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Žadan: «La cultura è la vera arma dell’Ucraina»

Avvenire, 22.7.2018

“La cultura è un’arma nella guerra ibrida che stiamo combattendo in Ucraina da quattro anni. Ma a differenza della politica è capace di unire il paese senza ricorrere alla propaganda o al populismo”. Serhiy Zhadan non è soltanto il più famoso scrittore ucraino contemporaneo ma è anche una delle icone dell’Ucraina post-Maidan. È quindi naturale che sia diventato proprio lui l’anima della rinascita culturale del suo paese, il poliedrico capofila di una scena intellettuale che lo vede impegnato anche come poeta, compositore e musicista. Nelle prime settimane della rivoluzione arancione fu aggredito e picchiato da un gruppo di manifestanti filo-russi nel centro di Kharkiv, la città dove vive. La sua immagine con il volto insanguinato, scortato da due poliziotti, fece il giro del mondo e divenne uno dei simboli dell’onda democratica che travolse il suo paese. Oggi ha poco più di 40 anni ma ha già all’attivo una ventina di libri, tra romanzi e raccolte di poesia, ed è un intellettuale militante che ha scelto di non abbandonare l’Ucraina al suo destino e di diventare anche un ambasciatore della sua cultura in tutto il mondo. Organizza iniziative umanitarie, tiene conferenze nelle università statunitensi che sfociano spesso nella politica, visita periodicamente i soldati impegnati nei fronti di guerra nel Donbas e ha dato vita a una fondazione benefica che fornisce aiuti umanitari alle città colpite dal conflitto.

Nella foto: Serhiy Zhadan

Lo abbiamo incontrato a Firenze, durante una tappa del tour che l’ha portato in giro per l’Italia a presentare Mesopotamia (edizioni Voland, traduzione di Giovanna Brogi e Mariana Prokopovyč), un romanzo a episodi che racconta con una metafora geografica la città di Kharkiv, anch’essa attraversata da due fiumi, situata a pochi chilometri dal confine con la Russia. Aveva invece descritto il paesaggio industriale dell’Ucraina orientale nel precedente La strada del Donbas, un’opera acclamata dalla critica internazionale come uno dei migliori romanzi dell’era post-sovietica. I personaggi che Zhadan tratteggia con una prosa a un tempo lirica e frenetica sono di solito in lotta alla ricerca della propria identità in ambienti ostili e violenti. Entrambi i romanzi li ha scritti però prima che divampasse il conflitto nella primavera del 2014. “La guerra ha cambiato tutto – ci spiega – non ha stravolto soltanto la vita delle persone ma anche la lingua e la letteratura, che sta cercando una nuova voce per esprimere quanto sta accadendo. Tra la gente è forte la consapevolezza che il nostro paese non tornerà più a essere quello di prima”. Zhadan ha sentito il bisogno di raccontare quella guerra con gli occhi dei civili non combattenti: l’ha fatto con Internat (Orfanotrofio), il suo nuovo romanzo attualmente in corso di traduzione in inglese, in tedesco, in russo e in romeno. Un’opera realistica e crudele che è stata definita una versione ucraina di La strada di Cormac McCarthy, dove il protagonista è Pasha, un giovane insegnante statale che vive in un piccolo paese e non comprende ciò che sta accadendo attorno a lui. Un giorno, uscendo di casa, osserva il passaggio delle truppe e decide di andare a prendere suo nipote, che vive in città, in un orfanotrofio che si trova al di là della linea del fronte. Per tre interminabili giorni si avventura in aree dilaniate dalla guerra, attraversa posti di blocco e incontra persone nascoste negli scantinati e nei rifugi. Riuscirà infine a salvarlo ma con lui dovrà intraprendere una nuova odissea per fare ritorno a casa. “L’ho scritto come se fosse la sceneggiatura di un film, per descrivere i sentimenti della gente comune, che oggi si dividono tra la disperazione e improvvise esplosioni di euforia. Un mese fa ho partecipato a un festival letterario organizzato da un gruppo di giovani vicino a Donetsk, una città che ha subito pesanti bombardamenti. C’erano più di un migliaio di persone e nei loro occhi ho notato la voglia di cambiamento del mio popolo”. La capacità di conciliare violenza e lirismo con un linguaggio crudo e immaginifico è forse la chiave del successo di Zhadan, che nel suo paese è ormai diventato un autore di culto anche nel campo della poesia, tanto da essere soprannominato “il Rimbaud ucraino”. Nel suo paese tiene spesso reading poetici che si trasformano in appuntamenti attesissimi ai quali partecipano migliaia di persone. Due territori linguistici, quelli della prosa e della poesia, nei quali lui sembra trovarsi ugualmente a suo agio. “Non faccio quasi mai distinzione – spiega – perché sono due linguaggi che appartengono al medesimo universo. Di solito preferisco la poesia quando la vita di un personaggio è soltanto abbozzata, credo che sia invece assai più adeguata la forma del romanzo quando l’intera storia si presenta di fronte a me nella sua interezza”. Anche la disputa linguistica tra russo e ucraino, che rappresenta uno dei nodi centrali del conflitto contemporaneo, Zhadan ha deciso di solcarla a modo suo, scrivendo in ucraino sebbene viva a Kharkiv, una città dove il russo continua a essere la lingua più parlata. “D’altra parte – ci spiega – prima della guerra il 70-80% del mercato librario era controllato e condizionato dai russi. Oggi le loro case editrici sono state estromesse dal nostro paese e ne sono nate di nuove, autoctone. Sta inoltre fiorendo finalmente un cinema ucraino [quest’anno uscirà anche il film tratto dal suo romanzo La strada del Donbas, ndr]. Stiamo assistendo a un vero rinascimento culturale. I tanti progetti che sono stati lanciati negli ultimi anni stanno modellando una nuova Ucraina. Per questo nutro un moderato ottimismo nei confronti del futuro”.
RM

