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Il negazionismo alla fiera del libro di Belgrado

Non fossero bastate le polemiche dopo il premio Nobel assegnato a Peter Handke – criticato per le sue conclamate simpatie nei confronti del regime di Milosevic – il revisionismo storico sulle guerre balcaniche ha trovato ampio spazio anche all’ultima fiera del libro di Belgrado, conclusasi qualche giorno fa. Giunto alla 64esima edizione, il prestigioso appuntamento culturale della capitale serba ha ospitato anche quest’anno lo stand del governo della Republika Srpska, una delle due entità politiche della Bosnia-Erzegovina, nel quale è stato esposto orgogliosamente un libro dal titolo Srebrenica-stvarnosti i manipulacije (“Srebrenica. Realtà e manipolazioni”). Trattasi di un ponderoso volume di oltre ottocento pagine che raccoglie gli scritti di una cinquantina di autori – storici, studiosi, giornalisti ma anche politici e militari – con l’obiettivo dichiarato di “smontare il mito del genocidio e dei crimini serbi a Srebrenica”. Una vera e propria offensiva negazionista finanziata con soldi pubblici e stampata sia in serbo che in inglese. Per presentarla al pubblico della fiera sono intervenuti il curatore del libro, il colonnello Milovan Milutinovic, capo del servizio informazioni dello Stato Maggiore dell’esercito della Republika Srpska, e la ministra dell’istruzione e della cultura dell’entità serbo-bosniaca, Natalija Trivić. Il folto gruppo di autori del volume è allineato in un coro unanime di condanna nei confronti del Tribunale Internazionale per i crimini dell’ex-Jugoslavia. I più accaniti appaiono proprio gli ex militari, alcuni dei quali arrivano a negare che a Sarajevo e a Srebrenica siano stati commessi crimini di guerra, ipotizzando l’esistenza di un complotto internazionale contro il popolo serbo.
La Republika Srpska non è certo nuova a iniziative simili, dal chiaro intento revisionista. Nei mesi scorsi ha nominato due commissioni internazionali per provare a riscrivere la storia delle guerre degli anni ‘90, poi ha finanziato un convegno all’università di Banja Luka per contestare le sentenze del tribunale dell’Aja. D’altra parte sono le stesse posizioni che ribadisce da sempre anche Milorad Dodik, l’ex presidente della Republika Srpska e attuale membro della presidenza tripartita della Bosnia-Erzegovina. Quello che stupisce è semmai l’atteggiamento del governo di Belgrado, che almeno in anni recenti era apparso assai più cauto su questi temi. In un altro padiglione della fiera del libro della capitale serba – quello del Ministero della Difesa – è stato presentato con tutti gli onori il libro di memorie del generale Nebojsa Pavkovic, già comandante della Terza Armata dell’esercito serbo durante la guerra del Kosovo, attualmente in carcere con una condanna a 22 anni per crimini contro l’umanità. Lo stesso stand ha poi ospitato un dibattito cui ha preso parte Vinko Pandurevic, uno degli alti ufficiali serbi condannati per il genocidio di Srebrenica, rilasciato nel 2015 dopo aver scontato tredici anni di carcere. Alcuni giorni dopo è stato presentato infine un libro che nega le responsabilità serbe in uno dei più feroci e insensati massacri degli ultimi giorni della guerra: la strage di Tuzla del 25 maggio 1995, nella quale persero la vita 71 persone. La verità giudiziaria da contraddire, stavolta, non era quella dell’Aja ma quella dei giudici di una Corte territoriale bosniaca. La sensazione è che, nonostante il trascorrere del tempo, creare una memoria condivisa sui conflitti etnici che hanno insanguinato i Balcani negli anni ‘90 sia sempre più un’utopia.
RM

