Igiene e distanziamento: così il ghetto di Varsavia sconfisse il tifo

Avvenire, 12 dicembre 2020

Per lo storico polacco Emanuel Ringelblum, fondatore dell’archivio del Ghetto di Varsavia, si trattò di un fenomeno semplicemente inspiegabile. Negli appunti ritrovati dopo la sua fucilazione da parte dei nazisti, lo studioso spiegava che quell’epidemia di tifo scoppiata nel ghetto all’inizio del 1941 doveva aumentare in modo esponenziale fino a raggiungere il suo picco in autunno. Invece la curva dei contagi calò improvvisamente del 40 percento fino a svanire del tutto proprio in concomitanza con l’arrivo del freddo, senza alcuna apparente spiegazione razionale. Da circa un anno i nazisti avevano rinchiuso quasi mezzo milione di ebrei in un’area degradata di appena 3,5 chilometri quadrati della capitale polacca. Il filo spinato sovrastava le mura alte quattro metri impedendo a chiunque di fuggire. L’epidemia di tifo non fu che la logica conseguenza delle terribili condizioni di vita imposte dai nazisti all’interno del ghetto, dove il cibo scarseggiava, al pari dell’acqua e del sapone. I primi contagi si verificarono nell’inverno del 1939, per esplodere poi con virulenza tra il gennaio e il marzo 1941. Secondo alcune fonti storiche l’epidemia era stata innescata intenzionalmente dai medici nazisti su ordine del generale comandante delle SS, Reinhard Heydrich, nel tentativo di eliminare la popolazione ebraica del Ghetto con un combinato di tifo e carestia. In breve tempo furono infettate 120mila persone e ne morirono 30mila, per malattia o per fame. La situazione sembrava disperata: con l’arrivo della stagione fredda era prevista un’impennata di casi ma all’improvviso, nell’autunno del 1941, il numero dei contagi iniziò a calare e il tifo scomparve. Un articolo uscito recentemente sulla rivista statunitense Science Advances ha spiegato il fenomeno riportando i risultati della ricerca condotta da un gruppo internazionale di studiosi. Secondo i calcoli matematici elaborati dallo studio, basati sulla velocità di diffusione del batterio, della mancanza di cibo e del sovraffollamento, quell’inverno i morti avrebbero dovuto superare la cifra esorbitante di 200mila. Invece l’epidemia fu debellata grazie all’intervento dei medici del ghetto che imposero rigorose misure sanitarie, non molto diverse da quelle che stiamo vivendo oggi in epoca di Covid-19. Gli accademici sono arrivati a queste conclusioni studiando le memorie e le testimonianze degli stessi medici, sparse nelle biblioteche di tutto il mondo. Rinchiusi all’interno del ghetto c’erano anche professionisti di spicco – come il famoso batteriologo polacco Ludwik Hirszfeld – oltre a migliaia di infermieri. Innanzitutto fu creato un comitato sanitario che tenne lezioni strada per strada, insegnando alla popolazione il rispetto delle nozioni basilari di igiene e di isolamento, le regole della medicina preventiva e della sanificazione delle case. Venne poi fondata un’università clandestina che consentì agli studenti di medicina di specializzarsi in tempi rapidi per poter affrontare l’emergenza in prima persona. Infine si aprirono mense e dispensari per distribuire il cibo e i medicinali arrivati attraverso i canali clandestini. Alla fine il tifo scomparve perché ciascuno fece la sua parte per fermarne la diffusione – concludono gli autori della ricerca pubblicata su Science Advances – ma sarebbe stato impossibile sconfiggere la malattia senza il contributo dell’intera comunità degli ebrei del ghetto, che rispettò le misure sanitarie con senso di responsabilità, capacità di organizzazione e spirito di resistenza. Purtroppo il loro destino era comunque segnato perché a breve sarebbe iniziata la “Soluzione finale”, ovvero lo sterminio nazista degli ebrei d’Europa. “Ma quella degli abitanti del Ghetto di Varsavia resta una delle più grandi storie mediche di tutti i tempi”, scrive il professor Howard Markel dell’Università del Michigan, che ha fatto parte del gruppo di ricercatori. “Oggi di fronte alla pandemia di coronavirus dobbiamo ispirarci al loro coraggio e alla loro unità di intenti. E comportarci come fecero loro in condizioni assai più drammatiche”.

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