Un poeta presidente

La nostra intervista a Michael D. Higgins, presidente della Repubblica d’Irlanda, uscita su Avvenire di oggi

president-michael-d-higgins1L’unico rammarico di Michael D. Higgins, da quando è stato eletto nono presidente della Repubblica d’Irlanda, è quello di aver avuto poco tempo per dedicarsi alla poesia. Impegnato in politica da una vita e diventato la più alta carica istituzionale irlandese nel 2011, Higgins ha trovato nella scrittura poetica la sua stella polare, divenendo un paradigma vivente del rapporto simbiotico che la cultura e la politica hanno da sempre nel suo paese, l’esempio tangibile di come la letteratura e i diritti civili, la poesia e l’impegno pacifista possano dialogare insieme compenetrandosi a vicenda. La sua opera segue la tradizione degli antichi cantori irlandesi “Aisling”, dei poeti feniani dell’inizio del XX secolo ed esprime una riflessione sul mondo che non è mai priva di un richiamo all’impegno in prima persona. “Le parole e il linguaggio hanno caratterizzato tutta la mia vita. Nei discorsi pubblici le parole sono per me uno sfogo, con esse esprimo dolore, angoscia e rabbia”, ci dice accogliendoci nella splendida residenza presidenziale immersa nel verde del Phoenix park, a Dublino. Poeta e filosofo di formazione socialista, da sempre impegnato per la pace e i diritti umani, è quasi inevitabile paragonarlo a un altro grande intellettuale che abitò in queste stanze: quel Douglas Hyde che negli anni ’30 divenne il primo presidente dell’Irlanda indipendente. Hyde traduceva testi popolari in lingua gaelica e fu l’emblema del nazionalismo culturale che lottava per preservare le antiche tradizioni di un passato quasi cancellato da secoli di colonialismo. Higgins è invece impegnato a trasporre sotto forma letteraria le grida dei poveri, degli ‘ultimi’, di tutti quelli che non hanno voce, con una visione assai più globale rispetto al suo illustre predecessore. “Il tema per me più importante – spiega – è il terribile danno che è stato fatto alle persone spegnendo la loro naturale capacità di amarsi reciprocamente. Ed è ciò che mi rende da sempre così critico nei confronti dell’autoritarismo, di qualunque genere esso sia, compreso il tremendo autoritarismo della burocrazia di cui per primo parlò Max Weber”. Il 15 ottobre uscirà per Delvecchio editore Il tradimento e altre poesie, un volume tradotto e curato da Enrico Terrinoni che farà finalmente conoscere la sua opera anche al pubblico italiano.
Il suo poema più famoso, “The Betrayal” (Il tradimento), parla del tradimento dello Stato nei confronti di suo padre e dei repubblicani durante la guerra civile del 1922. Quanto la sua vita e la sua carriera politica sono state segnate da quel fatto?
Nel mio paese ci siamo interrogati a lungo sulle motivazioni di chi lottò per l’indipendenza dell’Irlanda. Quando scoppiò la guerra civile, il fratello di mio padre si schierò tra i favorevoli al trattato (che impose la divisione dell’Irlanda, ndr), mio padre era invece contrario, e per questo fu arrestato e incarcerato. Credo che ogni serio nazionalismo debba essere incentrato sull’egualitarismo. Da sempre, nella tradizione rivoluzionaria dell’Irlanda, ci sono stati quelli che volevano essere liberi in un senso più ampio, non limitarsi alla libertà in campo economico e commerciale. Quelli che volevano per esempio l’uguaglianza nel campo dell’educazione. La mia poesia parla di questo: d’accordo, il paese è diventato indipendente, abbiamo vissuto la tragedia della guerra civile, ma purtroppo una classe dirigente conservatrice e burocratica iniziò da allora a controllare lo stato, voltando le spalle alla sensibilità nei confronti della letteratura, del cinema, delle arti. Questo atteggiamento ha portato ad alcune pessime decisioni per esempio per quanto concerne la censura. Coloro che lottarono per l’indipendenza in quegli anni, come mio padre, sono invecchiati, sono finiti negli ospedali e sono stati abbandonati da chi li aveva derubati del sogno di un’Irlanda libera e indipendente.
