Da Bobby a Michelle. Rivincita a Belfast

il Venerdì di Repubblica, 29 aprile 2022

Quella domanda era destinata a cambiare la storia. “Qualcuno, qui, avrebbe qualcosa da obiettare se prendessimo il potere in Irlanda con la scheda elettorale in una mano e la mitragliatrice nell’altra?” Danny Morrison, figura-chiave della comunicazione dell’IRA negli anni del conflitto, la rivolse all’assemblea del partito repubblicano indipendentista Sinn Féin nell’ottobre del 1981. Sei mesi prima, un prigioniero politico di nome Bobby Sands era stato eletto al parlamento di Westminster durante lo sciopero della fame in carcere che l’avrebbe condotto alla morte. Oltre trentamila voti suggellarono il suo sacrificio e convinsero il movimento repubblicano irlandese che la guerra si poteva vincere anche con le armi della democrazia. Di quella memorabile campagna elettorale Morrison fu il portavoce e l’alter ego di Sands, che era in fin di vita e non poteva muoversi dalla sua cella. Continua a leggere “Da Bobby a Michelle. Rivincita a Belfast”

Così la Brexit mina gli accordi di pace in Irlanda del Nord

Avvenire, 14.4.2018

Doveva essere l’occasione per suggellare lo storico accordo di pace che nell’aprile 1998 pose fine al più lungo conflitto europeo del Dopoguerra. Per tracciare un bilancio positivo di quella svolta che sancì la conclusione della guerra in Irlanda del Nord. Invece le celebrazioni del ventennale del Good Friday Agreement in programma a Belfast in questi giorni sono state offuscate dai negoziati sulla Brexit e sul futuro del confine tra le due Irlande, che rischiano di compromettere i pilastri fondamentali di quell’accordo. Dalla Colombia a Cipro, dai Paesi Baschi alle Filippine, in questi anni il processo di pace anglo-irlandese è sempre stato considerato un modello virtuoso di risoluzione dei conflitti al quale ispirarsi. L’Accordo del Venerdì Santo del 1998 aveva sancito la parità e l’eguaglianza tra due comunità – quella cattolico-nazionalista e quella unionista-protestante – storicamente divise anche da idee opposte sul futuro del paese: mentre questi ultimi si considerano britannici e intendono restare a ogni costo all’interno del Regno Unito, i primi sono orgogliosamente irlandesi e aspirano alla riunificazione con la Repubblica d’Irlanda. La brutale discriminazione che la comunità cattolica è stata costretta a subire fino a pochi anni fa era stata la miccia del conflitto deflagrato nel 1969 e durato circa un trentennio. Il processo di pace aveva trovato una ricetta vincente nel rispetto delle diverse identità e nella creazione di istituzioni capaci di far rispettare quelle differenze. L’accordo aveva introdotto principi di inclusione che mai si erano visti prima d’allora in Irlanda, sancendo il diritto all’autodeterminazione e ponendo le basi giuridiche per l’istituzione di un parlamento nord-irlandese dotato di poteri legislativi. Sia la Gran Bretagna che la Repubblica d’Irlanda avevano accettato di cambiare le rispettive Costituzioni, la prima rinunciando alla sovranità su Belfast, la seconda abbandonando ogni aspirazione irredentista nei confronti delle sei contee del Nord. L’accordo era stato infine sottoposto alla popolazione dell’intera isola, che l’aveva approvato a larghissima maggioranza in due distinti referendum.

