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Sul web il più grande archivio mondiale sulle vittime del nazismo

Avvenire, 18 luglio 2020

Fino a poco tempo fa sembrava una sfida affascinante ma troppo velleitaria per poter essere realizzata in tempi brevi. Poi è arrivata la pandemia e nelle lunghe settimane di isolamento domestico migliaia di persone di tutto il mondo si sono fatte coinvolgere nel progetto che porterà alla completa digitalizzazione del più grande archivio mondiale sulle vittime del nazismo. Era iniziato tutto quasi per caso, all’inizio dell’anno, quando a un gruppo di studenti delle scuole superiori tedesche era stato chiesto di contribuire all’inserimento sul web dei dati degli Arolsen Archives, il cosiddetto “archivio della Shoah”, ovvero ciò che resta dell’ossessione nazista di documentare e catalogare ogni singolo aspetto dello sterminio. Situato nella piccola cittadina tedesca di Bad Arolsen, l’archivio custodisce un patrimonio di oltre quaranta milioni di documenti sulla persecuzione nazista, il lavoro forzato e i sopravvissuti alla Seconda guerra mondiale. Gli aguzzini annotavano tutto ciò che riguardava le loro vittime: non solo i dati anagrafici, lo stato di salute, i rapporti di cattura e i trasferimenti, ma anche i comportamenti durante gli interrogatori, le reazioni ai brutali esperimenti pseudoscientifici, le ferite riportate nel corso delle torture. Infine il giorno, l’ora e la presunta causa della morte. Aperto agli storici a partire dal 2007, l’archivio contiene i dati di quasi diciotto milioni di persone deportate, detenute e uccise nei campi di sterminio del Terzo Reich. Circa ventisei chilometri di scaffali, milioni di fascicoli, mappe, disegni, grafici, quaderni, effetti personali, fotografie, tra cui la celeberrima “lista di Schildler”. Un monumentale archivio che negli anni ha reso possibile il ricongiungimento di famiglie, ha fornito informazioni sui defunti ed è stato essenziale per produrre i certificati utili per i risarcimenti. Oggi la struttura è indispensabile per la ricerca storica e per alimentare la memoria degli orrori del nazismo. Il processo di digitalizzazione, avviato in sordina alla fine degli anni ‘80, aveva consentito finora di rendere disponibili online alcuni milioni di documenti cartacei. Tuttavia è ancora assai difficile reperire informazioni su una singola persona perché la maggior parte dei documenti non è stata ancora indicizzata e circa la metà dei nomi contenuti nell’archivio non compare nella banca dati digitale. Proprio all’inizio di quest’anno, per accelerare la conversione digitale, era stata stretta una collaborazione con la piattaforma Zooniverse, che organizza iniziative di crowdsourcing per permettere ai volontari di contribuire alle ricerche scientifiche. La svolta è arrivata nel marzo scorso, in piena pandemia, quando sono state pubblicate decine di migliaia di documenti provenienti dai campi di concentramento di Buchenwald, Dachau e Sachsenhausen e in poco tempo gli utenti di tutto il mondo si sono messi a leggerli e a ricopiarli. Al progetto “Every Name Counts” dovevano partecipare soltanto gli studenti di alcune scuole superiori ma nei giorni dell’isolamento domestico si è allargato a vista d’occhio, coinvolgendo un numero di volontari del tutto impensabile in tempi normali. È stato attivato un forum on-line sul quale gli utenti possono chiedere aiuto agli storici e agli archivisti, in caso di dubbi su parole e abbreviazioni. Essendo necessario trascrivere soprattutto nomi e date di nascita può partecipare anche chi non conosce il tedesco. Durante la pandemia oltre 4500 volontari hanno trascorso il loro tempo in casa inserendo su internet le informazioni contenute nei documenti. Agli Arolsen Archives sono stati così aggiunti in formato digitale oltre 200mila nomi, date di nascita e numeri di matricola di persone imprigionate nei campi di concentramento nazisti di Buchenwald, Sachsenhausen, Dachau e Mauthausen. Il lavoro andrà avanti anche nei prossimi mesi e a partire dal 14 giugno si terrà la mostra on-line “StolenMemory”, dedicata all’ottantesimo anniversario del primo trasporto di prigionieri polacchi all’interno del campo di Auschwitz.
RM

