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Irlanda 1975, la strage dei musicisti

Intervista a Stephen Travers, sopravvissuto al massacro della
Miami Showband (Avvenire, 7.12.2017)

“Uccisero i miei compagni senza alcuna pietà, perché all’epoca eravamo giovani, famosi e la nostra musica rappresentava una speranza di pace e di riconciliazione per il nostro paese”. Nel 1975 Stephen Travers era il bassista più famoso di tutta l’Irlanda e faceva parte della Miami Showband, il gruppo rock più amato di tutta l’isola, un quintetto di musicisti straordinari nel quale spiccava la stella del cantante Fran O’Toole. Ogni sera migliaia di persone si assiepavano nei locali per assistere ai loro concerti, e grazie alle loro canzoni riuscivano a evadere dalla violenza quotidiana del conflitto che stava insanguinando l’Irlanda del Nord. Almeno un paio di volte a settimana, la Miami Showband attraversava il confine che divideva in due il paese “riunificandolo” idealmente con i suoi affollatissimi spettacoli. Fino a quella notte maledetta del 31 luglio 1975. Di ritorno da un concerto a Banbridge, nei pressi del confine con la Repubblica d’Irlanda, e diretti a Dublino, i musicisti furono fermati a un posto di blocco in aperta campagna. “Pensavamo che fosse un normale controllo di routine, d’altra parte in quegli anni ci accadeva spesso di imbatterci nei militari”, ci spiega Travers. “Non appena ci riconoscevano ci stringevano la mano lasciandoci passare subito, magari dicendo che apprezzavano i nostri dischi”. Ma quella sera furono fermati da uomini del gruppo paramilitare lealista Ulster Volunteer Force e della controversa milizia britannica denominata Ulster Defence Regiment. Li fecero scendere dal furgone e allineare poco più avanti, sul bordo di un fossato. Poi due di loro iniziarono a rovistare dentro al veicolo. All’improvviso una terribile esplosione ridusse il furgone in mille pezzi, e uccise sul colpo i due paramilitari. Oggi Stephen Travers vive a Cork, nell’Irlanda meridionale, dove l’abbiamo incontrato per questa intervista, e a oltre quarant’anni di distanza da quella notte rivede ancora quegli istanti al rallentatore. “La potenza dell’esplosione ci gettò nel campo oltre il fossato, feriti ma ancora vivi. Poi gli altri membri del posto di blocco iniziarono a sparare all’impazzata contro di noi. Io fui colpito a un’anca e rimasi a terra, sanguinante. Finsi di essere morto, per questo sono riuscito a salvarmi. I miei compagni furono invece massacrati senza pietà”.
Per l’Irlanda, che pure in quegli anni era tristemente abituata al susseguirsi di gravi fatti di cronaca, fu uno choc terribile, aggravato dalla dinamica dell’attentato, che emerse qualche giorno più tardi. Si capì che non volevano semplicemente spegnere per sempre il messaggio di pace di un gruppo di musicisti, ma avevano ordito un piano diabolico per sigillare definitivamente il confine che divideva il paese. “Le inchieste – ci spiega Travers – hanno dimostrato inequivocabilmente che i due paramilitari saltati in aria stavano piazzando una bomba sotto al nostro furgone.

