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La rinascita del Ruanda

(Articolo uscito su “Avvenire” di oggi)

Chi la conosce bene l’ha definita un “Primo Levi africano”: uno dei testimoni principali del più grave crimine contro l’umanità commesso dopo la seconda guerra mondiale. Yolande Mukagasana è scampata per miracolo al genocidio del 1994 in Ruanda, nel quale ha perso tre figli e il resto della sua famiglia, sopravvivendo alla mattanza che in appena cento giorni ha spazzato via circa un milione di vite. Da allora, l’impegno per mantenere viva la memoria e dare un futuro alle giovani generazioni del suo paese è diventato la sua ragione di vita, l’unica cosa che le consente di andare avanti. Rifugiata a Bruxelles, da anni gira il mondo per raccontare il suo calvario e parlare di riconciliazione nei luoghi di conflitto. Dell’attuale tragedia in Congo dice: “è l’ideologia del genocidio che ha oltrepassato le frontiere del Ruanda. Il valore della vita umana non esiste più di fronte agli interessi delle grandi potenze. Non è normale che i paesi africani più ricchi siano al tempo stesso quelli che hanno la popolazione più povera e quelli dove si concentra il maggior numero di conflitti”.
Nei giorni scorsi è stata in Italia, dove in un incontro pubblico a Sesto Fiorentino ha illustrato il suo sogno: creare in Ruanda una scuola per centinaia di bambini, che insegni i valori della condivisione e della solidarietà, consentendo loro di riappropriarsi della cultura ruandese. “Sarà una scuola che ospiterà i miei ventuno figli, tutti orfani del genocidio, e molti altri ragazzi che troveranno un tetto sotto il quale mangiare, dormire e diventare adulti. Per un futuro migliore è necessario occuparsi dell’educazione dei bambini, visto che è stato proprio il precedente sistema educativo a formare i carnefici”. Un progetto che costerà circa due milioni di euro e sul quale si stanno già impegnando enti locali italiani e organismi internazionali. Da tempo, per raccontare il genocidio “fantasma” del Ruanda, Yolande ha cominciato anche un’intensa attività di scrittrice. Dopo “La morte non mi ha voluta” e “Ruanda 1994”, è da poco uscito “Le ferite del silenzio”, un bel volume fotografico in bianco e nero che cerca di spiegare la follia collettiva scoppiata nella primavera di 14 anni fa. Il libro ritrae i volti e riporta le testimonianze delle vittime ma anche dei carnefici, gli estremisti Hutu, intervistati dall’autrice nelle affollate carceri di Kigali. “La ricostruzione – spiega – è possibile soltanto attraverso la verità e la giustizia, ma non grazie all’operato del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, che ad oggi ha prodotto solo trenta condanne e cinque assoluzioni, e soprattutto non riconosce le vittime, che non possono costituirsi parte civile e devono limitarsi al ruolo di testimoni. Né prevede per loro alcun genere di riparazione. Basti pensare che le donne violentate non hanno accesso ai farmaci anti-Aids, mentre i violentatori ricevono assistenza medica nel carcere del tribunale”. Ben più importanti, a suo avviso, sono gli undicimila tribunali tradizionali “Gacaca” creati alcuni anni fa e basati sul concetto di giustizia “riconciliatrice”. “Bisogna partire dal presupposto che sia le vittime che i carnefici sono stati disumanizzati, che tutto il paese è stato privato della sua umanità. Gli assassini non sono nati assassini: lo sono diventati in seguito, a causa di una certa educazione. Dunque il modo migliore per fare giustizia è quello di riconoscere il male che è stato compiuto e punirlo, facendo sì che la gente possa riprendere a vivere insieme”. È anche grazie all’efficacia di questo tipo di giustizia che il Ruanda uscito dal genocidio appare adesso un paese moderno, uno dei pochi in Africa ad aver abolito la pena di morte, ad attrarre da anni importanti investimenti esteri e a proporsi anche come laboratorio di democrazia, grazie a un parlamento composto da una maggioranza di donne. Nei mesi scorsi il governo ruandese, con un coraggio assolutamente inedito per un paese africano, ha accusato ufficialmente alti funzionari militari e politici francesi dell’epoca di aver svolto un ruolo attivo nel genocidio, proteggendo gli assassini e ostacolando la giustizia. “Parigi ha più colpe del governo ruandese – conclude Mukagasana – e i militari francesi sono direttamente colpevoli del genocidio del 1994. La Francia ha il dovere di riconoscere le proprie responsabilità”.
RM

Ruanda, la testimone del genocidio al teatro della Limonaia di Sesto F.no

yolandeLa scrittrice Yolande Mukagasana, tra i principali testimoni del genocidio in Ruanda, sarà nei prossimi giorni in Italia per prendere parte a un’iniziativa che si terrà sabato 29 novembre al teatro della Limonaia di Sesto Fiorentino (FI). Tragicamente colpita nei propri affetti e scampata quasi per miracolo alla mattanza che nell’aprile 1994 causò la morte di circa un milione di persone, la donna racconterà la propria storia e quella dei sopravvissuti nell’iniziativa intitolata “Silence for Rwanda. Memoria di un genocidio”. La serata (inizio ore 21) sarà aperta da una performance di e con Niccolò Rinaldi, segretario generale aggiunto al Parlamento Europeo, tratta dal libro “L’invenzione dell’Africa. Un viaggio, un dizionario” e accompagnata dai video e dalle musiche di Claudio Boncompagni. Seguirà l’incontro con Yolande Mukagasana, autrice di “La morte non mi ha voluta”, “Ruanda 1994” e del recente “Le ferite del silenzio”, una donna che continua a lottare per la memoria e la riconciliazione nel suo paese e nei luoghi di conflitto. L’iniziativa inaugurerà il programma di iniziative organizzate dal Comune di Sesto Fiorentino in occasione del 60° anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani.