Nella foto: Gerry Adams, John Hume, Bill Clinton e David Trimble

La condivisione dei poteri tra le due comunità e i confini aperti tra le due Irlande erano i capisaldi attorno ai quali ruotava un’architettura istituzionale complessa e assai fragile che adesso rischia di incrinarsi irreparabilmente per effetto della Brexit. Dopo aver funzionato ininterrottamente per dieci anni, l’esecutivo condiviso guidato dai due maggiori partiti, l’unionista Dup e il nazionalista Sinn Féin, è caduto nel gennaio 2017 a causa di uno scandalo sugli incentivi per l’uso delle energie rinnovabili che ha coinvolto la premier e leader del Dup, Arlene Foster. Da allora tutti i tentativi di ripristinare l’esecutivo dell’Irlanda del Nord si sono arenati sulle reciproche intransigenze, facendo aleggiare su Belfast lo spettro di un ritorno alla “direct rule”, il governo diretto da parte di Londra, che finirebbe per esacerbare le divisioni interne alla società nordirlandese. Figure storiche come Gerry Adams, Martin McGuinness e Ian Paisley sono state rimpiazzate da una nuova generazione di leader tutta declinata al femminile e priva di un passato nella lotta armata, ma nonostante i lunghi anni di pace e di crescita economica, la violenza settaria non ha infatti mai del tutto abbandonato la piccola provincia britannica. Soltanto negli ultimi mesi, molte famiglie cattoliche di Belfast sono state costrette a evacuare le loro case in seguito alle intimidazioni dei paramilitari lealisti, mentre a Derry e in altre località sono stati ritrovati e disinnescati gli ordigni rudimentali dei gruppi dissidenti contrari al processo di pace. Ma il tragico simbolo di una fiducia inter-comunitaria che ancora stenta a decollare sono i cosiddetti “muri della pace”, le orwelliane barriere di cemento e lamiera erette negli anni ‘60 per prevenire le violenze, che in alcune città continuano ancora oggi a separare le aree nazionaliste da quelle unioniste. Continua a leggere “Così la Brexit mina gli accordi di pace in Irlanda del Nord”

Martin McGuinness 1950-2017

Avvenire, 22.1.2017

Da leader della guerriglia a uomo-chiave del processo di pace. Da capo di stato maggiore dell’IRA a candidato presidente della Repubblica d’Irlanda. La parabola politica di Martin McGuinness – morto ieri a Belfast all’età di 66 anni – può raccontare da sola il lungo percorso che ha fatto uscire l’Irlanda del Nord dal più lungo conflitto europeo del XX secolo. Originario di una famiglia operaia del ghetto cattolico di Derry, James Martin Pacelli McGuinness abbandonò la scuola a quindici anni ed entrò nell’IRA giovanissimo, prima della famigerata Bloody Sunday, la strage di civili compiuta dai paracadutisti inglesi nella sua città natale il 30 gennaio del 1972. L’anno dopo finì in carcere per possesso di esplosivi e in tribunale dichiarò di essere “orgoglioso di far parte dell’esercito repubblicano irlandese”. In breve tempo divenne una delle figure più importanti e rispettate all’interno dell’IRA, fino a ricoprire la carica di Capo di Stato Maggiore dal 1978 al 1982. Tra gli innumerevoli attentati compiuti dagli indipendentisti irlandesi in quel periodo ci fu quello nel quale perse la vita il cugino della regina, Lord Louis Mountbatten. Ma quelli furono anche anni decisivi perché segnarono la svolta ‘politica’ del movimento repubblicano, seguita allo scontro carcerario che portò alla morte di Bobby Sands e altri nove attivisti per sciopero della fame.
Fin dagli anni ’70 McGuinness si era dimostrato formidabile anche nelle vesti di politico. Eletto all’assemblea di Belfast per la prima volta nel 1982, grazie al suo carisma riuscì a rassicurare i militanti più scettici agli albori del processo di pace. “La guerra contro il dominio britannico – affermò pubblicamente nel 1986 – continuerà finché non sarà conquistata la libertà”. Nella fase cruciale che precedette la firma dell’Accordo del Venerdì Santo del 1998 fu il capo negoziatore del partito repubblicano Sinn Féin – all’epoca il braccio politico dell’IRA – e in seguito entrò nel governo di Belfast con la carica di ministro dell’educazione. Il suo fascino personale gli consentì di conquistare la fiducia di alcuni dei suoi più acerrimi nemici di un tempo, tra tutti il reverendo Ian Paisley, campione dell’estremismo presbiteriano filobritannico.

