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Longley: la mia poesia al servizio della pace

Avvenire, 8 settembre 2019

“Pensa ai bambini / nascosti dietro le bare. / Guarda in faccia il dolore. / Quei trent’anni chiamali / gli Anni del Disonore”. Bastano pochi versi, a un grande poeta come Michael Longley, per descrivere lo strazio della guerra che dilaniò il suo paese per decenni. La breve elegia “Troubles” fa parte di Angel Hill, la sua undicesima raccolta poetica, appena uscita in edizione italiana nella traduzione di Paolo Febbraro (Elliot edizioni). Il dramma dell’Irlanda del Nord gli ha ispirato anche un’altra struggente poesia contenuta nella stessa raccolta, “Dusty Bluebells”, dedicata a Patrick Rooney, il ragazzino di nove anni che venne ucciso dalla polizia britannica nei primi giorni del conflitto. L’immaginario e l’arte di quello che oggi è considerato il più grande poeta irlandese vivente si nutrono da sempre del tema della guerra. Non uno strumento per schierarsi o esprimere giudizi, bensì un terreno di continua esplorazione letteraria, un modo per trascendere la ragione e “annotare le proprie incertezze”. In questa raccolta, uscita nel suo paese due anni fa e vincitrice del PEN Pinter Prize, il sangue versato in Irlanda si riflette nell’orrore che ha segnato l’inizio del Novecento: la Prima guerra mondiale. Un massacro al quale il padre del poeta aveva preso parte, tornando dalle trincee vivo ma irrimediabilmente segnato nel corpo e nella mente. Poco più di venti anni fa Longley si recò in Francia a visitare i campi di battaglia e i cimiteri della Grande Guerra. Era ben consapevole di quanto poco potesse la poesia di fronte alla guerra, ma sentì ugualmente il bisogno di “vegliare sulle lapidi” e costruire elegie su quel massacro, per elaborare i lutti e farsi carico del peso collettivo della memoria. Lo fece ispirandosi a Edward Thomas, il poeta di guerra britannico che morì nel 1917 nella battaglia di Arras, nei pressi di Calais. In “I sonetti” – un’altra delle poesie contenute in questa raccolta – il poeta-soldato si salva perché tiene i versi di Shakespeare nel taschino e il libro blocca il proiettile a un passo dal suo cuore. Angel Hill è un cimitero delle Highlands scozzesi dove riposano i caduti della Prima guerra mondiale ma è anche un paesaggio dell’anima per Longley, che ha appena compiuto ottant’anni. Nato a Belfast da genitori inglesi che si trasferirono in Irlanda del Nord poco prima della sua nascita, il suo nome è spesso associato a quello di Seamus Heaney. I due grandi poeti sono stati legati da una grande amicizia e dopo la morte di Heaney è toccato proprio a Longley raccogliere l’eredità del premio Nobel. Entrambi sono del 1939 – quando il mondo era sull’orlo della Seconda guerra mondiale – e hanno cercato di dare un senso poetico al conflitto in Irlanda del Nord. Ma l’opera di Longley risente assai meno dell’eredità gaelica mentre assai più profonda è in lui l’impronta della poesia greca e latina.
Le memorie contrapposte della Seconda guerra mondiale hanno segnato anche il conflitto in Irlanda del Nord?
Certamente, nella misura in cui hanno contribuito alle divisioni all’interno dell’Irlanda del Nord e tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda. I nazionalisti di entrambe le parti dell’isola hanno rimosso il ruolo dell’Irlanda nazionalista combattendo la Germania, mentre gli unionisti hanno usato a lungo il proprio ruolo nella guerra per enfatizzare la loro lealtà al Regno Unito. Ma paradossalmente, modi più articolati per ricordare la Prima guerra mondiale hanno contribuito al processo di pace irlandese, che rappresenta la nostra forma più alta di “storia condivisa”. Mio padre combatté nella Grande guerra e io ho composto molte poesie ispirate alla sua esperienza anche per cercare di interpretare i “Troubles” irlandesi. Penso che la Prima guerra mondiale rappresenti una ferita dalla quale tutta l’Europa sta ancora cercando di riprendersi.
