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Irlanda, la rivoluzione di Higgins

Avvenire, 3.10.2018

Sono trascorsi molti anni da quando Norberto Bobbio denunciò per la prima volta il cortocircuito tra etica e politica. “Il senso comune sembra aver accettato che la politica ubbidisca a un codice di regole differente e in parte incompatibile con la condotta morale” affermò il grande filosofo, le cui parole suonano oggi profetiche di fronte alla deriva cui stiamo assistendo in Italia e in altre parti del mondo. Quando nel 2014 ci capitò di incontrare il presidente della Repubblica d’Irlanda Michael D. Higgins in occasione della lunga intervista che concesse ad Avvenire, la sensazione fu quella di trovarsi di fronte a un alieno. Un poeta, un personaggio dalla grande statura morale che spiccava come un gigante nell’attuale panorama politico internazionale. Ci colpì per la sua profonda cultura e per la sua semplicità d’altri tempi, la stessa che gli irlandesi hanno avuto modo di apprezzare in questi anni in cui, pur essendo il presidente, l’hanno visto comportarsi come un comune cittadino, passeggiare con i suoi cani, fare la fila al bancomat. “In politica la penso esattamente come papa Francesco – ci aveva detto in quell’intervista – per secoli il mondo occidentale si è battuto per raggiungere una forma compiuta di democrazia. Ma adesso è condizionato dalla gestione tecnocratica di un singolo modello economico che è incapace di affrontare una gigantesca bolla speculativa, e che sta di fatto rendendo schiavo il mondo”. Grande intellettuale ma al tempo stesso uomo profondamente impegnato nella sfera pubblica, Higgins incarna alla perfezione il rapporto simbiotico che la cultura e la politica hanno da sempre nel suo paese, è l’esempio tangibile di come la letteratura e i diritti civili, la poesia e la lotta pacifista possano dialogare fino a completarsi a vicenda. Negli anni la sua opera poetica ha dato forma alle grida dei poveri, degli emarginati e di tutti i senza voce, mentre il suo impegno politico è stato improntato con coerenza a una critica radicale nei confronti delle tendenze neoliberali e populiste. Della sua ricca produzione letteraria era già uscita in Italia la raccolta Il tradimento e altre poesie (Del Vecchio editore), ma il pubblico italiano non aveva finora avuto occasione di conoscere il profilo politico di “Michael D”, come viene chiamato affettuosamente dagli irlandesi. Per colmare questa lacuna viene adesso pubblicato per la prima volta in Italia un piccolo ma significativo libro che raccoglie alcuni suoi recenti discorsi sulla pace, la cooperazione internazionale, i diritti civili e l’emancipazione femminile. Si chiama Donne e uomini d’Irlanda. Discorsi sulla rivoluzione (Aguaplano editore, traduzione e introduzione di Enrico Terrinoni) ed evoca alcuni momenti decisivi del ‘900 irlandese testimoniando la volontà di un ritorno a principi basilari dell’umanità come l’uguaglianza, la pari dignità, il rifiuto della guerra e del razzismo, la forza di schierarsi dalla parte dei deboli e di respingere ogni pensiero dominante. Pur citando alcuni snodi cruciali della recente storia dell’Irlanda (in primo luogo l’insurrezione di Pasqua del 1916) è una lettura che assume ben presto un respiro universale. D’altra parte non è un caso che persino un grande storico del XX secolo come Eric Hobsbawm abbia affermato che la rivolta irlandese ‘16 favorì e accelerò il processo di decolonizzazione, e sia stata d’esempio per altri paesi in lotta per l’emancipazione come India, Australia e Sudafrica. Higgins si sofferma sulla visione politica lungimirante ed egalitaria del movimento indipendentista e del suo leader storico, il socialista James Connolly, e usa tutta la sua autorevolezza di poeta-presidente per correggere alcune ingiustizie promosse da una storiografia di parte che – al pari di quanto accaduto per la Resistenza italiana – ha messo ad esempio la sordina al ruolo svolto dalle donne in quella rivolta che segnò l’atto fondativo dell’Irlanda moderna. Finora la storia ha infatti ingiustamente trascurato il contributo fondamentale di figure come Leslie Price, Kathleen Browne, Margaret Skinnider e tante suore cattoliche che si prodigarono in un periodo in cui l’accesso all’istruzione e alle carriere professionali era quasi precluso alle donne. Ma appare soprattutto inspiegabile, fa notare Higgins, che sia caduto nell’oblio un personaggio straordinario come Eva Gore-Booth, pacifista, suffragetta e sindacalista che si batté per i diritti delle lavoratrici e difese l’obiezione coscienza contro la coscrizione obbligatoria durante una fase storica dominata dal militarismo, come quella della Prima guerra mondiale.
Dopo aver viaggiato a lungo in America Latina prima di diventare presidente, Higgins si dice ormai convinto – citando Eduardo Galeano – che il sistema capitalista abbia sacrificato la giustizia in nome della libertà mentre il cosiddetto “socialismo reale” abbia invece sacrificato la libertà in nome della giustizia. La sfida del nuovo millennio è dunque quella di cercare di farle camminare insieme, con pari dignità. “Ci siamo avvicinati a un punto di crisi politica, sociale, culturale ed ecologica – afferma in un discorso pronunciato a Cuba – che richiede l’articolazione di nuovi modelli di coesistenza, di sviluppo e di cooperazione internazionale. Da qui la necessità di imboccare la strada di uno sviluppo socialmente sostenibile, legato alla promozione della libertà politica e dei diritti civili, lontano da ogni forma di autoritarismo”. Ormai giunto al termine del suo primo mandato, Higgins cercherà di essere confermato alle elezioni del 26 ottobre prossimo, forte di una popolarità che l’ha fatto diventare uno dei presidenti più amati nella storia dell’Irlanda. Una figura, quella del presidente irlandese, che pur essendo eletta dal popolo ha un ruolo assai limitato di guardiano della Costituzione e di rappresentante dello Stato negli affari internazionali. Ma con il potere della parola, della cultura e con il suo esempio di moralità, Higgins è riuscito a dare una lezione di umanesimo che ha varcato i confini del suo paese e ha lanciato un segnale di speranza e ottimismo per il futuro.
RM