Un giovane McGuinness con Gerry Adams (a sinistra) e Ruairi O Bradaigh (al centro)

Candidato alla presidenza della Repubblica d’Irlanda nel 2011 (ottenne circa il 15% dei voti), è stato vice primo ministro dell’Irlanda del Nord dal 2006 al gennaio scorso, quando è stato costretto a rassegnare le dimissioni per motivi di salute. La sua eredità politica è però destinata a restare controversa e a dividere chi, nel suo paese, lo ritiene un eroe e chi invece lo considera un traditore che ha sacrificato gli ideali di un tempo sull’altare del pragmatismo e della realpolitik. Assai più delle strette di mano con la regina Elisabetta fece scalpore, nel 2009, quando fu proprio lui a definire pubblicamente “traditori” i dissidenti che si ostinavano a non accettare i compromessi del processo di pace. Molti di loro erano stati suoi compagni di lotta in passato. Da circa un anno soffriva di una grave malattia genetica che l’ha portato alla morte e gli ha impedito di vedere realizzato il suo sogno: la riunificazione dell’Irlanda.
RM

Belfast, il sorpasso degli indipendentisti

Avvenire, 5.3.2017

Sarebbe bastata una manciata di voti in più per suggellare l’inarrestabile ascesa di quello che un tempo era il braccio politico dell’IRA fino a farlo diventare il partito di maggioranza relativa dell’Irlanda del Nord per la prima volta nella storia. Ma anche così, il migliaio di voti che separano i repubblicani di Sinn Féin dagli unionisti del DUP – declinati in 27 seggi all’assemblea per il primo e 28 per il secondo – rappresentano una vittoria straordinaria per il partito di Gerry Adams, che si è affrettato a definire l’esito delle elezioni anticipate “un voto contro la Brexit, che rafforza la richiesta dell’Irlanda del Nord per ottenere uno status speciale all’interno dell’UE e pone le condizioni per chiedere una referendum sulla riunificazione dell’isola”. Michelle O'Neill e Gerry AdamsLa crisi aperta dal Sinn Féin nel gennaio scorso con le dimissioni del vicepremier Martin McGuinness si è dunque rivelata una scommessa vinta, perché dopo il responso definitivo delle urne la nuova assemblea di Belfast ha assunto una fisionomia del tutto inedita e legittimata dall’affluenza più alta degli ultimi vent’anni, circa il 65%. Per la prima volta dal 1922, da quando cioé Londra sancì la divisione dell’isola creando l’Irlanda del Nord, i partiti unionisti protestanti DUP e UUP hanno perso infatti la maggioranza assoluta, anche per effetto del clamoroso sorpasso del SDLP, il partito socialdemocratico e laburista, nei confronti dell’Ulster Unionist Party (12 seggi il primo, appena 10 il secondo). Una sconfitta talmente inaspettata da spingere il leader dell’UUP Mike Nesbitt ad annunciare le proprie dimissioni. Ma il vero perdente è il DUP: il partito della premier uscente Arlene Foster, penalizzato anche dalla posizione pro-Brexit, conserva una minima maggioranza relativa ma avendo ottenuto meno di 30 seggi perde il potere di veto su una serie di questioni controverse, tra cui il via libera ai matrimoni gay che ebbe già modo di esercitare alla fine del 2015.
Tuttavia il grande significato simbolico del ribaltamento di questi rapporti di forza non si rifletterà fin da subito sul piano istituzionale. L’Accordo del Venerdì Santo che nel 1998 pose fine al conflitto stabilisce infatti che i due partiti di maggioranza relativa delle opposte fazioni – Sinn Féin e DUP – debbano costituire un esecutivo di unità nazionale ma i veleni degli ultimi mesi, peraltro acuiti dalla campagna elettorale, fanno ritenere assai improbabile che i due partiti possano ricominciare fin da subito a governare insieme. Ieri la nuova leader di Sinn Féin, Michelle O’Neill, ha ribadito ancora una volta che non si tornerà allo status quo precedente. Secondo quanto previsto dalla legge, entro le prossime tre settimane l’assemblea con sede nel palazzo di Stormont, a Belfast, dovrà dar vita a un nuovo esecutivo altrimenti si dovrà tornare alle urne oppure rispristinare il governo diretto da parte di Londra, un’eventualità che il Segretario di Stato James Brokenshire ha escluso perché rimetterebbe a rischio il processo di pace. Con un fronte indipendentista ormai maggioritario, e in un quadro politico reso assai complicato anche dai possibili effetti centrifughi della Brexit, per Londra potrebbe essere davvero giunto il momento di concedere quel referendum per la riunificazione dell’Irlanda già previsto dall’accordo del 1998.
RM

