Quando le basi capitaliste fondano sull’agricoltura

Avvenire, 15 febbraio 2020

“Anche le patate sono immigrate”: durante la campagna elettorale per il referendum sulla Brexit questo slogan apparve sui manifesti di molti Fish&chips della Gran Bretagna. Era una risposta provocatoria ai sostenitori del “Leave”, che cercava di contrastare un voto condizionato dalla forte paura nei confronti degli immigrati. “Quel messaggio conteneva una grande verità”, spiega Rebecca Earle, docente di storia all’università di Warwick. “Ovvero che le patate, coltivate già diecimila anni fa in America Latina nella regione delle Ande, furono portate nel Vecchio Continente dai colonizzatori spagnoli solo nella seconda metà del XVI secolo. E come tutti gli immigrati, anch’esse rimasero vittime della retorica anti-immigrazione”. Inizialmente le classi agiate rifiutarono la patata preferendole un altro prodotto del Nuovo mondo, il tabacco, senza sapere ancora quanto fosse nocivo. Il tubero non era citato nella Bibbia e, secondo molti religiosi, ciò dimostrava che Dio non voleva che gli uomini se ne cibassero. La “globalizzazione della patata” – dal Perù alla Spagna, dalla Gran Bretagna al resto dell’Europa e del mondo – fu tutt’altro che un percorso semplice e lineare. Redcliffe Salaman, famoso botanico britannico del XIX secolo, la definì “lo strumento perfetto per mantenere la povertà e la degradazione”. Gli irlandesi furono gli unici ad accogliere la patata come una benedizione, come un dono di Dio che sfamava e univa le famiglie, almeno fino a quando la terribile carestia del 1845 – causata da un micidiale fungo delle patate – non li decimò e li costrinse a un esodo di massa negli Stati Uniti e in Australia. Ma di lì a poco la diffusione dell’umile tubero era destinata ad avere addirittura un impatto decisivo sullo sviluppo della civiltà umana nell’era moderna, favorendo la nascita dello stato liberale. È quanto sostiene la stessa Earle nel suo libro Potato (edito in lingua inglese da Bloomsbury), in cui quel curioso “immigrato” diventa una metafora della modernità con tutte le sue contraddizioni. “Quando la patata mise finalmente radici in Europa cominciò a non essere più tanto disprezzata e divenne anzi uno strumento fondamentale per l’affermazione del capitalismo”, spiega la studiosa. “Le classi dirigenti individuarono in essa nuove opportunità, iniziando a considerarlo il cibo migliore per quegli operai di cui l’economia industriale aveva disperato bisogno”. E pensare che in precedenza era stata ritenuta addirittura un ostacolo allo sviluppo: i colonizzatori del XVII secolo come Oliver Cromwell sostenevano che incoraggiava l’indolenza della popolazione e che i ceti più poveri accettavano di vivere in condizioni miserabili proprio perché sapevano di poter contare sulla patata per sfamarsi. Ancora ai tempi della Grande carestia irlandese il ministro del Tesoro britannico Charles Trevelyan ribadì che il male dell’Irlanda era il “sistema della patata”. Continua a leggere “Quando le basi capitaliste fondano sull’agricoltura”

