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L’ultima voce delle “matite spezzate”

Avvenire, 26.4.2016

Le giovanissime vittime della "Notte delle matite spezzate"
Le giovanissime vittime della “Notte delle matite spezzate”

C’è una linea di continuità universale, indistruttibile, che unisce e valorizza la memoria dei desaparecidos argentini, anche a 40 anni di distanza da quella immane tragedia. È l’amore. “Con la mia testimonianza di sopravvissuto ho voluto ‘liberare’ i miei compagni dal campo di concentramento perché per me rappresentano, sia a livello individuale che collettivo, una storia d’amore. E oggi vivono attraverso i tanti giovani che scoprono la loro storia, cercando di essere liberi, formando la propria identità, amando e riflettendo sulla necessità di cambiare un presente che soffoca il loro sogno di una società giusta, senza sofferenze”. A parlare è Pablo Diaz, l’unico sopravvissuto ancora in vita della “Notte delle matite spezzate”, uno degli episodi più terribili avvenuti negli anni della dittatura militare argentina. Nel 1976 faceva parte del movimento degli studenti medi di La Plata, giovanissimi militanti decisi a rivendicare il boleto estudiantil, una tessera-sconto sui libri di testo e sul prezzo del biglietto dell’autobus. Già pedinati e schedati per le loro marce di protesta per il diritto allo studio, furono rapiti uno a uno dagli squadroni della morte del regime golpista, che li considerava pericolosi sovversivi da annientare. I ragazzini e le ragazzine di La Plata vennero condotti nel centro di detenzione clandestina di Arana, torturati a colpi di unghie strappate e scosse elettriche, lasciati morire di fame e di freddo, e poi fatti sparire. Pablo Diaz si è salvato per uno scherzo del destino. Venne liberato e ‘istituzionalizzato’, cioè messo in un carcere alla luce del sole, perché secondo la logica deviata dei militari golpisti un testimone di quelle atrocità sarebbe servito a terrorizzare ancora di più la comunità.
“Quando lasciai i miei compagni nel campo clandestino denominato Pozzo di Banfield me ne andai sentendo le loro urla, che non dimenticherò mai. Giurai a me stesso che sarebbero usciti anche loro”, ci racconta oggi, a 40 anni dall’inizio della dittatura. “Tornato in libertà, fui ossessionato da quel giuramento. Detti la mia testimonianza per quanto mi fu possibile, riversando quell’orrore sulla società. La storia collettiva e pubblica si è tramutata a poco a poco in vergogna e dolore silenzioso. Però mancava ancora qualcosa. Quella ‘notte’ era anche fatta di storie individuali di giovanissimi. Io conoscevo i loro nomi, le loro voci, e dovevo trovare una via d’uscita da quell’orrore. Quella possibilità mi è stata offerta da un film e da un libro, che mi hanno dato modo di raccontare tutto. Quando le sale si sono riempite di giovani che piangevano e si abbracciavano, ho capito che quelli che erano rimasti nell’oscurità erano tornati finalmente alla luce. Erano usciti dal Pozzo per non tornarci mai più”.
A far conoscere al mondo la tragica vicenda della ‘Notte delle matite spezzate’ fu il bel film omonimo di Hector Olivera, uscito nel 1986 proprio grazie alla coraggiosa testimonianza di Pablo Diaz. Da allora, il percorso compiuto dall’Argentina verso la verità e la giustizia è stato complesso e sofferto, ma ha ottenuto grandi risultati. Il dittatore Videla è morto in carcere e i processi sono riusciti in molti casi a fare giustizia, condannando molti dei responsabili. “Per me la giustizia coincide con la verità per i familiari che continuano a sopportare la mancanza dei loro cari”, spiega Diaz. “Non penso necessariamente alla morte come alternativa a una condanna mancata, mi aspetto però che le società giuste sappiano riparare a tanto dolore e a tanta vergogna”. Purtroppo ancora oggi, in contesti e paesi differenti, si verificano fatti tragicamente simili a quanto accadeva tutti i giorni nell’Argentina degli anni ’70, come la vicenda di Giulio Regeni in Egitto. “Quando le storie di ingiustizia si ripetono nella loro selvaggia crudeltà – commenta Diaz – l’umanità perde un pezzo della sua ragione. Per anni ho conservato un profondo risentimento nei confronti degli esseri umani. Dopo essere stato violato e torturato, mi sono sentito lacerato. Ma poi ho ricominciato a credere nelle persone, e credo che le storie di ingiustizia servano a rinforzare l’uomo buono”. Tra i giovanissimi desaparecidos della Notte delle matite spezzate c’era anche la sua fidanzata, Claudia Falcone, di appena 16 anni. “I miei compagni scomparsi in realtà non sono mai scomparsi davvero”, conclude Pablo Diaz. “Lo so che sembra un controsenso, però è l’assoluta verità. Ce lo dimostra l’amore per il compagno che è al nostro fianco, la continuità etica dell’impegno sociale e l’esito della lotta per i diritti collettivi per far si che tutti abbiano uguale diritto all’istruzione. I miei compagni che non ci sono più vivono ancora negli studenti di oggi”.
RM