Lei ha affermato che l’Accordo del Venerdì Santo del 1998 la fece sentire per la prima vota sia britannico che irlandese. Teme che le conseguenze della Brexit possano riaccendere l’odio e il settarismo in Irlanda del Nord?
Ho molti timori nei confronti della Brexit. Finora nel mio paese il settarismo è stato tenuto sotto controllo, ma non è mai svanito del tutto, basti pensare che a Belfast abbiamo ancora i cosiddetti “muri della pace”. Temo che la Brexit costituisca una minaccia alla nostra fragile pace, al pari dei politici nazionalisti e unionisti che negli ultimi due anni si sono rifiutati di lavorare insieme in un governo condiviso.
Oltre vent’anni dopo, crede che quell’accordo abbia soddisfatto le aspettative di pace?
Molte persone giuste continuano a lavorare duramente per la riconciliazione e il fronte moderato si sta lentamente allargando. Ma per costruire una vera pace ci vorranno generazioni e di certo non possiamo permetterci terribili battute d’arresto come la Brexit.
La questione della lingua è uno dei nodi centrali dello stallo politico del suo paese. Cosa pensa dei poeti che rimano in irlandese e in inglese?
Sono profondamente invidioso dei miei colleghi bilingui, perché credo che abbiano accesso a un retroterra culturale e a fonti di ispirazione per me inaccessibili. La scuola che ho frequentato in Irlanda del Nord non mi offrì l’opportunità di imparare l’irlandese, poiché era considerato un simbolo del nazionalismo. Forse il mio interesse nella traduzione della poesia greca e latina è un modo per compensare questa mancanza linguistica. Recentemente ho tradotto di nuovo dall’Iliade, che considero il più grande poema di guerra mai scritto in Europa. Nel nostro paese siamo molto fortunati ad avere due lingue ma di fatto, oggi la maggior parte dei poeti irlandesi scrive in inglese.
Cosa significa essere irlandesi, dal suo punto di vista?
L’Irlanda mi ha fornito la maggior parte delle informazioni e delle immagini attraverso le quali le mie poesie cercano di interpretare il mondo che ci circonda. I due luoghi più importanti, per me, sono la città di Belfast e la contea di Mayo, sulla costa occidentale dell’isola. Circa un terzo delle poesie che ho scritto sono ambientate in una piccola area sperduta chiamata Carrigskeewaun. Una poesia intitolata “Cinquant’anni” e inclusa nella raccolta Angel Hill riassume ciò che quel luogo ha rappresentato per me in quel lasso di tempo. I suoi uccelli, i suoi animali, le sue piante e il “filo ventoso” dell’Atlantico.
Lei è un profondo estimatore dei classici latini ma anche di alcuni poeti italiani contemporanei come Pavese e Pascoli. Qual è il suo rapporto con l’Italia?
È un po’ di tempo che non ci torno più ma il borgo di Cardoso, in Garfagnana, è un altro luogo molto importante per la mia opera. Forse il mio amore per poeti latini come Properzio e Catullo deriva da alcune delle sensazioni che ho provato per quel paesaggio. Sono stato là per parecchi anni, ospite di amici, e ho scritto molte poesie ispirate soprattutto alla sua flora. In tempi più recenti mi sono invece allietato davanti alle dolci colline e alle orchidee selvatiche del Mugello.
RM