Il massacro, l’ingiustizia, il perdono

Avvenire, 1.8.2018

In tribunale si sono mostrati sprezzanti fino alla fine, senza manifestare il minimo segno di pentimento per la strage che avevano compiuto all’inizio della guerra in Bosnia, nell’estate del 1992. Nei giorni scorsi la Corte d’appello di Belgrado li ha assolti tutti, in via definitiva, sebbene vi fossero prove schiaccianti della loro colpevolezza. Il codice penale serbo non contempla il reato di associazione a delinquere per i crimini di guerra e i giudici non hanno potuto accertare le responsabilità individuali nel massacro di Skočić, vicino a Zvornik, a sessanta chilometri da Srebrenica. Sono tornati così in libertà i “cetnici di Simo”, una delle più efferate bande operanti all’epoca nella zona, agli ordini di Simo Bogdanović, un criminale di guerra morto in carcere alcuni anni fa. Non avranno alcuna giustizia le ventisette vittime civili di quel massacro, un’intera comunità di rom musulmani, tra cui anche donne e bambini, seviziati e uccisi a sangue freddo. La decisione dei giudici ribalta il verdetto di primo grado del 2013 – che aveva condannato gli imputati a 73 anni di carcere – e suona come una terribile beffa per il 34enne Zijo Ribic, unico sopravvissuto a quella strage.

Nella foto: Zijo Ribic

Al momento della lettura della sentenza era in aula anche lui, e ha assistito all’assoluzione dei carnefici della sua famiglia. Ci ha spiegato che continuerà a lottare per ottenere giustizia, intentando una causa presso l’Alta Corte di Strasburgo. Ma quello che stupisce è il suo perdono. “Anni fa ho deciso di non odiarli, gliel’ho detto anche in faccia che li perdonavo purché rivelassero la verità. Non cambio idea neanche adesso che sono tornati liberi”.
All’epoca dei fatti Zijo Ribic aveva appena otto anni, un’età sufficiente per far sì che quell’orrore si fissasse per sempre nella sua mente. Viveva in quel villaggio con i suoi genitori, le sorelle e il fratellino. “Mio padre lavorava da alcuni anni dall’altra parte del fiume Drina, in Serbia. In quell’estate del 1992 il suo datore di lavoro, un serbo, ci suggerì di abbandonare Skočić spiegando che di lì a poco si sarebbe scatenato l’inferno. Ci allontanammo per qualche giorno ma poi decidemmo di tornare per non abbandonare le nostre case, e fu la fine”. La sera del 12 luglio arrivarono due camion con i paramilitari serbi. “Fecero saltare in aria la moschea del villaggio, poi accerchiarono la nostra casa e ci fecero uscire tutti”, racconta Zijo. “Davanti ai nostri occhi ammazzarono uno degli uomini con un colpo alla testa, poi violentarono le ragazze, tra cui una delle mie sorelle che aveva solo tredici anni. Infine ci caricarono sui camion e ci portarono via”. Li fecero scendere lungo un fossato e li freddarono uno dopo l’altro, a colpi di pistola, o sgozzandoli con i coltelli. “Mi dettero una coltellata alla nuca, ferendomi solo di striscio, e mi credettero morto. Finii sui corpi dei miei parenti ma il destino aveva deciso che dovevo sopravvivere per diventare testimone di quel massacro, nel quale ho perso mio padre, mia madre incinta di otto mesi, sei sorelle e un fratellino di due anni”. Ferito ma ancora vivo, Zijo riuscì a scappare, e con l’aiuto di alcuni soldati fu affidato alle cure dell’ospedale di Zvornik, dove rimase nascosto per oltre due anni prima di essere trasferito all’estero. Tornato in Bosnia dopo la guerra, è cresciuto in un orfanotrofio e con l’aiuto del Centro per il diritto umanitario di Belgrado diretto da Nataša Kandić ha intrapreso una lunga battaglia legale. “Inizialmente la rabbia e l’odio mi avevano travolto, ma poi ho deciso di perdonare quei criminali, che nonostante tutto non sono riusciti a togliermi la voglia di vivere. La nostra cultura ci ha abituati a lasciare il dolore nel luogo dove sono avvenuti i fatti. E a ricominciare da capo”. Da anni Zijo vive con la sua compagna a Tuzla, dove lavora come cuoco. “Sei mesi fa è nata nostra figlia, adesso è lei a darmi la forza di andare avanti”. Ogni tanto torna a Skočić, il villaggio della sua infanzia diventato ormai un luogo spettrale, dove si trova anche il cimitero di famiglia. Solo di recente è riuscito a dare una degna sepoltura ai suoi cari. Nelle fosse comuni sono stati rinvenuti prima i resti dei suoi genitori poi, due anni fa, quelli di quattro sorelle. Infine, l’anno scorso, sono stati ritrovati anche un’altra sorella e il fratellino. “Ormai manca solo l’ultima sorella. Poi li avrò sepolti tutti”.
RM