Stephen Travers durante l’intervista

L’ordigno sarebbe dovuto esplodere circa un’ora più tardi, uccidendoci mentre eravamo in viaggio. Volevano far credere che fossimo corrieri dell’IRA, che i nostri concerti erano solo una copertura e che in realtà stavamo trasportando armi ed esplosivi da una parte all’altra del confine. Per fortuna almeno il piano fallì altrimenti, oltre a ucciderci, avrebbero anche infangato la nostra memoria per sempre”. Il terribile movente della strage sarebbe stato scoperto tanti anni dopo. Far passare per terroristi i più famosi e rispettati pendolari che attraversavano regolarmente quel confine doveva servire a mettere pressione sul governo irlandese, costringendolo a chiudere la frontiera. “Adesso – prosegue l’ex bassista – sappiamo per certo che quella strage non fu né casuale, né opera soltanto dei paramilitari lealisti, ma venne pianificata dalla squadra politica della polizia e dai servizi segreti britannici MI5”. Per questo, Travers continua a lottare non solo per conservare la memoria dei suoi compagni uccisi ma anche per ottenere giustizia, e insieme ai familiari delle vittime ha intentato un’azione legale nei confronti del Ministero della Difesa britannico e della polizia dell’Irlanda del Nord. Il suo libro-testimonianza The Miami Showband Massacre. A Survivor’s Search for the Truth, da poco ristampato in edizione aggiornata, ha spinto proprio nelle scorse settimane l’Alta Corte di Belfast a chiedere la declassificazione di decine di documenti riservati in vista di una riapertura del caso. Continua la lettura di Irlanda 1975, la strage dei musicisti

Famiglie cacciate di casa a Belfast est

Avvenire, 8.10.2017

Sembra di essere tornati tristemente indietro nel tempo a Belfast, dove nei giorni scorsi un gruppo di famiglie cattoliche dell’area di Ravenhill, alla periferia meridionale della città, è stato costretto ad abbandonare le proprie abitazioni nel cuore della notte a causa delle intimidazioni ricevute dai paramilitari lealisti dell’Ulster Volunteer Force. “Ci minacciano perché siamo cattolici”, ha spiegato uno dei residenti, “ci hanno detto che se non avessimo lasciato le nostre case, ce ne saremmo pentiti amaramente”. La polizia dell’Irlanda del Nord ha confermato di essere a conoscenza del rischio di un possibile attacco nei loro confronti ma ha anche ribadito di non essere in grado di identificare gli autori delle minacce. Un paio di giorni dopo, le quattro giovani famiglie cattoliche hanno potuto fare ritorno nelle loro case, scortate dagli agenti, ma soltanto per raccogliere le proprie cose. Da circa un anno vivevano in questa nuova zona residenziale mista che era stata realizzata appositamente per permettere a cattolici e protestanti di convivere in base a un progetto dell’esecutivo di Stormont, che è bloccato dall’inizio dell’anno da uno stallo politico apparentemente irrisolvibile. Durante l’estate, sui lampioni di Cantrell Close – la strada dove vivevano le quattro famiglie – erano state esposte le bandiere lealiste dei paramilitari dell’UVF, col chiaro intento di intimidire i residenti cattolici. Una provocazione che aveva peraltro ottenuto il via libera della parlamentare Emma Little-Pengelly, neoeletta nelle file del partito unionista protestante del DUP, che ha cercato di minimizzare l’accaduto. “All’inizio dell’estate ho parlato con decine di famiglie della zona – ha spiegato Little-Pengelly, che è anche figlia di un ex leader dei paramilitari lealisti – e molte persone mi hanno detto di essere favorevoli alla presenza dei vessilli dell’Ulster Volunteer Force perché li sentono parte delle loro tradizioni”. Ma giorni fa un portavoce dell’ente per l’assegnazione degli alloggi popolari ha confermato la gravità della crisi, raccontando che molte famiglie dell’area si presentano nei loro uffici per denunciare minacce e chiedere di essere trasferite. Quanto accaduto a Cantrell Close ha suscitato una reazione unanime da parte dei leader politici di tutti i partiti nordirlandesi, che hanno firmato una dichiarazione congiunta di condanna. “Non possiamo permettere che qualcuno riporti l’orologio indietro al 1969”, ha commentato Máirtin Ó Muilleoir, deputato del Sinn Féin ed ex sindaco di Belfast. “L’UVF dovrebbe aver cessato le proprie attività in seguito all’accordo di pace, eppure la polizia stessa ritiene che sia ancora in attività”. Ieri le bandiere sono state rimosse dalla strada, tra le proteste di alcuni residenti, uno dei quali, intervistato dal Belfast Telegraph, ha detto: “non capisco perché vogliono costringere cattolici e protestanti a vivere insieme, non funzionerà mai”.
RM