“Così in Irlanda emerge una Nuova IRA”

Avvenire, 4 settembre 2019

Secondo molti analisti una nuova stagione di tensioni in Irlanda del Nord potrebbe essere uno dei possibili effetti collaterali della Brexit. Tutta colpa dell’“Irish Border”, la frontiera artificiale tra le due Irlande che fu cancellata alcuni anni fa, in seguito all’attuazione del processo di pace. Un tempo controllato dai checkpoint militari, quel confine è svanito a poco a poco fino a diventare impalpabile, e si può oggi attraversare decine di volte quasi senza rendersene conto. Ma il suo eventuale ripristino potrebbe fornire un pretesto a quei gruppi dissidenti che contestano da sempre gli esiti del processo di pace. E riaccendere una crisi sopita da tempo. Ad alimentare quest’idea ci sono i recenti fatti di cronaca avvenuti nella cittadina nordirlandese di Derry, in particolare i gravi scontri dell’aprile scorso culminati con l’assassinio della giovane giornalista Lyra McKee. La responsabilità dell’omicidio è ricaduta fin da subito sulla cosiddetta “New IRA”, la sigla più significativa e letale tra i repubblicani dissidenti. Un’organizzazione armata nata nel 2012 dalla fusione tra vari gruppi, che ha il suo braccio politico nel piccolo partito Saoradh (termine gaelico per “liberazione”). Proprio come la vecchia IRA, che ebbe un alter ego politico nel Sinn Féin, ai tempi del conflitto. “Il sostegno di cui dispongono Saoradh e New IRA all’interno della comunità cattolico-nazionalista dell’Irlanda del Nord è minimo. Tuttavia la Brexit rappresenta per loro un’opportunità e se certi scenari dovessero materializzarsi, le contee di confine potrebbero diventare l’obiettivo di un’escalation delle attività armate”. A sostenerlo è Marisa McGlinchey della Coventry University, divenuta una delle voci più autorevoli sull’argomento dopo aver dato alle stampe Unfinished Business: The Politics of ‘Dissident’ Irish Republicanism (Manchester University Press), un libro che raccoglie novanta interviste all’interno della galassia dei contrari all’Accordo di pace del 1998. Un’inchiesta durata sette anni, durante i quali la studiosa ha raccolto anche molte voci all’interno del carcere di massima sicurezza di Maghaberry. “Quella dei dissidenti repubblicani è una realtà composta da molte sfaccettature. Il loro obiettivo è la riunificazione dell’Irlanda e la completa indipendenza dalla Gran Bretagna ma la strategia della lotta armata non è condivisa da tutti. Alcuni continuano a rifiutare la violenza”.
Qual è l’obiettivo preciso della New IRA? Credono davvero di poterlo raggiungere in un contesto come quello dell’Irlanda moderna?
Innanzitutto rifiutano persino di essere chiamati ‘New IRA’. Si definiscono semplicemente IRA e sostengono di essere i continuatori della lunga lotta repubblicana per l’unità del paese. È un’organizzazione rivoluzionaria repubblicana di estrema sinistra anti-imperialista che vorrebbe riunire tutto il territorio dell’isola sotto una repubblica socialista indipendente. I comunicati della New IRA o di Saoradh, oggi, veicolano di fatto gli stessi messaggi divulgati dall’IRA e dal Sinn Féin negli anni ‘70 e ‘80. I volontari della New IRA sanno perfettamente che non stanno facendo passi avanti significativi verso un’Irlanda unita. Ma mirano ugualmente “a tenere la fiamma accesa” nella speranza che la campagna possa riprendere in futuro e intendono ostacolare il processo di ‘normalizzazione’ in corso nel paese. Molti rifiutano anche di essere definiti dissidenti perché sostengono che le loro posizioni politiche sono le stesse di sempre. A essere cambiate, affermano, sono piuttosto le idee e le strategie del Sinn Féin da quando è entrato a pieno titolo nell’arco istituzionale.
