McCann: “racconto due padri divisi dalla guerra ma uniti dal dolore”

Avvenire, 1 giugno 2021

Due padri uniti dall’empatia del dolore dopo la tragica morte delle giovani figlie. Un ebreo e un palestinese: potevano odiarsi rinfacciandosi i rispettivi lutti, invece diventano amici e insieme cercano la redenzione di fronte a un dolore così atroce. Rami Elhanan e Bassam Aramin sembrano due personaggi usciti dall’Iliade eppure sono autentici, reali, in carne e ossa. Smadar, la figlia 14enne di Rami, fu uccisa da un kamikaze palestinese mentre faceva shopping con le amiche, nel centro di Gerusalemme. Abir, 10 anni, figlia di Bassam, fu colpita a morte fuori dalla sua scuola da un giovane soldato israeliano che sparava proiettili di gomma su civili inermi.
 La tragica simmetria di quelle morti distrugge due giovani vite ma per una volta non genera desideri di vendetta perché i loro padri fanno conoscenza grazie a un’organizzazione di sostegno per genitori che hanno perso i figli nel conflitto. Rami e Bassam si identificano l’uno nel dolore dell’altro e decidono di spezzare il “cerchio del sangue” usando le loro tragedie come arma per la pace. Un giorno incontrano Colum McCann, scrittore irlandese ormai da tempo trapiantato a New York, che resta folgorato dalle loro storie al punto da farne l’oggetto del suo ultimo sorprendente romanzo, Apeirogon (Feltrinelli, traduzione di Marinella Magrì, pp. 528, euro 22), un racconto struggente e carico di speranza, già acclamato dalla critica statunitense, selezionato nella longlist del Booker Prize nel 2020 e adesso entrato nella cinquina del premio Gregor Von Rezzori in programma a Firenze dal 3 al 5 giugno prossimo. Un libro che lo stesso McCann definisce “ibrido” perché si colloca a metà tra la narrativa e la saggistica, con uno stile frammentario strutturato in un migliaio di capitoli, alcuni lunghi appena una riga, altri che fanno emergere piccoli dolorosi fotogrammi alla maniera di W.G. Sebald, fino a costruire un caleidoscopio di storie tutte legate dallo stesso filo conduttore. Apeirogon è il termine scientifico utilizzato per definire un oggetto con un’infinità di lati e proprio la moltitudine è l’artificio usato da McCann per raccontare quei drammi più volte, da diverse angolazioni, per collegarli al passato delle due famiglie ma anche agli argomenti più disparati. Nel tentativo di descrivere il dolore di quei due padri McCann ci regala pagine memorabili che spaziano dal racconto dello scempio del corpo di Cristo nella crocefissione a quello del viaggio di Jorge Luis Borges a Gerusalemme, dalla lettera in cui Einstein chiese a Freud se era possibile liberare l’umanità dall’odio, allo spettacolo musicale messo in scena nel campo di sterminio di Theresienstadt. Il risultato è un’opera di grande spessore, di cui Steven Spielberg ha già acquistato i diritti per farne l’ultima parte della sua trilogia dedicata al popolo ebraico dopo Schindler’s List e Munich.
Non capita spesso che uno scrittore incontri i suoi personaggi nella realtà. Cosa l’ha spinta a voler raccontare le loro storie?
Rami e Bassam mi hanno spalancato il cuore dal primo momento in cui li ho incontrati. Mi hanno letteralmente lasciato senza fiato. Era il 2015 e mi trovavo nella città di Beit Jala, vicino a Gerusalemme, in viaggio insieme a un gruppo di artisti e attivisti. Non esagero se dico che le loro storie mi hanno cambiato la vita. Ho ritenuto importante modellarle in un romanzo piuttosto che in un saggio perché volevo andare al di là dei fatti e delle cifre per cercare di coglierne l’aspetto umano.
È padre anche lei, cos’ha provato di fronte a questi due uomini che hanno perduto così tragicamente le loro figlie?
