Quando gli ex SS erano alleati della CIA

Da “Avvenire” di oggi

Se venisse raccontata al cinema, questa storia potrebbe cominciare nel salotto di un elegante appartamento del centro di Zurigo, nel marzo del 1945. Seduti davanti al camino come vecchi amici, con un bicchiere di whisky in mano, ci sono Allen Dulles, ambiziosa spia statunitense di stanza in Europa, e Karl Wolff, ex braccio destro del capo delle SS Heinrich Himmler. L’America è ancora in guerra contro Hitler, e gli ultimi colpi della battaglia di Berlino saranno sparati soltanto due mesi più tardi ma i due uomini – l’uno, futuro direttore della CIA, l’altro, generale delle famigerate Waffen-SS – hanno interessi comuni di cui parlare. Il generale Wolff ha capito che la guerra è perduta, e vuole proteggersi dalle accuse che di lì a poco gli pioveranno addosso. Dulles vuole invece convincere Wolff a diventare suo alleato in chiave anti-sovietica. Poco importa che Wolff sia un uomo vicinissimo a Hitler, un nazista convinto definito il “burocrate della morte” per la gelida precisione con la quale ha contribuito a organizzare i vagoni merci diretti ai campi di sterminio, abbia assistito agli esperimenti medici eseguiti sui prigionieri di Dachau e guidato le truppe delle SS responsabili dell’uccisione di migliaia di donne e bambini in Italia. È uno dei massimi esponenti del regime nazista rimasti in vita dopo la guerra ma grazie all’appoggio di Dulles il suo nome sarà cancellato dal gruppo dei principali criminali di guerra che a breve finiranno davanti ai giudici del processo di Norimberga. Condannato soltanto per reati minori, Wolff tornerà in libertà nel 1949 e con l’aiuto dei servizi segreti statunitensi continuerà a vivere in un paesino della Baviera. Uomini come lui erano considerati un’imprescindibile fonte di informazioni contro la Russia di Stalin, e dunque andavano protetti. Nel 1962 finì sotto processo per aver preso parte alla deportazione degli ebrei italiani ad Auschwitz, venne condannato a quindici anni fu ma ne scontò appena sei. Massimo rappresentante delle SS in Italia durante la Seconda guerra mondiale, il generale Karl Friedrich Wolff rivelò nel 1974 di essere stato incaricato da Hitler in persona di eseguire l’Operazione Rabat, che dopo la caduta di Mussolini prevedeva il rapimento di papa Pio XII. Le truppe delle SS al suo comando avrebbero dovuto occupare il Vaticano e deportare papa Pacelli in Germania. Ma Wolff, d’accordo con l’Ambasciatore tedesco presso la Santa Sede Ernst von Weizsacker, avrebbe disobbedito agli ordini del fuhrer informando di persona Pio XII in un colloquio avvenuto il 10 maggio 1944. Gli storici dibattono tuttora sulla veridicità delle rivelazioni di Wolff.
Altrettanto emblematica è la storia di un altro ufficiale SS di spicco: Otto von Boschwing. Tra i primi teorizzatori della “Soluzione finale”, durante la guerra von Boschwing lavorò a stretto contatto con Adolf Eichmann impegnandosi per mettere in pratica i piani di sterminio degli ebrei. Anch’egli fu assoldato dalla CIA come informatore per stanare i comunisti, nuovi nemici d’America, e per oltre vent’anni visse indisturbato a New York con la sua famiglia. I casi di Wolff e von Bolschwing sono soltanto la punta dell’iceberg dell’imbarazzante vicenda raccontata dal giornalista premio Pulitzer Erich Lichtblau in un libro appena uscito anche in edizione italiana (I nazisti della porta accanto. Come l’America divenne un porto sicuro per gli uomini di Hitler, Bollati Boringhieri, traduzione di Susanna Bourlot).
index “L’Occidente – scrisse nel 1953 un alto funzionario della CIA citato nel libro – sta combattendo una battaglia disperata contro i sovietici e noi sceglieremo chiunque ci aiuterà a sconfiggerli. Chiunque, non importa se ha un passato da nazista”. Secondo quanto rivelato da Lichtblau, nel corso degli anni Cinquanta sia l’FBI di J. Edgar Hoover che la CIA di Allen Dulles misero in atto piani di reclutamento senza scrupoli, assoldando gli ex nazisti in funzione anti-sovietica, garantendo loro libero accesso negli Stati Uniti oltre a una protezione totale, che arrivò persino ad ostacolare le indagini che negli anni vennero aperte nei loro confronti. Il libro, basato su anni di ricerche su materiale d’archivio finora inedito e corredato da una mole imponente di dati, aggiunge numeri e prove inquietanti su una vicenda in parte nota, ma della quale finora si ignoravano i particolari, oltre al coinvolgimento diretto di molti elementi di primissimo piano del Terzo Reich. Sulla base dei documenti citati dal giornalista del New York Times, “le spie naziste d’America” furono almeno un migliaio e nella gran parte dei casi non si trattava di semplici simpatizzanti del regime di Hitler bensì di alti ufficiali delle SS, alcuni dei quali veri e propri criminali di guerra, il cui passato fu coperto al punto da consentire loro di ricostruirsi una vita come rispettabili cittadini americani. Al danno, racconta inoltre Lichtblau, si sarebbe poi aggiunta anche la beffa, poiché il lavoro svolto dagli ex nazisti per la CIA e l’FBI fu nella maggior parte dei casi anche inutile. Le informazioni che rifilarono al governo statunitense si rivelarono infatti del tutto errate, se non addirittura false.
RM

Auschwitz e la scritta rubata: eccessi di memoria

(di Alessandro Portelli)

Dopo la rimozione della scritta “Arbeit macht frei” dal cancello di Auschwitz, si è detto che si trattava di un attentato contro la memoria, di un tentativo di cancellarla. A me sembra invece che azioni del genere siano il risultato di una vera e propria ossessione per la memoria: un’ossessione che rende insopportabile l’esistenza di certi oggetti e che cerca di placarsi possedendoli e cancellandoli al tempo stesso, e si illude così di controllare e dominare anche la memoria altrui. E’ questo il fondamento emotivo dei revisionismi e dei negazionismi: più si affannano a cancellare, manipolare, nascondere queste memorie, più mostrano di essere dominati da quello che vorrebbero dominare. Solo chi non può dimenticare rimuove. Continua a leggere “Auschwitz e la scritta rubata: eccessi di memoria”