Bosnia, addio al sogno di una società plurale

di Paolo Rumiz

Non torno piú in Bosnia da anni e non so se ci tornerò mai piu. Non solo perché non vi troverei più le persone che ho amato, ma perche il Paese e peggiorato dopo la fine del conflitto. Se rileggo il libro di Stanisic, scritto a guerra appena iniziata, sento tutta la nostalgia per un mondo che non c’è più. Paradossalmente e stata proprio la guerra l’ultimo momento in cui Sarajevo ha espresso la sua secolare vitalità di citta-serraglio in bilico fra i mondi. Un po’ come il Friuli, distrutto più dalla ricostruzione che dal terremoto, anche l’identita di Sarajevo si e perduta in tempo di pace, schiacciata dal trionfo della malavita organizzata e dall’irruzione di una spietata economia di mercato.
Primavera del 2016. Quattro Bmw nere ultimo modello con vetri affumicati arrivano sgommando davanti a un ristorante sulla strada fra Tuzla e Sarajevo. Ne escono dieci uomini con giubbotto antiproiettile e pistole nelle fondine, seguiti da civili e qualche valigetta ventiquattrore. L’ultimo ad aprire la portiera è un uomo in giacca e cravatta, faccia rubiconda. Entra senza salutare nessuno, seguito dalla scorta, mentre nella locanda si fa silenzio. Consuma agnello arrosto, patate. Beve un bicchiere di yogurt misto ad acqua, poi butta sul tavolo una manciata di euro spiegazzati e se ne va, seguito dai guardiaspalle. Non è un boss. È un ministro, mi spiegano. Ma fa poca differenza. In Bosnia quasi tutti i ministri girano a quel modo. La Bosnia è in mano alla mafia, mentre il popolo è alla fame.
Vent’anni dopo la fine dell’assedio, in Bosnia la situazione peggiora anziché migliorare. Appena arrivi a Sarajevo e salti su un taxi, il conducente ti fa la lista dei misfatti. Che non sono più quelli del nemico del’92, ma quelli della criminalità organizzata attuale, incoronata dagli accordi di Dayton e nella quale l’Europa trova i suoi affidabili interlocutori.  Che unità, ti dice la gente, può esprimere un Paese dove fin dalle elementari i bambini imparano, a seconda se sono serbi, croati o musulmani, una storia diversa della loro terra? Come puoi vivere – ti dicono altri – in un villaggio o in una città dove incontri ogni giorno l’assassino di tuo padre e di tuo figlio? Sono le frasi che in Bosnia suggellano l’accettazione rassegnata di una pace senza giustizia.
Negli anni Sessanta, a meno di un ventennio dal secondo conflitto mondiale, l’Italia era già in pieno boom. Nello stesso spazio di tempo in Bosnia è nata una generazione libera dalla memoria paralizzante del’92-’96, che avrebbe potuto far ripartire il Paese sbarazzandolo dai rancori etnici, ma così non è stato. Sarajevo vive ancora in uno stato di dopoguerra e centinaia di organizzazioni non governative continuano a operare sul territorio come se il disastro si fosse appena consumato.
Noi stessi ci siamo abituati a guardare alla Bosnia in termini caritatevoli anziché di sviluppo. Un turista, oggi a Sarajevo, sente ancora il fascino del vecchio mercato; anche il profumo del pane e dei cevapcici e sempre lo stesso. La prima impressione e che non sia cambiato nulla. Ma appena prendi la strada della periferia e della campagna scopri che tutto è misero, immobile, buio.
Nel ’92 Sarajevo non credette alla guerra e ci mise dei mesi ad accettare l’evidenza del fatto compiuto. Intorno alla città si scavavano trincee e nidi di cecchini, ma l’evento sembrava assurdo, inconcepibile. Irreale. Non era possibile, pensava la raffinata borghesia della città, uno scontro nella repubblica jugoslava che più delle altre aveva costruito un suo amalgama laico, forte, ben staccato dal divide et impera titoista fra serbi, croati e musulmani (gli ultimi letteralmente inventati dai geometri delle etnie per equilibrare il peso dei primi due).