La Spagna finanziò la dittatura argentina

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Dopo anni di accurate ricerche, il giornalista d’origine argentina Danilo Albin è riuscito a dimostrare che la Spagna firmò accordi economici con l’Argentina durante la dittatura di Videla e dunque aiutò i militari della giunta guidata da Videla a mettere in atto le terribili tattiche di sterminio del popolo argentino. Lo rivela in una clamorosa inchiesta appena pubblicata sul periodico spagnolo Público secondo la quale, nei primi anni del regno di re Juan Carlos, la Spagna sottoscrisse accordi milionari con il sanguinoso regime del dittatore argentino. Intese commerciali che nella seconda metà degli anni ’70 permisero all’Argentina di ricevere crediti dalla Spagna e coprire le spese causate dalla repressione.
Juan Carlos di Borbone, re di Spagna dal 1975 fino al giugno scorso – quando ha abdicato in favore del figlio Felipe – sarebbe stato, secondo il giornale, tra le figure responsabili di tale accordi. Nella sua intensa campagna alla ricerca di soci facoltosi, la giunta militare di Buenos Aires avrebbe anche contattato il potente banchiere spagnolo Emilio Botín, affinché il banco Santander recuperasse le due filiali che erano state nazionalizzate dai peronisti.
L’autore dell’inchiesta, Danilo Albin, sostiene inoltre che il rapporto tra i due governi è andato ben oltre la cooperazione commerciale. “C’è stata una collaborazione molto stretta che si mantenne in segreto tra entrambi i paesi. Continueremo a fornire prove che le relazioni tra la Spagna di Juan Carlos e Adolfo Suarez, e Videla in Argentina e i voli della morte sono andati molto più in là dei semplici accordi economici “, ha detto Albin, la cui inchiesta prosegue e sarà pubblicata a puntata sul giornale Pùblico. Il direttore del periodico spagnolo, Carlos Enrique Bayo, ha aggiunto che esistono documenti segreti (ancora classificati come riservati) che dimostrano il coinvolgimento diretto di Juan Carlos. L’ex re sarebbe stato infatti incaricato di facilitare, in qualità di mediatore, gli accordi tra la Spagna della transizione e l’Argentina dei voli della morte. Accordi che di fatto sostennero una dittatura alla ricerca di finanziamenti per continuare la sua brutale repressione.

