Il mediano che non tornò da Mathausen

Avvenire, 23 gennaio 2019

Se fosse nato appena qualche anno più tardi Vittorio Staccione, di professione mediano, avrebbe potuto far parte del Grande Torino, magari persino diventare la riserva del mitico Giuseppe Grezar. Era cresciuto nelle giovanili della squadra granata e con la stessa maglia aveva vinto lo scudetto nel 1927, poi revocato in seguito al famoso “caso Allemandi”. Staccione aveva ormai smesso di calcare i campi da gioco da qualche anno quando fu catturato a Torino dalle SS, con l’accusa di essere un oppositore del regime fascista. Nel 1944, alla fine di marzo, fu infine deportato nel campo di concentramento di Mauthausen, dal quale non sarebbe tornato mai più. È dedicata a lui la prima delle quindici nuove “pietre d’inciampo” che il Museo diffuso della Resistenza, la Comunità Ebraica e l’Aned hanno deciso di posare quest’anno a Torino in occasione della Giornata della Memoria. La piccola targa in onore di Vittorio Staccione è stata collocata ieri mattina sul selciato di via San Donato 27, dove si trovava l’ultima abitazione del calciatore. Nato nel 1904 in una famiglia di operai torinesi, Staccione aveva iniziato a giocare nei campetti di periferia insieme al fratello Eugenio. Era entrato nelle giovanili granata all’età di tredici anni, debuttando in prima squadra nel 1924. Fin da giovane aveva iniziato anche a frequentare i circoli socialisti torinesi e a subire aggressioni da parte degli squadristi locali. La sua carriera di calciatore, dopo un anno in prestito alla Cremonese, decollò proprio sotto la Mole nella stagione 1925-26. L’anno successivo fu protagonista del primo scudetto granata insieme al cosiddetto “trio delle meraviglie” (Baloncieri, Libonatti e Rossetti), un titolo che fu poi revocato a causa di una presunta combine tra un dirigente granata e un giocatore della Juventus. Passò dunque alla Fiorentina, dove rimase dal 1927 al 1931 collezionando 94 presenze. A Firenze fu colpito da un gravissimo dramma familiare: Giulia, la sua giovane sposa, morì di parto insieme alla bambina che portava in grembo. Una tragedia dalla quale non si sarebbe mai più ripreso. Ad appena trent’anni Staccione conclude la sua carriera calcistica a Cosenza, in serie B. Tornato a Torino, inizia a lavorare come operaio alla Fiat e riprende a frequentare i circoli della sinistra cittadina. La sua convinta adesione all’antifascismo lo porta a essere spesso fermato e schedato dall’Ovra, la polizia segreta fascista. Il 13 marzo 1944 viene infine catturato dalle SS e poi internato nel campo di concentramento di Mauthausen, dov’è classificato come Schutzhäftling, prigioniero politico.

I nazisti gli tatuano sul braccio il numero di matricola 59160 e lo destinano alla cosiddetta “scala della morte”, una cava attraversata da 186 gradini, lungo i quali i detenuti devono trasportare pesanti blocchi di granito. Resiste per un anno, finché un violento pestaggio delle guardie non gli procura una profonda ferita alla gamba. Privato delle cure necessarie, muore di setticemia e cancrena il 13 febbraio 1945, poche settimane prima che gli Alleati riescano a liberare il campo.
RM