Siete mai stati nell’altra Sarajevo?

Venerdì di Repubblica, 21.9.2018

Prima la farsa, poi la tragedia: a Sarajevo la storia recente ha seguito un percorso inverso rispetto a quello descritto da Marx. Erano i primi anni ‘80 e Tito era morto da poco, quando un gruppo di comici sarajevesi ideò Top Lista Nadrealista, una serie televisiva sullo stile dei Monty Python che irrideva i nazionalisti immaginando una città divisa come Berlino. I loro sketch comici descrivevano famiglie in lotta per il controllo delle stanze della casa, un muro che separava Sarajevo ovest da Sarajevo est e gruppi di netturbini che si facevano la guerra lanciandosi rifiuti da una parte all’altra della città. Un episodio di questa satira tristemente profetica, andato in onda nel 1989, fa venire i brividi. Il presentatore di un telegiornale immaginario annuncia per il 12 novembre 1995 la separazione della Jugoslavia in due parti, quella orientale e quella occidentale. Sono gli stessi giorni in cui gli accordi di pace di Dayton avrebbero posto fine alla guerra in Bosnia dividendo il paese in due entità autonome, la federazione croato-musulmana e la Republika Srpska, a maggioranza serba. Nella realtà, Sarajevo non fu separata da un muro ma dalla cosiddetta Inter-Entity Boundary Line, una linea di confine un tempo controllata militarmente, che divide la città all’altezza dell’aeroporto creando due realtà amministrative distinte.

Un murale che inneggia alla tolleranza a Sarajevo est

Oggi tra le due città non ci sono barriere fisiche, né confini visibili. Soltanto i cartelli stradali in cirillico fanno capire che si è entrati nella parte serba. Basta oltrepassare il quartiere periferico di Dobrinja, costruito subito dopo le Olimpiadi invernali del 1984, per accedere a Istočno Sarajevo (Sarajevo est), una città che nel 2006 è diventata formalmente la capitale della Republika Srpska. Poco più di sessantamila abitanti, quasi tutti serbi, in parte arrivati dopo la guerra dalle zone a maggioranza musulmana nell’ambito di quel grande rimescolamento demografico che ha cancellato la promiscuità etnica e culturale della Bosnia pre-bellica. Dal centro di Sarajevo si raggiunge in macchina in poco più di un quarto d’ora. Zlatan, il tassista che ci accompagna al di là del “confine”, si ferma in un grande piazzale spoglio e polveroso che ospita la stazione degli autobus di Sarajevo est. “Non posso andare oltre – ci spiega – altrimenti dovrei rimuovere l’insegna dal taxi per non rischiare una multa salatissima, l’equivalente di circa 250 euro”. Prima di andarsene ci indica una strada davanti alla stazione. Ha due nomi: la parte musulmana, sul lato destro, si chiama Sabora Bosanskog Trg (via del Parlamento bosniaco) e sulle facciate dei palazzi ci sono ancora i segni delle granate. La parte serba, completamente ricostruita, è invece intitolata a Nikola Tešanović, un soldato serbo ucciso nel 1992, quando l’area si ritrovò proprio sulla linea del fronte. Dopo la guerra seguirono anni di controversie e fu infine necessario un arbitrato internazionale per stabilire a quale parte della città appartenessero i palazzi affacciati su quella strada. Ancora oggi le due entità amministrative non riescono a mettersi d’accordo quasi su niente, a partire dalla raccolta dei rifiuti, e gli abitanti di Sarajevo est sono costretti a pagare utenze separate: elettricità e riscaldamento alla federazione, acqua e telefono alla Republika Srpska. “Siamo sopravvissuti alla guerra per farci uccidere dalla burocrazia” scherza Ivona Letić, una trentenne di origine serba che vive qua da anni ma lavora come interprete a Sarajevo. “Mio padre fu ucciso all’inizio del conflitto dalle truppe musulmane di Naser Oric, io ho trascorso l’infanzia come profuga ma oggi sono orgogliosa di poter dire che il miglior amico è un musulmano”. Ivona ha accettato di farmi da guida a Sarajevo est e mi accompagna in strade che non esistevano prima della guerra, quando l’intera area era sotto il controllo delle truppe serbo-bosniache. In alcune zone miste la toponomastica post-Dayton ha stabilito una doppia denominazione. Nella parte musulmana sono state adottate scelte “ecumeniche” – intitolando strade a Tolstoj, a Gandhi e a Shakespeare – mentre l’ingombrante passato riaffiora sul lato serbo, ad esempio nella piazza dedicata alla brigata di Ilidza, un’unità serbo-bosniaca attiva negli anni dell’assedio, con tanto di monumento ai caduti davanti a un piccolo centro commerciale.