La miccia social delle guerre moderne

Avvenire, 7.6.2018

Anna Sandalova ha partecipato alla guerra del Donbass, nell’Ucraina orientale, armata soltanto di un computer portatile e di un profilo Facebook. Ha creato un gruppo di sostenitori dell’esercito di Kiev, si è fatta mandare l’elenco dei materiali necessari alle forze anti-separatiste e in breve tempo ha raccolto su internet oltre 1,3 milioni di dollari con i quali ha acquistato approvvigionamenti per i soldati, uniformi, attrezzature, persino un’ambulanza. Con l’aiuto del suo smartphone, la sedicenne palestinese Farah Baker è riuscita a raccontare su Twitter i 51 giorni della “terza guerra di Gaza”, nell’estate del 2014. Quando l’aviazione israeliana ha colpito l’unica centrale elettrica della Striscia facendo saltare la corrente, ha usato un generatore di proprietà della sua famiglia. Il suo hashtag #GazaUnderAttack è diventato virale fino ad attirare l’attenzione dei mezzi di informazione di tutto il mondo. Da sola, senza alcuna organizzazione alle spalle, è stata capace di sconfiggere Israele nella guerra dell’informazione perché l’autenticità dei suoi tweet si è rivelata imbattibile anche per i mezzi più sofisticati dell’esercito israeliano. Anna e Farah sono due delle persone intervistate da David Patrikarakos, giornalista del Guardian, nel suo libro-inchiesta War in 140 Characters: How Social Media is Reshaping Conflict in the Twenty-First Century, che racconta come il web 2.0 ha ormai aperto la strada alla “guerra 2.0”, dove le connessioni internet e l’utilizzo dei social network hanno preso il posto delle bombe e dei carri armati. Un conflitto ibrido lontano anni luce dalle teorie di Von Clausewitz, la cui dimensione narrativa ormai prevale spesso su quella fisica. “La forza dell’homo digitalis si è rivelata per la prima volta con le primavere arabe, spostando le gerarchie di potere a favore dei cittadini – ci spiega Patrikarakos – oggi chi usa Facebook, Twitter, WhatsApp e strumenti simili può avere un impatto superiore a quello delle istituzioni, facendo proseliti, arruolando volontari, raccogliendo fondi per le truppe, persino condizionando risultati elettorali”. Chiunque, con un pc e una connessione a internet, può diventare un “soldato”, o finire coinvolto in un conflitto a sua insaputa, come racconta nel suo libro. È il caso del giornalista russo Vitaly Bespalov, che dopo aver perso il lavoro fu incaricato da una società di San Pietroburgo di inondare la rete di fake news e contenuti anti-Nato, anti-Obama e anti-Ucraina. Senza rendersene conto era stato reclutato da una fabbrica di “troll” dell’esercito russo: il suo lavoro doveva servire a confondere, a occultare e a seminare panico nel tentativo di scatenare una guerra civile in Ucraina. Quasi una rivisitazione russa del Ministero della Verità descritto da George Orwell in 1984. Nel corso della sua inchiesta, Patrikarakos sostiene di essersi trovato in mezzo a due conflitti: uno combattuto sul campo con armi tradizionali, l’altro con gli strumenti informatici e i social-media. E di aver compreso che spesso è il secondo quello più importante.
Un altro fronte delle guerre 2.0 è rappresentato dalle campagne di disinformazione per condizionare i risultati elettorali: un recente rapporto dell’Ong statunitense Freedom House, impegnata in attività di ricerca sulla democrazia e le libertà politiche, afferma che i governi di almeno trenta paesi nel mondo hanno reclutato veri e propri eserciti incaricati di manipolare l’opinione pubblica e contrastare il dissenso creando account automatizzati e siti di propaganda, e sfruttando al massimo le potenzialità dei social bot, i programmi che producono messaggi che si retwittano da soli per diffondere i propri contenuti. Sia in Turchia che nelle Filippine, migliaia di persone lavorano giorno e notte per contrastare gli oppositori di Erdogan e Duterte, facendo circolare milioni di hashtag filo-governativi e falsi commenti per dare l’impressione di un forte sostegno popolare per i due dittatori. In Messico è stato persino coniato un termine, “Peñabots”, ovvero i programmi automatici che simulando di essere utenti cercano parole chiave molto popolari e poi generano contenuti favorevoli al governo di Enrique Peña Nieto. Secondo lo stesso rapporto, nel corso dell’ultimo anno almeno diciotto governi avrebbero anche condizionato i risultati elettorali usando strumenti informatici simili.
“La storia ci insegna che spesso le evoluzioni tecnologiche sono state seguite da periodi di grande instabilità”, ammonisce Patrikarakos. “L’invenzione della stampa a caratteri mobili nel XV secolo portò alle guerre di religione in Europa, gli anni ’20 del ‘900 videro la diffusione di massa della radio, che divenne anche uno strumento per i demagoghi, e di lì a poco scoppiò la Seconda guerra mondiale”. Ma non tutte le storie raccontate nel libro lasciano spazio a scenari catastrofisti. Il blogger britannico Eliot Higgins è riuscito a smascherare la propaganda russa sull’aereo civile malese che fu abbattuto in Ucraina il 17 luglio 2014, con 298 persone a bordo. Soltanto con il suo pc, senza lasciare il salotto di casa, ha analizzato le foto pubblicate sui social media ed è stato capace di dimostrare che la causa dell’incidente fu un missile lanciato da una contraerea russa. “Fino a pochi anni fa – conclude Patrikarakos – soltanto la CIA sarebbe stata in grado di rivelare un fatto simile. Con gli strumenti odierni chiunque può monitorare le rotte dei voli, geolocalizzare, effettuare traduzioni istantanee. I social-media possono essere usati per ingannare ma anche per scoprire la verità”.
RM

