In lutto contro Hitler e Videla

di Riccardo Michelucci

da “Diario” del 23 gennaio 2009, “Memoria”

Hitler e Videla. La Shoah e i desaparecidos. Auschwitz e i “voli della morte”. Facce, luoghi e orrori di due delle più efficaci macchine di sterminio del ‘900 si inseguono come variabili impazzite fino a incontrarsi nella lunga e dolorosa esistenza di una donna straordinaria. Dietro uno sguardo malinconico, Vera Vigevani Jarach nasconde le ferite profonde segnate da due dittature, che in epoche diverse l’hanno privata in modo straziante degli affetti più cari. S’incammina con passo lento, in una mattina di ottobre, trascinando i suoi splendidi ottant’anni dentro al “Bosco” di Mestre. Le istituzioni hanno deciso d’intitolare una porzione del grande polmone verde vicino a Venezia alla memoria di sua figlia Franca, rapita, uccisa e fatta sparire dai militari golpisti argentini nel 1976. Non nasconde la propria felicità, spiegando di aver sempre lottato per far intitolare giardini e piante, simbolo della vita, alla memoria dei giovani desaparecidos: “è la conferma che la dittatura ha ucciso tante persone, ma non è riuscita a cancellarne la memoria”. La piccola cerimonia assume involontariamente un doppio significato simbolico, perché originario di Venezia era anche il nonno di Vera, Ettore Camerino, deportato e morto ad Auschwitz nel 1943. Il salto temporale di oltre tre decenni non impedisce di accostare l’atroce sofferenza e il tragico destino di un nonno che raccontava storie meravigliose a quello di una figlia non ancora diciottenne, dal sorriso dolce e dal temperamento forte, avida di conoscenza e sicura dei propri ideali di giustizia nonostante la giovane età. La vita di Vera Vigevani Jarach, solcata da queste due atroci perdite, è un paradigma di resistenza alle dittature e di lotta per la conservazione della memoria. Ogni giovedì, per lunghi anni, ha interrotto alle tre del pomeriggio il proprio lavoro nella redazione dell’Ansa di Buenos Aires per raggiungere la manifestazione settimanale delle “Madri di Plaza de Mayo”, di cui è stata una delle fondatrici. Il primo girotondo delle Madres intorno alla piccola piramide che si trova di fronte alla Casa Rosada, sede del governo, risale al 30 aprile 1977. “Sono entrata nel movimento un mese dopo quel primo giro. In precedenza avevo bussato tante volte a porte che mi venivano sistematicamente sbattute in faccia: quelle delle istituzioni, degli enti internazionali, dei diplomatici e delle personalità civili e religiose”. Lo stato d’assedio imposto dalla giunta militare aveva proibito di riunirsi e chiacchierare in strada a gruppi di tre o più persone. Da qui la scelta di camminare in circolo, attorno alla piazza. “La prima volta ebbi un po’ di paura – racconta – ma fu un’esperienza sconvolgente e indimenticabile. Da allora divenne anche per me un appuntamento fisso che mi diede la forza per andare avanti. Una forza che veniva dalle viscere e dall’unione solidale fra noi madri”. Col tempo, quel movimento spontaneo di donne accomunate dal dolore per la perdita dei propri figli avrebbe trasformato quella piazza, centro politico della capitale argentina, nel simbolo della resistenza pacifica a un regime che stava annientando un’intera generazione. La reciproca solidarietà per la comune condizione di vittime dette vita ad amicizie fraterne che ricordavano quelle nate negli anni della seconda guerra mondiale, all’interno della piccola comunità di ebrei italiani rifugiati in Argentina.

