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Mandela, autobiografia della riconciliazione

Avvenire, 3.2.2018

“Con la libertà vengono le responsabilità, e io non oso indugiare: il mio lungo cammino non è ancora finito”. La monumentale autobiografia di Nelson Mandela Lungo cammino verso la libertà, uscita per la prima volta in Italia nel 1995, si concludeva con questa frase evocativa, dalla quale prende avvio l’attesissimo seguito di quel libro che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo, ispirando anche una recente riduzione cinematografica. Uscito in inglese nell’autunno scorso, Dare Not Linger, il nuovo capitolo sulla vita di uno dei più grandi statisti del XX secolo sta per uscire anche in traduzione italiana col titolo La sfida della libertà. Come nasce una democrazia (Feltrinelli). Racconta gli anni che seguirono la caduta del brutale regime dell’apartheid, dal 1994 al 1999, nei quali Mandela divenne il primo presidente nero del nuovo Sudafrica democratico. Una fase storica cruciale di transizione dopo decenni di dittatura che non era stata finora approfondita, e la cui rilettura appare particolarmente utile anche alla luce degli ultimi sviluppi della politica sudafricana. Mandela cominciò a lavorare al manoscritto di questa seconda autobiografia alla fine del mandato presidenziale ma alla sua morte, nel 2013, la prima bozza del testo non risultava ancora conclusa. Aveva scritto di suo pugno circa settantamila parole, prima che il venir meno delle forze non gli impedisse di continuare. L’arduo compito di portare a termine il lavoro è stato affidato, d’intesa con la Fondazione Nelson Mandela, a una delle voci letterarie più autorevoli del moderno Sudafrica, il poeta e romanziere Mandla Langa, che fu a sua volta incarcerato e poi esiliato dal regime di Pretoria negli anni ‘70. Usando i manoscritti originali, gli appunti e le interviste alle figure politiche di spicco di quegli anni, oltre a materiale d’archivio ancora inedito, Langa è riuscito a ultimare il progetto incompiuto di Mandela anche in vista del centenario della sua nascita, che sarà celebrato il 18 luglio prossimo.
Dal libro non emerge soltanto la sua evoluzione da rivoluzionario a statista, da simbolo della resistenza a politico impegnato nella gestione del potere dopo un’estenuante lotta per la libertà. Suddiviso in capitoli tematici, ciascuno dei quali analizza la trasformazione dello stato, dell’economia e della società sudafricana, il volume racconta anche come Mandela interpretò il suo ruolo di primo presidente del Sudafrica post-apartheid, la sua strategia politica solcata da proverbiali gesti di riconciliazione, l’incessante impegno a difesa di quella rivoluzione democratica di cui era stato protagonista, lo stretto controllo dell’economia e dell’apparato di sicurezza dello stato. “Mi ritengo fortunato”, scrive Mandela, “perché la Storia mi ha permesso di prendere parte alla transizione del Sudafrica verso una nuova era per la quale abbiamo gettato le fondamenta insieme”.
Dalle pagine affiora l’immagine di un leader politico d’altri tempi, abituato a rompere le regole e le convenzioni, a non seguire quasi mai i discorsi scritti, un presidente che poteva insistere per rifarsi il letto in un albergo o pulirsi le scarpe da solo, come ci mostra un’eloquente foto che lo ritrae durante uno spostamento in aereo. C’è poi il gigantesco profilo politico, con risvolti ed episodi inediti che evidenziano i rapporti non sempre idilliaci con il suo predecessore alla presidenza, il bianco Frederik de Klerk, l’uomo che ordinò la sua scarcerazione e nel 1993 fu poi insignito del Nobel insieme a lui. Quando de Klerk gli scrive, chiedendogli di impegnarsi per porre fine alle violenze nella provincia sudorientale del Kwazulu-Natal, Mandela gli risponde a muso duro: “piuttosto che suggerire incontri privi di utilità, preferirei avere un tuo contributo su come affrontare il retaggio del disumano sistema di apartheid del quale sei stato uno degli ideatori”.
Ma la battaglia più grande che Mandela si trova a dover affrontare nel Sudafrica post-apartheid è quella contro la diffusione della piaga dell’Aids, una sfida che lo vedrà infine soccombere e che in anni recenti, come in un fatale contrappasso, gli porterà via anche l’unico figlio maschio. Nei suoi anni da presidente iniziano a scoppiare anche i cosiddetti “Aids scandals” legati ad altrettanti casi di corruzione: nel 1996 la campagna Serafina II per diffondere l’educazione all’Hiv tra le masse travolse l’allora ministro della salute Nkosazana Dlamini-Zuma. Quando la donna gli presentò le dimissioni, Mandela le respinse attirandosi non poche critiche. Sarebbe stato il preludio di un futuro sempre più a tinte fosche, destinato a deflagrare già all’epoca di Thabo Mbeki, il successore che lui stesso aveva designato. Ancora oggi molti suoi detrattori ritengono che Mandela sia almeno in parte responsabile del disastro dell’Aids in Sudafrica – la cui diffusione è cresciuta in modo esponenziale proprio tra gli anni ’90 e Duemila – e degli altri mali di un paese che da tempo versa in una grave crisi, sempre più falcidiato dagli scandali e dalla corruzione. Nella prefazione a questo La sfida della libertà, Langa rievoca i canti della folla riunita alla conferenza del 1997, quella che vide Mandela lasciare per sempre la presidenza dell’African National Congress. “Qualunque cosa fosse accaduta da quel momento in poi, il Sudafrica non sarebbe stato mai più lo stesso, perché non esisteva nessun altro come lui”. E forse proprio il suo idealismo e la sua statura morale gli impedirono di rendersi conto della modestia e della meschinità dei suoi successori. Leggendo questo libro si comprende quanto il Sudafrica odierno abbia tradito molti degli ideali propugnati da Mandela, e quanto la sua gigantesca eredità politica, intellettuale e umana rappresenti un monito per le generazioni future.
RM