Qual è l’età media degli attivisti? E quale motivazione li spinge a entrare nella lotta armata ai giorni nostri?
È difficile affermarlo con precisione poiché l’operazione agisce ovviamente sotto copertura. Alcuni suoi membri sono ex esponenti dell’IRA, altri sono invece giovani che al tempo del conflitto erano bambini, o magari non erano ancora nati. Coloro che entrano al suo interno credono nel principio del diritto alla lotta armata per raggiungere l’indipendenza. I dati della polizia negli ultimi dieci anni mostrano un livello basso ma costante dell’attività armata, in particolare in zone come Derry, Strabane, North Armagh e in alcune zone di Belfast.
Qual è oggi la loro potenza di fuoco?
Al momenti dispongono di almeno una cinquantina di membri attivi. Non si sa con precisione quale sia l’arsenale nelle loro mani ma, sempre stando ai dati della polizia, negli ultimi dieci anni si può notare che dispongono di una notevole quantità di armi da fuoco, di munizioni e di esplosivi.
Qual è la cosa che l’ha colpita di più nel corso delle sue ricerche?
Una frase pronunciata da Kevin Hannaway, cugino di Gerry Adams. Mi ha detto che l’attuale leadership del Sinn Féin, se davvero voleva creare una repubblica irlandese, ha fallito. Se invece voleva ottenere i diritti civili li ha ottenuti nel 1973. Allora – si è chiesto – a cosa diavolo sono serviti trent’anni di guerra? Mi ha colpito molto anche il solco che esiste ormai tra vecchi compagni di lotta, persino all’interno delle stesse famiglie.
Che tipo di sostegno hanno da parte della popolazione in Irlanda del Nord?
Saoradh è un partito che non si presenta alle elezioni perché ritiene che prendervi parte sia un modo per legittimare le istituzioni del Nord Irlanda. È dunque difficile calcolare con precisione il sostegno popolare nei loro confronti. Secondo una ricerca condotta dall’Università di Liverpool nel 2010 appena il 14% dei cattolici-nazionalisti affermano di essere solidali con le ragioni che stanno dietro la violenza dei dissidenti. Sinn Féin continua ad avere dalla sua parte la maggioranza della comunità nazionalista dell’Irlanda del Nord e il sostegno per gruppi come la New IRA è minimo. E anche all’interno della galassia dei dissidenti repubblicani ci sono alcuni che non appoggiano le campagne della New IRA.
I repubblicani dissidenti fanno proseliti anche nella Repubblica d’Irlanda?
Sì, le organizzazioni dissidenti abbracciano l’intera isola e per loro stessa natura sono presenti e attive in tutta l’Irlanda.
Crede che questo sostegno sia calato ulteriormente dopo l’omicidio di Lyra McKee?
Dopo la morte di Lyra i commentatori hanno ipotizzato che un repubblicano dissidente come Gary Donnelly non sarebbe stato rieletto al consiglio comunale di Derry. Invece non solo è stato rieletto ma è risultato anche campione di preferenze. Certo, l’omicidio di Lyra ha suscitato una profonda avversione nei confronti della New IRA e lo stesso Donnelly ha condannato l’omicidio. Non penso che il sostegno per Saoradh sia calato sensibilmente dopo l’omicidio di McKee ma credo che all’interno della stessa base del movimento la sua morte abbia suscitato molte critiche sul ricorso alle azioni armate.
RM