Un eroe italiano nell’inferno di Buenos Aires

Da “Avvenire” di oggi

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Enrico Calamai è stato un eroe dei nostri tempi, al pari di figure come Giorgio Perlasca, Guelfo Zamboni, Raoul Wallenberg. Nel 1976, quando la giunta militare prese il potere in Argentina con un colpo di stato, era un giovane diplomatico di stanza al Consolato italiano a Buenos Aires. Vide coi suoi occhi, nonostante tutti i tentativi di celare una repressione tanto brutale quanto silenziosa, un’intera generazione che veniva lentamente inghiottita in un buco nero fatto di rapimenti, torture, uccisioni. La sua coscienza si ribellò di fronte all’orrore e il suo coraggio gli consentì di salvare centinaia di oppositori politici del regime. Li nascose, fornì loro i documenti per l’espatrio, infine riuscì a farli scappare, mettendo spesso a rischio la propria vita. Purtroppo ebbe poco tempo per rendersi utile perché fu richiamato in Italia nel maggio 1977, poco più di un anno dopo il Golpe che innescò la repressione. “A Roma non vedevano di buon occhio il mio operato – ci racconta – e anche a causa degli schemi imposti all’epoca dalla Guerra Fredda, si preferì fingere di non sapere qual era la sorte di migliaia di persone, molte delle quali avevano origini italiane”.
È impossibile stabilire con certezza quante persone abbia salvato, anche perché Enrico Calamai è un uomo schivo che afferma di non sentirsi un eroe, ma di aver fatto solo quello che la sua coscienza gli impose di fare. Minimizza anche quando viene chiamato a raccontare la sua esperienza nelle scuole o in incontri pubblici come ha fatto nei giorni scorsi in Toscana, a Sesto Fiorentino e a Pontedera. Eppure, nel poco tempo che ebbe a disposizione, riuscì a impedire che gli elenchi dei desaparecidos diventassero ancora più lunghi e salvò tante vite umane, compromettendo infine anche la sua carriera. Si rese conto ben presto di cosa stava accadendo, anche perché anni prima aveva vissuto una situazione simile in Cile, in un consolato italiano che dopo il Golpe di Pinochet si era riempito rapidamente di rifugiati. “Quando la gente ha cominciato a venire al Consolato di Buenos Aires per chiedere aiuto, io non potevo far finta di non sapere che se queste persone fossero state respinte avrebbero fatto una brutta fine. Sarebbero state rapite, torturate, molto probabilmente anche uccise”. Fu allora che quel giovane funzionario divenne l’ultima frontiera tra la vita e la morte per un numero imprecisato di italiani d’Argentina. Era disposto a provarle tutte pur di salvare chi chiedeva il suo aiuto: fondamentale fu la collaborazione con un giornalista, l’inviato del Corriere della Sera Giangiacomo Foà, e con pochi altri che all’epoca accettarono rischi gravissimi pur di rispondere alla propria coscienza. “Ci fu il caso di un giovane sacerdote italiano, di cui purtroppo non ricordo il nome, al quale affidai un uomo e i suoi due figli in attesa di far loro avere i documenti necessari per l’espatrio. I tre furono tenuti nascosti per due mesi in un convento, prima di riuscire finalmente a imbarcarsi su un volo per Roma, dove trovarono la salvezza”.
Calamai ha atteso tanti anni per raccontare la sua storia. Al suo ritorno dall’Argentina era terribilmente scosso e a livello politico trovò una chiusura totale. “Fui portato a pensare – spiega – che ciò che mi portavo dentro fosse una manifestazione soggettiva stravolta di una realtà che non poteva esistere. Era talmente contraria alla logica, alle nostre categorie mentali e a quello che dovrebbe essere lo Stato, che non mi pareva vero. Nessuno mi ha mai interrogato, né si è mai interessato, per anni, a quello che avevo da raccontare. Nessuno di quelli con cui ho parlato mi ha creduto. Avevo la percezione di dire delle cose che non stavano né in cielo né in terra. Come se fossero, alla fine, solo delle mie fantasie stravolte, senza riscontro nella realtà”. Invece era tutto drammaticamente vero e anzi, la realtà superava di gran lunga l’immaginazione. La tortura sistematica nei centri di detenzione clandestina. Gli “aerei della morte” che gettavano le persone ancora vive nell’Oceano o nel Rio de la Plata. Circa trentamila persone scomparse. Il genocidio di un’intera generazione.
In anni recenti Calamai ha portato una testimonianza decisiva al processo, di fronte alla Corte d‘Assise di Roma, che è sfociato nella condanna di un gruppo di militari argentini. Il suo coraggio è stato pubblicamente riconosciuto dai parenti dei desaparecidos e dallo stesso stato argentino che nel 2004, per mano dell’allora presidente Kirchner, gli ha conferito la prestigiosa Cruz dell’Orden del Libertador San Martin. Oggi, questo eroe dei nostri tempi non vive di ricordi e ci tiene a sottolineare un parallelismo tra i desaparecidos argentini di trent’anni fa e i disperati di Lampedusa dei giorni nostri: “purtroppo certi fatti tragici della storia tendono a ripetersi. Il comportamento della società argentina e di quella internazionale, che all’epoca ignorarono o non trovarono la forza per reagire ai militari, ricorda in modo sinistro quello che accade oggi nel Mediterraneo. Con un’opinione pubblica italiana ed europea che ignora i danni collaterali della politica di potere dell’Occidente in Medioriente e in Africa. Le migliaia di persone che cercano la salvezza attraverso le nostre cose sono i desaparecidos del nuovo millennio”.
RM