Tra ville e favori, Zuma è al capolinea

Venerdì di Repubblica, 23.6.2017

Finora né gli scandali finanziari, né le gigantesche manifestazioni di piazza, né le mozioni di sfiducia del suo stesso partito erano riuscite a scalfire il suo potere: il presidente sudafricano Jacob Zuma era sempre riuscito a salvarsi, dimostrando di essere un politico dalle sette vite. Ma adesso il 74enne ex veterano della lotta anti-apartheid rischia di finire travolto da una valanga di documenti che confermerebbero gravissime accuse contro di lui, il cui contenuto è già in parte trapelato sulla stampa sudafricana. A scoperchiare il vaso di Pandora è stato AmaBhungane, un rispettata Ong locale nota per aver rivelato gravi casi di corruzione governativa. Il suo gruppo di giornalisti investigativi è entrato in possesso di decine di migliaia di email e altri documenti riservati che farebbero definitivamente chiarezza sul cosiddetto “Guptagate”, ovvero i legami tra il leader dell’ANC e i Gupta, una ricca e potente famiglia di origine indiana giunta in Sudafrica dopo la fine dell’apartheid per gestire importanti affari nel campo dell’estrazione di risorse, dell’ingegneria e dell’informatica. La polizia di Johannesburg ha aperto un’inchiesta sulle compromettenti email che dimostrerebbero il ruolo centrale svolto dalle società controllate dai Gupta nel manipolare l’assegnazione di contratti pubblici per centinaia di milioni di dollari. Da parte sua, Zuma avrebbe permesso ad alcuni membri della famiglia di influenzare le nomine decise dalla sua amministrazione, cacciando le figure sgradite e ottenendo in cambio favori. Sia lui che i portavoce dei Gupta hanno respinto tutte le accuse mentre Mmusi Maimane, leader del partito d’opposizione Democratic Alliance, attacca: “i documenti confermano che Zuma è alla guida di uno stato criminale e usa le istituzioni per arricchire sé stesso e i suoi amici”.
Il presidente sudafricano è nell’occhio del ciclone da tempo, e non solo perché una delle sue moglie e due dei suoi figli hanno avuto ruoli dirigenziali o hanno seduto nei consigli di amministrazione di alcune società del gruppo. Nei mesi scorsi un tribunale ha stabilito che aveva utilizzato circa 20 milioni di euro di fondi pubblici per ristrutturare la sua casa, poi l’authority nazionale anti-corruzione ha diffuso un rapporto che chiedeva di istituire una commissione d’inchiesta proprio sui suoi rapporti con i Gupta. Nel frattempo le piazze di Pretoria e di altre città del paese si sono riempite di manifestanti che invocavano a gran voce le sue dimissioni, anche perché il Sudafrica sta attraversando da tempo una grave crisi economica a causa della spesa pubblica fuori controllo e della cattiva gestione delle imprese statali. Le proteste sono divampate di nuovo nell’aprile scorso, quando Zuma ha deciso di cacciare il ministro delle finanze Pravin Gordhan, un politico molto rispettato proprio perché stava cercando di contrastare la corruzione e limitare gli sprechi di denaro pubblico. Infine il Sunday Times sudafricano ha riportato anche la notizia di una villa da 25 milioni di dollari acquistata dai Gupta a Dubai per garantire un buen retiro a Zuma quando andrà in pensione. Forse prevedendo che il suo mandato presidenziale non arriverà alla naturale scadenza, prevista nel 2019.
RM

