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Bosnia, l’oblio dopo gli stupri

di Riccardo Noury, Amnesty International sezione italiana

L. (non è il suo vero nome) viveva a Zvornik, nella Bosnia ed Erzegovina nordorientale. Quando nel 1992 scoppiò la guerra dei Balcani, aveva un figlio di un anno ed era incinta del secondo. Suo marito era in Croazia, aveva trovato lavoro lì. Quando Zvornik venne invasa dai paramilitari serbi, L. riuscì a fuggire e si nascose nei boschi per mesi, insieme ad altri abitanti. Nel gennaio 1993, i profughi di Zvornik uscirono dai loro rifugi per andare verso Tuzla in cerca di cibo e riparo: l’inverno era impossibile.  Durante il tragitto, L. e suo figlio rimasero separati dagli altri. Perse i sensi per lo sfinimento. Si risvegliò in un ospedale di Zvornik, circondata da soldati serbi. Le dissero che suo figlio era morto. Incinta all’ottavo mese, la torturarono fino a farle perdere il secondo figlio che aveva in grembo. I serbi prelevarono L. dall’ospedale e la fecero passare per tre diversi centri di prigionia dalle parti di Zvornik e di Bijeljina, dove venne stuprata più volte.  La foto mostra un monumento fatto in uno dei villaggi della zona di Zvornik, per ricordare le oltre 120 donne che, con L., vennero stuprate; 27 di loro furono assassinate. Alla fine L.  fu liberata, in uno scambio di prigionieri. Riuscì ad arrivare a Tuzla, dove rincontrò suo marito.
Finita la guerra, la coppia ha avuto due figli. L. sta male, la sua salute fisica e quella mentale sono compromesse e, ciò nonostante, è lei a occuparsi dei figli, del marito e dei suoceri. A quasi 17 anni dagli accordi di Dayton, che hanno posto fine al conflitto balcanico, L. e altre centinaia di donne della Bosnia ed Erzegovina continuano a convivere con le conseguenze dello stupro e della tortura, senza avere un’assistenza medica e psicologica adeguata, per non parlare di un sussidio economico. Continua la lettura di Bosnia, l’oblio dopo gli stupri

Addio alla donna simbolo delle sfregiate con l’acido

Si è lanciata da una finestra del sesto piano a Roma. Fakhra Younas, l’ex danzatrice pakistana sfregiata dal marito con l’acido, autrice del libro “Il volto cancellato”, è morta sabato scorso intorno alle 11.30 in via Segre, nel quartiere di Tor Pagnotta. Diventata un simbolo per molte donne islamiche, Fahkra viveva in Italia dal 2001 insieme al figlio Nauman, che oggi ha 17 anni. Era fuggita da Karachi, in Pakistan, dopo che il marito l’aveva sfigurata con l’acido nel sonno perché lei gli aveva chiesto il divorzio. Si era sottoposta a ben 39 interventi chirurgici per tentare di riavere il suo volto, ma non si era mai ripresa e aveva già tentato tre volte il suicidio. Negli ultimi tempi non si presentava più alle visite con il suo psichiatra. Il professor Valerio Cervelli, il chirurgo plastico che l’ha operata 39 volte e l’ha sempre seguita, quando ha saputo della morte di Fakhra ha pianto. “L’ho sentita per l’ultima volta due settimane fa e fisicamente stava bene, ma a volte le ferite interiori sono molto più difficili da curare e penso siano queste ad averla spinta a questo gesto”. Seguita da uno psichiatra, negli ultimi tempi non si presentava più agli appuntamenti. “Non doveva mai essere lasciata sola – ha spiegato una delle operatrici che l’ha assistita durante il periodo di permanenza nella casa di accoglienza madre-bambino dell’Infernetto – Per questo, quando la trasferirono nell’appartamento del residence di Tor Pagnotta, dove avrebbe dovuto essere autonoma, eravamo preoccupate. Senza una continua assistenza si sentiva abbandonata”. Il suo corpo è rimasto ai piedi del residence comunale “Madre Teresa” fino all’arrivo del figlio da scuola.