“La figlia del partigiano O’Connor” di M. Marziani

Recensione uscita su Avvenire del 5.1.2018

Pablita O’Connor è una donna d’altri tempi, risoluta ma non priva di incertezze, che racchiude già nel suo nome l’impetuoso fluire del Novecento, un secolo di ideali, speranze, rivoluzioni. E inganni. A sessantacinque anni, rimasta vedova, sente forte il richiamo delle proprie radici e decide di lasciarsi alle spalle una vita trascorsa nelle valli alpine piemontesi per conoscere la leggendaria storia di suo padre, ripercorrendo a ritroso il viaggio che molti anni prima l’aveva portato dall’Irlanda all’Italia, passando per la Spagna. Dal piccolo paesino di Roundstone, nel Connemara, il giovane Malachy O’Connor era partito negli anni ‘30 per andare a Barcellona a difendere la Repubblica contro il fascismo. Era stato un partigiano della Quindicesima brigata internazionale, aveva combattuto nella famosa colonna irlandese intitolata a James Connolly finendo poi confinato a Ventotene. In Italia gli avevano cambiato nome, trasformandolo in Mario Occone, e dopo la guerra aveva deciso di trasferirsi in val d’Ossola – dove sarebbe rimasto fino alla morte – seppellendo la sua prima vita sotto una fitta coltre di oblio. In La figlia del partigiano O’Connor (edizioni Clichy), lo scrittore riminese Michele Marziani riannoda i fili del XX secolo collegando il passato al presente con il filtro potente della letteratura. Lo fa raccontando una piccola vicenda individuale che cresce fino a solcare la grande storia seguendo il pellegrinaggio di Pablita, che parte alla scoperta del suo passato nel tentativo di trovare una risposta alle tante domande che la assillano da una vita. Ispirato da una famosa canzone di Christy Moore (Viva la Quinta Brigada), al quale il libro è dedicato, Marziani lavora sulla lingua e sulle immagini costruendo un personaggio femminile chiamato a ricomporre i frammenti del passato e a fare i conti con una memoria a lungo conservata ma destinata a velarsi di ombre, poco a poco. Descrive con una prosa magnetica lo stupore della protagonista, che ha i capelli rossi, le efelidi e l’aspetto tipicamente irlandese ma in Irlanda non ha mai messo piede. Quel paese l’ha conosciuto soltanto attraverso le descrizioni, i gesti e le abitudini di suo padre e quando lo visita per la prima volta “si sente piccola e sola, spaesata, di fronte a questo paese dalla natura così prorompente, quasi violenta, immensa, grandiosa, avvolgente. Non trova le parole, si sforza ma tutto questo è un paesaggio troppo grande, eccessivo, per una donna sola”. Pablita arriva in Irlanda al termine del suo viaggio, dopo le precedenti tappe a Ventotene e a Barcellona, in un crescendo di scoperte e di incontri inaspettati che alla fine cambieranno il senso della storia, facendole scoprire luoghi e vicende assai diverse da come se l’era immaginate. Quando finalmente riuscirà a completare il ritratto di un padre con il quale era cresciuta senza riuscire a conoscerlo fino in fondo, molte delle sue certezze svaniranno insieme a quegli ideali che non si riveleranno altro che alibi per fuggire di fronte alle proprie responsabilità. “Quell’uomo che ha amato, venerato, difeso, ricordato per tutta la vita all’improvviso non le piace più. Anzi, le fa schifo. Anzi, non lo sa. Perché per dare giudizi bisogna sapere. Altrimenti si rischia di sbagliare. Lei in qualche modo si è sbagliata per tutta la vita”.
RM

