Carla Del Ponte: “giustizia per le vittime in Siria”

Intervista al giudice Carla Del Ponte (dal libro “Libere di essere e di pensare”)

Da almeno vent’anni Carla Del Ponte è il terrore dei governanti e dei capi di stato chiamati a rispondere davanti ai tribunali internazionali per crimini contro l’umanità. La donna che ha portato alla sbarra Milosevic e Karadzic, nonché i principali responsabili del genocidio del Ruanda. Ma dopo aver trascorso gran parte della sua lunga carriera dando la caccia ai criminali di guerra, persino lei ha dovuto alzare bandiera bianca di fronte ai massacri compiuti in Siria. Un anno fa la magistrata ticinese ha lasciato polemicamente la Commissione d’inchiesta Onu sui crimini siriani. Si è ritirata dalla scena lanciando un duro atto d’accusa nei confronti della comunità internazionale. “È una vergogna”, ci dice quando la raggiungiamo al telefono nella sua natia Svizzera. Continua a leggere “Carla Del Ponte: “giustizia per le vittime in Siria””

Del Ponte: “giustizia per le vittime in Siria”

Left, 28.12.2018

Da almeno vent’anni Carla Del Ponte è il terrore dei governanti e dei capi di stato chiamati a rispondere davanti ai tribunali internazionali per crimini contro l’umanità. La donna che ha portato alla sbarra Milosevic e Karadzic, nonché i principali responsabili del genocidio del Ruanda. Ma dopo aver trascorso gran parte della sua lunga carriera dando la caccia ai criminali di guerra, persino lei ha dovuto alzare bandiera bianca di fronte ai massacri compiuti in Siria. Un anno fa la magistrata ticinese ha lasciato polemicamente la Commissione d’inchiesta Onu sui crimini siriani. Si è ritirata dalla scena lanciando un duro atto d’accusa nei confronti della comunità internazionale. “È una vergogna”, ci dice quando la raggiungiamo al telefono nella sua natia Svizzera. “Avevamo trovato prove a sufficienza per condannare Assad e i suoi gerarchi, ma anche i ribelli che si erano resi colpevoli di gravi crimini. Per cinque anni ho provato a convincere il Consiglio di Sicurezza a istituire un tribunale per la Siria sulla falsariga di quelli per l’ex Jugoslavia e il Ruanda. Purtroppo è sempre mancata la volontà politica per farlo”. L’accusa di Del Ponte – circostanziata nel suo nuovo libro Gli impuniti (Sperling&Kupfer) – è rivolta in particolare nei confronti di Mosca per aver sempre esercitato il diritto di veto, bloccando le risoluzioni presentate al Consiglio di Sicurezza che chiedevano la creazione di un tribunale ad hoc sul modello di quello da lei presieduto sull’ex Jugoslavia. Eppure all’inizio sembrava che ottenere giustizia per le vittime fosse un obiettivo ragionevolmente possibile. Nel 2011 il Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu aveva istituito una commissione d’inchiesta sulla Siria e aveva chiamato la stessa Del Ponte a farne parte per accertare le violazioni, stabilire l’entità dei crimini e arrestare i responsabili. Un incarico che doveva durare pochi mesi e invece si è protratto per sei anni. Fino al 2017, quando Del Ponte ha deciso di andarsene sbattendo la porta.
Quando si è accorta che mancava la volontà politica di fare giustizia in Siria?
Molto presto. Ma non è nel mio carattere arrendermi facilmente e allora ho deciso di restare per cercare di cambiare le cose dall’interno. In tanti anni di attività non ho mai visto una ferocia simile in un conflitto. Bambini torturati e uccisi, raid aerei che colpivano gli ospedali, bombe lanciate sulle persone in fila per il pane. Un orrore indicibile e documentato. I crimini erano così tanti e così gravi che continuavo a sperare che i nostri rapporti avrebbero infine smosso la politica. Per quasi sei anni mi sono impegnata in questo senso, non è stato possibile e allora non potevo far altro che andarmene. Spero che altri riescano laddove io non sono riuscita.