La piazza intitolata alla Brigata di Ilidza, con il monumento ai caduti

Le strade sventrate durante la guerra sono risorte sotto forma di quartieri-dormitorio, desolate e prive di vita. L’assenza di luoghi d’incontro e aggregazione lascia percepire un senso di solitudine e auto-isolamento. Niente a che vedere con l’effervescente vitalità di Sarajevo, capace ormai di attrarre turisti e investitori. “Molti abitanti dell’est sono costretti ad andare dall’altra parte per lavoro mentre i sarajevesi vengono qui molto raramente, e quasi sempre alla ricerca di uno shopping più economico”, ci spiega Ivona. Su un’altura circondata dai cantieri svettano le pareti color vermiglio della nuova chiesa ortodossa. Per i circa duemila musulmani che vivono qua non c’è invece alcun luogo di culto. Anche gli istituti scolastici sono tutti rigorosamente serbi, con programmi studiati su base etnica. “L’attuale sistema educativo è l’oppio delle nuove generazioni e alimenta la frammentazione etnica di questo paese”, sostiene Jovan Divjak, l’ex generale serbo che durante la guerra guidò la difesa della città e da 25 anni presiede l’associazione Obrazovanje Gradi BiH (L’educazione costruisce la Bosnia-Erzegovina), impegnata nell’aiuto agli orfani di guerra. Tra le migliaia di giovani che sono stati aiutato in questi anni c’è anche Ivona.
Ma il diverso – e spesso inconciliabile – approccio nei confronti del passato non riguarda soltanto l’ultimo conflitto. Nella silenziosa Spasovdanska, la grande piazza principale di Istočno Sarajevo circondata da schiere di palazzi appena costruiti, c’è un parco urbano dove spicca la statua in bronzo di Gavrilo Princip. I politici locali l’hanno inaugurata nel 2014, per il centenario dell’assassinio dell’arciduca austriaco Francesco Ferdinando. Da queste parti il giovane attentatore che accese la miccia della Grande guerra è un eroe nazionale, mentre a Sarajevo tutti lo considerano un terrorista. In cima alla piazza, il tricolore serbo sventola su un moderno edificio di vetro e acciaio che ospita il municipio e la sede nazionale della Sberbank, la più importante banca statale russa. Un accostamento singolare, considerato il livello di corruzione del paese. Allontanandosi a piedi dall’abitato si raggiunge in poco tempo il vicino sobborgo di Lukavica dove, non lontano dai ruderi abbandonati dell’ex caserma che fu bombardata dalla Nato nel 1995, ci si imbatte nel grande acquedotto di Sarajevo est. Giusto un anno fa sono stati realizzati gli allacciamenti alle tubature dell’altra parte della città, consentendo di risolvere i gravi problemi di approvvigionamento idrico di Sarajevo. È stato il primo progetto concreto sul quale le due città sono riuscite a collaborare con successo dopo tanti anni. Nonostante le differenze e i rancori, sta finalmente maturando un dialogo tra le due amministrazioni. Lo conferma il fatto che nel 2019 Sarajevo e Sarajevo est ospiteranno congiuntamente l’edizione invernale del Festival olimpico giovanile, ripristinando anche alcuni degli storici impianti delle Olimpiadi del 1984.

Una vecchia cabina della funivia di Sarajevo, con il logo delle Olimpiadi del 1984

Per vedere di nuovo in funzione uno dei simboli dell’unità cittadina dobbiamo tornare nel centro di Sarajevo. In poco meno di mezz’ora raggiungiamo in bus l’ex biblioteca nazionale, adesso diventata sede del municipio. Proprio di fronte si trova la stazione di partenza della Žičara, la cabinovia che si arrampica a 1200 metri, sulle pendici del monte Trebević, e congiunge le due parti della città. C’è voluto oltre un quarto di secolo per far ripartire il vecchio impianto abbattuto a colpi di mortaio nel 1992 e ridare nuova vita a uno dei luoghi più amati dai sarajevesi. Riavvicinando infine ciò che la guerra sembrava aver diviso per sempre.
RM

L’omaggio a Sarajevo del regista premio Oscar

Intervista al regista bosniaco Danis Tanovic (Avvenire, 23.3.2017)

