Višegrad e la memoria cancellata per decreto

di Giorgio Fruscione (EastJournal)

20 anni dopo la guerra di Bosnia la città del ponte sulla Drina torna a far parlare di sé. Un’ordinanza della maggioranza comunale, guidata dal partito che fu di Karadžić, ha imposto la rimozione della parola “genocidio” dal monumento che ricorda le vittime.

C’era una volta Višegrad, piccola ed economicamente insignificante città della Bosnia orientale, in quello che per oltre 400 anni ha rappresentato il confine naturale, tra due mondi, due stati, due religioni, e forse due popoli. C’era una volta il Ponte sulla Drina, “dono di Dio” che per oltre 400 anni ha riunito le sponde di un grosso fiume in una cittadina sperduta e poco abitata. Il ritorno del gran visir ha portato alla piccola città l’architettura del grande impero. C’era una volta Ivo Andrić, un po’ bosniaco, un po’ croato, un po’ serbo e nessuno dei tre, che 400 anni dopo la costruzione del Ponte sulla Drina di  Višegrad vinceva il primo e unico premio Nobel della storia degli slavi del sud. Ivo Andrić, bosniaco per l’anagrafe, croato per la parrocchia e serbo per l’accademia riceve nel 1961 il prestigioso riconoscimento per il suo capolavoro Na Drini Čuprija (Il Ponte sulla Drina, appunto), facendo balzare all’onore della cronaca il suo paese, la Jugoslavia. Quella Jugoslavia socialista nata sulle ceneri di una guerra fratricida ed iniziata con l’occupazione nazista nell’aprile del ‘41, grazie anche alla firma dello stesso Ivo Andrić, ambasciatore jugoslavo a Berlino.
Lui che meglio di molti altri ha saputo riflettere l’immagine della Jugoslavia multiculturale – nonostante il suo essere conservatore l’avesse ideologicamente distaccato dal marxismo – ha raccontato al mondo intero l’esperienza dell’occupazione ottomana, dove i cristiani che non si sottomettevano venivano impalati vivi e quelli che erano più fortunati venivano rapiti da bambini, per arricchire il corpo dei giannizzeri e divenire, come nel caso di Mehmet Paša Sokolović, il gran vizir che commissionerà la costruzione di un’opera voluta da Dio in quella che era la sua città natale.
L’esperienza del Ponte sulla Drina è scandita dal ritmo delle rivolte e delle guerre. La portata “storica“ di questo ponte potrebbe infatti collegare ben di più che due sponde di fiume e invece, nel 1992 è teatro di un’ altra guerra e altro sangue. Mentre i carnefici della guerra usavano il ponte “voluto da Dio” come rampa per liberarsi dei cadaveri, le vittime troveranno nella Drina il loro eterno riposo. A quasi vent’anni dall’ultima guerra la piccola e ormai insignificante Višegrad torna a far parlare di sé, ma per fortuna o purtroppo il vecchio ponte non c’entra. Continua a leggere “Višegrad e la memoria cancellata per decreto”

La Drina, il Nobel, le fosse comuni

“A Visegrad c’e’ un ponte, un ponte sulla Drina; un ponte fra la Serbia e la Bosnia; un ponte fra il mondo cristiano e quello musulmano; un ponte fra l’Oriente e l’Occidente. C’e’ un ponte (come in ogni altro dove) fra il passato e il futuro.”

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Il Tribunale dell’Aja ha condannato i criminali di guerra Milan e Sredoje Lukic, rispettivamente all’ergastolo e a 30 anni di carcere, chiudendo il processo a due dei più famigerati criminali di guerra serbi, responsabili degli omicidi di massa attorno alla città bosniaca di Visegrad, sul fiume Drina, il più importante di tutta la Bosnia. Il tribunale dell’Aja aveva intessuto il processo contro i due cugini basandosi principalmente sul massacro di 140 civili bosniaci di fede musulmana, che erano stati chiusi in due case della città e bruciati vivi. Numerosi altri criminali di guerra restano però ancora impuniti.
I servizi dei mezzi di informazione sul processo hanno per lo più taciuto che il numero complessivo delle vittime della città e del comune di Visegrad (Opstina) dei due cugini Lukic, ammonta, secondo le stime delle associazioni dei parenti delle vittime e di profughi a circa 3.000 persone. Visegrad è quindi accanto a Srebrenica una delle città principali in cui si è compiuto il genocidio dei musulmani bosniaci. Gli omicidi di massa nella città sulla Drina sono stati commessi tra maggio e giugno 1992, in seguito all’occupazione della città prima da parte dell’esercito jugoslavo e poi delle milizie serbe. Tra le vittime si contano anche circa 600 donne e 120 bambini, ma si ignorano tuttora i nomi di moltissime vittime. Spesso sono state sterminate intere famiglie, come ad esempio tutti i 60 componenti della famiglia Kurspahic di Bikavac, in modo da non lasciare nessuno che ne potesse denunciare la scomparsa.
Durante la guerra in Bosnia il fiume Drina si è trasformato in una delle maggiori fosse comuni della Bosnia. Nelle città e nei villaggi situati lungo il fiume, non solo a Visegrad, sono stati commessi innumerevoli massacri e i corpi gettati nel fiume. I cadaveri sono stati portati via dalle acque del fiume, spesso stritolati dalle turbine delle fabbriche e delle centrali idroelettriche lungo il fiume, tanto che i resti di molte persone probabilmente non verranno mai trovati. Nella città di Visegrad, scenario dell’opera principale del premio Nobel per la letteratura Ivo Andric (“Il ponte sulla Drina”), centinaia di civili sono stati giustiziati proprio sul famoso ponte Mehmed Pasa Sokolovic descritto da Andric. Anche i loro corpi sono stati gettati nella Drina. Solo l’anno scorso a Visegrad sono state sepolte 152 salme su 202 esumate al cimitero della memoria, creato appositamente per le vittime del genocidio. Dei 152 sepolti, solo 21 erano stati identificati, mentre le pietre tombali di tutti gli altri recano l’iscrizione N.N. (sconosciuto). Nel villaggio di Slap vicino a Zepa è stata trovata un’altra fossa comune con le ossa di 133 persone. Gli abitanti di questo villaggio situato in un canyon, assediata per quattro anni dalle truppe serbe, erano riusciti a pescare i cadaveri dal fiume e dar loro almeno una sepoltura temporanea. Proprio come Srebrenica, Zepa è stata una enclave sotto assedio serbo per quattro anni e una cosiddetta zona di protezione dell’ONU.