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Vukovar, memoria di un urbicidio

Avvenire, 25.8.2018

“L’immagine di Vukovar al termine dell’ottantasettesimo giorno di assedio rimarrà per sempre nella memoria dei testimoni di questi tempi. È uno spettacolo spaventoso. Si sente forte l’odore di bruciato, si cammina sui corpi, sulle macerie e sui detriti in un silenzio raccapricciante. Speriamo solo che i tormenti della città siano finiti”. Il 18 novembre 1991, giorno della definitiva caduta della città croata sotto i colpi incessanti dell’artiglieria serba, andò in onda l’ultima, disperata corrispondenza radiofonica di Siniša Glavašević, prima che il coraggioso giornalista trentunenne di Radio Vukovar sparisse per sempre, come inghiottito nel vuoto. La sua voce trasmessa nell’etere e i suoi resoconti quotidiani avevano offerto un conforto e una speranza di salvezza alla popolazione per l’intera durata dell’assedio e col tempo erano divenuti familiari anche al di fuori della città. La verità sulla tragica fine di Glavašević si sarebbe conosciuta soltanto molti anni più tardi, a conflitto ormai concluso, trasfigurando il giovane reporter nel simbolo di uno dei più terrificanti massacri compiuti in Croazia dopo la dichiarazione di indipendenza del 1991.
Quello che si stava consumando in quei giorni, nella graziosa cittadina affacciata sulle rive del Danubio, era il primo drammatico atto delle guerre che avrebbero devastato i Balcani negli anni ‘90. Dopo un assedio durato tre mesi, Vukovar cadde nelle mani dell’esercito e dei paramilitari serbi che si resero protagonisti di indicibili atrocità a danno della popolazione civile. Il 19 novembre i soldati serbi entrarono nell’ospedale cittadino dove avevano trovato rifugio centinaia di persone, nella speranza di poter procedere a un’evacuazione controllata dalla comunità internazionale. Circa trecento persone furono prelevate e trasportate in autobus fino a una fattoria nei pressi di Ovčara, a una decina di chilometri a sud-est della città. Dopo ore di pestaggi e torture, i prigionieri furono infine trasferiti in un campo vicino, dove vennero uccisi e sepolti in una fossa comune in aperta campagna. L’evocativo memoriale di Ovčara, aperto nel 2006, si trova nel punto esatto dove sorgeva quella fattoria. Tra i numerosissimi visitatori che arrivano qui ogni giorno spiccano le comitive di studenti delle scuole croate, perché i programmi scolastici ministeriali varati a Zagabria l’hanno reso una tappa obbligatoria del percorso educativo nazionale. Varcato il grande portone di legno, si notano i bossoli delle mitragliatrici incastonati nel pavimento. Non sono originali dell’epoca ma fanno anch’essi parte di un’allestimento che è stato studiato nei minimi dettagli. La luce all’interno non viene mai accesa perché tutti i prigionieri furono uccisi durante la notte. Sul soffitto brillano oltre duecento stelle in memoria delle vittime, i cui volti in bianco e nero si accendono a intermittenza sulle pareti. C’è anche quello di Glavašević, i cui resti sono stati rinvenuti nel 1997 in una fossa comune nei campi, a poche centinaia di metri di distanza da qua. Una teca di vetro lungo il muro perimetrale conserva invece gli effetti personali ritrovati insieme ai corpi delle vittime: carte d’identità, quaderni, occhiali, chiavi, pacchetti di sigarette, altre immagini. Piccoli brandelli di vita cancellati dall’odio cieco di quella guerra. “I corpi riesumati finora sono duecento. Ne mancano all’appello altri sessanta, che non sono mai stati ritrovati e quelle persone risultano tuttora scomparse”, spiega il direttore del memoriale, Zdravko Komsic. “Le ricerche di nuove fosse comuni proseguono, anche se purtroppo il numero verde anonimo che il governo croato ha messo a disposizione da tempo non ha avuto finora alcun esito. Nessun serbo della zona si è deciso a fornire informazioni utili per individuare i resti delle altre vittime. Eppure siamo certi che c’è chi sa dove si trovano”, conclude Komsic. Nel 2010 il memoriale di Ovčara è stato visitato per la prima volta dai vertici dello stato serbo. In quell’occasione l’allora presidente Boris Tadic ha reso omaggio alle vittime chiedendo perdono per il massacro a nome di Belgrado. Fu un momento decisivo per la normalizzazione delle relazioni serbo-croate ma non è bastato per chiudere definitivamente una delle pagine più nere della recente storia europea.

