Una colata di cemento sui dissidenti turchi

(da “Diario” del 25 novembre 2004)

Davanti al ponte Atatürk lo stretto del Bosforo separa Europa e Asia disegnando i panorami più suggestivi della città di Istanbul. All’estremo nord dell’antica Costantinopoli sorge Armutlu, il quartiere più popolare che si affaccia sul Bosforo, destinato a subire a breve una massiccia speculazione edilizia. Fino alla metà degli anni Ottanta qui c’erano solo terre incolte e nelle vaste aree disabitate si insediarono centinaia di agricoltori e poveri provenienti dall’Anatolia. Una dopo l’altra nacquero le “Gecekondu”, le piccole casette in cemento erette abusivamente in una sola notte. Nel 1985 il quartiere di Armutlu è abitato da 4000 persone ma la polizia dello stato turco nata dal golpe del 12 settembre 1980 comincia a demolire le case e a imprigionare i disperati che le abitano. Scoppiano i primi disordini tra la polizia che organizza periodiche demolizioni e la gente che continua ad arrivare dalle regioni più povere del paese e a costruire case sempre più grandi. Nel 1990 arrivano 5000 soldati: distruggono le abitazioni, uccidono un uomo, ne feriscono e arrestano a decine. Gli anni Novanta vedono poi una progressiva politicizzazione del quartiere: il Dev-Sol, la sinistra rivoluzionaria turca inizia a sostenere la lotta della gente di Armutlu e l’area diventa in breve tempo una roccaforte dei marxisti-leninisti in lotta contro lo stato turco.
La popolazione raggiunge le 20.000 unità e nel 1996 nasce il parlamento del popolo, una forma di auto-organizzazione che regola la vita del quartiere rendendolo sempre più un mondo a parte rispetto al resto di Istanbul. La radicalizzazione della lotta raggiunge livelli drammatici quando gli attivisti del Dev-Sol – divenuto DHKP-C – iniziano a usare l’arma degli scioperi della fame fino alla morte. A decine si lasciano morire nelle carceri e lo stesso fanno i loro familiari nel quartiere di Armutlu. Protestano contro le torture cui sono sottoposti i carcerati nelle celle di isolamento e interpretano il marxismo-leninismo quasi come una religione prolungando la loro agonia per centinaia di giorni. Il governo di Ankara sceglie la linea dura e il 5 novembre 2001 scatena l’esercito contro il quartiere: ruspe e bulldozer distruggono decine di case, i familiari e i sostenitori del DHKP-C vengono arrestati. Alla fine dell’operazione si contano 4 morti e decine di feriti.
Novembre 2004. tra poco più di un mese la Commissione europea esprimerà il suo parere finale sull’ingresso della Turchia nell’Unione. Nel quartiere di Armutlu, a Istanbul, vivono adesso circa 100.000 persone. Le loro case sono quelle di vent’anni fa: abusive, semipericolanti, prive di acqua calda e di fognature. In ogni salotto le foto dei familiari morti nella lotta accanto ai simboli del partito e ai ritratti di Marx e Lenin. Nella piazza principale due carri cingolati della polizia sono pronti a entrare in azione in qualunque momento del giorno e della notte ma da 3 anni nel quartiere non si registrano disordini. Un silenzio che testimonia il cambiamento di strategia da parte di Ankara: la Technokent, divisione tecnologica della Middle East University in cui operano un centinaio di imprese civili e militari turche ha redatto un piano per fare di Armutlu un quartiere moderno con alberghi, casinò e attrazioni turistiche. Prima però bisogna cacciare gli abitanti e radere al suolo le case, i negozi e i capannoni. In un colpo solo si sbaraglierebbe così la guerriglia marxista e si accontenterebbero gli speculatori privati. “Ci hanno detto di andarcene, di tornare nei nostri villaggi dell’Anatolia – spiega Mehmet, uno degli attivisti del quartiere – ma noi resisteremo perché qui sono le nostre case”. La gente di Armutlu è convinta che la sua sorte sarà decisa nei prossimi mesi, quando sapremo se la Turchia potrà entrare a far parte dell’Unione europea.
Riccardo Michelucci

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