Irlanda 1916: Pasqua di libertà

Avvenire, 24.3.2016

Easter1916460Il foro di un proiettile esploso cento anni fa, nei giorni della grande insurrezione di Dublino della Pasqua 1916, è ancora oggi ben visibile su uno degli angeli alati che circondano il monumento bronzeo di Daniel O’Connell, nel cuore della capitale irlandese. Può sembrare quasi una tragica ironia della sorte, poiché nell’Ottocento colui che gli irlandesi hanno ribattezzato il “Liberatore” lottò per tutta la vita con metodi nonviolenti per raggiungere l’emancipazione dei cattolici del suo paese. Ma un secolo fa tutta l’Irlanda era ancora una colonia britannica soggetta alle leggi di Londra e priva di un proprio parlamento. I ribelli che insorsero contro l’Impero non avevano scelto a caso quei giorni. Volevano infatti compiere un gesto catartico capace di risvegliare la coscienza nazionale identificando la rivolta e la liberazione del paese con la Pasqua di Resurrezione. “Nel nome di Dio e delle generazioni scomparse dalle quali deriva la sua lunga tradizione nazionale, l’Irlanda per mezzo nostro chiama i suoi figli sotto la sua bandiera e lotta per la propria libertà”: così iniziava la storica proclamazione del governo provvisorio della Repubblica, letta da Patrick Pearse il Lunedì di Pasqua del 1916 davanti all’edificio delle Poste Centrali di Dublino, nell’odierna O’Connell Street. L’elemento spirituale della rivolta fu dunque scolpito nel documento su cui il moderno stato irlandese affonda le proprie radici. Per giorni, il New York Times dedicò all’insurrezione di Dublino articoli firmati da un reporter dal nome evocativo – Joyce Kilmer – che non mancò di sottolineare come gran parte dei leader degli insorti erano poeti, insegnanti e letterati che andarono in battaglia “con la pistola in una mano e un libro di Sofocle nell’altra”, mentre monsignor Michael O’Riordan, all’epoca rettore del Pontificio Collegio irlandese di Roma, raccontò in un famoso resoconto: “negli edifici occupati e difesi dagli insorti, si recitarono senza interruzione corone del rosario e altre devozioni. Nella domenica durante la sommossa, cercarono di avere un prete che celebrasse la messa per loro, onde compiere il precetto festivo”.
Eppure, la Easter Rising era stata organizzata e combattuta da un gruppo assai eterogeneo di ribelli. A Patrick Pearse, il rivoluzionario-poeta che nelle sue liriche aveva esaltato la necessità di un sacrificio di sangue per liberare il paese, aveva fatto da contraltare il marxismo di James Connolly; ai combattimenti presero parte esponenti della borghesia anglo-irlandese ma anche operai, sindacalisti, giovani e donne delle classe popolari. Nei sei giorni che seguirono la Settimana Santa di cento anni fa, i ribelli riuscirono a impadronirsi di postazioni strategiche in gran parte della città e a sfidare apertamente il potente esercito britannico, sebbene fossero soltanto una milizia male armata composta da poco meno di duemila effettivi. Alla fine furono costretti ad arrendersi, ma il loro eroismo cambiò per sempre la storia dell’Irlanda radicalizzando definitivamente l’opinione pubblica del paese, fino a quel momento riluttante a rivoltarsi contro gli inglesi. Ma dette anche il colpo di grazia al decadente Impero britannico e fu d’esempio per altri paesi in lotta per