Perhat Tursun, lo scrittore scomparso

Avvenire, 29 settembre 2022

Quello che in tempi recenti è stato definito “un inferno distopico di dimensioni sbalorditive” era già stato immaginato e descritto dal più grande scrittore uiguro contemporaneo. Alcuni anni fa, prima che in Cina iniziasse la feroce persecuzione contro l’etnia turcofona di religione islamica che vive nell’estremo ovest del Paese, Perhat Tursun scrisse un romanzo destinato a rivelarsi tragicamente premonitore e ad anticipare gli orrori perpetrati nella regione autonoma dello Xinjiang. Riecheggiando la sua stessa vita, Tursun ha raccontato la vicenda di un cittadino di seconda classe, vittima dell’esclusione e del razzismo, la cui esistenza precaria ricorda quella di molti uiguri prima del 2014, quando le autorità cinesi avviarono la brutale repressione che avrebbe portato oltre un milione di loro nei campi di rieducazione. Continua a leggere “Perhat Tursun, lo scrittore scomparso”

Superiorità etnica, guerra civile

(di Federico Rampini)

Al terzo giorno di scontri nella capitale dello Xinjiang, Urumqi, oggi la novità è la mobilitazione della popolazione locale di etnìa Han, il ceppo maggioritario in Cina. La manifestazione di centinaia di cinesi Han armati di mazze e decisi a farsi giustizia contro gli uiguri può innescare una ulteriore escalation nella violenza, fino a forme di giustizia sommaria e di guerra civile. A Urumqi i rapporti numerici sono già in favore degli Han: grazie alla massiccia immigrazione degli ultimi anni ormai l’etnìa locale di religione islamica rappresenta solo il 30% della popolazione nella capitale provinciale (che in tutto ha 2,5 milioni di abitanti). E’ proprio questa del resto una ragione dell’esasperazione degli uiguri: la sensazione che il loro destino è segnato, che non sono più padroni in casa propria, perché attraverso l’immigrazione la Repubblica Popolare li diluisce fino a renderli sempre più minoritari nella loro terra.
La situazione è analoga in Tibet: anche a Lhasa ormai i cinesi stanno superando i tibetani. E tuttavia nel marzo del 2008 dopo la rivolta tibetana gli Han non scesero in piazza, lasciarono che a riprendere il controllo della città fossero i professionisti della repressione: esercito, corpi paramilitari e polizia antisommossa. La risposta degli Han a Urumqi può avere diverse spiegazioni: il carattere ancora più radicale della contrapposizione con i musulmani, che non hanno un leader pacifista e fautore della non violenza come il Dalai Lama; la superiorità numerica ancora più schiacciante degli Han. Sicuramente però il governo di Pechino ha svolto un ruolo. In particolare attraverso l’uso selettivo delle immagini della rivolta da parte dei mass media di Stato. L’anno scorso sui moti di Lhasa all’inizio ci fu più censura e più discrezione, solo lentamente filtrarono notizie sulle tragiche morti di alcuni Han. A Urumqi invece la politica dell’informazione ha cambiato segno: immediatamente la tv di Stato Cctv ha diffuso immagini terribili e unilaterali, tutte di Han coperti di sangue. Un modo per istigare nella maggioranza cinese una voglia di vendetta. E’ uno scenario che può avere sviluppi perfino più gravi che in Tibet. Se Pechino decide di mettere in campo non solo la sua temibile forza repressiva ma anche la superiorità etnica, la “resa dei conti” con le minoranze riottose rischia di diventare ancora più selvaggia.

da Repubblica.it