È ormai trascorso più di un anno dalle sue dimissioni dalla Commissione per la Siria. Da allora ha visto qualche cambiamento?
No. Sotto il profilo della giustizia non è cambiato niente. Continua a non esserci la volontà politica di istituire un tribunale che si occupi di quei crimini. La commissione esiste ancora ma non ha più alcuna efficacia. Rappresenta soltanto un alibi per la comunità internazionale, che attraverso di essa vuole far credere che sta facendo qualcosa. Ma in realtà non sta facendo niente. Gli sviluppi, in prospettiva, potrebbero esserci almeno dal punto di vista politico. È possibile che si arrivi finalmente alla pace, poiché il presidente Assad sta riconquistando tutto il territorio del paese. Ma mi domando fino a quando durerà. E purtroppo sono certa che le vittime non otterrano alcuna giustizia. Una pace che non affronta il problema della giustizia sarà sempre una pace fragile. Molto fragile.
Alcuni mesi fa però la Germania ha spiccato un mandato di cattura internazionale nei confronti di Jamil Hassan, una figura-chiave della repressione del regime, accusandolo di crimini contro l’umanità. Può essere il segnale che qualcosa sta finalmente cambiando?
È stato senz’altro un fatto positivo. Almeno qualcuno cerca di fare qualcosa di concreto, ma purtroppo sappiamo già che Hassan non sarà mai né arrestato, né processato per l’iniziativa di un singolo stato straniero.
Eppure i colpevoli hanno nomi e cognomi. La Commissione di cui lei ha fatto parte ha consegnato all’Alto Commissariato dell’ONU una lista che indica almeno un centinaio di criminali di guerra.
Gli impuniti di cui parlo nel libro sono tantissimi, quella lista non pretende certo di essere esaustiva. Il maggior responsabile dei crimini è il presidente della Siria, Assad. Ma abbiamo riscontrato gravi e ripeture violazioni del diritto internazionale da entrambe le parti. Sia le forze governative che i ribelli hanno per esempio fatto uso di armi chimiche. I casi accertati sono almeno ventisette. Abbiamo fornito le prove ma non basta: ci vuole un ufficio del Procuratore che possa terminare le inchieste, che formuli le accuse e soprattutto alla fine emetta i mandati d’arresto internazionali.
Perché nonostante tutto conclude il suo libro affermando che Assad verrà condannato all’ergastolo?
Volevo chiuderlo con una speranza. Non posso assolutamente accettare di aver lavorato oltre otto anni, e con successo, nei tribunali internazionali e dovermi adesso convincere che è stato tutto invano. Che adesso si torna indietro. Allora resto dell’idea che un giorno o l’altro qualcuno dovrà rispondere dei gravissimi crimini commessi in Siria. Sono i passi avanti compiuti dal diritto internazionale a 70 anni dall’approvazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani a fornirmi questa speranza.
Il suo libro contiene un’accusa anche nei confronti dell’UE per come ha gestito la questione dei profughi.
Sì, ritengo vergognoso il fatto che l’UE non sia mai riuscita a trovare un accordo tra gli stati membri. Che ogni stato abbia deciso cosa fare per conto suo. È vergognoso anche perché i profughi non resteranno per sempre dispersi in Europa ma al momento opportuno torneranno a casa loro. Tutti i siriani con i quali ho parlato non aspettano altro che il momento di fare ritorno nel loro paese.
Anche dopo il caso siriano la sua fiducia nei confronti dei meccanismi di giustizia internazionale resta immutata?
Assolutamente sì. Riconosco che il momento sia delicato, poiché dopo i buoni risultati ottenuti con i tribunali per l’ex Jugoslavia e per il Ruanda adesso dobbiamo purtroppo registrare un passo indietro. Non solo in Siria, ma anche in Myanmar e in Yemen. Ma lo sapevamo fin dall’inizio: la giustizia internazionale funziona soltanto se sono gli stati a volerlo.
RM

