Il “cold case” dei bambini raggela l’Irlanda

Il Venerdì di Repubblica, 12 marzo 2021

Nel gennaio scorso, dopo un ritardo dovuto alla pandemia, l’Irlanda ha scoperchiato definitivamente il vaso di Pandora sulla più terribile memoria rimossa del suo recente passato. Il rapporto finale della commissione governativa sulle Mother and Babies Homes ha certificato che tra il 1922 e il 1998 quegli orfanotrofi dell’orrore finanziati dallo Stato ebbero un tasso di mortalità infantile elevatissimo a causa della malnutrizione, delle malattie e della miseria. Negli istituti oggetto delle indagini morirono oltre novemila bambini concepiti fuori dal matrimonio – molti dei quali vennero sepolti in clandestinità – mentre le madri furono oggetto di ripetute violenze e abusi. Le conclusioni del rapporto hanno però scontentato i sopravvissuti, perché affermano che non esistono prove sufficienti a dimostrare che i bambini siano stati sottratti alle madri con la forza. Nelle prossime settimane lo Stato irlandese e gli ordini religiosi saranno sommersi da decine di cause legali intentate dalle vittime. Continua a leggere “Il “cold case” dei bambini raggela l’Irlanda”

Irlanda, ricatto unionista contro la Brexit

Avvenire, 5 marzo 2021

“Ritiriamo il nostro appoggio all’accordo di pace del 1998”: l’annuncio dei paramilitari protestanti dell’Irlanda del Nord è clamoroso, anche se non del tutto inaspettato, e riporta indietro all’improvviso l’orologio della storia. Dopo settimane di tensione la protesta degli unionisti contro il protocollo sulla Brexit assume adesso la forma di una minaccia ben precisa: quella di far saltare il trattato che 23 anni fa mise fine a tre decenni di violenza nel Paese. Continua a leggere “Irlanda, ricatto unionista contro la Brexit”

I Giusti di Cotignola

Avvenire, 3 marzo 2021

Oltre alla Nonantola di don Arrigo Beccari vi fu un altro comune italiano che durante la Seconda guerra mondiale si mobilitò per salvare gli ebrei dalla ferocia nazi-fascista. Forse meno noto ma ugualmente degno di essere ricordato come esempio di coraggio e resistenza alla barbarie. È Cotignola, piccolo centro della bassa Romagna in provincia di Ravenna, dove tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945 l’intera popolazione – circa seimila abitanti – fece di tutto per impedire la deportazione degli ebrei nei campi di concentramento. E ci riuscì. Tutti uniti in un’impresa eroica che salvò la vita a quarantuno persone sfollate da Bologna e da altre località italiane. Continua a leggere “I Giusti di Cotignola”

Brexit, esplode la rabbia unionista

Avvenire, 28 febbraio 2021

Il termometro della rabbia sono come sempre i manifesti sui lampioni. Ne hanno affissi a centinaia, nei quartieri protestanti di Belfast e del resto dell’Irlanda del Nord, per ribadire minacciosamente che il ‘confine’ con la Gran Bretagna non sarà mai accettato. Accanto ad alcuni manifesti sono spuntate anche le bandiere dei gruppi paramilitari mentre gli addetti ai controlli portuali post-Brexit continuano da settimane a subire pressioni per non recarsi al lavoro, pena la loro stessa incolumità. Continua a leggere “Brexit, esplode la rabbia unionista”

Bobby Sands, i podcast per il 40° anniversario

Per ricordare Bobby Sands nel 40° anniversario della morte (5 maggio 1981), una serie di podcast con le letture tratte dal suo libro “Scritti dal carcere” pubblicato da Paginauno edizioni.

Tutti i mercoledì a partire dal 24 febbraio un’opera in poesia o in prosa del rivoluzionario irlandese che morì di sciopero della fame nel carcere di Long Kesh, a Belfast.

Letture di Riccardo Michelucci e Sara Agostinelli

Leggere la Divina Commedia sulle lapidi di Firenze

Il dantista Massimo Seriacopi ci guida nelle strade fiorentine dove le pietre parlano delle famiglie della città, spesso in lotta tra loro, che il Poeta celebra nelle tre Cantiche.