Quando i migranti eravamo noi. Reportage da Ellis Island

Avvenire, 29 marzo 2019

New York – Annie Moore arrivò il 1° gennaio 1892 dopo una lunga traversata sull’oceano. Si era imbarcata due settimane prima su una nave a vapore partita da Cork, nell’Irlanda meridionale. Quel giorno, nell’isoletta alle porte di New York, si respirava aria di festa. Il centro immigrazione era stato appena inaugurato e si preparava ad accogliere i primi emigranti in arrivo dal Vecchio Continente. Possiamo immaginare lo stupore e la felicità di quella 17enne irlandese quando il capo degli ispettori, John Weber, le consegnò una moneta d’oro da dieci dollari aprendole le porte del sogno americano. Una statua in bronzo all’interno del Museo nazionale dell’immigrazione di Ellis Island la ricorda oggi come la prima emigrante arrivata qua alla ricerca di una vita migliore. Dopo di lei sarebbero sbarcati altri dodici milioni di uomini, donne e bambini in gran parte europei, tantissimi dei quali italiani. Annie Moore è diventata un simbolo di quell’esodo epocale iniziato alla fine dell’Ottocento, sebbene uno studio recente abbia accertato che negli Stati Uniti non trovò mai la fortuna che cercava. Trascorse il resto della sua vita in povertà in un sobborgo di New York e morì poco più che 40enne a causa di un attacco cardiaco, dopo aver seppellito cinque dei suoi undici figli, sfiniti dalle malattie e dalla denutrizione.
Per oltre sessant’anni Ellis Island è stata la porta d’accesso al “nuovo mondo” e visitandola oggi è quasi impossibile non volgere il pensiero a chi, anche ai giorni nostri, è costretto a intraprendere viaggi simili, e vede spesso i suoi sogni sfociare nella disillusione. Un secolo fa questa era l’isola della speranza, nota anche come l’isola delle lacrime perché in tanti vi conobbero umiliazioni, deportazioni, respingimenti. Le famiglie qui potevano ricongiungersi oppure finire fatalmente divise da un destino crudele. La Statua della Libertà è così vicina che sembra quasi di poterla toccare. I grattacieli di Manhattan spiccano all’orizzonte lasciando immaginare la carica emotiva di chi arrivava qui dopo un’interminabile traversata oceanica. L’edificio principale di Ellis Island, in mattoni rossi con quattro torrette all’esterno, è stato interamente restaurato e aperto al pubblico nel 1990 e ospita oggi l’unico museo statunitense che documenta la storia dell’immigrazione dall’era coloniale ai giorni nostri. Ogni anno viene visitato da oltre quattro milioni di persone perché quasi la metà degli attuali abitanti degli Stati Uniti ha almeno un familiare passato dalle sue stanze.
Nel 1892 questa isoletta artificiale costruita con i detriti degli scavi della metropolitana di New York venne trasformata in un centro di ispezione per i migranti in arrivo negli Stati Uniti. Cinque anni dopo l’edificio principale finì distrutto da un incendio ma fu ricostruito e ampliato con nuovi spazi aggiunti per adeguare l’isola al crescente transito di persone provenienti da ogni parte del mondo. Le loro storie, in gran parte anonime, prendono forma al primo e al secondo piano con una serie di mostre fotografiche di grande impatto. Le sale e le stanze oggi adibite a spazi espositivi ricostruiscono esperienze di vita vissuta facendo ascoltare le voci registrate dei protagonisti e mostrando piccoli oggetti d’uso quotidiano come valigie, ceste, sacchi, utensili e abiti d’epoca. “Sono venuto in America credendo che le strade fossero lastricate d’oro”, recitava un famoso canto degli emigrati italiani, “ma quando sono arrivato ho visto che le strade non erano lastricate