L’equivoco tibetano

I tragici fatti degli ultimi giorni hanno riportato in primo piano la questione tibetana. L’avvicinarsi delle XXIX Olimpiadi, che si terranno in varie città cinesi dall’8 al 27 agosto, hanno contribuito a ravvivare l’attenzione per un tema che buona parte dell’opinione pubblica aveva accantonato. Il Tibet vive da 58 anni sotto l’occupazione cinese. Gli effetti sociali, culturali ed ecologici di questa situazione sono spaventosi. Preoccuparsi e manifestare è sacrosanto, ma senza dimenticare che in Cina esistono anche altre minoranze ugualmente oppresse. Gli Uiguri, musulmani dell’estremo nordovest, vengono repressi ancora più duramente che in passato, nel nome della “lotta al terrorismo”. Come chiunque puù intuire, la loro adesione alla religione islamica li penalizza ulteriormente. Restano avvolti nel buio più totale, invece, i 5.000.000 di mongoli che vivono nella cosidetta “Mongolia interna”, ai confini con l’omomina repubbica indipendente. Come è accaduto in Tibet, Pechino ha promosso una massiccia immigrazione interna di Han (i cinesi propriamente detti) in modo da ridurre la percentuale della popolazione autoctona. Ai popoli suddetti dobbiamo poi aggiungere le altre 52 nazionalità indigene riconosciute da Pechino. Minoranze che in molti casi si contano in milioni.
In sostanza, l’insieme delle minoranze supera i 100 milioni e rappresenta quasi il 9% della popolazione, mentre occupa il 60% della sconfinata repubblica asiatica. Denunciare soltanto quello che accade in Tibet, quindi, non ha senso. Anzi, non fa altro che gettare gli altri in un oblio ancora più profondo. Oggi si parla molto di diritti negati: in campo sociale, politico, religioso. Ma spesso si dimentica che la denuncia di tali realtà non dovrebbe mai essere selettiva: se è vero che questi diritti appartengono a tutti, non possono essere un privilegio di pochi. Se si eccettua il caso tibetano, le minoranze della Cina non hanno, e non avranno mai, un Dalai Lama che garantisca loro visibilità internazionale. Allora spetta agli altri, cioè a noi, decidere se contano soltanto le tragedie che colpiscono chi dispone di questa visibilità. Quella dei popoli tibetani – che non sono solo i monaci – è una tragedia immane, ma non dovrà mai legittimare l’oblio delle altre minoranze, torchiate quotidianamente con la stessa durezza spietata.
(A.Mich.)

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