Bombe turche sui profughi di Mexmûr

di Gianni Sartori

Nella notte tra il 13 e il 14 dicembre l’aviazione turca ha attaccato il campo profughi di Mexmûr, nel Kurdistan iracheno, sotto la tutela dell’Onu dal 1998. Quattro persone sono rimaste uccise: Eylem Muhammed Emer, 23 anni, Asya Ali Muhammed, 73 e sua figlia Narinc Ferhan Qasim, 26 e la nipote Evin Kawa Mahmud, di 14 anni.
È il terzo attacco aereo registrato negli ultimi mesi contro questo campo e nel corso di ogni azione si sono contate numerose vittime sia tra le Unità di Autodifesa, sia tra i civili. La maggior parte dei residenti di Mexmûr vengono dal Kurdistan del nord (Bakur, sotto l’amministrazione di Ankara) dai villaggi di Colemêrg (Hakkari), Şirnex (Şırnak) e Van. Si tratta perlopiù dio persone che hanno rifiutato di diventare collaborazionisti in veste di “Guardiani di villaggio”. Le loro case sono state incendiate; ognuno di loro annovera tra i familiari qualche vittima della repressione statale. Contemporaneamente veniva attaccata e bombardata anche la yazida – ezida, come dicono i curdi – Şengal. Forse non casualmente le bombe sono state lanciate proprio alla vigilia della festa Êzî, quando la popolazione era impegnata nei preparativi per i festeggiamenti.
L’eterno calvario di Gernika. Ancora. Sempre. In che altra modo classificare l’atteggiamento del regime turco contro yazide e yazidi se non come puro e semplice odio?
Forse Erdogan vuole completare l’opera avviata dallo “Stato islamico” contro tale popolazione? Non dimentichiamo quali furono le prime località contro le quali si scagliò l’Isis dopo la presa di Mosul. Si trattava proprio di Mexmûr e Şengal, abitate da yazidi. Dove incontrò comunque – va ribadito – la coraggiosa resistenza dei guerriglieri curdi del PKK. È lecito sospettare che questi attacchi siano in parte una ritorsione per tale resistenza.
All’assordante silenzio dell’ONU, dei Paesi occidentali – e in particolare degli USA – si è prontamente associato quello dei governi iracheno e regionale (del Kurdistan del sud). Pavidità, indifferenza o forse sostanziale complicità con gli assassini e genocidi di Ankara.
Secondo le organizzazioni curde “non è possibile che gli attacchi (nella notte del 13-14 dicembre) contro Mexmûr e Şengal siano avvenuti senza l’assenso degli USA e sicuramente non è sbagliato pensare che gli USA, anche se non apertamente, abbiano partecipato alla pianificazione. Questa decisione non può essere vista come un fatto disgiunto dalla decisione degli USA di emettere un mandato di cattura contro tre quadri dirigenti del Movimento di Liberazione Curdo”.
In passato gli Stati Uniti non lesinavano l’utilizzo delle brigate curde come carne da macello, sul terreno, contro gli integralisti. Ma ora applicano la solita tattica … dell’USA e getta. Sugli attacchi contro Mexmûr, Şengal e anche il Rojava (Kurdistan siriano) è intervenuto il Consiglio Esecutivo dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK) dichiarando che tali efferati bombardamenti “su zone abitate prevalentemente da civili servono allo scopo di tenere in piedi il regime fascista nello Stato turco”.
Per continuare, lapidariamente: “Lo Stato turco dalla fondazione costruisce la sua esistenza su un genocidio fisico e culturale nei confronti di popoli e comunità religiose”. E intanto anche “il nord e l’est della Siria sono sotto la minaccia di un’invasione militare”.
Come ha commentato il KCK: “La gente sa benissimo che questo attacco non è solo contro i curdi ma contro la vita democratica e libera costruita insieme”. Nel mirino di Ankara ci sono soprattutto le minoranze e le comunità religiose che hanno dimostrato con i fatti di voler lottare per l’autodeterminazione. Un atteggiamento che non è esclusivo del popolo yazida, ma anche di aleviti, kakai, suryote, cristiani…e infatti gli attacchi turchi non sono rivolti soltanto contro i curdi.
Resistere è una colpa imperdonabile agli occhi di Erdogan. In qualche modo si vuol ripercorrere la strada lastricata di sangue già intrapresa all’epoca della Prima Guerra Mondiale. Quando le persecuzioni e lo sterminio operati dalla Turchia contro le popolazioni minoritarie non avvenivano sicuramente all’insaputa delle potenze internazionali. Come è noto lo spazio aereo iracheno è oggi sotto il controllo degli Stati Uniti e senza il loro permesso gli attacchi non sarebbero nemmeno ipotizzabili. Stesso discorso, come già detto, sia per il governo iracheno che per il governo regionale.