Il memoriale di Ovcara

Ancora oggi, a Vukovar, il peso della memoria è soffocante. Quella che fino al 1991 era stata una tranquilla città di confine dove la popolazione mista croata e serba conviveva pacificamente, si ritrovò al centro di un territorio conteso durante la guerra. Nei tre mesi di assedio finì completamente distrutta, guadagnandosi il triste appellativo di “piccola Stalingrado sul Danubio”. Nel 1995 tornò a far parte della Croazia in seguito alla cosiddetta “Operazione Tempesta”, con la quale l’esercito croato riconquistò definitivamente il territorio della Krajina. Da allora in poi è diventata il luogo simbolo della resistenza croata, tanto che ancora oggi la prima cosa che si nota entrando in città dalla strada principale è la gigantesca torre di cemento e mattoni dell’acquedotto cittadino. A suo tempo crivellata dai colpi delle granate serbe, è stata lasciata in rovina fino ai giorni nostri come memento perpetuo dei giorni della guerra. Anche l’ospedale cittadino – che in quei mesi non cessò mai le sue attività – è stato trasformato in un luogo della memoria. Nel seminterrato è stato costruito uno spazio museale con oggetti d’epoca che riproducono la vita quotidiana dei feriti, dei medici e degli infermieri durante l’assedio. Le pareti dei corridoi descrivono cronologicamente quei giorni in base alle testimonianze e ai ricordi dei sopravvissuti. Una stanza è stata riservata alla meditazione. Ogni anno, in occasione dell’anniversario della fine dell’assedio, migliaia di persone partecipano alla tradizionale “via crucis” cittadina marciando dall’ospedale fino al memoriale delle vittime della guerra.

Sinisa Glavasevic

Una strada e una scuola elementare di Vukovar sono state intitolate alla memoria di Siniša Glavašević.
RM

Serbia, assolto Seselj, il “duce” dei cetnici

Avvenire, 1.4.2016

Seselj.gun.90sSe la sentenza della settimana scorsa contro Radovan Karadzic aveva deluso i familiari delle vittime di Sarajevo e di Srebrenica, il verdetto emesso ieri dal Tribunale penale per l’ex Jugoslavia contro l’ultranazionalista serbo Vojislav Šešelj ha sorpreso tutti, ed è destinato a far discutere a lungo. L’attuale leader del partito radicale serbo è stato infatti prosciolto da tutte le accuse a suo carico, tra le quali figurava la deportazione dei civili non serbi per motivi politici, religiosi e razziali, la violazione degli usi e costumi di guerra, l’omicidio, la tortura e la devastazione. “Da oggi Šešelj è un uomo libero”, ha affermato il presidente del Tribunale Jean Claude Antonetti, a conclusione del primo grado di un processo durato ben dodici anni. Nove erano i capi d’accusa contro di lui (tre crimini contro l’umanità e sei crimini di guerra), ma in ciascun caso Šešelj è stato dichiarato non colpevole per mancanza di prove o perché l’accusa non ha potuto dimostrare che il suo ruolo di leader o i suoi discorsi abbiano influenzato i miliziani nel commettere i crimini. Il Tribunale ha sostanzialmente scollegato il suo operato durante la guerra dagli eventi che furono commessi al di fuori dei confini nazionali, affermando che una volta inviate al fronte, le milizie paramilitari serbe non sarebbero state controllate direttamente da lui. Lo stesso progetto della “Grande Serbia”, che l’accusa aveva portato come prova dei crimini commessi tra il 1991 e il 1993, non è stato considerato passibile d’incriminazione. “Propagare ideologie nazionaliste non è reato”, ha dichiarato lo stesso Antonetti. I giudici hanno ritenuto che la procura non sia riuscita a contraddire l’affermazione della difesa, secondo la quale i civili che fuggirono dalle aree di combattimento per trovare rifugio e gli autobus che portarono via la popolazione croata lo fecero per motivi umanitari e non per obbligarli ad abbandonare le loro abitazioni. La richiesta dell’accusa a 28 anni di carcere è stata quindi rigettata dalla Corte quasi all’unanimità, con l’unica voce discordante della giudice italiana Flavia Lattanzi. Al momento della lettura della sentenza l’imputato Šešelj – che si è difeso sempre da solo, come Karadzic – non si trovava in aula. Alla fine del 2014, a causa di un tumore, aveva infatti ottenuto la possibilità di recarsi in Serbia per essere curato. Da Belgrado ha fatto sapere che, nonostante l’assoluzione, non cambia il suo giudizio nei confronti di una Corte che reputa “anti-serba e strumento del nuovo ordine mondiale”. Šešelj ha poi preannunciato anche una richiesta di 14 milioni di euro come risarcimento per gli anni che ha trascorso in carcere. Il presidente serbo Tomislav Nikolic si è detto “indifferente” verso la sentenza, mentre i politici e i mezzi d’informazione in Croazia e in Bosnia hanno reagito con sdegno. A partire dal premier croato Tihomir Oreskovic, che ha parlato di sentenza “vergognosa” anche in considerazione del fatto che Šešelj “non si è mai pentito di nulla”. Da Sarajevo il premier del governo centrale bosniaco Denis Zvizdic ha invece manifestato incredulità, affermando però di sperare ancora in una condanna in appello. Nei prossimi giorni la procura del Tribunale deciderà se presentare ricorso.
RM