“Nessuno, nella Bosnia di oggi, parla di futuro. Il mio paese non è riuscito a superare la tragedia della guerra, a creare nuovi eroi, nuovi punti di riferimento, una storia nuova. In compenso la mafia e la corruzione dilagano”. Lo sguardo amaro e disilluso del regista bosniaco Danis Tanovic, premio Oscar nel 2001 per No Man’s Land, si riflette anche nel suo nuovo film Morte a Sarajevo, che è una forte denuncia del potere e della società odierna, ma anche un atto d’amore per la sua città e per la sua gente. Proprio mentre si avvicina il venticinquesimo anniversario dell’inizio del più lungo assedio della storia moderna, Tanovic ha girato un lungometraggio a Sarajevo, la città dov’è cresciuto e dove vive tuttora. Ispirandosi al monologo teatrale Hotel Europe di Bernard-Henry Lévy, il regista bosniaco ha realizzato un film corale sullo stile di Robert Altman che si svolge nel miglior hotel di Sarajevo nei giorni delle celebrazioni del centenario dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, l’evento che segnò l’inizio della prima guerra mondiale. Mentre in città arrivano i grandi della Terra e il direttore riceve un noto attore francese – interpretato da Jacques Weber – che dovrà tenere un discorso, il personale dell’albergo si sta preparando a uno sciopero per reclamare i propri diritti, visto che non riceve lo stipendio da mesi. Sul tetto dell’hotel una giornalista sta registrando una trasmissione televisiva sul centenario, e tra gli intervistati c’è anche un giovane nazionalista serbo con il quale finirà per litigare furiosamente. La coralità della narrazione si sposta dal presente al passato toccando molteplici temi dal forte valore simbolico. Anche la scelta del luogo che ha ospitato il set ha un significato ben preciso, ci spiega Tanovic, che abbiamo incontrato nei giorni scorsi a Firenze, al festival Balkan Florence Express. “Ho girato all’Holiday Inn perché per chi è nato e vissuto a Sarajevo quell’albergo ha un valore quasi mitico. Fu costruito per i giochi olimpici invernali del 1984 e la tragica ironia della storia ha voluto che i primi colpi sparati dai cecchini nel 1992 provenissero proprio dalle sue finestre. Nelle facciate porta ancora i segni della guerra. Io stesso ho un forte legame sentimentale con quell’edificio. Me lo trovavo sempre di fronte da bambino, quando andavo a scuola. Il gigantesco salone che si trova al suo ingresso, e dove si svolgono molte scene del film, è una metafora della nostra identità, della grandezza perduta della Jugoslavia”. Nei locali dell’albergo si riflettono anche tutte le contraddizioni della società bosniaca del dopoguerra: l’opportunismo degli intellettuali che tacciono o si schierano dalla parte dei potenti, l’individualismo dei giovani, l’atteggiamento remissivo degli anziani a lungo costretti al silenzio. “É un’allegoria della vita nella Bosnia di oggi – spiega il regista – dove mafia e politica vanno a braccetto e i lavoratori sono privati anche dei diritti più elementari, mentre la gente si divide su questioni storiche di principio, come stabilire se Gavrilo Princip, l’attentatore dell’arciduca di oltre cento anni fa, era un eroe o un terrorista. Dalla fine del conflitto, la Bosnia vive un momento di transizione che sembra non avere mai fine”. Morte a Sarajevo – già vincitore del gran premio della giuria a Berlino – intreccia le storie private con la denuncia pubblica descrivendo un paese che non è riuscito a fare i conti con la propria memoria e continua quindi a vivere nel passato. “Il trauma della guerra è ovunque, pervade ancora le nostre vite. Il problema è che tutti cercano di far credere di essere stati dalla parte del giusto, di non avere alcuna colpa. Ma sono proprio i revisionismi a impedirci di guardare avanti, a generare nuovi e pericolosi nazionalismi. Nel XXI secolo continuiamo a dibattere su cosa accadde cento anni fa, mentre nella Sarajevo di oggi c’è ancora gente senz’acqua. La Bosnia non è mai stata ricca come adesso, eppure l’ineguaglianza sta crescendo e i giovani devono combattere ogni giorno contro la disoccupazione e la povertà”.
Quello che è certo è che la strada verso il futuro non può prescindere dalla verità e dalla giustizia nei confonti di ciò che accadde nella guerra dei primi anni ’90. Proprio in questi giorni, il governo bosniaco ha consegnato alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja un’istanza di revisione della sentenza che nel 2007 scagionò la Serbia dalle accuse di aggressione e genocidio. Un’iniziativa controversa, criticata da alcuni. Tanovic non ha alcun dubbio in proposito: “tutti sanno perfettamente che la Serbia era coinvolta nel genocidio, ci sono migliaia di documenti che lo affermano. In un mondo normale sarebbero i serbi a chiedere la revisione della sentenza e un nuovo processo. Dovrebbe essere nel loro interesse – prosegue – stabilire la verità su quanto accadde oltre vent’anni fa, facendo accertare i fatti da una corte imparziale. Solo così potrebbero chiudere per sempre quella storia riabilitando il nome dello stato serbo, come fecero i tedeschi dopo la Seconda guerra mondiale. Cosa sarebbe successo se la Germania si fosse rifiutata di mettere sotto processo Himmler? Sono molto arrabbiato con l’attuale governo serbo che fa di tutto per nascondere ciò che i nazionalismi degli anni ’90 fa hanno fatto nel nostro paese”.
Nelle sue opere precedenti Tanovic aveva denunciato le atrocità della guerra e le malefatte delle multinazionali del farmaco, raccogliendo riconoscimenti in tutto mondo. In un certo senso il suo cinema può essere definito “politico” perché cerca di dare voce alla gente, di porre domande, di far pensare. “Alcuni anni fa – conclude il regista e sceneggiatore bosniaco – decisi di impegnarmi direttamente in politica e fui tra i fondatori del partito Nasa Stranka. Quell’esperienza mi ha consentito di imparare cose che non sapevo, mi ha fatto vedere il mondo da cittadino, più che da artista. Ma quando mi sono reso conto che le mie domande cadevano nel vuoto e rimbalzavano contro un muro di gomma, ho smesso e sono tornato a fare il mio lavoro. Con un’idea fissa: realizzare film per dare voce a qualcuno. In questo caso, alla gente di Sarajevo”.
RM