l’emancipazione – India, Australia e Sudafrica in primis – che riconobbero il valore universale della lotta irlandese. In pochi giorni, gli inglesi fucilarono i principali leader della rivolta trasformandoli in martiri agli occhi del popolo e in figure quasi leggendarie che avrebbero ispirato a lungo la letteratura contemporanea. Come il leader socialista James Connolly, che nelle sue ultime ore di vita si comunicò dopo essersi lasciato confessare in carcere e il diplomatico Roger Casement, originario di una famiglia protestante, che si convertì al cattolicesimo in punto di morte, chiedendo l’eucaristia prima di essere impiccato. Il primo a suggellare il simbolismo perfetto del loro sacrificio fu il premio Nobel William Butler Yeats nella sua famosa poesia Easter 1916. “Ora e nei tempi che verranno – scrisse con toni elegiaci – ovunque si indossi il verde / sono cambiati, cambiati completamente / è nata una terribile bellezza”. Cinquant’anni dopo, anche una grande scrittrice inglese come Iris Murdoch, nel suo romanzo Il rosso e il verde, riconobbe che i ribelli “erano rimasti giovani e perfetti per l’eternità perché si erano immolati in nome della giustizia, della libertà, dell’Irlanda”. Fino ad arrivare ai giorni nostri, quando un altro premio Nobel, il peruviano Mario Vargas Llosa, ha decantato la valenza mistica, oltre che civile, della libertà irlandese nel suo recente romanzo Il sogno del celta. Sono soltanto i casi letterari più noti – almeno in Italia – ma neanche il potere della letteratura basta per rendere giustizia al profondo significato politico e sociale che la Easter Rising continua ad avere per l’Irlanda. In questi giorni culmineranno in tutta l’isola le grandi celebrazioni del centenario che da mesi sta impegnando lo Stato, la società civile e il mondo accademico e culturale con l’obiettivo d’interpretare un evento-chiave della recente storia europea e trarne una spinta benefica per il futuro. Nel giorno di Pasqua il testo della storica Proclamazione sarà letto davanti all’edificio delle Poste centrali, poi il presidente della Repubblica Michael Higgins deporrà una corona di fiori alla memoria dei caduti, infine una grande parata militare attraverserà il centro di Dublino solcando i luoghi simbolo della rivolta di cento anni fa. Le celebrazioni proseguiranno per tutto l’anno e segneranno un momento storico per l’Irlanda, anche se purtroppo non saranno prive di malumori e polemiche a causa della ferita ancora aperta rappresentata dal Nord. Non pesano tanto le defezioni di qualche politico nordirlandese o i timori di possibili azioni eclatanti dei gruppi contrari al Processo di pace, quanto piuttosto l’ottuso revisionismo di chi continua a vedere nella rivolta di un secolo fa la genesi della violenza che ha insanguinato l’Irlanda del Nord in tempi più recenti. La speranza non può che arrivare dalle generazioni più giovani. Nelle settimane scorse tutte le classi delle scuole primarie del paese hanno ricevuto una copia della Proclamazione del 1916. Ai bambini è stato chiesto quali dovrebbero essere, oggi, le priorità per il futuro in un’ipotetica nuova proclamazione. Le risposte più frequenti? Porre fine alle ingiustizie economiche, offrire a tutti una corretta assistenza sanitaria e combattere ogni forma di discriminazione.
RM

