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Alex Langer, un addio lungo 20 anni

“Non siate tristi. Continuate in ciò che era giusto”. Uno dei foglietti che furono ritrovati quella mattina d’inizio estate nell’auto di Alex Langer conteneva un’esortazione a chi restava, uno struggente invito a continuare anche in suo nome quelle battaglie sotto il cui peso lui alla fine era rimasto schiacciato. Poche parole che rappresentavano quasi il testamento politico di un uomo che aveva consumato la vita a ritmi forsennati, senza mai risparmiarsi per i suoi ideali, per la pace e la convivenza tra i popoli, per l’utopia di un mondo migliore.
Lunedì 3 luglio 1995. Dopo ore di ricerche in tutta Firenze una volante della polizia individua finalmente la vecchia Fiat Uno bianca di Langer, targata Bolzano. È parcheggiata sul ciglio della strada nel viuzzo di Monteripaldi, dietro le colline del Pian dei Giullari, una delle zone più verdi e panoramiche di Firenze, tra ulivi, cipressi secolari e alberi da frutto che nascondono ville antiche. Il corpo senza vita dell’europarlamentare verde si trova poco più in là, impiccato ai rami di un albicocco, a piedi nudi. “I pesi mi sono diventati insostenibili, non ce la faccio più”, aveva lasciato scritto ai compagni di partito in un altro messaggio che fu ritrovato dentro la sua macchina. Alexander-LangerLanger aveva 49 anni e abitava con la moglie a un chilometro di distanza dal posto in cui aveva deciso di morire, in via Benedetto Fortini. La sera prima era uscito per andare in un’agenzia di viaggi a cambiare il biglietto aereo che avrebbe dovuto utilizzare per il suo rientro a Bruxelles. Non vedendolo ritornare, la moglie aveva dato l’allarme facendo scattare le ricerche. La sua fine sorprese e commosse tutti, lasciando senza risposta non pochi interrogativi sull’imperscrutabile fragilità dell’animo umano.
Nato nel 1946 a Vipiteno, l’ultima cittadina in territorio italiano prima del Brennero, Alexander Langer era cresciuto in una famiglia laica, colta e progressista che anni prima aveva sofferto le persecuzioni nazifasciste. Suo padre, un medico ebreo viennese, era sopravvissuto grazie all’aiuto di alcuni italiani a Firenze. La madre, una farmacista altoatesina cattolica, era stata tra i protagonisti della battaglia contro le “opzioni”, cioè la scelta imposta ai sudtirolesi dal patto tra Mussolini e Hitler: l’esodo in Germania o l’italianizzazione. Quel passato avrebbe avuto un’influenza pesante sulla formazione del giovane Alex che da piccolo venne mandato dai genitori all’asilo italiano, non senza creare scandalo tra i compaesani. Frequentò in seguito la scuola tedesca e il liceo francescano a Bolzano, per trasferirsi poi a Firenze, dove nel 1968 si laureò in giurisprudenza e divenne fiorentino d’adozione. Per un breve periodo abitò nella parrocchia dell’Isolotto, alla periferia della città, contribuendo alla nascita del notiziario della comunità e alla sua distribuzione sulla passerella che unisce il quartiere al parco delle Cascine. Sempre a Firenze incontra Don Lorenzo Milani, padre Ernesto Balducci e Giorgio La Pira. Traduce in tedesco la Lettera a una professoressa. Milita in Lotta Continua e inizia un percorso politico forgiato sul dissenso critico che ruota fin da subito intorno ai temi del rifiuto del nazionalismo e della convivenza tra le comunità linguistiche. A Bolzano è tra gli animatori di un gruppo cattolico dissidente che si propone di spezzare le barriere tra tedeschi e italiani e pubblica il giornale “Die Brücke” (il Ponte). Viene eletto in Consiglio provinciale nella lista Neue Linke/Nuova Sinistra, poi nei primi anni ’80 è tra i promotori del movimento politico dei Verdi di cui sarà poi uno dei principali esponenti europei. A vederlo, sembra quasi impossibile che quel ragazzo magrissimo, dal viso aguzzo e i denti sporgenti, possa diventare uno dei più innovativi leader politici della sua epoca. Indossa occhiali tondi e maglioni da montagna ma nonostante il suo aspetto curioso ha un carattere di ferro ed è in grado di emanare uno straordinario fascino intellettuale.
Dedicherà la sua intera esistenza a tentare di ricucire le divisioni dell’Alto Adige e del mondo intero, fino a diventare un simbolo europeo del dialogo interetnico. “Leggo nella situazione sudtirolese – scrisse un giorno – una quantità di insegnamenti ed esperienze generalizzabili ben oltre un piccolo caso provinciale”. In Alto Adige si batte contro quelle che definisce le “gabbie etniche”, cioè il censimento nominativo voluto dagli indipendentisti sudtirolesi che a suo avviso rafforza la politica di divisione etnica. Rifiuterà sempre di dichiararsi tedesco o italiano, violando la legge che impone la dichiarazione d’appartenenza e sarà proprio la sua ostinata obiezione al censimento etnico a impedirgli di diventare sindaco di Bolzano nell’ultimo periodo della sua vita.
Convinto sostenitore della nonviolenza, parla correntemente cinque lingue e viaggia in tutto il mondo per predicare la convivenza tra i popoli. Nel 1989 diventa il primo presidente del gruppo Verde al Parlamento europeo – dove sarà rieletto anche nel 1994 – e intensifica il suo impegno per contrastare i nazionalismi, impegnandosi in un’infaticabile missione di pace nei territori della ex Jugoslavia. Nei mesi in cui si consuma la tragedia bosniaca e il genocidio in Ruanda, lui lavora per una politica estera di pace, per relazioni più giuste tra il nord e il sud del mondo, per la conversione ecologica della società, dell’economia e degli stili di vita.
In molti, nei giorni del lutto, leggono le ragioni del suo gesto ricordando le parole che lui stesso aveva scritto in ricordo di Petra Kelly, leader verde tedesca morta nel 1992: “forse è troppo arduo essere individualmente degli ‘Hoffnungsträger’, dei portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere”.
RM