Il generale dell’orrore che si credeva onnipotente

di Paolo Rumiz

La vita di Ratko Mladic segnata dalla violenza. A chi lo accusava disse: “Difendere il proprio popolo non è crimine, è sacro dovere”. A due anni perse il padre ucciso dai nazionalisti croati. Poi anche la figlia Ana si suicidò

«Scannate il maiale» ordinò ai suoi, prima di iniziare le trattative con i Caschi blu di Srebrenica. L´animale era stato trascinato apposta dalle montagne fin nel cortile vicino, e le urla riempirono tutta la valle. Ovviamente il porco era un avvertimento ai musulmani. «Voi circoncisi verrete dopo», significava. Così gli ottomila reclusi maschi di Srebrenica capirono la loro morte imminente. Anche i tremebondi Caschi blu olandesi capirono e, prima che le mezzene fossero appese, accettarono le condizioni senza batter ciglio. Fu lì, nel luglio del 1995, che l´Europa perse la faccia e l´onore. Prima di cercare in qualche dannazione genetica il ruolo assassino di Ratko Mladic, comandante in capo delle truppe serbo-bosniache negli anni del massacro, meglio ricordare che la sua strapotenza è soprattutto il risultato di una fenomenale vigliaccheria di parte occidentale. Perché poi fatalmente accadrà che, dietro a questo superlatitante con taglia da sei milioni di dollari sulle spalle, scopriremo – come già accaduto con Radovan Karadzic, il suo referente politico in galera all´Aja – la banalità di un uomo qualunque, probabilmente un mediocre sbattuto nel ruolo più dal caso che da innate capacità. Mladic nasce nel marzo del 1942 in un villaggio tra le montagne a Sud di Sarajevo. Due anni dopo suo padre Nedja viene ucciso in un combattimento contro le forze nazionaliste croate, alleate ai nazi-fascisti. Solo molti anni dopo, durante la guerra etnica che squarterà la Jugoslavia, il generale cercherà nell´evento un segno del destino e il pretesto per un regolamento di conti. «Mio figlio – dirà – è il primo serbo di molte generazioni che ha fatto in tempo a conoscere suo padre». Un modo per evocare una persecuzione secolare contro il suo popolo. Di certo oggi il figlio di Mladic conosce suo padre, ma nessuno sa dire se voglia riconoscersi in lui, dopo quanto è accaduto. Soprattutto dopo la morte della sorella Ana, l´altra figlia di Ratko, che si è tolta la vita nel 1994. Ana aveva appena perso il fidanzato in guerra, e rimproverava al padre di non aver fatto nulla per tenerlo lontano dalla prima linea. Soffriva anche, dicono quelli che la conobbero, la vergogna per quanto accadeva nella sua terra, la Bosnia. Parenti, amici, compagni di scuola, finiti in un tritacarne di sangue e fanatismo. Continua a leggere “Il generale dell’orrore che si credeva onnipotente”