«Sovra candido vel cinta d’oliva donna m’apparve, sotto verde manto vestita di color di fiamma viva». Basta alzare lo sguardo lungo il Corso, nel pieno centro di Firenze, per scorgere la lapide con i versi della Divina Commedia che descrivono il primo incontro tra Dante e Beatrice. Sono incisi nel marmo della facciata dell’antico palazzo dove un tempo sorgevano le case dei Portinari, la famiglia d’origine di Beatrice. Siamo nel XXX canto del Purgatorio e il sommo poeta sta assistendo a una processione con carri e canti di lode circondato da angeli e anime pie, quando vede una donna con un velo bianco sulla testa, una corona d’ulivo, una veste rossa e un manto verde. «I colori indossati da Beatrice sono un’allegoria delle virtù teologali, il bianco della fede, il rosso della carità e il verde della speranza, ai quali si somma la sapienza simboleggiata dall’ulivo, pianta sacra a Minerva», ci spiega il dantista Massimo Seriacopi, che ci accompagna in un percorso attraverso i luoghi fiorentini di Dante solcati dalle lapidi del suo poema monumentale.
Sull’interpretazione allegorica di Beatrice sono state ideate e smontate molte teorie fino ad arrivare alla doppia concezione della donna: da una parte l’ideale stilnovista della bellezza che muove il cuore del poeta, dall’altra la rappresentazione della teologia cristiana. Nella Divina Commedia Beatrice sarà ‘portatrice di Cristo’ e la bellezza che si manifesta pienamente nella sua natura rivelatrice della verità e della carità è per Dante la via per accedere a Dio. Ripercorrere le strade e i vicoli della Firenze medievale è un modo per andare alla riscoperta dei più famosi luoghi danteschi e la partenza da via del Corso non è casuale perché qui si concentra il più alto numero di lapidi, gran parte delle quali raccontano le famiglie della Firenze del tempo di Dante. Quella degli Adimari con Filippo Argenti che sguazza nel fango della palude nel cerchio degli iracondi ( VIII canto dell’Inferno), quella dei Donati con Forese, che predice la futura rovina del fratello Corso Donati capo dei Guelfi neri – nel XXIV canto del Purgatorio, infine quella dedicata alla famiglia dei Cerchi (XVI canto del Paradiso). Basta fare pochi passi in direzione opposta rispetto al Duomo per imbattersi nei resti dell’antica chiesa di Santa Margherita dei Cerchi, risalente all’XI secolo, meglio nota come ‘chiesa di Dante’. Qui, nel 1285, il poeta sposò Gemma Donati e si ritiene che alcuni anni prima, proprio al cospetto dell’altare, abbia visto per la prima volta la sua Beatrice.
«In questa chiesa venne sicuramente sepolto Folco Portinari, il padre della giovane, e altri membri della sua famiglia ma è assai controversa l’ipotesi che vi sia anche il sepolcro di Beatrice, che più verosimilmente fu sepolta nella tomba della famiglia del marito, i Bardi, nel chiostro grande della basilica di Santa Croce», spiega Seriacopi, che è autore tra l’altro del recente saggio Dante tra poesia e teologia (ed. Setteponti). All’estremità opposta di via Santa Margherita si apre un piccolo slargo dove si trova la Casa di Dante, all’interno della replica ottocentesca di un’antica casa-torre. Istituita nel 1965 in occasione del settimo centenario della nascita del poeta, oggi ospita il museo omonimo che ne documenta la vita e le opere. Svoltato l’angolo siamo in via Alighieri, e una lapide indica il punto dove si presume sorgesse la vera casa natale del poeta. «Io fui nato e cresciuto / Sopra ’l bel fiume d’Arno alla gran villa», recita la pietra, riportando una citazione dal XXIII canto dell’Inferno.
Sono versi che trasudano nostalgia: furono scritti dal poeta durante il sofferto esilio che lo tenne lontano da Firenze fino alla sua morte. Le strade e i vicoli medievali che separano il Battistero di San Giovanni e l’attuale piazza della Signoria furono il palcoscenico dell’infanzia e della giovinezza di Dante, oltre che il collegamento naturale tra il potere religioso e quello politico della città. A unire i due punti c’è via de’ Calzaioli al cui limitare, superata l’antica chiesa di Orsanmichele, una lapide è quasi nascosta in mezzo alle insegne luminose dei negozi. «Cita un verso dal X canto dell’Inferno – precisa Seriacopi -. Qui Dante dialoga con Cavalcante, padre di colui che nella Vita Nova aveva definito il suo primo amico, ovvero Guido Cavalcanti. Era anch’egli un grande poeta e se non fosse morto così presto avrebbe potuto oscurare lo stesso Dante». Proprio negli anni in cui veniva scritta la Divina Commedia, in piazza della Signoria era in corso la realizzazione di Palazzo Vecchio, che venne costruito sulle rovine dei palazzi di proprietà della famiglia ghibellina degli Uberti, cacciata da Firenze nel 1266. E proprio agli Uberti sono dedicate due delle tre lapidi dantesche affisse all’interno del cosiddetto ‘primo cortile’ di Palazzo Vecchio. Dante si trova adesso nel XVI canto del Paradiso e descrive la superbia che portò quella famiglia alla rovina, oltre a nuocere alla grandezza di Firenze («Oh quali io vidi che son disfatti / per lor superbia!»).
«L’altra lapide – prosegue Seriacopi – cita invece l’episodio in cui il famoso capo ghibellino Farinata degli Uberti, rinchiuso tra gli epicurei nel sesto cerchio del-l’Inferno, racconta al poeta di aver difeso Firenze dopo la battaglia di Montaperti del 1260, opponendosi poi ai ghibellini senesi che erano intenzionati a distruggerla». Nessuno meglio di Dante riuscì a incarnare appieno lo spirito del suo tempo, quello di un’Italia drammaticamente divisa e faziosa, impegnata in lotte fratricide all’interno degli stessi comuni, e a portare alla luce delitti, passioni e storie oscure di quell’epoca, che altrimenti sarebbero finite nell’oblio. E nella Commedia non perde occasione per scagliarsi contro la civiltà fondata sul commercio e sulla circolazione del denaro, da lui vista come fonte di corruzione e di decadenza politico-morale. È quanto fa ancora più avanti, in via del Proconsolo, sulla lapide incisa accanto all’antica chiesa della Badia fiorentina, e poi di nuovo in via del Corso insieme a Cacciaguida, l’avo che incontra in Paradiso, tra le anime dei combattenti per la fede. «Dante era un uomo del Medioevo cristiano che riprendeva l’etica di Aristotele, per il quale la virtù consisteva nel giusto mezzo – conclude Seriacopi -. E Cacciaguida, che fu un guerriero della seconda crociata al seguito dell’imperatore Corrado III, riveste qui un’importante funzione morale. Attraverso di lui Dante esprime tutto il suo sdegno nei confronti della corruzione in cui è caduta Firenze, rievocando la purezza dei costumi antichi’».
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Sangue e silenzi. I giorni dell’IRA