Il futuro del Sudafrica si decide ai funerali

Venerdì di Repubblica, 26.5.2017

I leader politici di successo, in Sudafrica, devono saper parlare anche ai morti. Nel dicembre prossimo l’African National Congress, il partito che governa il paese dalla fine dell’apartheid, terrà il suo congresso per eleggere il successore di Jacob Zuma, presidente dal 2007, ma se le regole interne non saranno cambiate in corsa, i candidati non potranno svolgere campagna elettorale usando i metodi tradizionali. Nello statuto del partito che fu di Nelson Mandela vige infatti ancora una regola risalente ai tempi lontani in cui l’Anc era un movimento di resistenza clandestino, e che vieta ai suoi leader la partecipazione a comizi e manifestazioni politiche. Per aggirare una norma del tutto anacronistica, che fu varata per motivi di sicurezza e dovrebbe essere presto abolita, i candidati hanno però studiato un metodo ingegnoso. Partecipano con assiduità alle funzioni religiose, alle cerimonie funebri e alle tumulazioni, trasformandole in opportunità per fare proseliti, con il ricordo del ‘caro estinto’ che sfocia spesso in un vero e proprio intervento politico dal pulpito, senza dare troppo nell’occhio. La campagna elettorale al cimitero è infatti un’arte raffinata: bisogna saper lanciare un messaggio conciso ed efficace ma senza farlo apparire un comizio, per non incorrere nelle sanzioni disciplinari previste dal regolamento del partito. La “star” di questo modo alternativo di fare propaganda elettorale è Nkosazana Dlamini, una delle mogli dell’attuale presidente Zuma, che pare anche intenzionata a succedergli alle presidenziali del 2019.

Nkosazana Dlamini

Ma il suo rivale più accreditato alla presidenza dell’Anc, l’attuale vicepresidente Cyril Ramaphosa, non è da meno: qualche settimana fa ha aperto la sua campagna elettorale ‘sotto copertura’ pronunciando un accorato discorso politico durante una conferenza in memoria di Chris Hani, un leader della lotta anti-apartheid assassinato nel 1993.
RM