affatto e che toccava a me lastricarle”. Ci sono stanze rimaste intatte da allora, come i dormitori nei quali sostavano i malati o le persone sottoposte a quarantena. Sempre al secondo piano si trova anche il luogo forse più evocativo dell’intero museo: l’enorme “Registry room”, la sala dove le persone attendevano con paura e trepidazione la chiamata degli ispettori per espletare l’ultima parte burocratica e ottenere finalmente il permesso di sbarcare. In quei lunghi interrogatori venivano loro richiesti i dati anagrafici, la professione, la destinazione, la disponibilità di denaro, gli eventuali carichi penali. E, non ultimo, l’orientamento politico. In poche ore si decideva il destino di intere famiglie. Il restauro ha ricreato un ambiente identico a com’era cento anni fa: l’imponente soffitto a volta in mattoncini bianchi, il pavimento color vermiglio, le bandiere a stelle e strisce issate sui parapetti. L’assenza delle panche dove sedevano gli emigranti in attesa di giudizio conferisce al grande salone ormai spoglio un’atmosfera di tragica ineluttabilità. Ma la “Registry Room” era soltanto l’ultima tappa di un lungo percorso che nella maggior parte dei casi si concludeva sui traghetti per Manhattan. Prima di arrivare lì i passeggeri di prima e seconda classe delle navi venivano ispezionati nelle loro cabine e scortati a terra dagli ufficiali dell’immigrazione. I più poveri, quelli che avevano viaggiato in terza e quarta classe, erano invece inviati sull’isola dove i medici li controllavano frettolosamente. Chi non superava gli esami veniva contrassegnato sulla schiena con un gessetto e sottoposto a ulteriori accertamenti. Una croce in caso di sospetti problemi mentali, altri simboli o lettere per disturbi quali ernia, tracoma, congiuntivite, patologie al cuore, ai polmoni o anche per una semplice gravidanza. Dai registri ufficiali risulta che appena il due percento degli emigranti sia stato respinto, circa un migliaio di persone al mese. Spesso venivano immediatamente reimbarcati sulla stessa nave che li aveva portati negli Stati Uniti e che in base alla legislazione americana aveva l’obbligo di riportarli nel porto dal quale erano partiti. Molti preferirono suicidarsi, piuttosto che affrontare il ritorno a casa. Le regole di esclusione erano spietate e imponevano che i vecchi, i ciechi, i sordomuti, i deformi e le persone affette da infermità, malattie mentali o contagiose non potessero accedere al suolo americano. Il centro di Ellis Island era stato progettato per accogliere 500mila persone all’anno, ma agli albori del secolo ne arrivarono circa il doppio, con oltre un milione di approdi nel solo 1907, l’anno più difficile. In seguito i decreti sull’immigrazione degli anni ‘20 posero fine alla politica di “porte aperte” degli Stati Uniti e introdussero rigide quote d’ingresso basate sulla nazionalità. La Grande depressione del 1929 limitò drasticamente gli arrivi, che scesero dai circa 240mila del 1930 ai 35mila nel 1932. Ellis Island si trasformò a poco a poco da centro di smistamento degli immigrati a luogo di raccolta per deportati e perseguitati politici. Durante la seconda guerra mondiale vi furono rinchiusi italiani, tedeschi e giapponesi e anche in seguito venne utilizzata principalmente per la detenzione. La struttura venne chiusa definitivamente il 12 novembre 1954 e gli edifici in disuso andarono lentamente in rovina. L’ultima mostra fotografica racconta gli anni dell’abbandono e della successiva rinascita, con il lungo restauro che ha trasformato Ellis Island in un luogo imprescindibile della nostra memoria recente.
RM

