Storia di amicizia e di riconciliazione sotto il ponte di Mostar

Mostar (Bosnia Erzegovina, luglio 2004)

Hercegusa e Halebinovka: due torri ottomane del XVI secolo arroccate sulle sponde rocciose della Neretva e dalle quali si innalza lo Stari Most, il “Ponte Vecchio” di Mostar. Quando la follia nazionalista dei croati di Bosnia abbatté il ponte rimasero solo le torri, o meglio le loro rovine, a testimoniare l’esistenza di questo crocevia ai confini dell’Europa nel quale si incontravano Oriente e Occidente. “Sulla Hercegusa c’era il mio bar preferito. Tutte le mattine mi fermavo lì per prendere il caffè prima di andare al lavoro”. Un sorriso commosso illumina il viso di Marko, croato di Mostar ed ex soldato dell’HVO, la temutissima milizia dei croato-bosniaci. Furono proprio loro, il 9 novembre 1993, ad abbattere lo Stari Most. La distruzione del ponte trasformò le verdi acque della Neretva in un muro che divideva in due la città, da una parte i quartieri cattolici dei croati, dall’altra le case dei bosniacchi in gran parte musulmani, amplificandone odi e contraddizioni. Di fronte alle parole di quest’uomo così affabile sembra impossibile comprendere quei sentimenti, quelle passioni e quegli odi ancestrali che hanno alimentato l’implosione dei Balcani. Adesso Marko lavora come operaio metalmeccanico in una fabbrica alle porte della città e si reca spesso negli Stati Uniti per le operazioni cui deve sottoporsi sua figlia Ana, diciotto anni, affetta da una grave forma di sclerodermia. La ragazza è una vittima indiretta della guerra perché ha somatizzato la convivenza quotidiana con le bombe, con gli allarmi, con la precoce paura della morte e tuttora porta i segni di una malattia che causa l’estinzione delle caratteristiche vitali del corpo.
A Mostar, come in tutti i luoghi di guerra, i bambini sono stati le vittime predestinate del collasso del sistema sanitario, della totale assenza di medicine, degli ospedali distrutti e dei medici troppo occupati con i feriti per curarsi di loro. Anche Anisa, figlia di bosniacchi, durante la guerra comincia a lamentare gravi difficoltà respiratorie, a soffrire di una scoliosi e di una neurodermite dalle cause ignote che le fa comparire arrossamenti e irritazioni in molte zone del corpo. Anisa non mangia, non parla, spesso non riesce a prendere sonno: la sua casa si trova proprio sotto una delle principali fonti di fuoco dei croati dell’HVO: il monte Hum, talmente vicino che affacciandosi dal suo balcone sembra quasi di toccarlo. Proprio da lì partono le fatali granate che abbattono lo Stari Most. Il quartiere residenziale che si trova ai piedi del monte e a poche centinaia di metri dai cannoni croati subisce una pioggia quotidiana di granate e colpi di mortaio. Solo per miracolo durante la guerra la casa di Anisa rimane in piedi pur riportando gravi danni. Gli abitanti dei quartieri musulmani nella zona ovest sono quelli che soffrono maggiormente durante il lungo assedio della città, costretti a vivere nelle cantine con i topi, senza luce, acqua, cibo e medicine. Ma è quasi tutta la cittadinanza a soffrire le pene dell’inferno in quei mesi interminabili, le cui conseguenze rimarranno evidenti negli anni.
Praticamente coetanee ai due estremi opposti di una città divisa e stretta nella morsa delle bombe e dei cecchini, Anisa e Ana sono due bambine fortunate. Al contrario di tanti bimbi della loro età riescono a sopravvivere, non vengono ferite gravemente e la guerra non porta via né i loro genitori né i loro fratelli. Soprattutto entrambe hanno la fortuna di trovare chi le porta all’estero per ottenere quelle cure che non possono ricevere a casa loro. Finita la guerra e crollati i ponti in pietra è necessario soprattutto creare un altro tipo di ponti: quelli umanitari. Uno lega Mostar a Firenze e viene ideato e realizzato da Claudio Gherardini grazie al sostegno di alcuni finanziatori privati. Cominciano tanti viaggi della speranza in Toscana, dove non mancano gli specialisti, le medicine e le strutture adeguate per cercare di far guarire le due bambine bosniache. Alla fine alzano bandiera bianca all’ospedalino Meyer, dove i medici non riescono a trovare le cure adeguate, soprattutto per la sclerodermia che sta attaccando Ana in modo sempre più preoccupante. Dopo i tentativi andati a vuoto con la medicina tradizionale si prova con quella alternativa, omeopatica, che finalmente comincia a dare qualche risultato soprattutto per Anisa, mentre per Ana si riesce almeno a fermare la rapida evoluzione della malattia che rischiava di attaccare organi vitali con conseguenze irreparabili.