Brexit e riunificazione, Nord Irlanda al bivio

Avvenire, 25.2.2017

Le elezioni che si terranno il 2 marzo prossimo segneranno uno spartiacque decisivo nella storia del processo di pace in Irlanda del Nord. Le dimissioni del vicepremier Martin McGuinness, storico esponente dei repubblicani di Sinn Féin, hanno fatto cadere il governo formato meno di un anno fa aprendo la strada al voto anticipato, ma hanno anche creato i presupposti per una lunga stagione di instabilità nella regione. Questa crisi è infatti la diretta conseguenza della profonda divisione che tuttora caratterizza la società nordirlandese, il sintomo inequivocabile della chiusura di una fase storica e politica avviata con la firma dell’Accordo del Venerdì Santo del 1998. Uno dei capisaldi della pace raggiunta a Belfast ormai quasi un ventennio fa era la politica del “power sharing”, ovvero la condivisione dei poteri tra i maggiori partiti del paese. Sinn Féin e Dup, espressione della comunità cattolico-repubblicana e di quella unionista-protestante, erano stati chiamati a governare insieme su una serie di questioni ‘devolute’ dal parlamento britannico. Un meccanismo istituzionale che almeno negli ultimi dieci anni ha funzionato, contribuendo a chiudere i conti con il passato e con una stagione di violenza che pareva interminabile. Al tempo stesso non è però riuscito a proiettare il paese nel futuro poiché non è stato capace di ricostruire il tessuto sociale ed economico dopo decenni di conflitto. La convivenza tra le due comunità continua a essere assai problematica a causa di una struttura sociale profondamente settaria e basata sulla segregazione religiosa. Ancora oggi, appena il 7% degli studenti dell’Irlanda del Nord frequenta scuole integrate mentre tutti gli altri seguono un percorso educativo che viaggia su binari rigidamente separati in base all’appartenenza confessionale. Le famiglie vivono in comunità divise, e sia a Belfast che in altre città sono ancora presenti numerose “peace line”, le barriere di cemento e lamiera che dividono per motivi di sicurezza i quartieri cattolici da quelli protestanti. Come se non bastasse, le statistiche più recenti parlano di una disoccupazione giovanile al 20% e della crescita costante del tasso di criminalità e della diffusione di droghe. Continua a leggere “Brexit e riunificazione, Nord Irlanda al bivio”

Irlanda, pace a rischio con la Brexit?