Belfast, 50 anni fa iniziava il conflitto

Avvenire, 14 agosto 2019

“Personalmente non vedo proprio come Londra possa abbandonare l’UE senza far crollare l’accordo di pace in Irlanda del Nord. Temo che la fragile architettura istituzionale costruita nel 1998 non regga l’urto della Brexit. Dobbiamo restare uniti per evitare il peggio”. Eamonn McCann è lo storico leader del movimento per i diritti civili dell’Irlanda del Nord. Fu lui, cinquant’anni fa, a guidare le proteste pacifiche che vennero soffocate nel sangue dalla polizia e dall’esercito britannico, agli albori del conflitto. Oggi ha 76 anni e vive ancora a Derry, dove continua a svolgere attività politica. “Ricordo come se fosse ieri quando nell’agosto del 1969 vedemmo arrivare i soldati britannici nel ghetto cattolico di Bogside. Quel giorno oltrepassai il filo spinato delle barricate e chiesi loro cosa avevano intenzione di fare. Mi risposero letteralmente che non lo sapevano. Erano del tutto spaesati e non avevano idea di cosa stesse accadendo nel nostro paese”. Originario di una famiglia profondamente cattolica, McCann era già all’epoca uno dei leader carismatici del movimento. Poco più di due anni più tardi sarebbe stato tra gli organizzatori della marcia del 30 gennaio 1972, passata tristemente alla storia come Bloody Sunday (la “domenica di sangue”, in cui 14 civili furono uccisi dai soldati). “Le proteste contro le gravi discriminazioni subite dalla nostra gente scoppiarono a Derry in quegli anni”, spiega. All’inizio la popolazione si illuse che l’esercito britannico fosse arrivato in Irlanda per ristabilire la pace ma ben presto dovette ricredersi. “Facevo politica già da tempo, avevo preso parte alle mobilitazioni contro la guerra del Vietnam, e sapevo che i soldati non erano venuti a ristabilire la pace e l’ordine come diceva il governo di Londra, ma solo per prendere le parti dei protestanti. Bastarono poche settimane perché la gente capisse quali erano le loro reali intenzioni”. A mezzo secolo di distanza da quei giorni, l’anziano leader sostiene che il movimento per i diritti civili riuscì a far abolire il voto per censo e a porre fine alle gravi discriminazioni sul lavoro e nell’assegnazione degli alloggi. “Non siamo stati capaci di creare un’alternativa alla violenza ma l’emancipazione dei cattolici irlandesi arrivò grazie a noi, non per concessione del parlamento di Stormont, né in seguito alla lotta armata dell’IRA”. Oggi che la Brexit ha fatto riemergere i fantasmi del più lungo conflitto della storia europea recente non può però non dirsi preoccupato. “La posizione di Londra nei confronti dell’Irlanda è semplicemente priva di senso. L’accordo di pace è molto fragile e basta poco per farlo crollare”. “Boris Johnson ha detto che il confine rimarrà invisibile anche dopo la Brexit e ha escluso che possano tornare i controlli di sicurezza tra il nord e il sud dell’Irlanda. Ma se saranno davvero istituite due giurisdizioni sarà inevitabile ripristinare anche una frontiera fisica tra le due parti dell’isola”. “Al momento però”, conclude McCann, “credo che nessuno, neppure il governo britannico, possa sapere con precisione quello che accadrà tra un mese o tra una settimana”.

L’Irlanda del Nord precipitò all’inferno nell’estate di 50 anni fa. L’arrivo dell’esercito britannico, il 14 agosto 1969, innescò una drammatica escalation di violenza che segnò l’inizio del conflitto. Due anni prima, nei ghetti cattolico-nazionalisti di Derry e Belfast, era nato il movimento per i diritti civili, che reclamava giustizia e democrazia ispirandosi alle lotte pacifiche dei neri statunitensi. Chiedeva il diritto di voto, il diritto alla casa, l’abolizione delle discriminazioni sul lavoro e delle leggi repressive che colpivano da sempre la minoranza cattolica. Le marce e le manifestazioni del movimento venivano regolarmente attaccate dagli unionisti protestanti appoggiati dalle forze di polizia. Nell’agosto 1969 scoppiarono violenti pogrom a Belfast: centinaia di case vennero date alle fiamme, le famiglie cattoliche furono cacciate dai loro quartieri. Ma gli scontri peggiori si verificarono a Derry, con due giorni di guerriglia urbana nel ghetto cattolico di Bogside. Londra decise di inviare l’esercito nel tentativo di ristabilire l’ordine e dette il via a un’operazione militare destinata a durata oltre trent’anni. Il tragico bilancio di quell’estate di 50 anni fa fu di otto morti (tra cui il piccolo Patrick Rooney, di appena 9 anni, ucciso dalla polizia in casa sua), un migliaio di feriti e 30mila profughi. Quelle violenze trasformarono una protesta pacifica in un’insurrezione armata, convincendo molti giovani ad aderire all’IRA, l’esercito separatista clandestino. Il conflitto sarebbe terminato tre decenni più tardi, con l’accordo di pace firmato a Belfast il 10 aprile 1998.