Stalin pianificò il genocidio in Ucraina

Avvenire, 21.12.2017

Washington, il memoriale all’Holodomor

Poco più di trent’anni fa, il grande storico inglese Robert Conquest inaugurò gli studi sul cosiddetto “Holodomor”, il più imponente sterminio della storia europea del XX secolo dopo l’Olocausto. Nel suo monumentale lavoro pionieristico Harvest of Sorrow, uscito nel 1986 – prima del crollo dell’Unione Sovietica -, riuscì a documentare il disegno criminale di Stalin che causò la morte per fame di milioni di ucraini, nei primi anni ‘30. Da allora il dibattito storiografico ha visto gli storici dividersi non tanto sulle cause scatenanti di quella carestia, quanto per stabilire se sia corretto o meno definirla ‘un atto di genocidio’, con le implicazioni politiche che ne deriverebbero. Il primo a ritenerlo tale, molti anni prima dello stesso Conquest, era stato Raphael Lemkin, il giurista polacco che coniò il termine genocidio e si batté per inserirlo nel diritto internazionale. Un riconoscimento ufficiale del dramma ucraino è stato però finora sempre ostacolato dalla strenua opposizione prima dell’Unione Sovietica, poi della Russia. Un contributo importante in questo dibattito arriva adesso dal saggio Red Famine: Stalin’s War on Ukraine della studiosa Anne Applebaum, già vincitrice del premio Pulitzer nel 2004 per un libro sui gulag dell’era sovietica. Editorialista del Washington Post e grande esperta di storia russa, Applebaum si è avvalsa di una gigantesca mole di fonti documentarie inedite provenienti da archivi locali e nazionali russi e ucraini – alcuni dei quali aperti per la prima volta negli anni ‘90 -, nonché testimonianze orali dei sopravvissuti pubblicate dall’Istituto ucraino della memoria nazionale.
Com’è già stato sottolineato da altri storici, la brutale collettivizzazione delle terre voluta da Stalin scatenò e poi intensificò quella carestia, che non colpì soltanto l’Ucraina ma interessò anche altre parti dell’Unione Sovietica. Nelle lettere private degli archivi di stato russi, i leader sovietici parlano di “spezzare la schiena alla classe contadina”, e la stessa politica venne attuata nei confronti della Siberia, del Caucaso del nord e della zona del Volga, causando anche l’annientamento di oltre la metà della popolazione nomade del Kazakhstan. Non v’è dubbio, però, che i maggiori danni e il più alto numero di vittime sia stato registrato proprio in Ucraina, dove le radici storiche di quei fatti – come racconta Applebaum – affondano nei secoli precedenti. I territori che gli zar avevano confiscato agli ottomani e ai cosacchi nel XVII e XVIII secolo cominciarono a essere considerati parte essenziale dell’impero russo fin dall’ascesa della dinastia Romanoff. Durante la guerra civile che seguì la rivoluzione bolscevica, la classe contadina ucraina – essenzialmente conservatrice e anti-comunista – non volle mai sottomettersi al nuovo potere e resistette strenuamente alle armate di Lenin. Sul finire degli anni ‘20 i contadini furono costretti ad abbandonare le loro terre per aderire alle fattorie collettive dello stato. Gran parte di essi si opposero duramente alla collettivizzazione, rifiutandosi di cedere il grano, nascondendo le derrate alimentari e uccidendo il bestiame. Il politburo sovietico lo considerò un atto di ribellione e, pur di fronte alla sempre più grave carenza di cibo nelle campagne, mandò gli