La lacerazione di un tessuto sociale, oltre alla cancellazione di migliaia di vite umane, è stata la conseguenza più tragica del conflitto balcanico. Da città simbolo dell’inclusione con un’altissima percentuale di matrimoni misti Mostar si è trasformata in un focolaio di odi e nazionalismi dove la convivenza tra croati, musulmani e serbi diventa sempre più difficile. Penultimo weekend di luglio, circa un decennio dalla conclusione ufficiale della guerra in questa fetta di ex Jugoslavia. È stato detto che in questi giorni Oriente e Occidente si tendono nuovamente la mano con l’inaugurazione del nuovo Stari Most, simbolo dell’unità dei popoli bosniaci. Era solo un ricordo quando nacque il ponte umanitario con Firenze: oltre ad abbatterlo le granate l’avevano anche trasformato in un simbolo eloquente della “polveriera” balcanica ormai tragicamente esplosa. Mentre la ricostruzione morale e materiale dei Balcani procede a rilento la città-martire dell’Erzegovina rimane ancora profondamente divisa.
Anisa e Ana sono ormai maggiorenni quando viene ultimata la ricostruzione del Ponte Vecchio. L’inaugurazione è un momento storico per buona parte degli abitanti di Mostar e per tutti quelli che hanno i Balcani nel cuore. Per uno come Claudio Gherardini, che per anni ha portato aiuto e assistenza alle sfortunate popolazioni del luogo, è una grande emozione vedere l’arcobaleno di pietra bianca nuovamente in piedi, risorto dalle proprie ceneri. Ma altrettanto grande è l’emozione di rivedere Anisa dopo tanti anni: la piccola bimba malata e rinchiusa in sé stessa è diventata una diciottenne dolcissima e solare. Anche Ana è cresciuta circondata dall’affetto dei familiari ma i gravi segni della malattia rimasti sul suo corpo la costringono ancora a estenuanti terapie e operazioni. I giorni in cui il nuovo Stari Most viene presentato al mondo sono anche i giorni che vedono i protagonisti del ponte umanitario tra Firenze e Mostar ritrovarsi dopo tanti anni. In città i festeggiamenti cercano inutilmente di celare le divisioni che ancora rimangono tra la cittadinanza. Gli opposti nazionalismi continuano a rinfacciarsi reciprocamente il motivo della propria esistenza e ad alimentare paure, rancori e diffidenze tra la gente. Ma per due famiglie che nel momento del bisogno hanno trovato conforto nello stesso angelo custode le barriere politiche, sociali e religiose possono anche cadere di fronte alle luci che colorano il nuovo Stari Most in una sera di luglio. Il loro passato li avrebbe tenuti lontani chissà per quanto tempo ancora. Invece li vedi sorridere seduti tutti insieme davanti a un bicchiere di birra e ti convinci che tutto quello che è successo non aveva alcun senso, che forse poteva essere evitato. Li vedi sorridere di nuovo mentre si fanno fotografare tutti insieme sul Ponte Vecchio, che era stato distrutto proprio perché simboleggiava l’unità tra le popolazioni di queste terre circondate da montagne piene di lapidi e cimiteri. In una sera il ponte umanitario tra Firenze e Mostar si trasforma in una piccola, silenziosa e involontaria operazione di peacekeeping su scala familiare. Che si completa il giorno dopo, quando nell’arsura di una domenica estiva le due famiglie al completo percorrono le assolate strade che da Mostar conducono al vicino parco sul fiume attraverso file di case in ricostruzione. Birra e salsicce per tutti: ci ha pensato Ahmed, papà di Anisa, che accende il barbecue e comincia a preparare il pranzo per tutti, dimenticando che solo qualche anno fa i commilitoni di Marko stavano bombardando casa sua. Ahmed e Marko: due uomini che all’epoca potevano trovarsi a combattere l’uno contro l’altro stanno ora seduti l’uno accanto all’altro, interrogandosi sul destino che li ha fatti incontrare. Un destino che è partito da lontano, da una città che proprio come Mostar ha un “ponte vecchio” come simbolo. Grazie a un fiorentino seduto accanto a loro che ha fatto incrociare le loro vite e li ha fatti diventare amici a loro insaputa.
RM

Questo racconto, basato su fatti realmente accaduti, è stato pubblicato anche nel libro fotografico “Mentre il Vecchio Ponte ricominciava a vivere”

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