A Mostar un voto per il futuro della Bosnia

Avvenire, 20 dicembre 2020

C’è voluta una sentenza storica della Corte europea dei diritti dell’uomo per riportare finalmente al voto la città di Mostar, dodici anni dopo le ultime elezioni amministrative svolte nel 2008. I giudici UE hanno stabilito che l’impossibilità di eleggere democraticamente i rappresentanti nelle istituzioni locali costituiva una violazione dei principi fondamentali dello stato di diritto e hanno costretto i due principali partiti nazionalisti – il bosgnacco Sda di Bakir Izetbgovic e il croato Hdz BiH guidato da Dragan Covic – a sbloccare l’impasse trovando un accordo favorito anche dalle pressioni della comunità internazionale. A portare il caso di Mostar davanti alla Corte di Strasburgo era stata Irma Baralija, 36enne maestra elementare candidata della lista liberale Nasa Stranka. È lei il vero volto nuovo della politica bosniaca: dopo aver vissuto a lungo in Spagna, due anni fa ha fatto rientro nel suo paese natale con l’intenzione di aprire una breccia nel muro comunitario e ricostruire la Mostar multiculturale che esisteva prima dei conflitti degli anni ’90. A venticinque anni esatti dagli accordi di pace di Dayton, il capoluogo storico dell’Erzegovina è il simbolo della scarsa coesione etnica della Bosnia odierna. In città ci sono ancora scuole, ospedali e uffici postali rigidamente separati su base etnica tra cattolici croati e musulmani bosgnacchi. Finora la scena politica è stata dominata dalle forze politiche protagoniste delle guerre jugoslave. Ma domani gli elettori torneranno finalmente alle urne e l’Unione europea guarda con particolare interesse all’esito del voto. Le elezioni locali a Mostar sono infatti le ultime nel quadro delle amministrative bosniache svolte nel novembre scorso, che hanno visto i partiti nazionalisti perdere sia Sarajevo che Banja Luka, le “due capitali” della Federazione di Bosnia-Erzegovina e della Republika Srpska. Se dovessero risultare sconfitti anche a Mostar sarebbe un chiaro segnale di cambiamento che avvicinerebbe il paese al raggiungimento dei requisiti richiesti per diventare a pieno titolo uno stato membro dell’Unione europea.

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