Duffy’s Cut, una storia di odio verso i migranti

Avvenire, 24.8.2016

Ci sono vicende sepolte in un passato lontano e cancellate dalla storia che a volte possono riemergere dall’oblio come un fiume carsico, e diventare un tragico monito per il presente. Quasi due secoli fa, lungo un anonimo tratto della ferrovia statunitense che porta a Philadelphia si consumò uno degli episodi più terribili e misteriosi dell’emigrazione irlandese cattolica negli Stati Uniti. Gran parte dei pendolari che ancora oggi partono tutte le mattine dalla stazione della piccola cittadina di Malvern – poco meno di tremila anime – sui treni diretti nella vicina capitale della Pennsylvania ignorano che lì vicino una grande targa ricorda i 57 immigrati irlandesi che morirono per posare quelle rotaie. Ma neanche la storia raccontata da quell’insegna nera potrebbe aiutarli a comprendere fino in fondo il dramma che si consumò in quel luogo nell’agosto del 1832. La targa, posta in mezzo agli alberi appena una decina d’anni fa, si limita infatti a spiegare che quei lavoratori morirono a causa di un’epidemia di colera e delle cure che furono negate loro a causa dei pregiudizi contro i cattolici irlandesi. Non c’è niente di meglio di una tragica fatalità, nella forma salvifica e rassicurante di uno dei flagelli del XIX secolo, per rimuovere un dramma cancellato dalla memoria collettiva e lavare la coscienza di un’intera comunità.
duffy375_52308846_300 Tutto ebbe inizio il 23 giugno di quell’anno, quando al porto di Philadelphia attraccò una nave proveniente dall’Irlanda. A bordo c’erano quasi duecento persone provenienti dalle contee irlandesi di Donegal, Derry e Tyrone. Uomini giovani, alcuni poco più che ventenni, e anche qualche donna, alla ricerca di una nuova vita lontana dalla miseria della madrepatria, si erano imbarcati affrontando un’estenuante traversata di due mesi. L’Irlanda era allora uno dei paesi più miserabili d’Europa, prostrato dalla fame e dalla povertà indotta dal dominio inglese. Erano infine sbarcati nella Terra Promessa e ad aspettarli, sulla banchina del porto, avevano trovato un impresario di nome Philip Duffy, irlandese pure lui. La potente Philadelphia & Columbia Railroad Company gli aveva appena affidato l’incarico di costruire il cosiddetto Mile 59, un tratto ferroviario che doveva collegare le città di Philadelphia e Columbia, in Pennsylvania, attraversando trenta miglia di aree boschive. Duffy aveva bisogno di manodopera per disboscare il terreno, trasportare e montare le pesanti traversine in ferro sulle quali sarebbero passati i treni nel tratto ferroviario che fu presto denominato Duffy’s Cut. Appena sei settimane dopo erano morti tutti, i loro nomi spariti da ogni registro storico americano, come se non fossero mai esistiti. Nessuno seppe più niente di loro. I giornali dell’epoca raccontarono che nell’area del cantiere era scoppiata un’epidemia di colera e la tesi fu confermata dalla compagnia ferroviaria, che in una lettera esprimeva solidarietà all’indirizzo di Duffy, per aver perso parte della sua manovalanza. Ma sulla sorte di quei lavoratori cominciarono a circolare dubbi e misteri destinati ad alimentare non poche leggende popolari. L’area fu recintata e resa inaccessibile, mentre in Irlanda una carestia di dimensioni apocalittiche avrebbe di lì a poco generato una nuova, gigantesca ondata migratoria verso gli Stati Uniti. Nel 1909 un funzionario delle ferrovie fu incaricato di indagare su quei fatti ma gli esiti della sua indagine non furono mai resi pubblici.