Io stesso, alla vigilia del massacro, quando vidi trecentomila persone – in gran parte giovani – marciare a Sarajevo per la pace, mi dissi che la guerra sarebbe potuta scoppiare ovunque tranne che in Bosnia. Mi mostrai persino incerto che l’Italia, in una situazione analoga, potesse esprimere una simile, coraggiosa passione civile. Bastò un cecchino su un tetto per far saltare la polveriera.
Il fatto è che Sarajevo, così come all’inizio non aveva creduto alla guerra, alla fine dell’assedio ha mostrato di non credere alla pace. Nel marzo del ’96 non c’è stata nessuna esplosione di gioia. Era cambiato tutto in quei quattro anni. La parola mir – per l’appunto “pace” – si era svuotata di senso. La città aveva perso l’innocenza, aveva imparato a odiare. I Caschi blu avevano consentito il massacro di Srebrenica e l’Europa aveva mostrato le sue divisioni, i suoi opportunismi. Nello stesso tempo i dollari degli emiri avevano riempito i vuoti lasciati da un Occidente distratto, alimentando una rete di imam che all’Occidente avrebbero guardato con poca simpatia, se non con ostilità. Ovunque tornavano in auge i chierici, fossero cattolici, ortodossi o musulmani. Minareti contro campanili, entrambi enormi, nuovi fiammanti e fastidiosamente estranei alla tradizione locale. Anche il cielo veniva cantonizzato dai monoteismi militanti, e sul piano civile il mitico amalgama bosniaco crollava miseramente. Ogni speranza di rinascita veniva bloccata dalla fuga all’estero della migliore borghesia. Come oggi in Siria, in Ucraina o in Afghanistan, trionfavano i primitivi a spese degli evoluti.
Quando nel ’92 Bozidar Stanisic, bosniaco di cultura serba sposato a una bosniaca di famiglia croata, comparve sulla porta di casa mia, non capii subito di trovarmi di fronte a un dejà vu. Non mi resi conto che egli arrivava impaurito, incredulo e spaesato esattamente come migliaia di profughi istro-dalmati quarant’anni prima di lui. Quel professore di lettere mite e silenzioso rappresentava la stessa tragedia e anche la stessa indecorosa mascherata. Quella che consentiva, e consente tuttora, con l’alibi dell’etnia o della nazione (più tardi sarà anche con la scusa della religione), di espellere, terrorizzare, uccidere o rapinare pezzi importanti della societa civile di un Paese a vantaggio di una minoranza ben fornita di armi, ideologia e forme anche raffinate di persuasione mediatica.
La situazione della Bosnia di oggi non è che la conseguenza di un’emorragia iniziata non nel ’92, ma mezzo secolo prima. L’attuale governo nato dagli equilibrismi etnici di Dayton – nato da una perfida selezione negativa della popolazione a vantaggio dei peggiori – non è altro che la guida impotente di uno Stato fantoccio. Dicono che i suoi ministri non siano capaci di mettersi d’accordo su nulla, nemmeno sul bando del fumo nei locali pubblici, col risultato che oggi a Sarajevo sembra che il tempo si sia fermato, con cinema, bar e ristoranti ridotti a camere a gas. Ma il paradosso è che lo stesso – pachidermico – apparato della cooperazione internazionale in Bosnia ha trovato l’habitat ideale per perpetuare se stesso (vedi il film “Perfect day”), e oggi schiaccia la società civile, impedendole di esprimersi se non attraverso agende eterodirette.
Rileggo quel testo di allora e rifletto che se oggi viviamo con questa polveriera ancora attiva a cento e passa chilometri da Trieste, è perché ce la siamo voluta. Ce la siamo voluta come europei, perché non abbiamo compreso che lì abitava un Islam moderato, laico e aperto alle donne che ci avrebbe protetto da fondamentalismi.
Abbiamo consentito che si smantellasse una società plurale in nome di una geometria cantonale che coi Balcani non ha nulla a che fare e abbiamo
delegato la nostra difesa agli americani, esattamente come in Iraq, in Siria e in Maghreb. Sarajevo era Europa. A guerra finita era diventata lo specchio nel quale per la prima volta l’Europa si era potuta guardare allo specchio scoprendosi cinica e piena di rughe.
(da Il Messaggero Veneto, 21 settembre 2016)

