Hitler: umano troppo umano

hitler-xlarge_trans++LJITaACxRb6RmwZ6WleaDeffBTAY9rC9dzAM4z28kdoAvvenire, 19.5.2016

Nel 1934 un solerte funzionario del Ministero delle Finanze tedesco fu rimproverato duramente per aver scoperto che il nuovo Cancelliere aveva un debito di oltre 400.000 marchi nei confronti dell’Erario. Da quel momento in poi, una legge avrebbe esentato Adolf Hitler dal pagamento delle imposte. Quello che si era presentato al popolo come un leader umile, dal 1937 avrebbe cominciato a percepire anche una percentuale sulla vendita dei francobolli stampati con la sua effigie. Fin dai primi anni al potere era stato un amante del lusso che possedeva i più costosi modelli di Mercedes e spendeva l’equivalente odierno di migliaia di euro in camere d’albergo. Intorno a un caleidoscopio di piccoli e apparentemente banali particolari sulla sua vita privata si intesse la trama della nuova monumentale biografia del Fuhrer, Hitler: A Biography – Volume One: Ascent 1889-1939 scritta dallo storico tedesco Volker Ullrich. È il primo ritratto di Hitler scritto da uno studioso tedesco dopo il classico di Joachim Fest del 1973, ed è assai rilevante perché per la prima volta si concentra sull’“uomo” Hitler respingendo con forza la tesi degli studiosi che l’hanno definito uno psicopatico e un essere fuori dall’ordinario. Ullrich, già autore di apprezzatissime biografie su Napoleone e Bismarck, basa la sua narrazione sul materiale desecretato dagli archivi negli ultimi quarant’anni e sui racconti di persone vicine a Hitler ai tempi dell’adolescenza per delinearne i tratti caratteriali del tutto umani, senza che questo rischi di relativizzare i suoi crimini. Al contrario: ritiene che sia impossibile comprenderli appieno senza analizzare a fondo la sua complessa personalità. A lungo, dal Dopoguerra a oggi, Hitler è stato visto dagli storici come una sorta di alieno sceso sulla Terra per creare catastrofi. Un elemento che ha accomunato i lavori pionieristici del giornalista bavarese Konrad Heiden – l’inventore dell’epiteto “nazista” – e dello storico Alan Bullock, ma anche il più recente lavoro del britannico Ian Kershaw oltre alla già citata biografia di Joachim Fest, ancora oggi considerata da molti il miglior ritratto psicologico e caratteriale del dittatore nazista. Ma nel libro di Fest traspare la ripugnanza dell’autore nei confronti di Hitler, considerato un malato di mente sulla base dell’assunto che nessuna considerazione umana e nessuna riflessione legata a ragioni morali gli apparteneva. Kershaw era invece interessato in primo luogo alle strutture sociali che resero possibile il “fenomeno” Hitler, e per questo antepose i rapporti di potere alle persone attraverso un approccio storico-sociologo. Ullrich mette invece in primo piano l’uomo, descrivendo il terribile fascino che suscitava nelle masse, un fascino però artefatto, teatrale, al pari dei suoi proverbiali scoppi d’ira, costruiti ad arte per generare terrore in primo luogo nei suoi uomini. Seguendo un filo rigorosamente cronologico, Ullrich mostra il futuro Fuhrer, appena ventenne e senza un futuro davanti, che alloggia in un rifugio per senza fissa dimora a Vienna, nel 1909, e che appena trent’anni dopo sarà diventato il più potente leader politico sulla faccia della Terra, alla guida di un impero di dimensioni mostruose. Ma quell’uomo piccolo, ipocrita, la cui sincerità traspare soltanto in rarissime circostanze, sarebbe rimasto ai margini della società se non fosse stato per le drammatiche conseguenze sociali della Prima guerra mondiale, le riparazioni imposte alla Germania, la crisi economica e identitaria che travolse il suo paese in quegli anni. Ullrich respinge con decisione l’ipotesi formulata da alcuni studiosi circa la sua presunta omosessualità, lo descrive come un uomo senza una vita privata, un lettore compulsivo di libri su arte, architettura, filosofia, ed esclude che sia stato un fervente antisemita fin dagli anni giovanili a Vienna. Rivela infatti che in gioventù Hitler conviveva nei pensionati con compagni di stanza ebrei e mostrava grande rispetto per un anziano dottore di famiglia ebreo. L’odio viscerale, ai confini della nevrosi, nei confronti degli ebrei si sarebbe manifestato soltanto in seguito, negli anni trascorsi a Monaco dopo la fine della Grande guerra. Già diventato un best seller in Germania e adesso tradotto in inglese, il primo volume di questa biografia si conclude nel 1939, al cinquantesimo compleanno del Fuhrer, con l’Olocausto alle porte. Il secondo uscirà in Germania nel 2017.
RM

Hitler obbediva a Eva Braun?

(Articolo uscito oggi su “Avvenire”)

Adolf Hitler ed Eva Braun sono stati marito e moglie soltanto per un giorno, ma neanche la morte è riuscita a separarli. Se le conclusioni di quella che è stata definita “la prima biografia accademica” della consorte del Führer si riveleranno esatte, potrebbero aprire la strada anche a una profonda ridefinizione della personalità del dittatore nazista. Nel suo volume “Eva Braun: Life with Hitler”, appena pubblicato dalla prestigiosa casa editrice Beck, la storica berlinese Heike Görtemaker ribalta le tesi di studiosi di spicco come Ian Kershaw e Hugh Trevor-Roper – che l’avevano definita una figura ‘priva di interesse’ – o come il più famoso biografo di Hitler, Joachim Fest, secondo il quale la Braun era solo una donna stupida e ignorante che pensava al cinema e alla moda quasi senza accorgersi della barbarie che la circondava. Al termine di una ricerca che le è costata tre anni di lavoro e l’ha portata a esaminare lettere, foto e documenti in parte inediti, Görtemaker sostiene che il ruolo di Eva Braun è stato ampiamente sottovalutato perché la donna fu in realtà un elemento chiave del ristretto circolo di Hitler e un membro importante della macchina della propaganda nazista. Per dimostrarlo, la studiosa ha accantonato le ricorrenti dicerie e gli aneddoti morbosi sulla coppia per delineare quello che sarebbe stato un rapporto di grande affiatamento e intimità, capace di spiegare lati finora inesplorati della psiche del Fuhrer. Una relazione nata nel 1932 – alcuni anni dopo il loro primo incontro, nel negozio del fotografo Heinrich Hoffmann – e destinata a concludersi tragicamente con il doppio suicidio nel bunker di Berlino, il 30 aprile 1945. L’equivoco di fondo che avrebbe indotto in errore tanti storici illustri sarebbe nato dalle famose interviste di Trevor-Roper ad Albert Speer. “La figura di Eva Braun deluderà tutti gli storici, nessuna donna ha avuto un ruolo significativo nella storia del partito nazista”, affermò in quell’occasione l’architetto del Führer. Ma secondo Görtemaker si tratterebbe di affermazioni volutamente false che intendevano proteggere le mogli e le donne degli ufficiali del Reich da processi e condanne post-belliche. Continua a leggere “Hitler obbediva a Eva Braun?”