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Il vero problema dell’Italia? La 194…

“Qual è il problema di Palermo? Il traffico”, diceva il sempre illuminante Benigni (il film in questione era “Johnny Stecchino”). Parafrasandolo si potrebbe dire: il problema dell’Italia? La legge 194. Ma forse sarebbe un eufemismo, poiché di sicuro anche il capoluogo siciliano avrà problemi di viabilità. Il parlamento, come ha spiegato recentemente il settimanale Famiglia Cristiana, avrebbe adesso i numeri per ‘sgretolare’ l’odiatissima legge sull’aborto. Non ci meraviglieremmo se alla fine lo facesse, visto che alle ultime elezioni è stata presentata anche una lista basata su quell’unico punto programmatico. Ma se i crociati di questa incredibile forma di abolizionismo riuscissero a guardare solo un po’ oltre il proprio naso, si renderebbero conto che i problemi sociali, etici e culturali del nostro paese sono ben altri. Basterebbe per esempio che leggessero la sconvolgente storia di Pinuccia Filetti, la giovane donna che da oltre 20 anni è vessata dal marito. Per le violenze e i soprusi subiti lei l’ha già denunciato 82 volte (!), ma la sua incolumità e la sua stessa vita sono a rischio, perché lo stato non la difende. Se conoscessero questa vicenda, che fa sembrare il nostro paese simile a un regime talebano, forse capirebbero che potrebbero impiegare meglio le loro energie.

Ecco cosa ha scritto in proposito Elena Loewenthal su “La Stampa” di qualche giorno fa:

Sarà davvero la prossima? Speriamo davvero di no, ma il futuro, qualunque faccia avrà per lei, resterà sempre quello di una vittima. E la sua storia, invece, ha il volto di quelle che non finiscono mai e restano sempre eguali a se stesse e a milioni di altre, dentro il buio della violenza. Quella quotidiana che si consuma al riparo degli occhi indiscreti, fra le mura di casa. Per lei, ventitré anni di piccoli e grandi soprusi. Schiaffi, percosse, pentole d’acqua bollente tirate addosso. Minacce continue. Pinuccia ha trentasette anni, tre figli grandi, novecento euro al mese di stipendio per vivere. Ha al suo attivo (per così dire, ed è un per così dire pieno di significati) ottantadue denunce contro l’ex marito che, dopo averla messa incinta quando aveva quattordici anni, le ha rovinato la vita per quelli che la separavano dal presente. Domenica scorsa lui l’ha aggredita per, si fa per dire ancora, l’ultima volta. Pinuccia dice che si è accorta subito di quanto quell’uomo fosse aggressivo. A quell’epoca, che sembra remota eppure non lo è poi tanto, «non esisteva il rispetto per la donna». Né in Sicilia, dove questa storia è cominciata, e nemmeno all’altro capo dello Stivale, cioè Domodossola, dove è continuata. Adesso, dopo ottantadue denunce e una vita ammaccata dalle violenze, molti – a cominciare da quelli che dovrebbero proteggerla – consigliano a Pinuccia di andarsene, nascondersi. Come se la colpa fosse sua. Il consiglio, il mite suggerimento, ha piuttosto il tono della minaccia larvata. Come a dire: guarda che noi, cioè tutto il resto del mondo, non rispondiamo di quel che ti potrà succedere, né oggi né domani. Come a dire che la condanna a una lontananza e magari pure a una falsa identità rappresenta per lei l’unica salvezza. Il messaggio non ha nulla di confortante, né per lei né per tutte noi, l’altra metà del cielo cui, di fronte a questa storia, non resta che guardarsi alle spalle con un briciolo di diffidenza in più. Fors’anche di paura. Perché se questa è davvero l’unica strada per stare alla larga dalla violenza, siamo proprio tutte mal ridotte.

Pinuccia Filetti