Irlanda 1916, verso un centenario senza memoria?

Dopo anni di dibattiti il governo di Dublino ha finalmente lanciato le grandi celebrazioni che si terranno nel 2016 per il centenario della Rivolta di Pasqua, l’evento fondativo della Repubblica irlandese. Ma le linee guida del programma che sono state presentate giorni fa hanno scatenato l’ira dei familiari dei caduti e di chi ritiene che un tema così importante per l’identità nazionale non possa essere liquidato come l’ennesimo spot promozionale dell’“isola verde” allo scopo di attrarre turisti in anni di vacche assai magre per l’economia del paese.
Il malumore stava montando da almeno un anno, da quando è stata ufficializzata la presenza della famiglia reale inglese alle celebrazioni che si terranno tra un anno e mezzo. Una presenza che dovrebbe suggellare il processo di riconciliazione ma che molti irlandesi ritengono inopportuna, se non addirittura controproducente. La settimana scorsa è stato reso pubblico un video promozionale dal titolo Ireland Inspires 2016 che sintetizza gli ultimi cento anni di storia irlandese in un minuto e mezzo di immagini accattivanti ma ‘dimentica’ di menzionare i firmatari della dichiarazione di Pasqua del 1916, i leader della rivolta che furono mandati al patibolo dagli inglesi. Eppure, non sarà celebrato proprio il centenario di quello storico evento? Sarebbe come se in Italia organizzassimo un anniversario della Liberazione senza citare i partigiani, o dell’Unità d’Italia senza ricordare Garibaldi. Stavolta l’Irlanda è dunque riuscita nella non facile impresa di essere un paese ancora più ‘smemorato’ dell’Italia. Il problema è sempre lo stesso: quando l’Irlanda prova a fare i conti con il suo recente passato, a prevalere è sempre la sudditanza psicologica nei confronti dell’Inghilterra, peraltro accentuata da una dipendenza economico-commerciale che non è mai venuta meno.
Resisi conto del clamoroso autogol, gli organizzatori hanno cercato di correre ai ripari modificando il video: hanno inserito un lungo fotogramma della famosa Easter Declaration sullo sfondo delle rovine dell’edificio delle Poste centrali di Dublino, il simbolo della rivolta. Troppo poco per risolvere il problema, poiché nel video continuano a far bella mostra di sé la regina Elisabetta e David Cameron, il reverendo Ian Paisley e i musicisti Bono e Bob Geldof, ma continuano drammaticamente a mancare all’appello Patrick Pearse, James Connolly e tutti gli altri padri della Repubblica. Figure a quanto pare ancora assai scomode per gli attuali partiti di governo (ma Michael Collins non è forse il padre putativo del principale di questi, il Fine Gael?).