Ho avuto alcune perdite nella mia vita ma per fortuna niente di paragonabile a quanto è accaduto a loro. Ciò che mi ha colpito di più è però il modo in cui Rami e Bassam hanno saputo usare la forza del loro dolore come arma per fare qualcosa di positivo. Non sono più riuscito a togliermi le loro storie dalla testa.
Come si affronta dal punto di vista letterario il tema della perdita di un figlio?
Ho cercato ovviamente di farlo nel modo più delicato possibile ma non volevo che il tatto mi impedisse di raccontare fino in fondo la drammatica verità realtà dei fatti. C’era una miriade di piccoli dettagli che sono stati molto difficili da scrivere. Per esempio il momento in cui Rami si precipita all’obitorio, a Gerusalemme. O quando Abir esce dal negozio di alimentari e i soldati le sparano. Volevo innanzitutto che il lettore potesse cogliere la drammaticità di quei momenti, che comprendesse appieno la profondità di quell’esperienza.
Perché ha definito questo libro un “romanzo ibrido”?
Perché è quasi un incrocio tra un romanzo e un saggio. Volevo entrare nelle teste di Rami e Bassam. Nel libro ho messo cifre e dettagli ma prima di tutto ho cercato di scavare a fondo nell’animo umano. Sono uno scrittore di romanzi ma sono anche un giornalista e mi piace mettere in collegamento due mondi che si presumono distanti. In fondo si tratta soltanto di provare a costruire una buona narrazione. Che tu stia scrivendo una poesia o un articolo di giornale, ciò che conta è il modo in cui lo dici, la lingua che usi.
Cosa significa per lei la parola perdono?
Questa è una domanda davvero molto difficile. Credo che si possa perdonare ma che non sia possibile spiegare fino in fondo cos’è il perdono. Forse è la capacità di risconoscere che nel mondo è più importante il piano collettivo di quello individuale. È qualcosa che ha a che fare con l’empatia. E anche con la dignità.
Nascere e crescere in Irlanda ha influenzato il suo punto di vista nei confronti del conflitto israelo-palestinese?
Sicuramente. Anzi direi che crescere in Irlanda ha condizionato la mia visuale sul mondo. Da ragazzino andavo spesso in Irlanda del Nord con mia madre. Dovevamo spostarci attraverso i check-point e sapevamo bene qual era il significato della parola “occupazione”. Ho imparato anche molte cose riguardo la lingua, le menzogne e le mezze verità. Anche studiare il processo di pace anglo-irlandese è stato molto importante.
Qual è stato il suo primo pensiero quando nei giorni scorsi ha visto che erano ripresi i raid aerei su Gaza e i lanci di razzi da parte di Hamas?
Sono rimasto sconvolto, ovviamente ho pensato subito a Rami e a Bassam. Anche loro erano profondamente scossi. I loro figli stanno già portando avanti il loro lavoro e non vogliono che in futuro anche i loro nipoti facciano lo stesso.
Perché in Israele e Palestina ma anche in tutti gli altri scenari di guerra del mondo non possono esserci molti altri casi di perdono e riconciliazione come quelli di Rami e Bassam?
In realtà penso che ne esistano già parecchi. Ma credo che molti di essi non abbiano la possibilità di raccontare le loro storie e di conseguenza perché non vengono ascoltati. È estremamente difficile fare quello che hanno fatto Rami e Bassam. Ci vuole un coraggio straordinario. Anche noi giornalisti e narratori dovremmo avere il coraggio di raccontare le loro storie. Storie simili dovrebbero essere raccontate all’infinito.
C’è qualcosa, oltre a vicende come quelle di Rami e Bassam, che le dà speranza in una possibile risoluzione del conflitto israelo-palestinese?
Spero che presto possa nascere una giovane Greta Thumberg palestinese o israeliana. Penso che il cambiamento possa arrivare dal basso. Ma dipende da un’enorme quantità di possibili interconnessioni.

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