Celebrazioni e polemiche per il Centenario della Grande guerra

Da “Avvenire” di oggi

20140628_182833Sarajevo, 28 giugno 2014 – “Un secolo di pace dopo un secolo di guerre”: più che una speranza è una promessa, un impegno, una dichiarazione d’intenti da parte delle migliaia di giovani giunti da tutta l’Europa per partecipare alle commemorazioni del centenario della prima guerra mondiale, concluse ieri a Sarajevo con un suggestivo spettacolo multimediale intorno al Latinski most, il ponte latino, davanti al fatale incrocio dove nel 1914 si consumò l’attentato contro l’erede al trono austroungarico Francesco Ferdinando. In un tripudio di immagini, colori e suoni, un cast imponente di musicisti, cantanti e ballerini si è esibito nel punto esatto dove il 28 giugno di cento anni fa un altro giovane, l’irredentista serbo Gavrilo Princip, esplose i colpi di pistola che diventarono il pretesto per dare avvio alla Grande Guerra. Uno spettacolo finanziato dall’Unione europea e ideato da Haris Pasovic, il creativo bosniaco già autore, due anni fa, dell’installazione per il ventennale dell’assedio degli anni ’90, con oltre undicimila sedie rosse collocate nella via principale del centro a simboleggiare i morti che si contarono in città tra il 1992 e il 1995.
Prima del tramonto, poche centinaia di metri più avanti lungo le rive del fiume Milijacka, la biblioteca nazionale distrutta durante l’assedio e appena restaurata ha ospitato il concerto dell’Orchestra Filarmonica di Vienna diretta dal maestro Franz Welser-Möst. Con una scelta assai discutibile, il concerto non è stato però aperto alla cittadinanza, ma riservato esclusivamente alle istituzioni, alle autorità e aille delegazioni straniere. Il repertorio di brani di Haydn, Schubert, Berg, Brahms e Ravel scelto per l’occasione è stato concluso simbolicamente con l’inno europeo per suggellare la pace nel Vecchio Continente, e anche per cercare di lavarne la cattiva coscienza. In questa città che è quasi un manuale di storia europea a cielo aperto non sono infatti mancate anche le polemiche, per un evento lontano nel tempo che ha evidenziato ancora una volta le divisioni odierne e la mancata riconciliazione tra serbi, croati e musulmani bosniaci. Non a caso le autorità serbe e gli alti funzionari della Repubblica serba di Bosnia non si sono fatte vedere in città, preferendo tenere manifestazioni di segno contrario a Belgrado e a Visegrad, nelle quali è stata celebrata in pompa magna la figura di Princip: non un attentatore, secondo la loro personale lettura dei fatti, bensì un martire dell’irredentismo. E il dubbio che la memoria della Prima guerra mondiale riesca a contribuire alla difficile convivenza pacifica nei Balcani ci viene confermato parlando con la gente di Sarajevo, che in parte ha deciso di boicottare queste celebrazioni. Ivan, studente di economia all’università cittadina, ci ha spiegato in un perfetto inglese che molti sarajevesi hanno boicottato l’evento, irritati dai riflettori accesi sulla città dalla Fondazione “Sarajevo cuore d’Europa”, che riunisce rappresentanti di Francia, Germania, Austria, Gran Bretagna, Spagna e Italia. La pensa allo stesso modo anche Kanita, architetto, che contrariamente a Ivan ha vissuto sulla sua pelle i quattro anni di assedio degli anni ’90. “È una dimostrazione di cinismo delle potenze europee – ci ha detto – da parte di quegli stessi paesi che durante il conflitto recente ebbero un atteggiamento ipocrita che contribuì a farci vivere quell’incubo”. Il fitto programma di celebrazioni che in questi giorni si sono tenute nella capitale della Bosnia Erzegovina hanno comunque cercato di stimolare un dibattito sull’orrore della guerra e sulla necessità della pace. L’hanno fatto con convegni accademici ai quali hanno preso parte studiosi provenienti da ogni parte del mondo; con installazioni artistiche e mostre fotografiche (molto suggestiva “Making peace”, con decine di foto di conflitti installate all’aperto lungo la riva sinistra del fiume), e con, tra le altre cose, l’anteprima del film collettivo “Bridges of Sarajevo” realizzato da tredici registi europei, già presentato fuori concorso come proiezione speciale al Festival di Cannes.
RM