I guerrieri dimenticati del Sudafrica

di Gianni Sartori

Se questo paese è libero – si rammaricava un ex guerrigliero – e ha potuto organizzare eventi come la Coppa del mondo, lo deve all’MK”, Umkonto we Sizwe, il braccio armato dell’African National Congress (ANC). Ma sembra che all’epoca nessun alto dirigente si fosse recato nel misero ufficio dei reduci, con le pareti ricoperte da manifesti ingialliti, per invitare qualche veterano alle manifestazioni.
863331_733175Tutto era cominciato il 21 marzo 1960. Quel giorno in diversi centri urbani della Repubblica Sudafricana si svolsero manifestazioni, organizzate dal Pan African Congress (PAC), contro l’obbligo per i neri di portare con sé un lasciapassare. Il regime rispose massacrando a Sharpeville decine di persone. Ufficialmente le vittime furono sessantanove, ma i testimoni sostengono che furono molte di più. Altre vittime a Langa (52 morti) e a Nyanga. Seguirono scioperi, manifestazioni, scontri con barricate e assalti agli uffici del Native Affairs Department. Migliaia di persone vennero arrestate, mentre le truppe isolavano i centri della rivolta. In aprile, il governo metteva fuori legge l’ANC e il PAC. Entrambe le organizzazioni costituirono un braccio armato. L’ANC con l’Umkonto we Sizwe (MK, “Ferro di lancia della nazione”) e il Pac con le unità Pogo (“Noi stessi”). Le prime azioni armate dell’MK contro alcuni palazzi ministeriali a Johannesburg, Port Elisabeth e Durban risalgono al dicembre 1961. Nel 1963, a Rivonia, vennero arrestati vari dirigenti dell’organizzazione clandestina e la guerriglia si trasferì nei paesi amici della “linea del fronte”: Zambia, Mozambico, Tanzania, Angola. Proprio in Angola vennero scritte alcune delle pagine più oscure della lotta di liberazione. Accusati di indisciplina e ingiustamente sospettati di tradimento, alcuni guerriglieri del “Campo 4” vennero torturati dai loro stessi compagni. Altri vennero fucilati per essersi rifiutati di tornare a combattere. In seguito, negli anni ’80, l’MK porterà a segno alcune delle sue azioni più spettacolari e disperate: attentati contro i depositi di carburante e lanci di granate contro una centrale nucleare.
Oggi i sopravvissuti dicono di sentirsi “messi da parte, cancellati dalla memoria del paese” come i volti dei loro antichi compagni, morti in combattimento o impiccati nelle carceri. Anche Mandela, il loro ex comandante, sembrava averli dimenticati. L’altro leader, Chris Hani (esponente dell’ANC e del SACP, il partito comunista sudafricano) era stato ammazzato in circostanze non del tutto chiare. Ufficialmente da bianchi razzisti, ma non si esclude un regolamento di conti interno all’ANC.
Divenuto presidente, Jacob Zuma, per un breve periodo esponente dell’MK, aveva costituito un segretariato dotandolo di un modesto finanziamento. Un gesto comunque di buona volontà, anche se per la maggior parte di questi freedom fighters era ormai troppo tardi. Molti ex combattenti, ricordava Kebby Maphatsoe “vivono per la strada e per mangiare rovistano nella spazzatura”. Analogo destino per chi faceva parte delle Unità di autodifesa (SDU), 45mila ragazzi che negli anni ’80 presero alla lettera la consegna di “rendere ingovernabili le townships”. Agli scontri con l’esercito e la polizia si aggiunsero i conflitti settari con l’Inkhata Freedom Party (IFP, definiti “Quisling”, collaborazionisti) e le lotte fratricide con formazioni minori. Una guerra civile a bassa intensità, alimentata ad arte dai servizi segreti del regime di Pretoria.
Con la fine dell’apartheid, dopo un rapidissimo processo di smobilitazione delle strutture della guerriglia, in parte erano stati arruolati nell’esercito. Si temeva che questi uomini, provvisti di armi e abituati ad usarle, venissero utilizzati da gruppi più radicali o dalle gang criminali. La maggior parte non riuscì ad inserirsi e abbandonò l’esercito ritrovandosi in una condizione di emarginazione. Il giornalista Jean-Philippe Rémy del quotidiano francese Le Monde ne aveva incontrati alcuni che si sono isolati sulle montagne del Magaliesberg, non lontano da Johannesburg. Perseguitati dai ricordi, avevano iniziato un processo di purificazione tradizionale che si richiama alle tradizioni guerriere dei popoli nativi.