Le baracche di Dachau, laboratorio del Reich

Avvenire, 24 gennaio 2020

Dachau (Germania) – La memoria dell’orrore è in mezzo alle case, a un passo dal centro abitato della cittadina di Dachau, proprio come allora. I muri di cinta del campo di concentramento costeggiano la strada principale che in poco più di venti minuti porta a Monaco di Baviera. Il sentiero che percorriamo a piedi è lo stesso su cui venivano spinti i deportati all’arrivo, la Lagerstrasse, in fondo al quale si trova lo Jourhaus, l’edificio di ingresso principale che ospitava gli uffici amministrativi e di comando del campo. Superato il grande cancello in ferro battuto con la famigerata scritta “Arbeit macht frei” si accede al gigantesco piazzale delle adunate dove ogni giorno, mattino e sera, veniva effettuata la conta e si decideva la sorte dei prigionieri. Quello di Dachau fu il primo campo di concentramento nazista, l’unico che esistette per tutti i dodici anni del Terzo Reich. Heinrich Himmler, all’epoca comandante del presidio SS di Monaco, lo inaugurò il 22 marzo 1933, appena due mesi dopo la nomina a cancelliere di Adolf Hitler. Bastò riconvertire gli spazi di una precedente costruzione, un’ex fabbrica di munizioni in disuso della Prima guerra mondiale, installare torrette di controllo, piantare metri e metri di filo spinato. Fin dagli albori della dittatura Dachau divenne il modello e il centro d’addestramento per tutti gli altri campi di sterminio nazisti. Tra il 1936 e il 1938, sfruttando la manodopera degli stessi prigionieri, il campo fu ampliato fino ad assumere la sua forma definitiva. Al suo interno transitarono circa 200mila persone, oltre il venti percento delle quali – secondo i dati del museo di Dachau – vi persero la vita. Le storie di chi fu costretto a vivere e a morire qui dal 1933 al 1945 riprendono forma nel grande museo allestito all’interno dell’ex palazzo dell’economato, un edificio basso e lungo che costeggia il piazzale. Le sue pareti interne, screziate dal trascorrere dei decenni, sono rimaste intatte come se il tempo si fosse fermato. Lunghe file di visitatori e scolaresche percorrono queste stanze ogni giorno, confrontandosi con l’orrore, alla ricerca di una spiegazione introvabile all’interno della dimensione della razionalità umana. I primi ad arrivare al campo furono gli oppositori politici, seguiti dagli austriaci arrestati dopo l’annessione del loro paese. Poi vi furono imprigionati i rom, i sinti, i disabili, gli omosessuali e tutti coloro che il regime considerava soggetti indesiderabili. Ma a partire dalla fine del 1940 arrivarono in massa i religiosi: nel campo furono deportati 2579 tra preti, seminaristi e monaci cattolici, insieme a 141 pastori protestanti e preti ortodossi. Il Vaticano non poté impedire la loro deportazione ma riuscì almeno a farli mandare tutti insieme a Dachau. Oltre la metà di essi erano polacchi, il resto proveniva da ogni parte d’Europa: Francia, Cecoslovacchia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Italia. Centinaia i tedeschi e gli austriaci. I nazisti li arrestarono perché si opponevano al programma di eutanasia, perché avevano partecipato alla Resistenza o erano anche soltanto sospettati di aver contribuito in qualche modo alla lotta antinazista. Molti vennero deportati semplicemente perché avevano osato condannare il regime dai pulpiti. Furono fin da subito isolati dagli altri prigionieri e alloggiati nella baracca 26, il cosiddetto “Pfarrerblock” (reparto dei preti), che oggi non esiste più. Soltanto due delle trentaquattro baracche che un tempo componevano