Quella strage di ragazzi bosniaci che ricorda Brindisi

Era il 25 maggio 1995, una splendida giornata di sole che pareva anticipare l’estate. I giovani di Tuzla si erano dati appuntamento nella piazza centrale della cittadina bosniaca per festeggiare la fine dell’incubo. Dopo tre anni di indicibili orrori, la guerra stava per essere finalmente consegnata alla storia. Era una serata speciale perché si celebrava la “festa della gioventù”, una ricorrenza che non piaceva ai nazionalisti, e i ragazzi e le ragazze di Tuzla, piccola città multietnica e tollerante, parevano uscire da una lunga apnea che non aveva intaccato la loro straordinaria voglia di vivere, e di sognare un futuro di pace. Parlavano, scherzavano, bevevano, ascoltavano musica. Finché una granata vigliacca, lanciata dalle montagne vicine, non piombò in mezzo alla folla, bruciando i loro sogni in un attimo. La “strage dei ragazzi” di Tuzla fece 71 morti e oltre 200 feriti, la maggior parte dei quali aveva tra i 18 e 25 anni. I morti di Tuzla erano ragazzi musulmani, cristiani ortodossi, cattolici e laici. Provarono a dividerli anche da morti, cercando di seppellirli nei rispettivi cimiteri confessionali. Furono i genitori e gli amici a opporsi, chiedendo e ottenendo l’appoggio del sindaco. Innescare una bomba e lanciarla su una folla di giovani inermi. Talvolta è difficile credere che possano esistere esseri umani capaci di concepire e realizzare un simile atto di barbarie. Invece l’attentato alla scuola di Brindisi di qualche giorno fa ci ha confermato che è possibile, anche al di fuori di un contesto bellico.
RM

Bosnia, l’oblio dopo gli stupri

di Riccardo Noury, Amnesty International sezione italiana

L. (non è il suo vero nome) viveva a Zvornik, nella Bosnia ed Erzegovina nordorientale. Quando nel 1992 scoppiò la guerra dei Balcani, aveva un figlio di un anno ed era incinta del secondo. Suo marito era in Croazia, aveva trovato lavoro lì. Quando Zvornik venne invasa dai paramilitari serbi, L. riuscì a fuggire e si nascose nei boschi per mesi, insieme ad altri abitanti. Nel gennaio 1993, i profughi di Zvornik uscirono dai loro rifugi per andare verso Tuzla in cerca di cibo e riparo: l’inverno era impossibile.  Durante il tragitto, L. e suo figlio rimasero separati dagli altri. Perse i sensi per lo sfinimento. Si risvegliò in un ospedale di Zvornik, circondata da soldati serbi. Le dissero che suo figlio era morto. Incinta all’ottavo mese, la torturarono fino a farle perdere il secondo figlio che aveva in grembo. I serbi prelevarono L. dall’ospedale e la fecero passare per tre diversi centri di prigionia dalle parti di Zvornik e di Bijeljina, dove venne stuprata più volte.  La foto mostra un monumento fatto in uno dei villaggi della zona di Zvornik, per ricordare le oltre 120 donne che, con L., vennero stuprate; 27 di loro furono assassinate. Alla fine L.  fu liberata, in uno scambio di prigionieri. Riuscì ad arrivare a Tuzla, dove rincontrò suo marito.
Finita la guerra, la coppia ha avuto due figli. L. sta male, la sua salute fisica e quella mentale sono compromesse e, ciò nonostante, è lei a occuparsi dei figli, del marito e dei suoceri. A quasi 17 anni dagli accordi di Dayton, che hanno posto fine al conflitto balcanico, L. e altre centinaia di donne della Bosnia ed Erzegovina continuano a convivere con le conseguenze dello stupro e della tortura, senza avere un’assistenza medica e psicologica adeguata, per non parlare di un sussidio economico. Continua la lettura di Bosnia, l’oblio dopo gli stupri