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Ora è ufficiale: l’invasione dell’Iraq fu decisa dal petrolio

“Memorandum segreti rivelano collegamenti tra le compagnie petrolifere e l’invasione dell’Iraq”, titola oggi l’Independent denunciando il ruolo della collusione tra il governo britannico e l’industria petrolifera nell’invasione dell’Iraq nel 2003. Le rivelazioni su una serie di incontri tra il primo ministro e i dirigenti delle compagnie “contrastano con le smentite pubbliche a proposito di una coincidenza di interessi tra l’industria del petrolio e i governi occidentali”, sottolinea il quotidiano londinese. Uno dei memorandum rivela che nel 2002 la baronessa Symons, allora ministro del commercio, informò la multinazionale petrolifera BP “che il governo era convinto che le compagnie energetiche britanniche avrebbero dovuto ottenere una fetta delle enormi riserve di petrolio e gas dell’Iraq come ricompensa per l’impegno militare di Tony Blair a seguito degli Stati Uniti”. Pubblicamente la BP ha continuato a sostenere di non avere “alcun interesse strategico” in Iraq, ma in privato ha fatto sapere al ministero degli esteri che l’Iraq era “più importante di qualsiasi cosa avessero visto da molto tempo”.

Menzogne a stelle e strisce

L’amministrazione Bush equivocò ed esagerò deliberatamente le informazioni fornite dall’intelligence per costruire il caso e giustificare l’intervento armato in Iraq. Lo sostiene un rapporto, a lungo atteso, di una Commissione mista del Senato americano. Il rapporto chiude cinque anni di indagini sull’uso, l’abuso e l’erronea interpretazione di dati dell’intelligence che portarono all’invasione dell’Iraq nel marzo 2003.

Che l’amministrazione Bush avesse mentito sulle presunte minacce irachene non è affatto nuovo, ma il rapporto, 170 pagine, basato su una rassegna dettagliata di tutte le dichiarazioni pubbliche del presidente americano e dei suoi collaboratori più stretti, costituisce ad oggi – scrive il New York Times – l’analisi più completa per poter giudicare come l’amministrazione americana dipinse sistematicamente la situazione irachena in modo più pericoloso di quanto non fosse giustificato dai dati dei servizi segreti. Secondo la Commissione, composta da quindici senatori (otto democratici e sette repubblicani, due dei quali hanno approvato le conclusioni), George W. Bush, il vice presidente Dick Cheney, l’allora segretario di stato Colin Powell e l’allora ministro della Difesa Donald H. Rumsfeld pronunciarono di proposito delle affermazioni equivoche, tra l’ottobre 2002 e il marzo 2003, per collegare Saddam Hussein agli attacchi dell’11 settembre e ad Al Qaida; denunciarono il rischio che l’Iraq potesse fornire armi chimiche, nucleari o biologiche a gruppi terroristici; affermarono che l’Iraq si stesse dotando di droni per spargere veleni chimici e biologici sugli Stati Uniti. Nessuna di queste asserzioni proveniva dall’intelligence. (da Corriere.it)

Per gli Usa anche Nelson Mandela è un ‘terrorista’

Il premio Nobel per la pace Nelson Mandela, ex presidente sudafricano, simbolo della fine dell’apartheid, compare sulla lista delle persone sospettate di legami con il terrorismo del governo americano e per entrare negli Stati Uniti ha tuttora bisogno di uno speciale permesso. La questione, della quale parla il quotidiano Usa Today, è definita «imbarazzante» dal segretario di Stato americano Condoleezza Rice e un pool di esponenti del Congresso promettono una soluzione in tempi brevi. Il problema non riguarda solo Mandela, che ha 89 anni, ma altri membri dell’African National Congress, il movimento anti-apartheid che ora esprime il governo di Johannesburg. Negli anni Settanta e Ottanta, l’Anc era bollato come un’organizzazione terroristica dalla minoranza bianca del Sudafrica, un’etichetta che aveva conseguenze anche in altri Paesi, tra i quali gli Stati Uniti. Le liste dei sospetti di terrorismo non sono mai state aggiornate e Rice ha ammesso, nel corso di una audizione al Senato, che il suo dipartimento ha dovuto concedere speciali nullaosta per consentire a Mandela di entrare negli Stati Uniti. Mandela è uscito dal carcere nel 1990 dopo 27 anni di prigionia e nel 1994 è stato eletto primo presidente nero del Sudafrica. A lui gli Stati Uniti riservano sostanzialmente lo stesso trattamento che avrebbero i membri di Hamas. (da Corriere.it)

