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Confermato l’ergastolo per 4 torturatori argentini

La notizia è di una settimana fa, ma merita di essere ricordata. La prima corte di Assise di Appello di Roma ha confermato la condanna all’ergastolo per quattro ex ufficiali della Marina argentina accusati di omicidio volontario plurimo premeditato di tre cittadini di origine italiana, Angela Maria Aieta, Giovanni e Susanna Pecoraro, scomparsi nel Paese sudamericano nel periodo della dittatura militare. Gli imputati a cui è stato confermato l’ergastolo sono Jorge Eduardo Acosta, Alfredo Ignacio Astiz, Jorge Raul Vildoza e Antonio Vanek. Per un altro imputato, Hector Antonio Febres, a sua volta condannato all’ergastolo in primo grado, la corte ha dichiarato il non luogo a procedere per morte del reo. Febres è deceduto nel dicembre dello scorso anno per avvelenamento da cianuro nella sua cella della Prefettura navale di Tigre (40 chilometri da Buenos Aires) dove era detenuto nell’ambito di un altro procedimento della magistratura argentina. I quattro imputati nel processo italiano, tutti già detenuti in patria ad eccezione di Vildoza, il quale è latitante, appartenevano al ‘Grupo de Tarèa 3.3.2.’ istituito presso la Escuela Superior de Mecanica de la Armada (Esma). Nessuno di loro ha preso parte al dibattimento poiché hanno detto di non riconoscere la legittimità della nostra autorità a giudicarli. La sentenza di primo grado fu pronunciata il 14 marzo dello scorso anno. Nella vicenda è coinvolto anche un altro ex ufficiale argentino, l’ammiraglio Emilio Edoardo Massera, ma la sua posizione è stata stralciata in quanto una consulenza medica deve stabilire se sia in grado, alla luce delle sue attuali condizioni di salute, di essere presente nel giudizio. In aula al momento della sentenza erano presenti due madri di Plaza de Mayo, Angela Boitano e Vera Vigevani visibilmente commosse alla lettura del dispositivo.

Lo Schindler argentino

Lo tenevo da qualche mese impilato tra i libri da leggere. Alla fine mi sono deciso ad affrontarlo consapevole che, come tutti i libri sulla dittatura che ha insanguinato l’Argentina dalla metà degli anni ‘70, non si trattava di un piacevole intrattenimento letterario. Certo non immaginavo che “Niente asilo politico” (Feltrinelli) raccontasse una vicenda di straordinario coraggio, la storia di una coscienza che si ribella di fronte all’orrore e cerca di usare con destrezza e grande umanità una posizione di privilegio per aiutare il prossimo. Enrico Calamai, autore del libro in questione, è stato console italiano a Buenos Aires durante gli anni del terrore, dei desaparecidos, delle brutalità e delle torture inflitte a un’intera generazione mentre la vita del paese scorreva come se niente fosse. È stato un eroe perché – proprio come Oskar Schindler al tempo della persecuzione degli ebrei – ha messo a rischio la propria vita per aiutare le vittime dei militari durante gli anni in cui dominava una concezione fondamentalista della Ragion di Stato. Contravvenendo leggi, regolamenti e convenzioni ha salvato alcune centinaia di persone, nascoste in casa propria, in un negozio, in un convento per settimane, fornendo loro documenti falsi per apparire turisti italiani e un passaggio in nave o in aereo con destinazione Roma. Calamai era convinto che quello fosse il modo migliore anche per servire il proprio paese: non il governo che come molti altri all’interno del mondo occidentale si rese complice dei militari argentini, ma la popolazione, quella popolazione sdegnata (e poco informata) di quanto accadeva in Argentina. In sette anni, dal 1976 al 1983, trentamila persone vennero uccise o furono fatte scomparire nei centri di tortura argentini o con i voli della morte. Contrariamente al Cile di Pinochet, osserva Calamai, gli orrori della dittatura argentina furono una sorta di delitto perfetto, perché quasi del tutto privo di visibilità. Mentre la vita a Buenos Aires e nel resto del paese proseguiva in un’apparente normalità, il nostro governo, imbrigliato negli schemi imposti dalla Guerra Fredda, preferì fingere di non sapere qual’era la sorte di migliaia di persone – molte delle quali con origini italiane – e scelse un’inerzia che divenne complicità con i macellai. Rientrato in Italia, Calamai è stato chiamato in anni recenti a testimoniare nel processo che ha portato alla condanna di otto militari argentini. Il suo libro è una lezione di vita.

Su calcio e dittatura

Tra i tanti anniversari significativi che cadono quest’anno, c’è anche quello del Mondiale di calcio del 1978 in Argentina. Un campionato del mondo tristemente noto per essersi svolto nel bel mezzo del famigerato regime militare. Negli stessi giorni in cui Crujiff e Passarella, Bettega e Rummenigge si sfidavano per conquistare l’ambita coppa e migliaia di tifosi seguivano le loro gesta con trepidazione, i militari della giunta del generale Videla imprigionavano, torturavano, ammazzavano un’intera generazione di argentini. Anche a Buenos Aires in quegli anni calcio e dittatura hanno stretto un patto di sangue che oggi viene raccontato in un documentario appena uscito – intitolato “Tapa Sangre” – nel quale il giovane regista argentino Christian Remoli ha intervistato i giocatori della nazionale argentina di allora. Sollecitandoli a raccontare, per la prima volta, le pressioni e le intimidazioni ricevute dai militari. Cercando anche di chiarire la vicenda della partita “sospetta”, quel 6 a 0 che i biancazzurri di Menotti inflissero al Perù.
Una vicenda che puzza addirittura di narcotraffico…