agenti e gli attivisti locali del partito a requisire tutto quello che trovavano nelle case e nelle fattorie, compresi gli animali. Al tempo stesso fu creato un cordone attorno al territorio ucraino per impedire la fuga della popolazione. Il risultato fu un’immane catastrofe: almeno cinque milioni di persone morirono di fame in tutta l’Unione Sovietica non a causa del fallimento delle coltivazioni, ma perché furono deliberatamente private dei mezzi di sostentamento. Di questi, circa quattro milioni erano ucraini.
Stalin rifiutò qualsiasi forma di aiuto dall’esterno, accusò i contadini che stavano morendo di fame di essere loro stessi colpevoli di quanto stava accadendo e promulgò leggi draconiane che esacerbarono la crisi. Chiunque veniva trovato in possesso anche soltanto di una buccia di patata era passato per le armi. Applebaum spiega che la carestia non fu causata direttamente dalla collettivizzazione ma fu il risultato della confisca del cibo, dei blocchi stradali che impedirono alla popolazione di spostarsi, nonché delle feroci liste di proscrizione imposte a fattorie e villaggi. Il capitolo sulle conseguenze della carestia è a dir poco agghiacciante: dopo aver citato un rapporto riservato nel quale il capo della polizia segreta di Kiev elenca 69 casi di cannibalismo in appena due mesi, racconta casi di persone che uccisero e mangiarono i propri figli, la totale estinzione di cani e gatti, la scomparsa della popolazione di interi villaggi, i carri per il trasporto dei defunti che raccoglieva anche i moribondi e poi li seppelliva ancora vivi. Il mondo contadino ucraino fu il bersaglio principale di quegli anni di terrore che vide anche brutali persecuzioni antireligiose, con la sconsacrazione e la distruzione delle chiese, la lotta allo scampanio che rappresentava un’antica tradizione popolare. Lo sguardo della studiosa statunitense si sofferma poi su tutti gli aspetti storiografici e politici della vicenda, analizzando anche il modo in cui l’identità nazionale dell’Ucraina post-sovietica sia stata costruita attorno a questa tragedia, e approfondisce il tema delle coperture nazionali e internazionali che per decenni hanno consentito di celarla agli occhi del mondo. Non solo l’Unione Sovietica non la riconobbe mai, ma soffocò qualsiasi forma di dissenso e infine manipolò le statistiche demografiche, secondo le quali nel 1937 circa otto milioni di persone risultavano svanite dal paese. Quanto ai corrispondenti a Mosca dei giornali stranieri, con la sola eccezione dell’eroico giornalista gallese Gareth Jones, non si sognarono neanche di provare a raccontare quei fatti. William Henry Chamberlin del Christian Science Monitor scrisse che i cronisti stranieri “lavorano con una spada di Damocle sulla testa: la minaccia di espulsione, o il rifiuto di un permesso per rientrare, che è poi la stessa cosa”. Ma l’Holodomor fu davvero un atto di genocidio? Applebaum non ha dubbi e ritiene che quanto accadde tra il 1932 e il 1933 coincide perfettamente con la definizione di Lemkin ma resta purtroppo escluso dalla formulazione redatta nel 1948 con la Convenzione sul genocidio. Non a caso l’Unione Sovietica vi contribuì in modo decisivo proprio al fine di escludere l’olocausto ucraino. Finché il diritto internazionale non sarà aggiornato in tal senso, l’Holodomor continuerà dunque a rimanere formalmente escluso dalla lista dei genocidi.
RM