Che fine hanno fatto i pacifisti?

baghdad.jpgA cinque anni dall’aggressione statunitense all’Iraq, Firenze dedica una giornata di approfondimento e riflessione sullo stato di salute e le prospettive del movimento pacifista. L’evento a ingresso gratuito si svolgerà al Viper Theatre di via Lombardia, zona Le Piagge. Alle 18.30 discussione/aperitivo con Lisa Clark (Beati i costruttori di Pace), Tommaso Fattori (Forum mondiale alternativo dell’acqua), Marco Romoli (un Tempio per la Pace), Martina Taci (Volontaria del Campo di lavoro in Libano coordinato dal Servizio Civile Internazionale). Coordinerà Riccardo Michelucci.
Alle 21 la compagnia ‘Saverio Tommasi’ metterà in scena in anteprima assoluta ‘il mio nome è mai più’ di Domenico Guarino, tratto dall’omonimo racconto vincitore del premio 2007 “Firenze per le culture di pace”, intitolato a Tiziano Terzani. Il monologo è la storia del movimento pacifista visto attraverso gli occhi di una bandiera della pace. Occhi critici, disillusi, ma ancora pieni di speranza. Saranno inoltre allestite due mostre fotografiche (una retrospettiva sul movimento pacifista fiorentino a cura di Marco Quinti e A sud di Tyro: Fotogrammi tra Libano e Palestina”. una collettiva di immagini dai campi profughi palestinesi in Libano). In sala video saranno proiettati i filmati prodotti dai ragazzi e dalle ragazze palestinesi impegnate nel progetto di Media Education che si è tenuto dal 22 dicembre 2007 al 5 gennaio 2008 in 5 villaggi del sud del Libano.

“Iraq Body Count”: le vittime civili della crisi irachena seguita all’aggressione Usa sono ormai quasi 90.000

Il Tibet come Tien an Men (ma i politici e il Papa non se ne sono accorti)

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1989 – 2008

tibet2.jpg Mentre il governo cinese massacra i tibetani, i politici italiani si azzuffano sulle solite beghe da repubblica delle banane. E la politica estera continua a rimanere fuori da una campagna elettorale troppo occupata a parlare di Ciarrapico o di Calearo. Non una parola sui fatti di Lhasa è giunta ancora da Benedetto XVI. I politici di ogni colore e anche il Papa non hanno il coraggio né l’interesse di prendere una posizione nei confronti di quanto sta accadendo in Tibet. Il loro silenzio assordante assomiglia a quello che ci fu nel 1989, in occasione del massacro di piazza Tien an Men. Fare affari con la Cina, si sa, è troppo importante. E questa estate tutti davanti al televisore ad ammirare le coreografie dell’inaugurazione dei giochi olimpici di Pechino. I cerchi olimpici di quest’anno grondavano sangue anche prima che iniziasse la repressione di questi giorni. Ma adesso ci sarebbe un motivo in più per boicottarli. E quando si parla di diritti umani e repressione della democrazia, gli Stati Uniti dimostrano come sempre di essere i più avanzati, nonché i più originali di tutti: per una tragica ironia del destino, solo pochi giorni che iniziasse il massacro in Tibet un rapporto del Dipartimento di Stato Usa ha tolto la Cina dalla “lista nera” dei paesi che violano massicciamente i diritti umani.

Il governo cinese ha anche bloccato l’accesso a Youtube dopo che sul sito erano apparse immagini delle violenze in Tibet. Chi voglia accedervi dal territorio cinese, trova solo uno schermo bianco e l’indicazione di ‘errore’.

Impossibile dunque, vedere filmati come questo qui:

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=SBhhOPXMCFk&hl=en]