Cresciuta a Milano con la sorella, il padre avvocato e la madre volontaria sociale in una sinagoga, Vera aveva conosciuto già durante l’infanzia la barbarie delle leggi razziali fasciste. Ad appena dieci anni, nell’ottobre 1938, era stata espulsa dalla scuola pubblica insieme a tanti altri bambini e ragazzi ebrei. Sono mesi drammatici, che convincono i Vigevani a lasciare l’Italia per trovare rifugio in Argentina, in attesa di tempi migliori. “Arrivammo a Buenos Aires nel marzo del 1939, con l’idea di restarci solo qualche anno. Purtroppo il mio amato nonno non volle partire con noi. Non era disposto a rinunciare alla sua attività di antiquario, alle sue amicizie e alle sue abitudini, così restò in Italia anche quando i pericoli si fecero reali”. Una decisione che si rivelò fatale. Ettore Camerino fu uno dei tanti ebrei milanesi deportati nei campi di concentramento nazisti: finì ad Auschwitz, da dove non tornò più. Vera, invece, resta in Argentina con i genitori anche dopo la guerra, termina gli studi in una scuola italiana – “non senza difficoltà, considerato che la maggior parte dei bambini erano figli di fascisti” – e inizia a lavorare come giornalista culturale nella sede dell’agenzia Ansa, dove rimarrà circa quarant’anni. In gioventù comincia anche a impegnarsi attivamente frequentando altri esuli ebrei antifascisti come lei. È così che conosce Giorgio Jarach, un giovane ingegnere triestino, anch’egli scappato dall’Italia a causa delle persecuzioni fasciste. Nel 1949 la coppia si sposa e otto anni più tardi, nel dicembre 1957, nasce Franca. “Per la nostra unica e adorata figlia il destino ha riservato un violento sequestro, la prigionia clandestina nella Esma, l’Accademia della Marina di Buenos Aires tristemente nota perché fu teatro per anni di torture e brutalità, e infine la morte”. I militari che avevano preso il potere con un colpo di stato il 24 marzo 1976 erano decisi a reprimere nel sangue ogni forma di conflitto sociale e Franca, giovane attivista dei collettivi studenteschi che osavano opporsi al regime, era la vittima predestinata di una dittatura che silenziosamente e inesorabilmente cominciava a far sparire giovani, sindacalisti, lavoratori, intellettuali. Ma anche quando il suo sequestro divenne un rischio reale, Franca non volle ascoltare i genitori, che la consigliavano di tornare in Italia, dove l’avrebbero raggiunta. Decise di restare, proprio come aveva fatto suo nonno Ettore molti anni prima. Il 25 giugno 1976 i militari la fermano in un bar e la sequestrano insieme ad alcuni compagni di scuola. Per i suoi genitori, impegnati in ricerche frenetiche e inutili, si accende una speranza appena quindici giorni dopo il sequestro. “Franca ci telefonò a casa, cercando di rassicurarci. Ci disse che era stata arrestata ma stava bene, e che presto ci avrebbero avvisato per andarla a prendere e riportarla a casa. Capimmo soltanto in seguito, anche confrontandoci con altre famiglie di scomparsi, che si trattava di un diversivo adottato dai militati per prendere tempo e far attenuare il flusso costante di persone che chiedevano notizie dei propri cari presso le caserme e le stazioni di polizia”. A partire da allora, la foto in bianco e nero nella quale Franca, con un sorriso spensierato e struggente, reclama giustizia per sé e per i suoi compagni diviene una presenza costante nella Plaza de Mayo e in tante manifestazioni per i desaparecidos. La sorte della giovane di origini italiane è rimasta ignota per lunghi anni fino al 2000, quando Marta Alvarez, una superstite dei campi di concentramento del regime, è stata in grado di ricostruire gli ultimi tragici giorni della ragazza. “Ho aspettato per un anno che si decidesse a parlarmi – racconta Vera – ma lei non voleva ricordare, aveva visto cose orribili e voleva rimuovere tutto. Quando le ho chiesto se avevano torturato mia figlia, non ha risposto. Poi mi ha detto che la prigionia di Franca è durata pochissimo. Appena un mese dopo l’arresto fu eliminata insieme ad alcuni compagni per far posto ai nuovi arrivati nei centri di tortura”. Vera dice di aver appreso con sollievo che sua figlia aveva conservato una certa dose d’ironia fino agli ultimi giorni, forse dovuta al fatto che all’epoca i prigionieri non immaginavano quale sarebbe stato il loro destino. “Non sarà necessario fare alcuna dieta per dimagrire, visto che qui ci danno da mangiare poco o niente”, aveva detto scherzando alla sua compagna di prigionia. Ma è soltanto una piccola, effimera consolazione subito cancellata dal dolore causato da tanta crudeltà: “non esiste alcuna speranza di ritrovare il suo corpo, perché mia figlia, come tantissime altre persone, è stata buttata giù da un aereo, in mare”. Pochi giorni dopo quella telefonata rassicurante, i militari costrinsero Franca al cosiddetto “volo”, gettandola ancora viva nell’Oceano, o nell’immenso Rio de La Plata. Un modo tristemente comune, in quegli anni, per sbarazzarsi dei desaparecidos senza lasciare di loro alcuna traccia.