Ucraina, il film sul genocidio

Avvenire, 9.10.2017

Fino a una ventina d’anni fa, in pochi avevano sentito parlare del cosiddetto Holodomor, il genocidio per fame che sterminò milioni di contadini ucraini causato dalla collettivizzazione forzata decisa da Stalin all’inizio degli anni ’30. Mosca era riuscita a nascondere all’opinione pubblica internazionale un crimine spaventoso anche grazie all’insospettabile complicità di intellettuali prestigiosi. Persino il più famoso accusatore degli orrori del regime staliniano, il premio Nobel russo Alexander Solzhenitsyn, aveva negato che gli ucraini fossero stati vittime di un genocidio, sostenendo che le loro rivendicazioni rappresentavano un atto di revisionismo storico. La congiura del silenzio era proseguita anche con la “destalinizzazione” poiché Kruscev, nell’elencare i crimini di Stalin, si limitò a denunciare le purghe all’interno del partito comunista e non fece menzione del dramma ucraino. Rendere di dominio pubblico la pagina più nera del comunismo sovietico avrebbe seriamente rischiato di compromettere il mito dell’Urss in Occidente. A lungo occultate per interessi politico-nazionali, le dimensioni e le cause di quella gigantesca ecatombe rimasero quindi confuse nei meandri della tragica storia del XX secolo almeno fino al 1991. La verità su quegli anni iniziò a emergere solo con la dichiarazione di indipendenza dell’Ucraina e l’apertura degli archivi sovietici, con la conseguente scoperta dei documenti celati per oltre mezzo secolo dalle autorità di Mosca. Nel 2003 le Nazioni Unite hanno riconosciuto in una dichiarazione congiunta che l’Holodomor uccise tra i sette e i dieci milioni di persone, ma la strenua opposizione della Russia ha finora impedito di riconoscerlo in via ufficiale come genocidio.
Non può quindi sorprendere che il grande cinema internazionale non si fosse finora interessato a quell’immane tragedia che rappresenta il simbolo doloroso dell’identità nazionale ucraina ed è ancora oggi alla radice del risentimento di Kiev nei confronti di Mosca. A colmare finalmente questa lacuna, raccontando per la prima volta la terribile carestia che si verificò tra il 1929 e il 1933, è il film Bitter Harvest del regista canadese di origini ucraine George Mendeluk. I due temi centrali attraverso i quali lo sceneggiatore Richard Bachyncky ha cercato di denunciare l’Holodomor sono l’amore e il potere dell’arte, intesa come tentativo di risvegliare le coscienze. La trama poggia principalmente sulla storia d’amore tra il giovane artista Yuri (interpretato da Max Irons) e Natalka (Samantha Barks), le cui vite finiscono ben presto travolte dal furore staliniano e dalla collettivizzazione dei terreni agricoli che priva i contadini di ogni mezzo di sostentamento, con le truppe bolsceviche che reprimono senza pietà qualsiasi tentativo di ribellione. Uscito alcuni mesi fa negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, il film non ha raccolto grandi consensi da parte della critica, che non ha apprezzato i suoi toni eccessivamente melodrammatici e didascalici. Eppure Bitter Harvest – che arriverà nelle sale italiane entro la fine dell’anno – ha tutte le carte in regola per ottenere quel successo che sarebbe auspicabile per far conoscere al mondo un genocidio la cui portata storica è senz’altro paragonabile a quella del Metz Yeghern, il genocidio armeno. A partire da un cast importante nel quale, oltre ai citati Irons e Barks, figurano anche Terence Stamp, Barry Pepper, Richard Brake e Aneurin Barnard. Da segnalare anche una scenografia suggestiva, capace di far entrare lo spettatore in un’Ucraina quasi fiabesca che fa da contraltare alla tragedia che sta per abbattersi sulla regione. Continua la lettura di Ucraina, il film sul genocidio