CHI È VOJISLAV SESELJ
Nato a Sarajevo nel 1954, docente di diritto, Vojislav Šešelj diviene nel 1991 il leader del partito radicale serbo SRS. Anni prima era finito in carcere a causa delle sue idee granserbe, che l’avevano portato a teorizzare la riduzione della Croazia a quanto si può vedere dalla guglia della cattedrale di Zagabria e a vantarsi di essere il vojvoda, ovvero il duce della milizia cetnica. Dotato di un grande carisma e di un’oratoria eccezionale, incita i suoi connazionali alla rivolta armata e diviene uno degli ideologi della pulizia etnica. Il suo nome viene spesso accostato alle “Aquile bianche”, uno dei gruppi paramilitari che radono al suolo la città croata di Vukovar. Nel gennaio 2003 il Tribunale internazionale dell’Aja lo accusa d’aver organizzato le milizie ultranazionaliste che tra il 1991 e il 1993 operarono in Croazia, in Bosnia e in Vojvodina. Un mese dopo si consegna spontaneamente e viene estradato all’Aja, dove resta in carcere fino alla fine del 2014. Anche dopo la guerra, i suoi interventi al vetriolo hanno sempre soffiato sul fuoco dell’odio nazionale tra le varie comunità balcaniche.

Quando i serbi sparavano sui serbi. Vukovar e l’imbroglio etnico

di Matteo Zola

Quello di Vukovar non fu un assedio, fu un sacrificio rituale, un urbicidio. Fu il trionfo dell’inganno, il giro di valzer del gran ballo in maschera dove demoni e lupi danzavano sulle macerie della Jugoslavia. La storia ci racconta che Vukovar, città che in quel 1991 di guerra era al 44% croata e al 37% serba (il resto si divideva in sedici nazionalità minori, tra cui la tedesca, la magiara e l’italiana), fu assediata dalle truppe dell’Armata Popolare (l’esercito jugoslavo, nda) che presto lasciò il campo ai paramilitari serbi di Arkan e Seselj, le famigerate Tigri e Aquile bianche. L’esito fu un eccidio e un esodo dei croati dalla “loro” città mentre, il 17 novembre 1991, i serbi entravano tra le macerie di Vukovar.

Poi, all’alba del 4 agosto 1995, la città veniva “riconquistata” dai croati che, a loro volta, si abbandoneranno alla pulizia etnica nei confronti della popolazione serba. Una doppia pulizia etnica che ha, di fatto, consacrato la chiave di lettura “razziale” del conflitto jugoslavo. Certo i crimini ci sono stati, ambo le parti, ma la chiave di lettura etnica convince poco. Vediamo perché.

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