Sarajevo tra riconciliazione e revisionismo

Sono le 10 e 45 di quel fatale 28 giugno 1914, quando la festosa confusione di una mattinata, a Sarajevo, è rotta da una serie di colpi di pistola che sono destinati a cambiare per sempre il corso della storia. Gavrilo Princip, il giovane membro dell’organizzazione rivoluzionaria Mlada Bosna (Giovane Bosnia) che li esplose, certo non avrebbe mai immaginato che quel suo gesto, oltre a causare la morte dell’arciduca austroungarico Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia, sarebbe diventato anche il pretesto per far precipitare il mondo nel baratro della Grande guerra. Eppure da allora, sebbene l’eredità di Princip sia contesa tra chi lo considera un combattente per la libertà, e chi invece lo ritiene solo un terrorista, la sua figura è entrata in una sorta di limbo ed è liquidata con un paio di righe nei libri di storia. Invece la sua breve vicenda personale – Princip scampò la pena capitale a causa della sua giovane età, fu condannato a vent’anni di carcere e nel 1918 morì di tubercolosi dopo soli quattro anni di reclusione – può rappresentare la bussola per comprendere molti aspetti della nostra storia recente. Il giornalista britannico Tim Butcher, già corrispondente di guerra da Sarajevo durante l’assedio degli anni ’90 per il quotidiano londinese Daily Telegraph, ne è convinto al punto da aver percorso i Balcani in lungo e in largo per raccontare la controversa figura di questo giovane irredentista in The Trigger: Hunting the Assassin Who Brought the World to War. Un libro che spiega come Princip si è tramutato da studente modello a militante nazionalista, fino a diventare un omicida per motivi politici uccidendo l’erede al trono asburgico dopo esser stato manipolato da alcune fazioni dei servizi segreti del regno di Serbia. gavrilo-1Una storia prima messa in sordina poi deformata per motivi di opportunità politica da quelle stesse forze che col suo gesto il giovane cercò di liberare. Il susseguirsi degli eventi di quel giorno, nient’altro che l’apice di una serie di motivazioni che dalla caduta dell’impero napoleonico gettarono le basi per la Grande Guerra – le mire imperialiste di mezza Europa, la corsa agli armamenti delle maggiori potenze, vecchi rancori e continui scontri su basi etnico-territoriali – è assolutamente noto.
Ma la memoria di quel delitto è stata a lungo interpretata in modi contrastanti. La Jugoslavia socialista lo considerava un liberatore e per molti serbi è ancora oggi un eroe da celebrare, al punto che il 28 giugno prossimo le autorità di Istočno Sarajevo (una municipalità a maggioranza serba alle porte della capitale) erigeranno un monumento alla sua memoria, e una statua identica sarà eretta anche a Belgrado, quasi a voler rivendicare a posteriori un’improbabile appartenenza etnica per il suo storico gesto. Eppure Princip non era semplicemente un serbo ma un nazionalista bosniaco, membro della Giovane Bosnia, desideroso di liberare il suo paese dal giogo dell’impero austroungarico e unificare di conseguenza i popoli slavi. Voleva dunque unire, non dividere.
In questi giorni, in occasione delle celebrazioni del centenario della Prima guerra mondiale, Sarajevo, città martire del XX secolo, lancia un messaggio di riconciliazione, solidarietà e rispetto dei diritti umani.
RM