La distopia del dissidente ucraino

Avvenire, 15.1.2017

Kaharlyk British coverL’ambientazione è cupa e drammatica: un’Ucraina invasa dalla Russia nel 2114, cento anni esatti dopo le proteste di piazza Maidan. La storia è quella di un ucraino che ha perso la memoria perché l’esercito russo ha “saccheggiato” il suo cervello per controllare i satelliti. I riferimenti indiretti ci rimandano ad Alice nel paese delle meraviglie, a I viaggi di Gulliver e persino all’Odissea di Omero. Il romanzo del giornalista ucraino Oleg Shynkarenko, Kaharlyk, è stato definito un libro di fantascienza dissidente favorito dalle nuove tecnologie, un’opera distopica sul conflitto russo-ucraino che usa l’utopia negativa come strumento di protesta nei confronti della Russia. Ma l’autore cerca di correggere il tiro, almeno in parte: “più che una distopia sulla guerra con i russi – ci spiega – è un tentativo di rappresentare l’identità ucraina in modo insolito, anche con tratti umoristici e surreali”. La genesi di questo romanzo, di cui a giorni uscirà l’edizione inglese per Kalyna Language Press, è stata però una cosa molto seria e sofferta: la prima bozza, pubblicata sul blog personale di Shynkarenko, è stata infatti censurata e cancellata dai servizi segreti ucraini. “Trovarono su internet la mia satira sull’uccisione del presidente Yanukovitch e non gradirono affatto. Mandarono tre energumeni a prelevarmi e mi interrogarono a lungo per capire se ero la mente di una rete internazionale che voleva uccidere il presidente. Mi fecero firmare una serie di testimonianze e poi cancellarono il mio blog acquisendo la piattaforma statunitense sulla quale scrivevo”.
Com’è accaduto per le Primavere arabe del 2011, anche in Ucraina i social media hanno giocato un ruolo determinante durante i fatti di piazza Maidan. Ed è proprio in quel contesto, nei giorni di quella straordinaria stagione di proteste contro la corruzione, l’abuso di potere e la violazione dei diritti umani che Shynkarenko ricostruì il suo romanzo e iniziò a pubblicarlo giornalmente su Facebook sotto forma di piccoli estratti di cento caratteri ciascuno, integrandolo con contenuti audio, musica e registrazioni raccolte per strada. Continua la lettura di La distopia del dissidente ucraino