RM

Bloody Sunday, un solo parà a processo

Avvenire, 15 marzo 2019

Davanti al giudice comparirà soltanto lui: il “soldato F”, com’è stato ribattezzato per tutelare la sua incolumità. Dopo un’indagine durata quasi sette anni, ieri la Procura dell’Irlanda del Nord ha reso noto che esistono elementi sufficienti per incriminare solo uno dei diciotto soldati del 1° Battaglione dei paracadutisti inglesi responsabili della strage di Derry del 30 gennaio 1972. Dell’unico soldato che finirà sotto processo per il massacro della “Domenica di sangue” sappiamo soltanto che all’epoca era un caporale dei parà e che è sospettato dell’omicidio di James Wray e William McKinney, due dei tredici manifestanti uccisi durante quel corteo pacifico sfociato in un eccidio, e per il ferimento di altri civili, quel giorno stesso. Il capo della Procura nordirlandese, Stephen Herron, ha spiegato che l’analisi di migliaia di pagine di testimonianze e prove balistiche non ha reso possibile l’incriminazione degli altri diciassette ex militari, tutti ormai anziani e da tempo pensionati. Ma ha voluto precisare che la mancata incriminazione non intende in alcun modo sminuire le conclusioni del rapporto Saville, secondo le quali le vittime non rappresentavano alcuna minaccia per i soldati. Nel 2010, dopo dodici anni di lavori, l’inchiesta presieduta dal giudice Lord Saville aveva infatti accertato che i paracadutisti inglesi non si erano difesi da alcun attacco – com’era stato sostenuto pretestuosamente fino ad allora – ma avevano aperto il fuoco sulla folla, uccidendo civili innocenti. Due anni dopo la conclusione di quell’inchiesta la polizia avviò poi anche l’indagine per individuare i colpevoli dell’eccidio. Ma la decisione della Procura, attesissima da settimane, è stata una doccia fredda per i familiari delle vittime e i sopravvissuti alla strage che da quasi mezzo secolo animano una battaglia esemplare per ottenere giustizia. Ieri mattina sono usciti di casa sotto la pioggia battente, tra gli applausi della gente che li osservava sfilare, riunendosi in un corteo silenzioso che ha ripercorso i luoghi della strage di 47 anni fa. Si sono diretti verso gli uffici della Procura tenendo in mano una foto nera che raffigurava il volto del proprio congiunto ucciso quel giorno. Poi hanno tenuto una partecipatissima conferenza stampa nei locali della Guildhall, il municipio cittadino. “Nonostante la delusione sentiamo in un certo senso di aver vinto”, ha affermato John Kelly, che il 30 gennaio 1972 perse suo fratello Michael, di soli 17 anni. “Almeno un soldato sarà processato e la giustizia per una famiglia rappresenta la giustizia per tutti noi”. “Da quando i nostri cari sono stati uccisi abbiamo percorso un lungo cammino”, ha aggiunto, “La nostra battaglia non è ancora finita e il trascorrere del tempo non deve essere usato come un alibi”. Ma non tutti i familiari hanno accolto così diplomaticamente la decisione della procura. “Sono distrutta. Dopo la ‘Bloody Sunday’, oggi è il giorno più brutto della mia vita”, ha commentato Kate Nash, riuscendo a stento a trattenere lacrime di rabbia. L’atteggiamento di Londra non ha d’altra parte contribuito a placare gli animi. Nei giorni scorsi molti politici britannici hanno fatto a gara per difendere i soldati dall’incriminazione innescando non poche polemiche. Il sottosegretario per l’Irlanda del Nord, Karen Bradley, è stata costretta a presentare scuse ufficiali dopo una dichiarazione a dir poco inopportuna (“i militari non hanno commesso alcun crimine in Irlanda”, aveva detto alla Camera dei Comuni). Ieri il primo ministro Theresa May ha ribadito che il governo “è chiaramente in debito nei confronti di chi ha prestato servizio con coraggio per portare la pace in Irlanda del Nord”, mentre il Ministro della Difesa, Gavin Williamson, ha confermato che sarà Londra a sostenere tutte le spese legali per il “soldato F”.
RM