il campo sono rimaste a testimoniare, fedelmente ricostruite, di fronte all’edificio del museo, sull’altro lato della piazza delle adunate. Le altre sono state rimosse lasciando però ben visibili i perimetri a terra. Anche un ateo come Primo Levi ebbe modo di riconoscere nelle sue opere l’enorme statura morale dei preti deportati a Dachau, i quali cercarono in tutti i modi di rafforzare la loro fede, non persero la speranza e si dedicarono all’aiuto e all’assistenza spirituale ai malati e ai moribondi. Le pressioni del Vaticano riuscirono perlomeno a far aprire una piccola cappella all’interno del blocco 26, dove il 21 gennaio 1941 venne celebrata la prima messa nel campo. Il tabernacolo fu costruito di nascosto nel laboratorio dei falegnami ma il prete era costretto a celebrare da solo. Ai detenuti era vietato partecipare e la comunione venne distribuita segretamente, a costo di gravi rischi. A Dachau si tenne anche l’ordinazione clandestina di un seminarista in punto di morte. Il tedesco Karl Leisner ricevette il sacramento dal vescovo francese di Clermont-Ferrand, monsignor Gabriel Piguet. Sottoposti allo stesso trattamento disumano di tutti gli altri prigionieri, 1034 religiosi cattolici non uscirono vivi dal campo, morendo di fame, di stenti, di prostrazione e di malattie. Su molti di essi furono anche effettuati esperimenti medici fatali. Fu un lento martirio che ricordò le persecuzioni subite dalla Chiesa dei primi secoli e trasformò il lager bavarese nel più grande cimitero di sacerdoti cattolici del mondo. Tra i tanti volti che compaiono nell’allestimento del museo di Dachau, c’è quello del domenicano Giuseppe Girotti, che morì il giorno di Pasqua del 1945, pochi giorni prima dell’arrivo degli Alleati. Restò accanto ai malati del campo fino alla fine ma poi crollò anche lui: venne trasferito in infermeria dove fu ucciso con un’iniezione letale dai nazisti. Anni fa il museo dello Yad Vashem di Gerusalemme l’ha riconosciuto “Giusto tra le Nazioni” perché prima del suo arresto era riuscito a salvare la vita di tanti ebrei. A Dachau venne deportato anche Michal Kozal, vescovo della città polacca di Wloclawek. Al suo arrivo, nel 1941, ricevette il numero 24544 e un’uniforme a strisce con un triangolo rosso che lo identificava come prigioniero politico. Quando morì di tifo, due anni dopo, il comandante del campo si oppose alla sua sepoltura nel cimitero di Dachau e stabilì che il suo corpo dovesse finire nel forno crematorio. I registri del museo testimoniano l’accanimento dei nazisti nei confronti dei religiosi polacchi, molti dei quali si rifiutarono di accettare la cittadinanza tedesca che avrebbe garantito loro un trattamento speciale. In un solo giorno, il 5 maggio 1942, furono uccisi ventidue preti polacchi. In fondo al lungo viale che un tempo era costeggiato dalle baracche dei prigionieri sorge la cappella dell’Agonia Mortale di Cristo. Inaugurata in occasione del Congresso Eucaristico Mondiale del 1960, fu il primo monumento religioso eretto nell’ex campo di concentramento. Sul retro della cappella una targa ricorda il martirio dei sacerdoti polacchi. Intorno, a poca distanza dall’area dove sono conservate le camere a gas e il grande crematorio in muratura, si trovano anche il memoriale ebraico, la chiesa protestante e la cappella russo-ortodossa. Può apparire strano, ma la prima storica visita di un capo di governo tedesco a Dachau risale a pochi anni fa. Era il 2013. In quell’occasione la cancelliera Merkel non mancò di collegare l’orrore del passato ai rigurgiti estremisti del presente.
RM