Gli incontri che la vita dona. Ricordo di Alex Langer

Nel 17° anniversario della morte del grande Alex Langer riproponiamo questo suo testo autobiografico scritto nel 1986 per la rubrica Minima personalia della rivista Belfagor.

«Perché papà non va mai in chiesa?».
Crescendo a Sterzing (950 m, 4000 abitanti), in una famiglia democratica e borghese, che a casa parla in lingua (tedesca) invece che in dialetto tirolese e nella quale si respira un clima molto rispettoso e tollerante, mi inquieta molto il fatto che mio padre non vada mai in chiesa.
Un giorno, approfittando del mio compleanno, oso chiedere alla mamma il perché. Me ne sento un po’ in colpa, come anche per il fatto di non parlare in dialetto. «Il papà, stando in ospedale tutto il giorno e tutti i giorni (era l’unico medico chirurgo del circondario) serve Dio in altri modi – te lo potrà confermare il cappellano che va bene così.» Il cappellano, un prete cecoslovacco in esilio, conferma.
Più tardi mia madre mi spiega anche che mio padre è di origine ebraica e che non conta tanto in che cosa si crede ma come si vive. Lei, in quegli anni, fa parte del consiglio comunale, come indipendente eletta sulla lista «tedesca» della Svp, ma ne esce presto, quando il clima peggiora e la richiesta di avere antifascisti in lista non è più così forte.
Nella mia cittadina, che amo molto, sento una certa estraneità che mi rende facile il passaggio precoce alla scuola media, a Bolzano, dai francescani. Faccio il pendolare settimanale con Bolzano, per la scuola (a Vipiteno, paradossalmente, solo gli italiani hanno le scuole superiori: un quarto della popolazione, ma con i figli degli ufficiali). Chiedere il biglietto o un’informazione in tedesco è impensabile. In città ci si sente proprio in minoranza, da tirolesi. Sul mio autobus (linea 3 di Bolzano) siamo solo due bambini di lingua tedesca. I fascisti fanno cortei per l’Ungheria e per «Magnago a morte». Me ne sento minacciato anch’io e comincio a sentire il fascino della resistenza etnica.
Ogni sabato leggo la terza pagina del Dolomiten che riporta capisaldi della storia sudtirolese, informa sui soprusi degli italiani, delle promesse non mantenute dallo Stato, di come si viveva sotto il fascismo. Il processo contro i «ragazzi di Pfunders» (accusati -credo ingiustamente- di avere ucciso un finanziere, in seguito ad una lite d’osteria, e duramente condannati) mi emoziona e mi indigna. Quando una mattina, passando in treno da Waidbruck (Ponte Gardena), vedo che il «duce di alluminio» è stato fatto saltare di notte, ne sono contento. Fanfani prometterà poi di ripristinare quella statua equestre al «genio italico» che rappresentava Mussolini a cavallo, ma non succederà mai.

«Perché noi non odiamo gli italiani?».
Percepisco che il clima in casa è diverso da quello fuori, anche nella seconda metà degli anni ’50, quando si va verso gli attentati dell’autonomismo ed irredentismo tirolese. So già abbastanza bene l’italiano: i genitori ci tengono che a scuola io lo studi bene, e mi avevano persino mandato all’asilo italiano. Insieme ai fratelli registro la differenza etno-linguistica tra la gente come un gioco: per strada ci mettiamo a indovinare chi è «tedesco» e chi «italiano», e verifichiamo col saluto. Non ci si sbaglia quasi mai.
Dopo i primi attentati avverto una certa differenza di tono tra mia madre (più solidale con le ragioni tirolesi) e mio padre (più preoccupato dei possibili rigurgiti nazisti). Più marcata è la differenza di toni in famiglia e fuori. Mi sento un po’ insicuro se un «ciao» italiano -usato in famiglia- possa essere un tradimento, una dissociazione.
A mia madre chiedo: «perché noi non odiamo gli italiani?». Continua la lettura di Gli incontri che la vita dona. Ricordo di Alex Langer