Avvenire, 14 febbraio 2021

È l’agosto del 2003 quando una tempesta estiva sulla costa orientale dell’Irlanda fa riemergere dalle acque del mare i poveri resti di un cadavere, come un lontano fantasma del passato. L’analisi del Dna fuga ogni dubbio: è il corpo di Jean McConville, una vedova quarantenne, madre di dieci figli, che aveva vissuto in povertà a Belfast prima di scomparire nel nulla, nel lontano 1972. Quattro anni prima di quel macabro ritrovamento l’IRA aveva ammesso la propria responsabilità nell’assassinio, spiegando che la donna era stata ‘punita’ perché ritenuta una collaboratrice della polizia britannica. Un gruppo di individui a volto coperto aveva bussato al suo appartamento a Divis Flats, un labirinto di case popolari nel cuore del ghetto cattolico di Falls Road, e l’aveva portata via mentre i suoi bambini gridavano in preda al terrore. Nessuno dei vicini sentì, né vide niente. Continua a leggere “Sangue e silenzi. I giorni dell’IRA”

L’inferno ucraino di Zhadan

Avvenire, 22 gennaio 2021

Gli echi dell’ultima guerra europea ci sono arrivati da lontano, quasi impercettibili. Abbiamo smesso di ascoltarli troppo presto, anche prima che scoppiasse la pandemia, fino quasi a dimenticarci che nella remota periferia orientale del Vecchio continente prosegue ancora oggi un conflitto scoppiato nella primavera del 2014. Solo l’arma potente della letteratura poteva riportarcelo alla memoria fino a farcene percepire i suoni, gli odori e le sensazioni ma rifuggendo al tempo stesso ogni retorica. Ci è riuscito alla perfezione Serhij Zhadan, considerato il più importante scrittore ucraino contemporaneo, con un poderoso affresco sugli orrori e le assurdità di una guerra che “non ha niente di eroico, di ideologico o di predeterminato”. Continua a leggere “L’inferno ucraino di Zhadan”

Qualcuno salvi la squadra di Ceausescu

Venerdì di Repubblica, 22 gennaio 2021

Forse neanche la Securitate, la polizia segreta di Ceausescu, sarebbe riuscita a organizzare meglio dei tifosi della Dinamo Bucarest il salvataggio della squadra che fu del Ministero dell’Interno romeno ai tempi del regime. In passato i “cani rossi” di Bucarest vincevano uno scudetto dopo l’altro e si facevano rispettare in tutti i campi d’Europa. Continua a leggere “Qualcuno salvi la squadra di Ceausescu”