L’interprete di Auschwitz

Avvenire, 24.1.2016

“Siete arrivati a un campo di lavoro. I giovani forti andranno a lavorare, le persone anziane andranno nel campo di riposo, le donne se sono giovani e non hanno figli andranno anche loro a lavorare, le donne con bambini vanno nel campo di riposo”. Con queste parole il comandante nazista Rudolf Hess accolse ad Auschwitz il convoglio degli ebrei italiani rastrellati Ghetto di Roma. Tra i deportati, l’unico che allora conosceva il tedesco era il giovane Arminio Wachsberger: a lui spettò il compito di tradurre in italiano quei tragici eufemismi e i successivi ordini che da quel momento in poi avrebbero scandito l’orrore della vita quotidiana nel campo di sterminio. Tutti quelli che al loro arrivo non vennero ‘selezionati’ e mandati a morte avrebbero imparato a conoscere le mostruose consuetudini ma anche il brutale lessico del lager, che in seguito sarebbe servito anche per raccontare l’indicibile a chi non l’aveva vissuto, a chi dubitava e a chi, pur in buona fede, non riusciva a credere che un tale orrore fosse stato possibile.

Arminio Wachsberger
Arminio Wachsberger

Il destino ha voluto che Arminio Wachsberger sia stato uno dei pochi sopravvissuti tra i numerosissimi ebrei italiani deportati ad Auschwitz nel 1943, e che sia vissuto abbastanza a lungo per poter tradurre in un linguaggio comprensibile gli abissi di sofferenza che l’uomo ha saputo scavare durante la Seconda guerra mondiale. I suoi racconti sono stati indispensabili per testimoniare un’esperienza ai limiti dell’immaginazione umana. Con il suo impegno, Wachsberger ha avuto un ruolo fondamentale per combattere la tentazione dell’oblio che ha coinvolto anche molti ex deportati i quali, spinti dal desiderio di ricominciare al più presto una vita normale, scelsero il silenzio. La sua esemplare storia di dolore, ma anche di rinascita, è stata ricostruita da Gabriele Rigano, ricercatore dell’Università per Stranieri di Perugia, in un volume appena uscito (L’interprete di Auschwitz. Arminio Wachsberger un testimone d’eccezione della deportazione degli ebrei di Roma, Guerini e associati) che parte dal presupposto della necessità di superare una volta per tutte la contrapposizione tra i testimoni e gli storici. Poiché senza l’apporto della memoria – spiega lo stesso Rigano – la storia rischia di perdere la capacità di penetrare i sentimenti e gli stati d’animo.
Il libro, oltre che su fonti d’archivio, è basato principalmente sulle numerose interviste rilasciate dal protagonista a partire dal 1955, tra le quali spicca quella realizzata nel 1998 dalla Spielberg Survivors of the Shoah Visual History Foundation. Wachsberger fu uno degli oltre mille ebrei rastrellati dai nazisti durante il tragico “sabato nero” del Ghetto di Roma. Nelle prime ore di quel maledetto 16 ottobre 1943, le SS si presentarono anche a casa sua, in Lungotevere Ripa, per deportarlo ad Auschwitz insieme a tutta la sua famiglia. Arminio riuscì a salvare solo il suo nipotino Vittorio, di appena due anni, affidandolo alla portiera di un palazzo che lo salvò dalla deportazione e dalla morte. All’arrivo nel campo di sterminio si offrì come interprete, cercando le parole per spiegare agli altri prigionieri quello che stava accadendo intorno a loro. Fu un atto di generosità compiuto per cercare di alleviare le sofferenze di chi non capiva gli ordini dei nazisti, e che lo mise in più occasioni a stretto contatto con Rudolf Hess e con il famigerato dottor Mengele, tristemente noto per i suoi esperimenti su cavie umane. È straziante il racconto di quando proprio quest’ultimo gli rivelò la sorte della sua famiglia. “Noi abbiamo bisogno solo di bestie da lavoro – gli disse Mengele, impassibile – quindi quelli che non possono lavorare vengono eliminati. La bambina di cinque anni [sua figlia Clara] non ci serve quindi la eliminiamo e anche la madre, sapendo che la propria figlia è stata ammazzata, non può più lavorare”.
Fin dalla liberazione, contrariamente a molti altri superstiti, Wachsberger iniziò a raccontare le indicibili sofferenze subite nei campi di sterminio, a raccogliere notizie e testimonianze e a impegnarsi, con coraggio e profonda sensibilità, nella ricostruzione degli elenchi dei deportati e dei dispersi italiani. Venne poi chiamato in più occasioni a testimoniare nei processi che si svolsero a Dachau contro le SS e i militari addetti al campo. “Ne abbiamo riconosciuti diversi e al Tribunale abbiamo narrato in quale maniera bestiale questa gente si è comportata con noi”, ha raccontato. Ma negli anni ebbe modo anche di testimoniare in difesa di quei tedeschi che, ricoprendo posti di responsabilità nel sistema concentrazionario, avevano invece aiutato i prigionieri dei campi. Fu proprio la partecipazione ai processi di Dachau a convincerlo di quanto la memoria della sua esperienza fosse importante sia a livello giudiziario che civile. Dovremo sempre essere grati ad Arminio Wachsberger per aver saputo trovare le parole per descrivere ciò che l’uomo ha saputo fare all’uomo. Quel tragico passato lo tormentò per tutta la vita. Una delle sue figlie ha raccontato che nel 2002, poche ore prima di morire, sussurrò: “forse noi adulti dovevamo essere puniti per peccati che senz’altro avremo commesso, ma…i bambini, perché? Perché i bambini?”
RM