La tragica verità sulla fine degli operai irlandesi sarebbe emersa soltanto un secolo più tardi, in tempi recenti, dopo la definitiva chiusura della società costruttrice della linea ferroviaria. Alcuni anni fa due fratelli del posto, Bill e Frank Watson, nipoti dell’assistente dell’ultimo direttore della compagnia, scovarono tra le carte del nonno appena defunto un documento che l’uomo aveva conservato con cura dopo il fallimento della società, avvenuto nel 1970. Sul frontespizio c’era scritto “da non far uscire mai dagli uffici”; all’interno si affermava che nel Duffy’s Cut erano morti ben 57 lavoratori e si indicava il luogo dov’erano stati sepolti. I ritagli di giornale dell’epoca allegati al documento parlavano invece di appena otto morti, sebbene in quegli anni le informazioni relative alle morti per colera fossero di solito estremamente accurate proprio per evitare i contagi. I due fratelli Watson – il primo uno storico, il secondo un ministro luterano – si insospettirono e, convinti che il colera raccontasse soltanto una parte di verità, si misero a indagare. Chiesero e ottennero l’autorizzazione dalla Amtrak, la compagnia nazionale ferroviaria degli Stati Uniti, e nel 2005, grazie ai fondi raccolti dalla locale Università dell’Immacolata e da un’associazione vicina alla cattedrale di San Patrizio di Dublino, iniziarono gli scavi utilizzando radar e tecniche all’avanguardia. Il ritrovamento di alcuni oggetti personali – frammenti di pipe, posate, bottoni – fu il preludio della scoperta dei primi resti di ossa umane, e le successive analisi forensi compiute sui teschi e sulle tibie rivelarono finalmente la tragica verità. Su alcuni teschi c’era il foro di un proiettile, altri recavano evidenti segni di fratture causate da asce e da oggetti appuntiti. Quei lavoratori non erano morti a causa della malattia: erano stati massacrati. All’epoca gli immigrati irlandesi cattolici erano oggetto di un odio feroce e irrazionale, erano discriminati e sfruttati come bestie. Se ritenuti pericolosi, venivano eliminati senza pietà. L’epidemia di colera era scoppiata nell’area prima del loro arrivo, ma furono considerati responsabili di averla portata dall’Irlanda e quindi brutalizzati, uccisi e gettati in una fossa comune per paura della diffusione del contagio. Negli ultimi tre anni, studiando il Dna dei resti umani rinvenuti, è stato perlomeno possibile dare un nome a tutte le vittime, le cui spoglie hanno ottenuto degna sepoltura intorno a un’enorme croce celtica nel cimitero di West Laurel Hill, in Pennsylvania. La forte ondata emotiva e il cupo dolore evocati dalla vicenda che suona come una tragica lezione anche per il presente hanno colpito profondamente le coscienze degli irlandesi. Il cantante Christy Moore ha dedicato a questa storia un brano struggente intitolato semplicemente Duffy’s Cut mentre lo scrittore Paul Lynch, uno degli emergenti oggi più quotati d’Irlanda, ha incentrato proprio su quella tragica vicenda il suo straordinario romanzo d’esordio Red Sky in Morning, che nel 2017 uscirà anche in traduzione italiana.
RM