Avvenire, 25.6.2016

Tony Blair e Bill Clinton, i principali artefici degli Accordi di Pace del Venerdì Santo del 1998, erano stati i primi a paventare le conseguenze della Brexit sulla fragile architettura istituzionale dell’Irlanda del Nord. Un paio di settimane fa, nel corso di una conferenza all’università di Derry, l’ex primo ministro britannico Tony Blair aveva detto che l’uscita della Gran Bretagna dall’UE avrebbe messo seriamente a rischio la pace e la stabilità della provincia, costruite con grande sforzo e consolidate in seguito con altrettanta difficoltà. L’ex presidente statunitense Bill Clinton, grande regista dello storico accordo di diciotto anni fa, aveva invece confessato al New Statesmen le sue preoccupazioni sulla tenuta della pace in Irlanda del Nord in caso di voto favorevole alla Brexit. I timori di Blair e di Clinton, ai quali si era aggiunto l’ex premier conservatore John Major – anch’egli impegnato a suo tempo nel processo di pace –, erano stati liquidati come “allarmistici” dal ministro britannico per l’Irlanda del Nord Theresa Villiers, secondo la quale l’uscita di Londra dall’UE, peraltro da lei auspicata, non avrebbe necessariamente richiesto il ripristino di una frontiera tra le due Irlande, triste retaggio dei lunghi anni del conflitto. Ma secondo quanto previsto dalla legislazione europea, sarà inevitabile limitare la libera circolazione di persone e merci e il risorgere di quella frontiera porrà non pochi interrogativi sul processo di pace, che era incentrato anche sulla sua graduale eliminazione. I rapporti tra Londra, Dublino e Belfast dovranno essere ridisegnati secondo quanto prevedono gli stessi accordi, sempre che la Brexit non abbia tra i suoi effetti collaterali anche quello di favorire un terremoto istituzionale all’interno della stessa Gran Bretagna.
Gli elettori nordirlandesi, in assoluta controtendenza con il resto del paese, si sono infatti espressi chiaramente a favore della permanenza nell’UE (56% del totale con 11 collegi elettorali su 18), legittimando il vicepremier dell’Irlanda del Nord Martin McGuinness a invocare a gran voce un altro referendum, stavolta per la riunificazione l’isola, la cui divisione fu imposta da Londra nel lontano 1921. “L’esito del voto ha dimostrato che il governo britannico non ha più alcun titolo per rappresentare gli interessi politici ed economici della nostra gente”, ha detto. Il suo partito Sinn Féin, pur antieuropeista, aveva chiesto in campagna elettorale di votare per il Remain, spiegando che l’uscita dall’UE sarebbe stata una catastrofe per i lavoratori e per tutta l’economia della regione. Ma il primo ministro nordirlandese Arlene Foster, esponente del principale partito unionista DUP, ha ribadito anche a urne chiuse di avere un’opinione diametralmente opposta, ha rassicurato i cittadini e ha accusato McGuinness di opportunismo. La Brexit rischia dunque di creare una spaccatura insanabile all’interno dell’esecutivo di Belfast, nato appena un mese fa e incentrato come i precedenti sulla condivisione dei poteri tra i due partiti Sinn Féin e DUP, rimettendo in discussione il fragile status quo politico raggiunto negli ultimi anni ed esacerbando le tensioni tra le due comunità. Quanto al referendum sulla riunificazione dell’Irlanda, solo il ministro Villiers può indirlo, ma ha fatto sapere che al momento mancano i presupposti politici per farlo.
RM