“Silence for Rwanda. Memoria di un genocidio”
Sabato 29 novembre ore 21
Teatro della Limonaia
via Gramsci 426, Sesto Fiorentino (FI)
Ingresso libero

Come raggiungere il teatro

La Francia colpevole del genocidio ruandese?

L’accusa è di quelle infamanti, non solo per un governo, ma per tutta una nazione. La Francia avrebbe preso parte attiva nel genocidio del 1994 in Ruanda, quando circa 800mila persone furono barbaramente uccise. L’accusa è contenuta nel rapporto di una Commissione indipendente, presentato al governo del Ruanda lo scorso novembre, ma reso pubblico solo ora. Il ministro della Giustizia ruandese Karugarama Tharcisse ne ha presentato le conclusioni: “il rapporto – ha detto – mostra il ruolo giocato dalla Francia durante il genocidio ed evidenzia anche il ruolo giocato dalla Francia dopo il genocidio nel proteggere le forze che hanno perpetrato il genocidio, rendendo difficile la loro consegna alla giustizia”.  Il rapporto, frutto di un’attività investigativa durata due anni, mette sotto accusa 33 persone tra alti funzionari militari e politici, tra i quali spiccano l’allora primo ministro Dominique de Villepen e il presidente Francois Mitterrand. La Bbc riferisce che la diplomazia francese si è riservata di rispondere nel merito delle accuse solo dopo aver letto e valutato il rapporto. Il ministro degli esteri di Parigi, Bernard Kouchner, ha avuto in quest’anno già occasione di negare ogni responsabilità pur ammettendo gli errori politici fatti nella gestione della crisi.

Tre mesi nella storia del Ruanda

Tra il 6 aprile e il 19 luglio del 1994 un milione di cittadini ruandesi venivano trucidati dagli estremisti appartenenti alla maggioranza Hutu. Sotto gli occhi indifferenti della comunità internazionale che ignorò le invocazioni d’aiuto del Generale Dallaire, comandante della missione di pace dell’Onu, fu compiuto in media un omicidio ogni dieci secondi.

Proprio nei giorni in cui si celebra la Giornata internazionale della Memoria per le vittime del Genocidio del Ruanda, e nonostante la giustizia internazionale stia cercando di fare il proprio corso (come dimostra anche la condanna del prete rifugiato in Italia Don Atanasio Seromba), l’attuale presidente ruandese Paul Kagame ha attaccato i giudici spagnoli che hanno emesso un mandato d’arresto per 40 ufficiali dell’esercito ruandese accusati di aver preso parte al genocidio di 14 anni fa.

Un’iniziativa commemorativa si è svolta oggi a Roma, organizzata dalla Onlus Bene-Rwanda, fondata e diretta da cittadini ruandesi residenti in Italia.

La banalità del male

C’è un genocida tra noi. O meglio, c’è stato. Ha vissuto accanto a noi, a un passo dalle nostre case, ha fatto lezioni di catechismo ai nostri figli, ha recitato messa e confessato tanti fiorentini. Ma qualche anno prima di riempirsi la bocca con parole come “perdono”, “pace” e “solidarietà”, si era reso responsabile della morte di almeno 1500 ruandesi di etnia tutsi. Stiamo parlando di “Don Atanasio”, al secolo Athanase Seromba, il simpatico e brillante prete di colore che nella seconda metà degli anni ’90 ha fatto parte attivamente della parrocchia fiorentina di S. Martino a Montughi, nei pressi di via Vittorio Emanuele. seromba.jpg

Ieri la Corte d’Appello del tribunale internazionale per il crimini del Ruanda l’ha condannato all’ergastolo per aver commesso atti di genocidio e sterminio durante la mattanza che sconvolse il piccolo Paese africano nel 1994. Una valanga di prove e testimonianze hanno accertato che don Atanasio aveva attirato all’interno della sua parrochia a Nyange, nella prefettura di Kibuye, almeno 1500 persone. Aveva assicurato a tutti che lì, al cospetto di Gesù e della Madonna, protettrice del Ruanda, sarebbero stati in salvo. Le bande armate hutu non avrebbero osato entrare nella cattedrale. Invece mentre i rifugiati pregavano, ha chiuso a chiave le porte della chiesa, e ha ordinato all’autista di un bulldozer di abbattere l’edificio mentre gli assassini sparavano e lanciavano granate dalle finestre. Fu un massacro soprattutto di donne, vecchi e bambini. Dicono che durante il lungo processo il candido don Atanasio non abbia mostrato alcun segno di pentimento e non abbia riconosciuto le sue responsabilità. La corte ha constatato che senza la sua autorità morale quel massacro non sarebbe stato commesso.
A coprire la sua fuga in Italia era stato il Vaticano: con l’aiuto delle gerarchie vaticane si era rifugiato a Firenze, aveva cambiato nome, (padre Anastasio Sumbabura) e aveva continuato a officiare messa come se nulla fosse accaduto. Era stato poi riconosciuto e denunciato, ma l’allora procuratrice del Tribunale dell’Onu, Carla del Ponte, aveva avuto difficoltà a ottenere l’estradizione perché il Vaticano aveva esercitato pressioni sul governo italiano per evitare che prendesse una decisione in proposito. I parrocchiani fiorentini, convinti a priori della sua innocenza, avevano addirittura costituito un comitato in sua difesa. Chissà cosa penseranno adesso che la sentenza del tribunale internazionale ha finalmente chiuso l’incredibile storia di questo genocida della porta accanto.