Marcinelle: sacrificati al progresso

Avvenire, 6.8.2016

Marcinelle“C’è ormai da temere che la catastrofe sia totale. Essa si amplia come un incubo in un tetro quadro di torri metalliche, squallidi capannoni, caligine, neri fantasmi. E se per le troppe vittime la fine è stata ugualmente atroce, se il pianto della madre belga è uguale al pianto di una delle nostre, è pur anche comprensibile che noi si pensi soprattutto ai 139 partiti dall’Italia per farsi una minuscola faticatissima fortuna e imprigionati per l’eternità dalla terra straniera che doveva dar loro, a costo di incredibili calvari, un modestissimo avvenire”. Così scrisse Dino Buzzati in un editoriale che uscì sul Corriere della Sera il 9 agosto 1956, all’indomani del disastro della miniera di Marcinelle, in Belgio. Sessant’anni fa, un’Europa da poco uscita dalle macerie del Dopoguerra fu sconvolta da un’immane tragedia mineraria che inghiottì a quasi mille metri di profondità le vite di 262 minatori di dodici nazionalità, uccisi dalla mancanza di misure di sicurezza e dalla disorganizzazione, vittime sacrificali di un modello produttivo basato sulla rincorsa frenetica all’energia. Le commissioni d’inchiesta avrebbero poi accertato le gravi inadempienze della direzione della miniera, che era vecchia e spremuta all’inverosimile, accertando anche la fatale inadeguatezza delle misure intraprese dopo lo scoppio dell’incendio, che impedirono di salvare un maggior numero di vite. Fu l’Italia a pagare il più alto tributo di sangue: 136 morti erano immigrati provenienti in gran parte dall’Abruzzo, in cerca di un futuro migliore a costo di enormi sacrifici. Toni Ricciardi, docente di storia delle migrazioni all’università di Ginevra, li definisce eloquentemente “braccia e vite offerte dai governi italiani per far ripartire l’economia del paese e far diventare l’Italia una grande potenza”. In un autorevole saggio appena uscito (Marcinelle, 1956. Quando la vita valeva meno del carbone, Donzelli) Ricciardi traccia un necessario bilancio storiografico dell’evento più doloroso della recente storia dell’emigrazione italiana, riportando le vittime al centro della narrazione e cercando di fare i conti con la memoria collettiva di quella tragedia. “Quella degli italiani in Belgio fu in quegli anni una vera e propria emigrazione di stato, conseguenza di un accordo siglato con Bruxelles il 23 giugno del 1946, due giorni prima che si insediasse l’Assemblea Costituente, il cosiddetto scambio ‘minatori-carbone’, che seguendo una logica meramente geopolitica affondava le radici nell’antico rapporto tra i due regni”. “Il governo De Gasperi – prosegue lo storico – copiò di fatto un accordo siglato nel 1937 dall’Italia fascista con i nazisti per spedire braccianti in Germania e creò il più grande sistema di esportazione di forza lavoro della storia dell’Occidente, impegnandosi a trasferire cinquantamila lavoratori da destinare alle miniere belghe, una media di duemila a settimana”.
L’Italia, da nord a sud, fu tappezzata di manifesti rosa che incitavano a partire per i distretti minerari del Belgio, a scavare nelle viscere della terra quella risorsa necessaria al rilancio economico del paese. Ma ben presto si scoprì che le forniture di carbone tardavano ad arrivare, o erano molto inferiori del previsto, mentre molti emigrati rimpatriavano o venivano arrestati perché si rifiutavano di sottostare alle condizioni disumane stabilite tra Roma e Bruxelles. I minatori e le loro famiglie erano ospitati in baracche prive di acqua, gas ed elettricità, con tetti precari e bagni collettivi rigorosamente all’esterno. “Emerse con evidenza – prosegue Ricciardi – il contrasto tra un’Italia del benessere, proiettata verso nuovi consumi e stili di vita, che divenne in pochi anni la settima potenza economica mondiale e un Italia stracciona, miserabile, che stava vivendo un processo migratorio gigantesco. Usando un cliché identitario vagamente xenofobo i belgi ci chiamavano ‘macaronì’, con l’accento sull’ultima i, e ci accolsero come dei prigionieri di guerra”. I nostri connazionali arrivavano dopo 24 ore di viaggio in treno nello scalo merci di Bruxelles, perché non dovevano essere visti, e poi montati sui camion che avevano appena scaricato il carbone, quindi sporchi e maleodoranti. Infine venivano portati negli ex campi di concentramento della Seconda guerra mondiale che erano ancora disseminati in tutto il paese. Insieme ai centri di emigrazione si sviluppò in quegli anni anche la rete dei trafficanti di migranti, “individui privi di scrupoli, cooperative, società di spregiudicati che illegalmente reclutavano nelle campagne braccia e famiglie da destinare al fruttuoso business dell’immigrazione”. Una tragedia che assomiglia per molti aspetti all’attualità. Basato sulle più recenti ricerche d’archivio, il saggio di Ricciardi inquadra la centralità storica della strage di Marcinelle, che segnò di fatto il momento di cesura di un percorso migratorio. “Proprio nel 1956 – spiega lo storico – l’Italia firmò accordi simili in mezza Europa, in primo luogo con la Svizzera, e quindi interruppe la direttrice verso il Belgio, dove dal 1840 al 1965 erano morte nelle miniere di carbone oltre 24mila persone, una cifra peraltro calcolata per difetto”. Quella catastrofe rappresentò uno spartiacque anche perché per la prima volta fu raccontata in diretta dalla radio, facendo ascoltare gli elenchi dei dispersi e dei sopravvissuti, e cambiando per sempre il modo di fare giornalismo. “L’opinione pubblica italiana rimase all’epoca molto colpita da quella tragedia e in poche settimane furono raccolti oltre 534 milioni di lire in solidarietà, poi nel 1968 fu istituita una commissione d’inchiesta per chiarire com’erano stati spesi quei soldi, e non è chiaro dove ne finì una buona parte, circa 200 milioni”. L’ondata emotiva durò circa un paio di mesi, dopodiché su quei fatti calò una fitta coltre di oblio, che avrebbe relegato i 262 minatori morti e le loro famiglie in un angolo remoto della storia italiana per circa 40 anni. Il dramma di Marcinelle è stato riscoperto solo in tempi recenti: nel 2001 fu istituita una giornata della memoria dei morti dell’emigrazione e da allora tanti studi, analisi e film hanno contribuito a renderlo un momento centrale della nostra memoria collettiva recente. “Quattro decenni sono una distanza quasi fisiologica per rielaborare certi fatti – conclude Ricciardi – e ormai Marcinelle rappresenta un mondo lontano, quello delle miniere di carbone, che in Europa non esiste più. Ma rileggendo i documenti dell’epoca si capisce chiaramente come quelle persone furono davvero svendute sull’altare dell’industrializzazione”.
RM