Emily, la “Gandhi” del Sudafrica

emily“La donna più nobile e coraggiosa”, secondo il Mahatma Gandhi. “Una donna maledetta”, nell’opinione del generale inglese Lord Kitchener, l’uomo forte delle guerre angloboere. Queste due definizioni diametralmente opposte rappresentano il paradigma perfetto della vita e dell’opera di Emily Hobhouse: poco più di una nota a piè di pagina nei libri di storia britannica ma tuttora considerata un’eroina nazionale in Sudafrica, dove denunciò l’esistenza dei campi di concentramento di Sua Maestà, nei quali trovarono una morte orrenda decine di migliaia di boeri. Poiché la storia è spesso fatta anche di punti di vista, poche figure sono riuscite a dividere l’opinione pubblica nell’Inghilterra vittoriana come questa Giovanna d’Arco vissuta all’inizio del XX secolo. Infermiera, pacifista, militante politica, attivista per i diritti umani e, di fatto, missionaria laica nel Sudafrica dilaniato dalle guerre angloboere. Fu proprio lei a scoprire, per prima, le condizioni di vita di donne e bambini rinchiusi su base etnica nei campi d’internamento ai quali alcuni decenni dopo si sarebbero ispirati anche i nazisti del Terzo Reich. Quando nel 1899 scoppiò la seconda guerra contro i coloni sudafricani di origine olandese, Emily Hobhouse non si limitò a organizzare le proteste e a schierarsi apertamente contro il potere imperiale britannico, ma iniziò a raccogliere fondi per aiutare le vittime civili. La sua storia viene raccontata nel dettaglio in That Bloody Woman: the Turbulent Life of Emily Hobhouse (Truran Books), un libro costato otto anni di ricerche al giornalista inglese John Hall, e che si propone di restituire il ruolo che la Storia ha finora inspiegabilmente negato a questa donna originaria di un piccolo paese della Cornovaglia.
Non appena sentì parlare dell’esistenza di un campo di concentramento inglese a Port Elisabeth, la Hobhouse decise di partire per il Sudafrica, dove la realtà che le si parò di fronte agli occhi superava ogni più pessimistica previsione. Quando iniziò a indagare, scoprì che i campi attivi erano già ben quarantacinque, da Johannesburg a Springfontein, da Norvalspont a Kroonstad, da Potchefstroom a Kimberley, fino ad arrivare a Bloemfontein, dov’erano imprigionate circa duemila persone, per la maggior parte donne e bambini. “Al campo mancano i principali beni di sussistenza”, scrisse in un rapporto che recapitò al parlamento di Westminster nel 1901. “All’interno di piccole tende dall’odore nauseabondo, prive di letti e materassi, vivono fino a dodici persone che quasi non possono muoversi, prive di sapone e con un approvvigionamento idrico totalmente insufficiente. Per potersi scaldare, donne e bambini devono andare a raccogliere gli arbusti nelle colline circostanti”. E infatti a causa della fame, delle privazioni e del diffondersi delle peggiori malattie, nei campi morivano già circa cinquanta bambini al giorno, e in diciotto mesi vi furono spazzate via oltre 26000 vite umane, circa 24000 delle quali erano giovani di età inferiore ai sedici anni. Emily si batté strenuamente contro il suo governo e contro gran parte della stampa inglese che la derideva, definendola una ribelle, una bugiarda, una nemica del suo popolo. Alla fine riuscì a migliorare le condizioni di vita nei campi, facendo inviare carri ferroviari e camion carichi di viveri e beni di prima necessità. Gli appelli che rivolse alle autorità del suo paese caddero nel vuoto, ma riuscirono almeno a smuovere l’opinione pubblica, che spinse per la nomina di una commissione d’inchiesta che alla fine del 1901 visitò i campi di concentramento e fece pressioni per migliorarne le condizioni di vita. Per tutta risposta il governo di Londra si vendicò di “quella donna maledetta”, facendola espellere dal Sudafrica. Emily Hobhouse vi avrebbe fatto ritorno soltanto dopo la fine della guerra, per partecipare alla ricostruzione e alla riconciliazione del paese. Portò con sé i macchinari per insegnare alle donne boere l’arte della filatura e della tessitura. Nel Transvaal e nello Stato Libero d’Orange avviò oltre venti scuole per dare un futuro ai sopravvissuti. È qui che conobbe Gandhi, col quale strinse una collaborazione che la portò in seguito anche a prendere a cuore la causa dell’indipendenza dell’India. Morì a Londra nel 1926 e la sua morte, passata quasi inosservata in Inghilterra, fu invece un evento in Sudafrica, dove oltre ventimila persone la salutarono come una principessa, nel corso dei funerali di stato più solenni mai concessi a uno straniero. Questa biografia, arricchita da oltre una cinquantina di fotografie inedite e dalle mappe dei campi di concentramento scoperti e visitati dalla Hobhouse, contribuirà a far riscoprire la vicenda di questa eroina del XX secolo e riuscirà, forse, a regalarle il posto che si merita nella nostra storia recente.
RM