Archivi tag: trump

Il caso Khashoggi, un mondo di silenzio

di Fulvio Scaglione

Se vivessimo in un mondo più o meno normale, oggi tutte le cancellerie occidentali sarebbero impegnate a chiedere chiarimenti e inviare proteste alla casa reale dell’Arabia Saudita. E qualche Governo più deciso degli altri potrebbe magari convocarne l’ambasciatore per avere spiegazioni. Invece quasi tutto tace e, a parte le indiscrezioni lasciate filtrare ad arte dai servizi segreti della Turchia, un silenzio appena imbarazzato accompagna la sorte di Jamal Khashoggi, giornalista assai noto e apprezzato in Arabia Saudita e non solo, visto che di recente era diventato anche editorialista per il “Washington Post”. Donald Trump, grande sostenitore dei sauditi, ha taciuto per giorni e poi si è detto «preoccupato», lasciando a Mike Pompeo, il segretario di Stato, il compito di sfidare il ridicolo e invocare presso i sauditi una «inchiesta accurata» sulla sorte del giornalista.
Il problema è che c’è poco su cui indagare. Khashoggi è entrato nel consolato del proprio Paese a Istanbul il 2 ottobre, lasciando la fidanzata turca sul marciapiede ad attenderlo. E non ne è mai uscito perché, fanno sapere i turchi, sarebbe stato ucciso, poi addirittura fatto a pezzi e infine portato via da un commando di quindici agenti arrivati lo stesso giorno su due voli privati decollati dalla capitale saudita Riad. Ci sono i nomi, ci sono i volti, si sa che alcuni di loro fanno parte della guardia personale del principe ereditario Mohammed bin Salman e che con loro viaggiava anche un anatomopatologo, a quanto pare incaricato di sovrintendere allo smembramento del corpo.
Khashoggi, peraltro, non era un fanatico oppositore o , per dire, un qualche sovversivo che voleva minare le basi del regno sunnita-wahabita. Al contrario, era un giornalista sperimentato e, a suo tempo, molto inserito negli ambienti della casa reale saudita. Più volte aveva fatto parte della delegazione ristretta che accompagna il principe nei suoi spostamenti internazionali. Purtroppo per lui, negli ultimi tempi aveva cominciato a manifestare qualche dubbio sulla bontà delle politiche di Mohammed bin SalmanJamal Khashoggi. La guerra nello Yemen, che non approda a nulla tra mille atrocità. Il piano per la riforma economica del regno, chiamato “Vision 2030”, che fa acqua. Le purghe ai danni dei notabili sauditi della vecchia guardia. Troppo, a quanto pare. Non l’ha salvato nemmeno il fatto di essersi trasferito negli Usa.
Che altro serve per un minimo di sdegno? Soprattutto in America e in Europa, dove la libertà della stampa e dei giornalisti è un bene considerato prezioso e come tale sempre difeso. Invece nulla o quasi, anche da parte dei Governi che pure, or non è molto, hanno duramente criticato la Turchia per i giornalisti messi sotto processo e poi costretti all’esilio. Destino triste, il loro. Ma non come essere fatti a pezzi con una sega in una sede diplomatica.
Quanto avviene, o meglio non avviene, in questi giorni riflette a perfezione lo stato delle relazioni internazionali, in cui tutto il gran parlare di diritti e valori non vale per gli “amici” ma solo per i “nemici”. E l’Arabia Saudita è un amico troppo importante per tutti. Trump (ma anche Obama prima di lui) incassa miliardi rifornendola di armi e la considera fondamentale, insieme con Israele, nell’asse che dovrebbe opporsi alla crescente influenza dell’Iran. Nell’aprile scorso, Mohammed bin Salman ha compiuto una visita negli Usa in cui è stato onorato non soltanto alla Casa Bianca ma anche dai superintelligenti e superdemocratici boss della Silicon Valley e di Hollywood. Prima di sbarcare negli Usa, peraltro, lo stesso Salman aveva fatto tappa a Londra dove, portando in dote 100 miliardi di investimenti per l’Inghilterra post-Brexit, era stato accolto con tutti gli onori, pranzo con la regina Elisabetta compreso. E più o meno altrettanto potremmo dire per quasi tutti i Paesi europei.
L’Arabia Saudita lo sa e ne approfitta con l’arroganza di chi si sente intoccabile. Adesso c’è il caso Khashoggi, ma è solo l’ultimo di una lunga serie. In agosto Cynthia Freeland, ministro degli Esteri del Canada, aveva osato chiedere con un tweet la liberazione di un gruppo di saudite arrestate per le loro campagne in favore dei diritti delle donne. Per tutta risposta i sauditi cacciarono l’ambasciatore canadese, bloccarono tutti i voli per il Canada, congelarono le relazioni economiche e invitarono le migliaia di studenti sauditi a tornare a casa.
Nel 2016, a causa delle sue azioni nello Yemen, l’Arabia Saudita fu inserita nella lista Onu dei Paesi che violano i diritti dei bambini in zone di guerra. Subito partì il ricatto, poi ammesso dallo stesso segretario Ban Ki-moon: o ci cancellate dalla lista o tagliamo i fondi all’Onu. E cancellazione fu. Con la scomparsa di Khashoggi finirà allo stesso modo. Male che vada, Mohammed bin Salman farà qualche telefonata, ricorderà questo o quell’affare, parlerà del prezzo del petrolio o del terrorismo in Medio Oriente. Ma non dovrà nemmeno incomodarsi, il mondo gira così e tutti quelli che devono saperlo già lo sanno.
(Avvenire, 10.10.2018)

Il “Che”, mio fratello, ridotto a un santino

Intervista a Juan Martìn Guevara (Venerdì di Repubblica, 21.4.2017)