Ian Paisley: morte di un uomo dell’odio

 di Anthony McIntyre

ianIn occasioni come la morte di Ian Paisley, un osservatore esterno potrebbe giungere alla conclusione che si tratti di eventi pre-organizzati apposta per lanciare una gara a chi spara la cazzata più grossa. E, se non è ancora entrata nel vivo, aspettate tra adesso e il giorno del funerale per assistere alla produzione in serie di idiozie in copiosa quantità: enormi bugie per mascherare gli enormi sbagli di un enorme ego.
Gli sms dei festaioli che ci invitano ai party si stanno già sprecando; proprio come quando morì Margaret Thatcher. A me non importa se mi arrivano, e non mi importa se non mi arrivano. La morte di Ian Paisley non mi ha reso né felice, né triste. Com’è stato scritto in un grande romanzo sul Ruanda, A Sunday by the Pool in Kigali, morire è semplicemente qualcosa che facciamo tutti, prima o poi. E più o meno chiunque abbia perso la vita durante il conflitto nel Nord Irlanda era molto meno colpevole di Ian Paisley.
Il fondatore della Free Presbyterian Church era tutto meno che innocente. È vissuto fino a 88 anni, ed è morto nel suo letto. La stragrande maggioranza delle vittime del conflitto, qualunque fosse la loro estrazione sociale, e sia che fossero combattenti o civili, non hanno raggiunto quell’età. Molti morirono giovanissimi, appena adolescenti. In alcuni casi, nemmeno ancora adolescenti. Forse oggi non se ne sente parlare granché, ma le loro vite finirono in un’agonizzante ricerca di ossigeno tra i tossici fumi di veleno emanati con satanica energia da una rete d’odio, al centro della quale, come un ragno, pronto sia a cacciare che a comandare, stava Ian Paisley. Quest’uomo di Dio predava con molto più vigore di quanto abbia mai pregato.
Martin McGuinness ci ha detto che grande amico (e come lo sia diventato, il processo di pace lo mostra da sé) abbia perso. Martin una volta aveva altri grandi amici, i quali, a differenza di quello che ha perso oggi, eseguivano i suoi ordini e ammazzavano membri della congregazione di Paisley che guarda caso erano membri delle forze di sicurezza britanniche, il cui dovere era difendere i principi che Martin adesso sostiene. A volte non erano nemmeno membri di nient’altro che della Martyrs Memorial Church di Paisley. I loro assassini non sono più amici di Martin, soltanto traditori dell’isola d’Irlanda. Cosa che, presumibilmente, rendeva il Grande Ian un amico dell’Irlanda. E con amici così…
shits Senza dubbio, Paisley tollerava McGuinness, a cui scherzando si riferiva come “il vice”, puntualmente ricordando all’ex Capo di Stato Maggiore dell’IRA del suo stato di cittadino di serie B nel “nuovo” Nord, la cui partizione non è una novità. In quel cattolico di Derry, il protestante di Ballymena trovò le conferme e la strada della sua redenzione politica, la madre della retorica amica dell’orco che ci dobbiamo sorbire oggi. Solo dopo che lo Sinn Féin ha accettato una nuova forma di dominio britannico sul Nord Irlanda, Paisley ha iniziato a banchettare con l’uomo che fino a poco prima aveva chiamato “un mostro assetato di sangue”. Colui che ‘da solo era la più grande minaccia allo Stato britannico’, che aveva giurato di castrare la RUC, è finito a succhiarne il manganello. Paisley aveva davvero qualcosa di cui godere orgasmicamente.
Quando lo descrivono come un uomo di stato, io riesco solo pensare a Henry Kissinger definito “fautore di pace”. Ma a queste schifezze siamo abituati. Ma non dobbiamo stare buoni e tranquilli a subirle, o restare in silenzio per il timore di offendere la contrita sensibilità di qualcuno o di essere etichettati come dannosi per il processo di pace. Rigiratelo, ridicolizzatelo, nessuna parola viscida può diluire la verità: che Paisley è stato uno dei più grandi uomini d’odio dell’Europa Occidentale. Bertie Ahern può anche cercare di nascondere l’ovvio raccontandoci che Paisley è stato “un grande uomo con un grande cuore” invece di dire le cose come stanno, cioè che era un grande uomo con un grande odio, e lo sputava fuori con furia biblica. Invano: “Odio con odio perfetto” era un dono del cielo per il grand’uomo.
La morte di Ian Paisley non deve significare la morte della nostra etica nel linguaggio. Di sicuro è stata già danneggiata, non perché ci siamo trovati a parlare inglese o scozzese dell’Ulster, ma perché siamo stati indotti a desiderare di esprimerci nel gergo del processo di pace, l’Ambiguese (Weaselanto in originale, NdT), in modo che potremmo trovarci a non avere le parole giuste per descrivere cose sbagliate.
In casa mia non ci saranno feste per la morte di Ian Paisley. Né sarà pianto o rimpianto. Sarebbe meno che umano, però, dire che non ci sia un’ombra di dispiacere non che sia morto, ma che sia vissuto.

Ian Paisley, nato in un’Irlanda divisa nel 1926, morto in un’Irlanda divisa nel 2014 ‘dopo una lunga battaglia con l’odio’. Gli sopravvivono più persone costrette a vivere in un’Irlanda divisa di quante ce ne siano mai state.