Frontiere da varcare

di Gianni Sartori

Tijuana come Lampedusa. Emblema della linea che separa i sommersi dai salvati, la frontiera. Ufficialmente circa tremila all’anno, ma probabilmente sono molte di più le donne latino-americane scomparse nel nulla alla frontiera tra Messico e Stati Uniti. A Tijuana una misteriosa “industria dei video pornografici” realizza dvd con immagini di violenza sulle donne. Un’imprenditoria mafiosa che trae profitto dalla spettacolarizzazione e mercificazione della violenza. Marketing che si mescola con il sadismo. Ne ha parlato Azzurra Carpo nel suo Romanzo di frontiera (Ed. Albatros), senza concedere nulla ai particolari raccapriccianti talvolta evocati da inchieste e trasmissioni televisive.
“Ho avuto la fortuna di crescere sulle frontiere -racconta l’autrice- ero migrante già da bambina, in Perù, in Brasile, dove i miei genitori lavoravano con la cooperazione internazionale”. Anche se, precisa “migrando dal Nord al Sud ho viaggiato con il tappetto rosso”. Accolta, non additata. Ha incontrato persone che “attraversavano le frontiere come i personaggi di questo libro, conoscevano i nomi dell’esclusione, dell’embargo, i muri e i limiti della nostra società”. In anni recenti, la giovane scrittrice ha studiato al confine tra Usa e Messico potendo “conoscere i due lati della frontiera – da El Paso a Ciudad Juarez, da San Diego a Tijuana – dove nessuno sa immaginare il futuro, ma scorre l’adrenalina della speranza”. Un aspetto affascinante, l’“ibridismo linguistico e gergale”. Il migrante apprende le parole essenziali, per poter sopravvivere e farsi riconoscere come essere umano.
A livello globale la principale vittima resta la donna. Nei conflitti, quella contro le donne è guerra aperta e lo stupro – in Bosnia, in Congo, in Kurdistan o in Libia – viene usato come arma. Una strategia, denuncia l’autrice “per distruggere il cuore del nemico, degradando simbolicamente il corpo della donna”. Così nelle frontiere, dove il corpo della donna migrante è il più vulnerabile, il più esposto allo sfruttamento, al traffico clandestino, alla morte. Lungo il Muro della vergogna che separa Messico e Stati Uniti, ogni notte migliaia di donne come la protagonista Leonor “devono gettare il loro corpo al di là della barriera per poi andare a riprenderselo”. E non è scontato che possano ritrovarlo. La maggior parte dei migranti che raggiungono Tijuana proviene dall’America centrale. Sono guatemaltechi, salvadoregni, cubani. Senza documenti, cercano di racimolare il denaro necessario per pagare i trafficanti lavorando in fabbriche dalle condizioni durissime. Il trafficante (il coyote) conosce i punti in cui è possibile passare, superare muri e fili spinati. Accompagna i migranti per qualche chilometro e poi si devono arrangiare. Nel deserto, molti non sopravvivono alla disidratazione o al freddo. Altri soccombono a causa di serpenti e scorpioni. Per l’autrice ognuno di noi dovrebbe “aggiustare il mondo con quello che sa fare, sporcarsi le mani con allegria e umiltà perché questo sprigiona energie positive”. Uno dei protagonisti di Romanzo di frontiera, Ben, sfida l’embargo per affinare le corde dei vecchi pianoforti cubani. Perché “accordare un piano è un po’ aggiustare il mondo, aprendo fessure nelle frontiere”. Anche in quelle dell’ideologia o del razzismo.