Guerra alla Libia: così la comunità internazionale crea Stati figli e figliastri

di Massimo Fini

L’Onu ha autorizzato i raid aerei sulla Libia. Francia e Gran Bretagna sono già pronte a far intervenire i loro caccia perché abbattano quelli di Gheddafi che bombardano i rivoltosi libici, e non è escluso che l’Italia metta a disposizione della Nato le sue basi aeree. Non è una dichiarazione di guerra alla Libia, non sia mai, oggi ci si vergogna di fare la guerra e si preferisce chiamarla “operazione di peace keeping” a difesa dei “diritti umani”.
Salta definitivamente il principio internazionale di “non ingerenza militare negli affari interni di uno Stato sovrano” insieme al diritto di autodeterminazione dei popoli sancito a Helsinki nel 1975 e sottoscritto da quasi tutti i Paesi del mondo, compresi quelli che stanno per intervenire in Libia. Qui siamo in una situazione diversa dagli interventi in Iraq nel 1990 e nel 2003 e in Afghanistan nel 2001. Nel primo conflitto del Golfo, l’Iraq aveva aggredito il Kuwait, uno   Stato sovrano, sia pur fasullo creato nel 1960, esclusivamente per gli interessi petroliferi degli Stati Uniti. L’intervento quindi era legittimo, anche se il modo con cui fu condotta quella guerra fu bestiale perché gli americani, pur di non affrontare fin da subito, sul terreno, l’imbelle esercito iracheno (che era stato battuto perfino dai curdi, in quel caso Saddam fu salvato dalla Turchia il grande alleato Usa nella regione) e correre il rischio di perdere qualche soldato, bombardarono per tre mesi le principali città irachene facendo 160mila morti civili, fra cui 32.195 bambini (dati del Pentagono). Nel 2003 c’era il pretesto delle “armi di distruzione di massa”. Si scoprì poi che queste armi, che Stati Uniti, Urss e Francia gli avevano fornito, Saddam non le aveva più, ma intanto gli americani hanno ridotto l’Iraq a un loro protettorato dove è in corso una feroce guerra civile fra sciiti e sunniti che provoca decine e a volte   centinaia di morti quasi ogni giorno tanto che in Occidente non se ne dà più notizia. In Afghanistan si voleva prendere Bin Laden, ma dopo dieci anni la Nato è ancora lì e occupa quel Paese, avendo provocato, direttamente o indirettamente, 60mila morti civili (e nessun Consiglio di sicurezza si è mai sognato di imporre una “no fly zone” ai caccia americani che, per battere gli insorti, bombardano a tappeto cittadine e villaggi facendo ogni volta decine di vittime civili, come sta facendo Gheddafi in Libia). La situazione è invece identica all’intervento Nato in Serbia dove, all’interno di uno Stato sovrano, c’era un conflitto fra Belgrado e gli indipendentisti albanesi, foraggiati dagli americani, del Kosovo che della Serbia faceva parte.   Noi, che non abbiamo baciato la mano a Gheddafi, che non abbiamo permesso ai suoi cavalli berberi di esibirsi alla caserma Salvo d’Acquisto e al dittatore di volteggiare liberamente per Roma avendo al seguito 500 troie, e che parteggiamo per i rivoltosi di Bengasi, siamo assolutamente contrari a qualsiasi intervento armato in Libia. Per ragioni di principio e perché questi interventi internazionali sono del tutto arbitrari. Dividono gli Stati in figli e figliastri. Nessuno ha mai proposto una “no fly zone” in Cecenia dove le armate russe di Eltsin e dell’ “amico Putin” hanno consumato il più grande genocidio dell’era moderna: 250 mila morti su una popolazione di un milione. Nessuno si sogna di intervenire in Tibet (chi si metterebbe mai, oggi, contro la succulenta Cina?) o in Birmania a favore dei Karen. E così via. In ogni caso bisogna essere consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni. Se l’Italia presterà le proprie basi   per l’intervento militare in Libia non potrà poi mettersi a “chiagne” se Gheddafi dovesse bombardare Brindisi, Bari, Sigonella, Aviano o una qualsiasi delle nostre città. Gli abbiamo, di fatto, dichiarato guerra, è legittimato a renderci la pariglia.

Srebrenica, “le scuse di Belgrado non hanno alcun valore”

Non ha nessun valore per i sopravvissuti al massacro di Srebrenica la risoluzione di condanna adottata ieri dal Parlamento serbo. Per la prima volta dai tragici fatti del 1995 Belgrado ha affrontato direttamente la responsabilità del massacro di circa 8.000 civili musulmani per mano delle truppe serbo-bosniache al saldo dell’allora generale Ratko Mladic, a oggi ancora ricercato per genocidio. “Per noi non vuol dire nulla” ha dichiarato Hajra Catic, dell’associazione Donne di Srebrenica, in quanto il testo adottato a Belgrado non utilizza in prima persona il termine ‘genocidio’, ma vi fa solo riferimento indiretto. “Sappiamo che dei crimini sono stati commessi in tutta la Bosnia, ma noi abbiamo la sentenza della Corte internazionale di giustizia che dice che a Srebrenica è stato commesso un genocidio”, ha precisato la Catic. La pensa allo stesso modo Sehida Abdurahmanovic, una sopravvissuta che ha perso un fratello e altri tre membri della sua famiglia nel massacro, il testo adottato dai parlamentari serrbi è un “oltraggio” in quanto “avrebbe dovuto, per il bene delle future generazioni, includere il termine ‘genocidio’”. Apprezzamento per l’atto del Parlamento serbo è stato invece espresso dall’Unione europea, così come da Francia e Olanda.
Nel 2001 la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, il principale organo giurisdizionale dell’ONU, ha riconosciuto che il massacro di Srebrenica fu un genocidio perché “l’azione venne condotta con l’intento di distruggere in parte la comunità bosniaco musulmana della Bosnia-Erzegovina e di conseguenza si trattò di atti di genocidio commesse dai serbo bosniaci”.