(traduzione di Elena Chiorino)

La stretta di mano che darà ragione agli irlandesi

Cosa c’è di sorprendente nella visita della regina Elisabetta in Irlanda del Nord? Da giorni sia la stampa inglese che quella irlandese si stanno scatenando in un profluvio di commenti e titoli a nove colonne con i consueti aggettivi roboanti (‘storico’, ‘eccezionale’, ‘incredibile’ e via enfatizzando) per annunciare la stretta di mano in mondovisione che ci sarà domani con il vicepremier nordirlandese Martin McGuinness, già Capo di Stato Maggiore dell’I.R.A. negli anni cruciali del conflitto. Se è vero che la politica e la storia sono fatte anche di momenti simbolici, di certo è stata molto più ‘storica’ la visita dell’ottuagenaria sovrana al Giardino della Memoria dei martiri dell’indipendenza irlandese, l’anno scorso. In un grigio pomeriggio dublinese depose una corona di fiori e chinò il capo di fronte al monumento che commemora i caduti feniani. Fu, quello, uno straordinario atto di legittimazione della lotta per la liberazione dell’Irlanda. Non può sorprendere neanche che il rappresentante di maggior spicco di quello che un tempo era il partito repubblicano, indipendentista e antibritannico per antonomasia – adesso divenuto ministro – accetti di stringere la mano alla regina, semplicemente perché per i ministri britannici incontrare la regina e stringerle la mano è una cosa normale.
Non pochi repubblicani irlandesi stanno esprimendo da giorni tutto il loro sdegno per quello che considerano un ulteriore affronto arrecato alla memoria dei caduti per la causa di un’Irlanda unita e liberata dal giogo britannico. Istintivamente è assai difficile dar loro torto, anche se lo stesso McGuinness ha fatto di recente qualcosa di assai peggiore, quando definì ‘traditori’ i repubblicani dissidenti che continuano a chiedere le stesse cose che chiedeva lui – armi in pugno – fino a una quindicina d’anni fa. L’esponente del Sinn Féin cercherà di recuperare il terreno perduto l’anno scorso, quando il suo partito si tenne in disparte durante la visita di stato della regina a Dublino e suggellerà definitivamente la ritirata da quegli ideali che non molto tempo fa spinsero centinaia di uomini e donne a combattere e morire nelle strade e nelle carceri. Non sarebbe stato così se l’ex combattente McGuinness avesse incontrato il capo di Stato nemico dopo aver ottenuto l’indipendenza, non in qualità di funzionario di un ingranaggio postcoloniale che per anni ha cercato di distruggere in ogni modo. La ricerca e il mantenimento del potere, diceva Machiavelli, non possono dipendere da questioni morali e McGuinness pare averlo capito molto bene. Ma se ci si sforza di osservare l’incontro da un’altra prospettiva, l’unico fatto realmente straordinario è che la regina d’Inghilterra abbia accettato d’incontrare l’uomo che, da capo di Stato Maggiore dell’I.R.A., nel 1979 dette l’ordine di far esplodere l’ordigno che uccise il suo amatissimo cugino, il viceré dell’India Lord Louis Mountbatten e un gruppo di altri suoi familiari. L’uomo che negli anni ’80 ha orchestrato tutte le principali azioni dell’esercito repubblicano irlandese, mettendo a segno clamorosi attentati sia in Irlanda del Nord che sul suolo inglese. Quando se lo troverà di fronte non serviranno le parole. Stringendogli la mano, l’ultimo simbolo vivente del colonialismo inglese legittimerà ancora una volta le ragioni degli irlandesi nella loro plurisecolare lotta per la libertà.
RM

Quello di Long Kesh fu un martirio inutile?