Desaparecidos, chiesto il processo per tre ex capi di Stato

Dopo oltre dieci anni di indagini la Procura della Repubblica di Roma ha concluso l’inchiesta sul cosiddetto “Piano Condor” con la richiesta di 35 rinvii a giudizio. La richiesta del rinvio a giudizio per i reati di strage, omicidio plurimo aggravato, sequestro di persona ed altro vede come imputati due boliviani, dodici cileni, sette peruviani e diciassette uruguaiani di età compresa tra i 92 e i 64 anni. A loro il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo attribuisce la responsabilità dell’eliminazione di ventitre cittadini italiani scomparsi tra il 1973 e il 1978. Il cosiddetto Plan Condor fu un accordo varato dalla C.I.A. negli anni ’70 volto ad eliminare gli oppositori ai regimi dittatoriali di sette Paesi sudamericani.
L’indagine avviata in seguito alla denuncia presentata il 9 giugno del 1999 dai famigliari di otto italiani “desaparecidos” vittime della repressione aveva coinvolto tra gli altri anche i capi del regime come i dittatori Augusto Pinochet, Jorge Videla e Eduardo Massera che sono tutti deceduti nel corso dell’inchiesta. Ora tra le persone che potrebbero finire a giudizio figure eccellenti come il generale Luis Gomez Arce, ex ministro dell’Interno della Bolivia, l’ex capo della Dina (servizi segreti del Cile) Juan Manuel Contreras, il generale Francisco Morales Belmudesh che fu per cinque anni presidente del Perù, l’ex premier peruviano Pedro Richter Prada. Mentre per l’Uruguay è stato chiesto il processo per gli ex dittatori Juan Maria Bordaberry e Gregorio Conrado Alvarez Armellino e l’ex ministro delle Relazioni estere Juan Carlos Blanco.
La chiusura dell’inchiesta risale a tre anni fa e riguardava 140 persone (tra le quali anche 59 argentini, 11 brasiliani e 6 paraguayani) ma problemi burocratici legati alla notifica e la morte di numerosi esponenti delle giunte militari hanno fatto diminuire il numero dei soggetti a rischio processo. Le indagini sono durate circa 10 anni.

‘Nunca más’, Vera Jarach è tornata in Italia

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“Finalmente in Argentina stiamo avendo giustizia”. Il tono di voce è come sempre pacato ma fermo. Le sue parole non trasudano mai odio, né rancore, per quello che ha subito insieme a migliaia di altre madri e parenti di vittime della dittatura argentina. Finché avrà vita, l’85enne italo-argentina Vera Vigevani Jarach continuerà la sua battaglia per tenere viva la memoria di un’intera generazione che è stata spazzata via dalla ferocia della dittatura militare argentina, tra il 1976 e il 1983. Il messaggio che l’anziana fondatrice delle “Madri di Plaza de Mayo” ha lanciato due giorni fa durante un incontro pubblico alla periferia di Firenze, è come sempre un messaggio di speranza, stavolta finalmente coronato dalla consapevolezza che dopo decenni di lotta la giustizia sta finalmente arrivando. Il capo della giunta militare golpista, Jorge Videla, è morto alcuni giorni fa in carcere. Il fatto che abbia trascorso i suoi giorni in cella è di buon auspicio, perché ci fa capire che è finita l’epoca dell’impunità per i dittatori. Ma se la società argentina è finalmente riuscita a fare i conti con il suo tragico passato deve molto all’impegno e al coraggio poetico di personaggi come Vera, che meriterebbero molto più del premio Nobel per la pace. Il peso degli anni di lotta sembrano non scalfire la tempra di questa donna straordinaria, che è tornata nuovamente nel nostro paese alcuni giorni fa, per partecipare a un altro dei suoi “tour della memoria” attraversando molte città italiane per tramandare la memoria dei “desaparecidos”. Vera è la madre di Franca Jarach, fatta sparire dai militari nel 1976 a soli diciott’anni. Della ragazza non si è saputo più niente fino a qualche anno fa, quando un superstite dei campi di concentramento del regime ha raccontato che appena un mese dopo il sequestro i militari costrinsero Franca al cosiddetto “volo”, gettandola ancora viva nell’Oceano, dopo atroci torture. La storia di Vera, di Franca e dei 30.000 desaparecidos argentini riguarda l’Italia da vicino, perché tra le vittime della dittatura ci sono stati centinaia di italiani e di oriundi d’origine italiana. E anche perché la diplomazia italiana dell’epoca è stata perlomeno assente e ha avuto dunque un ruolo negativo nella tragedia della dittatura argentina. Le disperate richieste di aiuto inoltrate in quegli anni furono sempre respinte a causa dei vincoli economici tra l’Italia e l’Argentina. Fortunatamente la giustizia italiana, in particolare con i processi svolti in anni recenti dal tribunale di Roma è riuscita a riparare alle connivenze della politica durante il regime. Nell’ambito dei processi Esma e Condor del 2003 e del 2007 sono stati ascoltati tantissimi testimoni e sono state finalmente emesse delle condanne.

Nei prossimi giorni Vera Vigevani Jarach parteciperà a conferenze, dibattiti e incontri nelle scuole. Domani e il 30 maggio sarà a Ferrara, il 31 maggio a Padova. Dal 2 al giugno prenderà parte a iniziative pubbliche a Milano e a Varese. Dal 6 al 9 sarà invece a Torino, il 10 e l’11 a Bologna. Questo suo ennesimo viaggio italiano si concluderà infine a Roma, dove l’anziana attivista è attesa dal 12 al 15 giugno. Per info: www.24marzo.it