Crede che lo stato abbia in qualche modo tradito gli irlandesi anche durante la recente crisi economica?
Non è mio compito criticare i governi che si sono succeduti nel mio paese, ma credo che ci sia stata mancanza di cultura, credo che il concetto che esista un singolo paradigma delle connessioni tra l’economia, la società e la vita sia estremamente sbagliato e pericoloso. Credo che oggi le agenzie di rating abbiano un’influenza sproporzionata sulle politiche europee per contrastare la crisi, e che ciò stia mettendo a rischio il ruolo dei cittadini nel governare le nostre democrazie. Servirebbe invece una pluralità di insegnamenti in campo economico, che avrebbe inevitabili conseguenze anche sulle scelte politiche. Per secoli il mondo occidentale si è battuto per raggiungere una forma compiuta di democrazia, ma adesso è condizionato dalla gestione tecnocratica di un singolo modello economico che è incapace di affrontare una gigantesca bolla speculativa, e che sta di fatto rendendo schiavo il mondo. In questo la penso esattamente come papa Francesco.
Le sue poesie non parlano solo dell’Irlanda. L’America Latina, che lei conosce bene per averci vissuto a lungo, è un altro dei temi centrali. Qual è l’insegnamento che ci giunge, per esempio, da paesi derelitti come il Salvador?
Fui costretto a lasciare El Salvador nel 1982, poco dopo la strage di El Mozote, che è stato definito il peggior massacro di civili della storia dell’America Latina contemporanea, ed è stato toccante tornarci da presidente dell’Irlanda e incontrare i pochi gesuiti sopravvissuti a quel terribile massacro. Le poesie che ho scritto sul Salvador traggono ispirazione dall’esperienza che ho vissuto là, durante il periodo più drammatico della guerra civile. Gli omicidi avevano luogo durante la notte, i corpi venivano abbandonati nelle discariche di rifiuti, orrendamente mutilati, con le mani legate, e recavano sui loro corpi dei segni che erano quasi una firma dei loro assassini. Vedere quelle cose ti costringeva a fare i conti con la tua coscienza, e ad accettare la trasformazione che avveniva anche dentro te stesso, sia fisicamente che spiritualmente. Questa è forse la sfida dei nostri tempi, dove uno come me che è da sempre molto interessato alle teorie socialiste senza essere un materialista, deve prendere la vulnerabilità e le ferite del mondo dentro di sé ed essere capace di sperimentare la gioia della solidarietà. Stiamo vivendo adesso uno dei nostri momenti più bui perché ci troviamo di fronte a omicidi di massa e stragi contro minoranze religiose. Eventi che sono basati su un’interpretazione distorta delle profezie. Ci troviamo in un’epoca che necessiterebbe davvero di una leadership globale.
Un anno fa ci lasciava la voce poetica e l’intellettuale di maggior spicco di tutta l’Irlanda. Qual è l’eredità più preziosa che Seamus Heaney ha lasciato al suo paese?
Il valore della generosità. Nella sua vita Seamus non ha mai posto limiti alle cose che faceva, e che avrebbe fatto per gli altri. È bene anche ricordare che lui, insieme a Michael Longley, a Derek Mahon e ad altri poeti del Nord Irlanda aveva una profonda conoscenza dei miti greci che gli consentiva di dare forma alla modernità in un modo tutto suo. Credo che, in particolare, la lingua di Heaney abbia avuto qualcosa di straordinario. Era una lingua che nasceva dalla collisione di due idiomi: l’irlandese e l’inglese. Le sue poesie esprimevano anche un grande senso di non perdere l’opportunità, nella nostra vita, di cogliere i momenti d’amore e farne tesoro. Se penso a Heaney penso all’amicizia, alla generosità verso il prossimo e alla sua disponibilità verso i giovani.
RM

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