Come se non bastasse, si è scoperto poi che i testi in gaelico pubblicati sul sito ufficiale Ireland 2016 (tra cui un estratto della Dichiarazione di Pasqua) erano stati tradotti da Google Translate e risultano di conseguenza carichi di errori grammaticali e di punteggiatura. Un’ennesima mancanza di rispetto nei confronti dei martiri del 1916, che avevano fatto della riscoperta del gaelico uno dei capisaldi delle loro lotte. Ce n’era a sufficienza per scatenare durissime proteste dei familiari dei caduti del 1916, le cui associazioni si stanno già organizzando per boicottare le celebrazioni ufficiali e realizzare un programma alternativo, visto che il governo ha dimostrato – come hanno detto loro – “di non essere disposto a impegnarsi in modo significativo”.
RM

Armata Rossa all’irlandese

Irish_Citizen_Army_Group_Liberty_Hall_Dublin_1914
Esattamente cento anni fa, in un giorno tuttora incerto di inizio novembre, nasceva a Dublino l’«Irish Citizen Army». Allo scopo di difendere i lavoratori in sciopero dalle violenze della polizia, preparare l’insurrezione e gettare le basi per la nascita dell’IRA.
di Enrico Terrinoni

In una lettera all’ Irish Times di fine ottobre 1913 , l’arcivescovo di Dublino William Walsh scriveva: «Con non poca costernazione ho letto di un movimento per convincere le mogli di chi è disoccupato, nell’attuale e deplorevole impasse lavorativa a Dublino, ad inviare i propri figli in Inghilterra da gente di cui non sanno nulla… Non devo ricordarglielo io qual è il dovere di ogni madre cattolica… Non saranno più degne di tale nome se manderanno via i propri figli perché vengano cresciuti in terra straniera, senza sapere se sia un cattolico o un infedele chi se ne occuperà». Ci troviamo nel bel mezzo del Dublin Lockout (vedi il manifesto del 21 agosto 2013), la serrata generale in cui più di ventimila lavoratori si opposero alla minaccia di licenziamento, se iscritti o intenzionati a iscriversi al sindacato di Jim Larkin. Le conseguenze si estesero a circa ottantamila persone, perlopiù familiari degli scioperanti, e tra questi chiaramente molti bambini. Nel tentativo di alleviarne le sofferenze, fu ideato il progetto di inviare in Inghilterra 350 bambini irlandesi, perché fossero ospitati da famiglie di simpatizzanti. Il piano, colloquialmente denominato «Save the kiddies », fu ostacolato a tal punto dalle gerarchie cattoliche da impedire fisicamente alla maggior parte di loro di salpare.

Le ragioni dei datori di lavoro
La posizione del clero era un amo lanciato alla borghesia imprenditoriale, come ammette lo stesso Walsh: «Sebbene io desideri la fine dello sciopero, non ho difficoltà ad ammettere in pubblico e in privato, che i datori di lavoro hanno per certi versi ragione nel rifiutarsi di negoziare una conclusione dell’attuale impasse ». Simili posizioni erano condivise dal partito parlamentarista irlandese di John Redmond che si batteva per la Home Rule , ovvero la legge di autogoverno, ma anche dal neonato movimento indipendentista, lo Sinn Féin di Arthur Griffith. Questi, fortemente critico nei confronti dell’idea di un fronte internazionalista dei lavoratori, era un acerrimo nemico personale di Larkin: «Non sono i capitalisti ma le politiche di Larkin a far alzare il prezzo dei prodotti alimentari, tanto da condannare i più poveri di Dublino a uno stato di semi-carestia…». Per lo Sinn Féin di allora, animato da un sentire molto lontano da quello che guida il partito oggi, accentuare la lotta di classe avrebbe finito per mettere in discussione l’opposizione fondante tra Irlanda-Inghilterra su cui si basavano le proprie tesi. Continua la lettura di Armata Rossa all’irlandese