La “Nuova IRA” soffia sulla Brexit

Venerdì di Repubblica, 15 febbraio 2019

Se pensavate che la guerra in Irlanda del Nord fosse un lontano ricordo del passato forse dovrete cominciare a ricredervi. Per farlo vi basterà andare a Derry, la cittadina tristemente famosa per la “Bloody Sunday” del 30 gennaio 1972, quando i paracadutisti britannici uccisero quattordici persone inermi durante una manifestazione pacifica per i diritti civili. Secondo la polizia e i servizi segreti del MI5 si trova qui la roccaforte dei dissidenti repubblicani, quelli da sempre contrari all’Accordo di pace del 1998 e ritenuti responsabili di almeno la metà dei 150 morti contati da allora. La violenza è rimasta sotto traccia per anni ma adesso – complice la Brexit – rischia di riaccendersi. Dal 2017 risultano in crescita le spedizioni punitive e gli attentati contro la polizia e le guardie carcerarie, mentre gli arresti e i ritrovamenti di armi ed esplosivi non fanno quasi più notizia. Il 19 gennaio scorso davanti al tribunale di Derry, nel cuore del centro cittadino, è esplosa un’autobomba attribuita alla cosiddetta ‘New IRA’, un gruppo armato attivo dal 2012 e considerato oggi la principale minaccia alla pace in Irlanda. Se durante il conflitto l’IRA ebbe il suo braccio politico nel Sinn Féin di Gerry Adams, questa “nuova IRA” avrebbe il proprio alter-ego in Saoradh (termine irlandese che si legge ‘sirù’ e significa “liberazione”), un partito rivoluzionario di estrema sinistra fondato tre anni fa e ispirato alle idee di James Connolly, il leader socialista fucilato dagli inglesi dopo la rivolta di Pasqua del 1916. Il capo della polizia dell’Irlanda del Nord, George Hamilton, non ha dubbi: Saoradh è il braccio politico della New IRA. Ma i membri del partito hanno sempre negato di avere alcun legame con il gruppo paramilitare e denunciano di essere perseguitati dalle forze dell’ordine. I cinque uomini arrestati dopo l’attentato al tribunale – e poi rilasciati senza alcuna accusa – erano tutti suoi militanti. A Derry la sede del partito si trova al piano terra di un edificio del Bogside, il quartiere dove si consumò la strage del 1972. L’ufficio è intitolato a James “Junior” McDaid, un comandante dell’IRA ucciso in uno scontro a fuoco con l’esercito britannico alla fine di quell’anno maledetto. Un murale sulla facciata del palazzo raffigura un combattente a volto coperto che imbraccia un lanciagranate. Alcuni mesi fa la polizia fece irruzione durante una conferenza stampa e arrestò dieci membri del partito rei di aver preso parte a una marcia in uniforme militare con i volti coperti. La vicepresidente del partito, Mandy Duffy, 40 anni, ci accoglie all’interno spiegandoci che il loro obiettivo è porre fine alla presenza britannica in Irlanda e riunificare l’isola. “Non è una questione di hard border o di soft border. La Brexit conferma che siamo un paese a sovranità limitata. La presenza delle forze di sicurezza al confine aumenterà la violenza perché sarà una dimostrazione concreta del dominio britannico sul nostro paese e riporterà alla memoria i tempi in cui la nostra gente veniva maltrattata e persino ammazzata dai soldati ai controlli di frontiera”. Duffy ribadisce che Saoradh non ha alcun legame con gli autori dell’attentato al tribunale e non sarà mai controllato da altre organizzazioni, siano esse armate o meno. “Ma finché il potere dominante sarà l’imperialismo – spiega – ci saranno sempre donne e uomini disposti a impegnarsi nella lotta armata rivoluzionaria”. Poi aggiunge che Saoradh sta aprendo sedi in tutta l’isola ed è tutto tranne che un partito di nostalgici. Accanto a lei siede Nathan