Archivi tag: vaticano

Pedofilia, Dublino attacca il Vaticano

“Kenny accusa il papa di minimizzare lo stupro e la tortura dei bambini”, titola l’Irish Independent. A una settimana dalla pubblicazione del rapporto Cloyne sugli abusi compiuti dai preti, il premier Enda Kenny ha lanciato uno storico attacco al Vaticano. Il rapporto, che ha preso in esame la diocesi di Cloyne nell’Irlanda meridionale, ha svelato una cultura dell’ostracismo che porta fino a Roma. Kenny ha dichiarato al parlamento: “lo stupro e la tortura di bambini sono stati minimizzati per difendere il primato dell’istituzione, il suo potere e la sua ‘reputazione'”. In quello che il quotidiano di Dublino ha definito “il discorso più duro da quando è diventato premier, e forse della sua carriera”, Kenny ha dichiarato che le rivelazioni “portato il governo, i cattolici irlandesi e il Vaticano a una situazione senza precedenti”. La Santa sede non ha replicato alle accuse, ma l’Irish Independent sottolinea che “il discorso di Kenny provocherà pesanti scosse nella gerarchia cattolica e in Vaticano. L’Irlanda ha sempre mantenuto un atteggiamento servile nei confronti di Roma”.

La Chiesa del Papa popstar

di Massimo Fini

Papa Wojtyla è stato beatificato a soli sei anni dalla morte, caso unico nella storia della Chiesa che in queste faccende è sempre stata cauta. Il popolo lo voleva “Santo subito”. Ma trascorso lo spirito dell’epoca, avido di fretta e di “eventi”, io credo che Giovanni Paolo II passerà alla storia come il Papa che ha rischiato di distruggere ciò che resta della Chiesa cattolica e del senso del sacro in Occidente. E questo è, in apparenza, doppiamente paradossale. Perché nessun Pontefice è stato così popolare come Papa Wojtyla. Non lo è stato il problematico Paolo VI, non lo fu l’ascetico e ieratico Pio XII. Non ebbe il tempo di esserlo Papa Luciani. Solo Giovanni XXIII gli si può forse avvicinare, ma regnò cinque anni mentre Wojtyla in un quarto di secolo ha avuto più tempo per affermare la propria potente personalità. È inoltre paradossale perché il Papa polacco, nelle sue strutture più intime era portatore di valori spirituali forti, tradizionali, premoderni, addirittura pretridentini e quindi particolarmente adatto a rilanciare la Chiesa in un’epoca in cui, proprio in reazione ad una Modernità trionfante e dilagante che ha fatto terra bruciata del sacro, si fa sentire il bisogno di un ritorno a quei valori religiosi o comunque a dei valori che la società laica non ha saputo dare. Eppure mentre la popolarità di Wojtyla è andata sempre crescendo, fino all’apoteosi della sua esibita agonia e della sua morte, nello stesso tempo, sono crollate le vocazioni (crisi del sacerdozio e degli ordini monacali) e la fede, almeno in Occidente, si è intiepidita fino a ridursi a vuota forma. Come si spiega questo duplice paradosso? Con una situazione strutturale della società contemporanea estremamente negativa per il magistero spirituale della Chiesa, che però Wojtyla ha contribuito, in modo notevole, ad aggravare proprio con i modi e i mezzi con cui ha raggiunto la sua straordinaria popolarità.
In linea generale la crisi della Chiesa in Occidente deriva dal fatto che il mondo industrializzato si è da tempo desacralizzato. Continua la lettura di La Chiesa del Papa popstar

La banalità del male

C’è un genocida tra noi. O meglio, c’è stato. Ha vissuto accanto a noi, a un passo dalle nostre case, ha fatto lezioni di catechismo ai nostri figli, ha recitato messa e confessato tanti fiorentini. Ma qualche anno prima di riempirsi la bocca con parole come “perdono”, “pace” e “solidarietà”, si era reso responsabile della morte di almeno 1500 ruandesi di etnia tutsi. Stiamo parlando di “Don Atanasio”, al secolo Athanase Seromba, il simpatico e brillante prete di colore che nella seconda metà degli anni ’90 ha fatto parte attivamente della parrocchia fiorentina di S. Martino a Montughi, nei pressi di via Vittorio Emanuele. seromba.jpg

Ieri la Corte d’Appello del tribunale internazionale per il crimini del Ruanda l’ha condannato all’ergastolo per aver commesso atti di genocidio e sterminio durante la mattanza che sconvolse il piccolo Paese africano nel 1994. Una valanga di prove e testimonianze hanno accertato che don Atanasio aveva attirato all’interno della sua parrochia a Nyange, nella prefettura di Kibuye, almeno 1500 persone. Aveva assicurato a tutti che lì, al cospetto di Gesù e della Madonna, protettrice del Ruanda, sarebbero stati in salvo. Le bande armate hutu non avrebbero osato entrare nella cattedrale. Invece mentre i rifugiati pregavano, ha chiuso a chiave le porte della chiesa, e ha ordinato all’autista di un bulldozer di abbattere l’edificio mentre gli assassini sparavano e lanciavano granate dalle finestre. Fu un massacro soprattutto di donne, vecchi e bambini. Dicono che durante il lungo processo il candido don Atanasio non abbia mostrato alcun segno di pentimento e non abbia riconosciuto le sue responsabilità. La corte ha constatato che senza la sua autorità morale quel massacro non sarebbe stato commesso.
A coprire la sua fuga in Italia era stato il Vaticano: con l’aiuto delle gerarchie vaticane si era rifugiato a Firenze, aveva cambiato nome, (padre Anastasio Sumbabura) e aveva continuato a officiare messa come se nulla fosse accaduto. Era stato poi riconosciuto e denunciato, ma l’allora procuratrice del Tribunale dell’Onu, Carla del Ponte, aveva avuto difficoltà a ottenere l’estradizione perché il Vaticano aveva esercitato pressioni sul governo italiano per evitare che prendesse una decisione in proposito. I parrocchiani fiorentini, convinti a priori della sua innocenza, avevano addirittura costituito un comitato in sua difesa. Chissà cosa penseranno adesso che la sentenza del tribunale internazionale ha finalmente chiuso l’incredibile storia di questo genocida della porta accanto.