino dell’Ucraina ricorda in un certo senso quello dell’Irlanda: due nazioni di confine con un’antica e raffinata cultura, con un passato profondamente radicato nella storia del continente europeo, entrambe da sempre condizionate – per motivi geografici – dalla presenza di un potente e ingombrante vicino, che nei secoli ha oscurato il loro splendore. Quanti, oggi, metterebbero Kiev sullo stesso piano di Varsavia, di Vienna o di Berlino, considerandola a pieno titolo una grande capitale europa? La storia epica e l’identità ucraina sono state represse e svilite prima dal dominio polacco, poi da quello asburgico, ma soprattutto dall’impero zarista e dall’Unione Sovietica. Non è andata meglio neanche nel quarto di secolo che è trascorso dal crollo dell’URSS, considerando che ancora oggi Vladimir Putin non esita a definire l’Ucraina “una nazione artificiale”. 20140126_ucraina_kievCirca mille anni fa, il principe Jaroslav I dette vita a una nuova capitale sulle rive del fiume Dnepr, ispirandosi alla grandezza di Costantinopoli. Poco tempo prima suo padre Vladimiro il Grande, gran principe di Kiev, aveva unito tutte le tribù e i territori della regione in un’entità denominata Rus’ di Kiev, facendo del cristianesimo ortodosso la religione ufficiale. È il momento cruciale che segna le remote origini della disputa russo-ucraina, tanto che sia a Mosca che a Kiev quello è considerato l’atto fondativo dei rispettivi stati. Nel corso dei secoli i due paesi si sono influenzati reciprocamente ma è innegabile che sia stata l’identità ucraina ad averne subito i maggiori contraccolpi, e sia stata costretta a ridefinirsi, a rimodellarsi continuamente proprio a causa della vicinanza con il potente vicino. È quanto sostiene Serhii Plokhy, docente di storia ucraina all’università di Harvard, nel suo recente volume The Gates of Europe: a History of Ukraine. Con l’ambizioso obiettivo di salvare il suo paese da quello che definisce “il rischio dell’oblio”, Plokhy ha ripercorso in circa quattrocento pagine oltre un millennio di storia ucraina, dalle lontane cronache di Erodoto nel V secolo a.C. fino agli odierni scontri di piazza Maidan e alla guerra in Donbas. Cercando di dimostrare quanto sia falsa la vulgata che descrive l’Ucraina come un’emanazione della Russia e quanto sia invece molto più verosimile il contrario. “È un aspetto che viene spesso sottovalutato – spiega l’accademico di Harvard – ma molti simboli della cultura russa hanno un’origine ucraina. Penso ad esempio all’ideologo di Pietro I, l’arcivescovo Feofan Prokopovic, al principale fautore della politica estera di Caterina II, Aleksandr Bezborodko, ma soprattutto al capostipite della prosa russa moderna, Nikolai Gogol. E persino al leader sovietico Leonid Brezhnev”. Le radici della tradizione politica, della religione – il Cristianesimo d’Oriente – e della lingua letteraria degli ucraini risalgono all’epoca del Rus’ di Kiev. I legami storici sono raffigurati con il tridente, il simbolo dei principi di Kiev, ancora oggi usato come stemma dallo stato ucraino”. E la straordinaria cattedrale di Santa Sofia, fatta costruire a Kiev da Jaroslav I per riprendere lo splendore delle chiese bizantine, che divenne uno dei templi più grandi e importanti dell’intera cristianità, è d’altra parte un simbolo potente dell’arrivo della Cristianità alle porte d’Europa, che lì resistette almeno un paio di secoli, fino a quando Kiev non fu distrutta dalle orde dei Mongoli. Secondo Plokhy l’Ucraina contemporanea è il prodotto dell’interazione di due frontiere in movimento: “la prima risale ai tempi della divisione dell’impero romano tra Roma e Costantinopoli, e segnava il confine tra Cristianesimo orientale e occidentale. Mentre gli ucraini avevano ricevuto in eredità la tradizione ortodossa dal Rus’ di Kiev – a sua volta derivato da Bisanzio -, i popoli vicini come i polacchi e gli ungheresi erano cattolici. Nel XVI secolo fu istituita una Chiesa uniata ibrida per colmare le distanze tra le due tradizioni religiose e che combinò i rituali ortodossi col dogma cattolico. Esiste ancora oggi, col nome di chiesa cattolica ucraina, ed è di gran lunga la più grande chiesa cristiana orientale presente oggi nella giurisdizione di Roma. I contatti tra i cattolici e gli uniati contribuirono poi a trasformare l’ortodossia ucraina, che nel XVII secolo ha accolto al proprio interno molti elementi della riforma cattolica. La seconda frontiera era invece quella che delimitava la linea tra le steppe eurasiatiche e l’Europa orientale, dividendo popolazioni sedentarie e nomadi, dalla quale emersero poi i cosacchi, che alla metà del ‘600 costituirono il loro stato, detto Etmanato. Proprio il movimento di queste frontiere nel corso dei secoli ha dato origine a quell’insieme unico di caratteristiche culturali che rappresentano le fondamenta dell’identità ucraina odierna, fondata su una tradizione di coesistenza pacifica tra etnie e popoli molto diversi tra loro”. Al centro della narrazione di Plokhy c’è il carattere multietnico dello stato ucraino, le cui influenze polacche risalenti al Medioevo sono riscontrabili ancora oggi nella sua attuale complessità linguistica. Ma è il rapporto con la vicina Russia ad aver condizionato l’evoluzione dello stato ucraino e il suo libro fa capire molto bene perché la tragica memoria del passato sia troppo recente per consentire una facile riconciliazione tra i due paesi. I numeri sono d’altra parte impietosi: quasi quattro milioni di ucraini (oltre il dieci percento della popolazione) morirono di fame nella tremenda carestia causata dalle politiche di Stalin tra il 1932 e il 1933, almeno altri due milioni di persone morirono dopo la Seconda guerra mondiale a causa di fame, deportazione, o di stenti nei gulag staliniani. Per arrivare infine ai giorni nostri, con la “rivoluzione arancione” di Kiev e i manifestanti di piazza Maidan impegnati a far cadere il regime di Yanukovich, considerato un fantoccio del Cremlino. La crisi ucraina – sostiene con decisione Plokhy – è d’importanza centrale per il futuro dell’Europa, perché una volta raggiunta la necessaria stabilità politica, l’Ucraina, frontiera tra Cristianesimo e Islam, potrebbe rafforzare in modo decisivo l’Unione europea a Oriente. “È attraverso l’Ucraina che Attila marciò contro l’Impero romano mentre oggi, proprio da qui transita verso l’Europa centromeridionale il gas russo e asiatico. La storia dei cosacchi dell’Ucraina, in particolare la rivolta di Ivan Mazeppa contro Pietro I nel 1708 ispirò le opere di grandi scrittori europei come Voltaire, Byron, Hugo e Brecht. Se si pensa che l’Europa non sia un’entità limitata al solo Occidente, non possono non essere presi in considerazione quei territori che hanno avuto un ruolo chiave nella civilizzazione europea, e l’Ucraina è senza dubbio uno di questi”.
RM

il blog di Riccardo Michelucci