Giorgio Jarach è morto nel 1991, senza avere più notizie di sua figlia. Il percorso personale di Vera non si è interrotto, né attenuato, dopo aver conosciuto la straziante verità sulla fine di Franca. L’anziana donna continua ancora oggi un’attività incessante nelle Madri di Plaza de Mayo (la cosiddetta “Linea fundadora” dell’associazione, quella che ha accettato i risarcimenti dello stato considerandoli utili per ottenere verità e giustizia), ma anche nella Fundación Memoria Histórica y Social Argentina, nell’associazione dei familiari dei desaparecidos ebrei e in altre realtà minori. Un lavoro che ha cominciato a dare frutti concreti soprattutto a partire dal 2003, con l’abolizione delle due vergognose leggi del “punto finale” e dell’“obbedienza dovuta”, che fino ad allora avevano garantito la sostanziale impunità per gli aguzzini del regime. “Decine di processi si sono già conclusi, altri sono in programma quest’anno, ma la strada è lunga – spiega per ottenere finalmente giustizia ci vorrà ancora molto tempo. Adesso stiamo tentando di riunire tra loro le cause più affini, altrimenti per portare infondo tutti i processi ci vorrebbero troppi anni”. Accorpare le cause simili serve anche a tutelare i testimoni, che continuano a essere sottoposti a pressioni, intimidazioni e minacce. E, nonostante il ritorno della democrazia, anche a gravi pericoli: nel settembre 2006, è scomparso nel nulla Julio Jorge Lopez, uno dei testimoni-chiave del processo contro l’ex torturatore Miguel Etchecolatz. Di lui non si sa più niente ed è fin troppo chiaro il messaggio dei rapitori, intenzionati a frenare la giustizia intimorendo i testimoni. Alcune sentenze esemplari sono state emesse anche in Italia. Una su tutte quella del cosiddetto “processo Esma”. Il 24 aprile 2008 la Corte d’Assise di Roma ha confermato in appello la condanna all’ergastolo per Jorge Eduardo Acosta, Alfredo Ignacio Astiz, Jorge Raùl Vildoza, Antonio Vanek e Héctor Antonio Febres. I cinque, ufficiali della Marina argentina in servizio al tempo della dittatura e noti come i torturatori della Esma, sono stati riconosciuti colpevoli del sequestro, delle sevizie e della scomparsa di alcune vittime di origine italiana detenute nel famigerato centro di detenzione che aveva sede presso l’Accademia della Marina di Buenos Aires. Un lungo processo concluso con sentenze di condanne in contumacia, ma dal grande valore simbolico, nel corso del quale Vera Vigevani Jarach si è recata più volte a Roma per deporre. L’anziana madre ha sempre sostenuto che la vicenda dei desaparecidos argentini non può non essere considerata anche un capitolo della storia italiana. Sia perché tra le vittime della dittatura ci sono stati centinaia di italiani e di oriundi d’origine italiana. Sia perché la diplomazia italiana dell’epoca è stata perlomeno assente e ha giocato dunque un ruolo negativo nella tragedia della dittatura argentina. “L’aiuto che chiedevamo in quegli anni ci è stato negato a causa dei vincoli economici che legavano l’Italia all’Argentina. Ma i giudici italiani, in particolare con i processi svolti negli anni scorsi presso il tribunale di Roma, sono riusciti a riparare in una certa misura alle connivenze mostrate dalla politica durante il regime”.

Ormai la giustizia ha rotto definitivamente gli argini anche in Argentina, travolgendo i carnefici del regime come un fiume in piena. Nell’ottobre scorso il tribunale federale di Buenos Aires ha revocato il diritto agli arresti domiciliari di cui godeva da una decina d’anni Jorge Rafael Videla, il capo della giunta militare golpista del 1976. Riconosciuto finalmente colpevole di crimini contro l’umanità, l’83enne ex generale è stato trasferito nel carcere militare di Campo de Mayo dove dovrà rispondere di almeno cinque casi accertati di sequestro di minori, strappati ai genitori mentre si trovavano nei centri di detenzione clandestina. Contrariamente a quanto è accaduto al suo omologo cileno, Augusto Pinochet, l’ex dittatore argentino finirà con ogni probabilità i suoi giorni in prigione. La notizia ha fatto il giro del mondo proprio nei giorni in cui Vera Vigevani Jarach stava partendo per un lungo viaggio che l’avrebbe portata di nuovo in Italia per partecipare alla cerimonia d’intitolazione del “bosco” di Mestre e a un fitto programma di conferenze, dibattiti e incontri organizzati in tutta la penisola. Alcuni dei quali, forse i più emozionanti, cercavano proprio di evidenziare le molte analogie tra l’Olocausto nazista e la tragedia dei desaparecidos argentini. Non a caso, è a S. Anna di Stazzema che afferma di aver percepito “un’atmosfera particolare”. Congedandosi, giura che finché avrà fiato da spendere, continuerà a impegnarsi per la memoria in tutte le occasioni in cui sarà chiamata a parlare, nelle scuole e nelle università, nelle piazze e nei palazzi. Perché la sua terribile storia di vittima di due dittature deve continuare a servire come monito, educando soprattutto i più giovani a non restare indifferenti. E non si stancherà mai di ripetere, citando una famosa frase di Primo Levi, che “ciò che é accaduto una volta, può ripetersi”.

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