“Volevano ucciderlo seduto ma mio fratello è riuscito a morire in piedi e ha vinto la sua ultima battaglia”. Juan Martín Guevara ha aspettato ben 47 anni per visitare il luogo dove fu ucciso il Che, il 9 ottobre 1967, e per fare i conti con un uomo oscurato dalla grandezza del suo stesso mito. La sedia dov’era adagiato poco prima di morire si trova ancora là, nella piccola scuola di La Higuera. In quel minuscolo villaggio boliviano è nato un turismo tutto incentrato su di lui, “un commercio vergognoso, che mi fa orrore, l’hanno trasformato in un santo al quale chiedere miracoli”, ci spiega. Fratello minore del Che, nato quindici anni dopo di lui, Juan Martín era solo un ragazzino quando arrivò a Cuba nel gennaio 1959.

Ernesto Guevara ragazzo con in braccio il fratello Juan Martin

Il comandante Guevara era appena entrato a L’Avana alla testa di una delle divisioni di Fidel Castro. Col tempo, il Che iniziò a considerarlo il suo erede spirituale ma dopo la sua morte, proprio il legame di parentela con il numero due della rivoluzione castrista gli sarebbe costato otto anni di prigionia nelle carceri argentine. Juan Martín – che il 27 aprile sarà l’ospite d’onore della rassegna cinematografica “Al cuore dei conflitti” di Bergamo – ha atteso il cinquantesimo anniversario della morte del Che per pubblicare un libro di memorie (Mon frère, le Che) scritto con la giornalista francese Armelle Vincent, nel quale cerca di combattere il mito per restituirgli finalmente un volto umano.
Che rapporto c’era tra di voi?
All’inizio solo quello tra un fratello molto più grande e un bambino. Poi è nato un rispetto reciproco che ci ha consentito di mantenere un rapporto intimo anche stando lontani.

Che Guevara con il fratello Juan Martin, L’Avana 1959

Cosa ricorda del giorno in cui le dissero che era stato ucciso?
Vidi la notizia e le foto sui giornali. Contrariamente ai miei familiari non dubitai che fosse vero.
“Benigno”, il guerrigliero che combatté con lui e fu testimone del suo assassinio ha affermato che il Che fu tradito da Castro su ordine di Mosca. Lei condivide questa versione dei fatti?
No. L’ha detto per favorire la sua condizione di esiliato politico, unendosi al coro di quelli che sostengono che Fidel lo tradì perché gli faceva ombra. Non è il primo ad affermare cose simili per un tornaconto personale. Il Che fu ucciso da un militare boliviano per ordine della CIA, come ha affermato l’agente Félix Rodríguez, che fotografò il cadavere. In seguito è stato ciò confermato da documenti declassificati.
Cos’ha pensato vedendo Raul Castro e Obama che si stringevano la mano?
Che stava succedendo ciò che prima o poi doveva succedere.
Cosa penserebbe suo fratello della svolta nei rapporti tra Cuba e gli Usa?
Non riesco a rispondere al posto suo. Ricordo cosa rispose a una giornalista statunitense che negli anni ’60 gli chiese cos’avrebbe dovuto fare Washington nei confronti di Cuba. ‘Niente, né a favore, né contro. Soltanto lasciarci in pace’. Dopo 50 anni, è metaforico provare a dire cosa penserebbe oggi.
Secondo lei starebbe con Maduro o con l’opposizione?
Non potrebbe mai stare dalla parte di chi rappresenta le aziende venezuelane e le multinazionali. Sicuramente non starebbe con l’opposizione ma dalla parte del popolo venezuelano.

Juan Martin Guevara oggi

Ritiene che il suo pensiero sia ancora attuale?
Sì, perché nel mondo le disuguaglianze sono più grandi che in passato, c’è più corruzione, in tutti gli ambiti, non ultimo in quello ambientale. Fino a quando non ci sarà una svolta, e i popoli non saranno padroni del proprio lavoro, della propria vita e del proprio futuro, le crisi e le guerre si susseguiranno. Il mondo avrebbe bisogno di un altro uomo come mio fratello, che non baratti i suoi princìpi per il denaro e il potere.
RM

Aleppo. Dove è morta l’umanità

aleppo-syria-1-770x375

di Cecilia Dalla Negra e Fouad Roueiha

Il 13 dicembre, dopo quasi 4 anni e mezzo dalla divisione della città, la parte est di Aleppo si avvia a tornare sotto il controllo del regime di Damasco. Cade l’Aleppo dell’Università della rivoluzione, quella del Consiglio Locale e degli esperimenti di democrazia, quella di emittenti libere come Radio Hara o Nasaem Souria.
Cade l’Aleppo eroica che ad agosto aveva rotto il primo assedio che le era stato imposto grazie ai civili che avevano creato una no fly zone dal basso, prodotta dalla coltre nera di centinaia di pneumatici bruciati per oscurare il cielo ed impedire i bombardamenti.
La battaglia per quella che era la più popolosa città della Siria e una tra le più antiche ancora abitate al mondo, si è conclusa con 4 mesi d’assedio e 3 settimane di martellanti bombardamenti da parte dell’aviazione siriana e russa, mentre sul terreno avanzavano le truppe governative affiancate dal libanese Hezbollah e decine di milizie irregolari siriane, irachene ed altre sostenute dall’Iran. Nessuna arma, a eccezione dell’atomica, è stata risparmiata: dai missili balistici a quelli anti-bunker, dalle armi chimiche a quelle incendiarie e termobariche, fino ai barili bomba e alle munizioni a grappolo. Continua la lettura di Aleppo. Dove è morta l’umanità