Gaza assediata anche dalla realpolitik

Silvio Berlusconi ha definito “giusta” la brutale offensiva missilistica che Israele scagliò contro la Striscia di Gaza alla fine del 2008, causando centinaia di vittime civili e la netta condanna dell’Onu. Concludendo la sua visita istituzionale in Israele, il premier italiano ha così suggellato il deciso spostamento “filo-israeliano” della tradizionale politica mediorientale dell’Italia. E’ Carnevale e verrebbe da dire che ha scelto i tempi alla perfezione, pensando d’indossare per una volta i panni dello statista di livello internazionale, manco fosse un Jimmy Carter coi capelli tinti. Ma fuor d’ironia, le sue parole su Gaza costituiscono un’offesa grave ai civili uccisi e a quelli che continuano a vivere “reclusi nella più grande prigione collettiva del mondo”, come l’ha eloquentemente definita chi quell’area la conosce molto bene, avendola visitata più volte in tempi recenti. Berlusconi al massimo se la sarà fatta raccontare da Netanyahu, Niccolò Rinaldi vi è entrato di nuovo nel dicembre scorso. Quello che segue è il racconto del suo viaggio…

«Tutti i draghi della nostra vita forse non sono altro che delle principesse che aspettano di vederci belli e coraggiosi». In altre parole, « Tutte le cose terribili forse altro non sono che delle cose prive di soccorso che aspettano solo che noi le soccorriamo». Questo passo di Rilke, dalla «Lettera a un giovane poeta», è anche un viatico a Gaza, maledetta striscia chiusa ormai da anni. Solo un ridottissimo numero di prodotti più che altro alimentari – circa una ventina – può entrare a Gaza su autorizzazione di Israele, mentre il resto, dal combustibile a un rubinetto, dalla marmellata alle armi, è costretto a transitare nei pericolosi, carissimi, oltre che vietati, tunnel sotterranei con l’Egitto (che sta costruendo una barriera in acciaio profonda diciotto metri per chiudere questo traffico illecito eppure vitale). Entrare a Gaza è un lusso ormai, come lo è uscire. Lo scorso dicembre anche una delegazione ufficiale del Parlamento Europeo si è vista negare, sul più bello, l’accesso a Gaza da parte israeliana, e così, visto che i poveri abitanti della striscia sono reclusi nella più grande prigione collettiva del mondo, ho deciso di unirmi a una delegazione parlamentare di vari paesi europei che dopo lunghi negoziati con le autorità egiziane, e altrettante attese al varco di Rafah, è riuscita a visitare Gaza per due giorni scarsi. Negli ultimi anni vi sono stato spesso, dai tempi delle colonie fino a subito dopo la fine delle bombe israeliane nel febbraio del 2009. E una volta di più il viaggio ha conosciuto dimensioni straordinarie, cose che non si vedono, non si sentono, in nessun’altra parte del pianeta. Cominciando dall’enormità della sofferenza della popolazione. Continua a leggere “Gaza assediata anche dalla realpolitik”

Missing (un intero popolo è scomparso)

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(di Azra Nuhefendić)

E’ un intero popolo. Comprende bosgnacchi, serbi, albanesi, croati e rom. Non si riconoscono né per la nazionalità, né per la religione, né per il sesso, ma per la lunga angoscia degli anni di ricerca. Parole grosse come patriottismo, coraggio, onore e patria gli provocano il mal di stomaco. Vanno avanti intorpiditi, le ombre di se stessi. Per loro il presente è una sofferenza costante, le giornate nient’altro che il disperato attendere la notizia che i resti sono stati ritrovati. Desiderano questa notizia, ma allo stesso tempo la temono. Più di 34.000 persone sono scomparse durante le guerre in ex Jugoslavia. Nella sola Bosnia Erzegovina sono sparite 28.000 persone. Ancora oggi non si conosce il destino di circa 11.000, in Croazia ne mancano 2.283 mentre in Kosovo 1.895. La sorte incerta di ancora 16.000 scomparsi, in totale, tormenta circa un milione di loro famigliari. I numeri non chiariscono molto, le grosse cifre non impressionano più di tanto. Quelli che cercano i propri cari non vogliono sentire le statistiche, le rifiutano. Si ricordano di dettagli precisi, com’era vestita, cosa si sono detti quando si sono visti l’ultima volta, cosa indossava il primo giorno di scuola, il dente che mancava, i capelli ricci, il giocattolo che portava, le scarpe che indossava, la foto che aveva nel portafoglio, una cicatrice, un gesto della mano, l’orologio regalato, i pantaloni che aveva cucito varie volte. Continua a leggere “Missing (un intero popolo è scomparso)”