“Mio padre è stato lasciato morire per niente”

La figlia di Mickey Devine accusa il Sinn Fein

La 35enne Louise Devine ha trascorso tutta la sua vita senza suo padre, dopo averlo visto morire di fame in carcere quando era solo una bambina piccola. È cresciuta forte e temprata dal dolore, convinta che suo padre è stato un eroe e che il suo sacrificio sovrumano è servito a dare la libertà agli irlandesi scrivendo la storia di uno dei momenti-chiave del conflitto con Londra. Nella primavera- estate del 1981 dieci giovani prigionieri rinchiusi nel carcere di Long Kesh cominciarono uno sciopero della fame che li avrebbe portati alla morte in rapida successione. Il primo era Bobby Sands, l’ultimo sarebbe stato Mickey Devine, il papà di Louise. Una manciata di anni fa la giovane donna ha visto incrinarsi tutte le tragiche ma confortanti certezze nelle quali aveva fino ad allora avvolto il suo incubo personale.

I martiri di Long Kesh. Mickey Devine è l'ultimo a destra, nella seconda fila

I capisaldi della sua vita hanno cominciato a sprofondare lentamente leggendo le pagine del libro Blanketmen, nel quale l’autore Richard O’Rawe – anch’egli reduce da quella tragica esperienza carceraria di trent’anni fa – ha raccontato l’esistenza di un accordo segreto formulato dal governo britannico che avrebbe potuto salvare la vita agli ultimi sei irlandesi in sciopero della fame. Un accordo che la leadership del partito Sinn Féin avrebbe rifiutato senza sottoporlo alle famiglie dei prigionieri in sciopero, perché voleva ottenere il massimo beneficio in termini elettorali dallo scontro carcerario. Se quell’accordo fosse stato accettato si sarebbero salvati in sei, tra questi c’era anche “Red Mickey”, il ragazzo di Derry con i capelli rossi, padre di due figli e militante del gruppo di estrema sinistra INLA. E’ certo che un libro – anche se contiene rivelazioni clamorose e molto documentate – non può bastare da solo a riscrivere la storia di un martirio contemporaneo, svalutandone l’utilità concreta oltre al significato epico. Ma da quando Blanketmen è apparso sugli scaffali delle librerie sono accadute molte cose che hanno purtroppo confermato la tesi del suo autore, che due anni fa è uscito con un altro volume – Afterlives – che arricchisce la vicenda di ulteriori particolari. Liam Clarke, uno dei veterani del giornalismo irlandese, ha poi scovato l’accordo originale consegnato in carcere da un emissario del governo di Londra. E a confermare tutto, alcune settimane fa, è giunta anche la pubblicazione di una serie di documenti declassificati dagli archivi di Stato britannici allo scadere della regola dei trent’anni. Ecco perché oggi Louise Devine si sente crollare la terra sotto i piedi e lancia un pesante atto d’accusa contro la dirigenza del Sinn Féin. “Esiste ormai una montagna di prove sull’esistenza di un’offerta degli inglesi, che fu accettata dalla direzione carceraria dell’IRA, ma venne respinta dalla dirigenza esterna – ha affermato la ragazza in un’intervista al quotidiano Sunday World – se papà avesse saputo di quella proposta, avrebbe terminato il suo sciopero. Era un uomo giovane con due figli che adorava e meno di due anni ancora da scontare in prigione. Aveva tutte le ragioni per continuare a vivere. Invece ha trascorso sessanta giorni d’agonia ed è morto per niente, perché gli inglesi erano già disposti a soddisfare quasi tutte le richieste dei prigionieri”. Louise ha detto di essere disgustata dai vertici partito repubblicano e ha chiesto un incontro urgente con Gerry Adams, Martin McGuinness e altri personaggi-chiave che 30 anni fa gestirono da fuori dal carcere quella fase drammatica. “Voglio delle risposte. Avevo solo cinque anni quando ho visto mio padre agonizzare e poi morire in quel campo di concentramento che era la prigione di Long Kesh. Mi sono seduta sul suo letto e lui non riusciva neanche a vedere me e mio fratello perché era cieco. Mi ricordo le lacrime che gli colavano sul viso quando l’abbiamo lasciato per l’ultima volta”. I Devine sono la prima famiglia di una vittima dello sciopero del 1981 che si scaglia frontalmente contro la leadership del Sinn Féin in seguito alle recenti rivelazioni.
RM