Hastings, 26 anni, da poco uscito dal carcere di massima sicurezza di Maghaberry, vicino a Belfast, dove ha scontato una condanna a cinque anni per possesso di armi ed esplosivi. Nel 1998, quando fu firmato l’accordo di pace, era un bambino. Ha frequentato con il massimo dei voti il collegio cattolico St. Columb di Derry, lo stesso dove studiarono due futuri premi Nobel: Seamus Heaney e John Hume. Hastings pensava di andare all’università, prima di aderire alla lotta armata entrando nelle file della New IRA. Dopo aver trascorso lunghi periodi di isolamento in carcere si è avvicinato a Saoradh e adesso dirige il dipartimento che si occupa dei prigionieri politici. “Ancora oggi ci sono decine di detenuti repubblicani che subiscono pestaggi, perquisizioni forzate e altre vessazioni”, denuncia. “Per questo ci ispiriamo alla tradizione delle lotte carcerarie degli anni ‘80, quelle di Bobby Sands”. L’accenno al grande martire del repubblicanesimo irlandese non è casuale. Il linguaggio, la liturgia e i punti di riferimento culturali di Saoradh coincidono con quelli usati dal Sinn Féin in passato. Nel novembre scorso il congresso del partito ha eletto presidente il 57enne Brian Kenna, di Dublino, un ex prigioniero dell’IRA allontanatosi dal Sinn Féin subito dopo la firma dell’accordo di pace. L’assemblea ha ribadito la linea orgogliosamente astensionista, considera illegittimo il parlamento di Stormont e ritiene che quelli come Gerry Adams abbiano svenduto la causa dell’indipendentismo sull’altare della realpolitik. Il sostegno popolare nei loro confronti non appare paragonabile a quello di cui godeva il Sinn Féin durante il conflitto, tuttavia i repubblicani dissidenti sono decisi a sfruttare fino in fondo le incertezze politiche in cui versa l’Irlanda del Nord. Da due anni le istituzioni sono bloccate a causa della sospensione di Stormont ma soprattutto la Brexit ha fatto tornare al centro dell’agenda politica la questione del confine irlandese, con il rischio concreto di una possibile escalation di violenza. “Escludo che lo scontro possa tornare ai livelli di venti o trent’anni fa”, assicura Peter Taylor, veterano della Bbc, uno dei giornalisti più esperti del conflitto anglo-irlandese. “Tuttavia il livello di allerta è considerato molto alto perché la New IRA rappresenta una grave minaccia alla pace”. Dal 2012 a oggi il gruppo ha ucciso due guardie carcerarie e ha messo a segno decine di piccoli attentati contro caserme e postazioni militari, molti dei quali proprio a Derry. Rispolverando anche un classico dei tempi del conflitto: gli attacchi a colpi di mortaio. La sua capacità di reclutare uomini e di finanziarsi con il contrabbando di benzina e il commercio illegale di sigarette è considerata in forte crescita. “Le sue origini – ricorda Taylor – risalgono all’assemblea straordinaria che i vertici dell’IRA organizzarono nel 1997, sei mesi prima dell’accordo di pace, in un piccolo villaggio del Donegal. Le decisioni di Gerry Adams non furono approvate all’unanimità. Alcuni se ne andarono in segno di protesta, sentendosi traditi. Erano contrari alla linea della leadership del Sinn Féin e volevano continuare a battersi con la forza per la riunificazione dell’isola”. Tra loro c’erano uomini esperti che conoscevano i nascondigli di una parte del vasto arsenale dell’IRA. Armi che adesso sono in mano alla New IRA. “In assenza di dati ufficiali – conclude Taylor – possiamo stimare il loro potenziale tra i cinquanta e i cento membri militarmente attivi. Di qualsiasi età. Al culmine del conflitto, per rendere l’idea, gli effettivi della vecchia IRA erano poco più di cinquecento”.
RM