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Da quella marcia nacquero i “Troubles”

Quarant’anni fa, il 5 ottobre 1968, finì nel sangue una marcia per i diritti civili fissata a Derry, in Irlanda del nord. I manifestanti, perlopiù appartenenti ai ghetti cattolico-nazionalisti della città, chiedevano case, lavoro, uguaglianza e la fine della brutale discriminazione che li rendeva cittadini di serie B rispetto ai protestanti unionisti. Lo staterello artificiale creato dagli inglesi (l’Irlanda del nord) li aveva privati anche del diritto di voto, dunque la loro protesta era più che sacrosanta. La risposta britannica fu però una spietata repressione: la polizia del nord Irlanda – la famigerata R.U.C. – attaccò il corteo con gli idranti, poi assalì i manifestanti a manganellate. Gli storici concordano nell’individuare proprio in quel giorno – 5 ottobre 1968 – la scintilla che dette avvio ai cosiddetti “Troubles” (disordini). Anche le parole sono estremamente importanti per determinare e indirizzare un percorso coloniale: ‘troubles’ è il termine che viene comunemente usato per descrivere la fase moderna del conflitto anglo-irlandese. Nel suo essere riduttivo e sprezzantemente eufemistico, questo è senz’altro un termine neocoloniale, ideato per gettare fumo negli occhi dell’opinione pubblica internazionale. Che tuttora resta in parte convinta che il conflitto che ebbe luogo nei successivi trent’anni  in Irlanda del nord sia stato di natura tribale, o addirittura una guerra di religione (sic!). Grazie ai potenti mezzi della propaganda britannica, l’obiettivo del travisamento della realtà è stato così pienamente raggiunto. Fino al 1998 in Irlanda del nord ha avuto luogo invece un conflitto a bassa intensità tra una potenza militare occupante, la Gran Bretagna, e un popolo che ha cercato con ogni mezzo di respingerla. L’ultima terribile fase della tragedia del popolo irlandese, diviso al proprio interno attraverso il trasferimento coatto di coloni avvenuto a partire dal XVII secolo e la creazione di una maggioranza artificiale, utile per mantenere un dominio coloniale a distanza. Proprio quello che i latini avrebbero definito “divide et impera”. Il 40esimo anniversario della marcia di Derry viene commemorato, oggi e domani, con una conferenza internazionale organizzata nel municipio della città dal movimento per i diritti civili.
RM

Una mappa per i murales politici di West Belfast

La prima piantina dettagliata di oltre 130 murales della parte ovest di Belfast è la nuova frontiera del turismo politico in Irlanda del nord. Dopo i sempre più popolari taxi neri usati per portare i turisti a visitare quelli che furono i luoghi del conflitto, dopo i ‘maiali’ (i veicoli blindati dell’esercito inglese) convertiti a mezzi goliardici per feste e cerimonie, ecco arrivare la mappa per orientarsi nel variegato universo artistico dei muri della città. Per ora l’iniziativa riguarda solo l’area nazionalista di West Belfast (la pianta in distribuzione gratuita è stata prodotta dal Failte Feirste Thiar, l’ufficio turistico di Belfast ovest), ma c’è da scommettere che presto nascerà anche la versione ‘bipartisan’. Specie dopo l’avvio del processo di trasformazione in corso in alcuni quartieri unionisti, che ha visto sostituire i murales più violenti e settari con immagini molto più rassicuranti di scrittori (come C.S. Lewis) e personaggi dello sport (come George Best).

“I muri di Belfast”: galleria di foto dei murales della città

Un memoriale per le vittime irlandesi

Quasi quattromila persone (in gran parte civili, e molti bambini) sono state uccise durante il trentennale conflitto anglo-irlandese, a partire dal 1969. Un numero enorme, considerando che si tratta di una popolazione che raggiunge a malapena i due milioni. “Bear in Mind These Dead”, Il nuovo libro della giornalista di Derry Susan McKay esamina la tragica eredità di quegli anni dando voce ai familiari delle vittime, troppo spesso trascurate, raccontando storie fatte di dolore straziante, rabbia, cuori spezzati, ferite nella mente e nel corpo. In alcuni casi anche di perdono. La pubblicazione di questo libro, quantomai opportuna, cade peraltro in un momento storico che vede i vecchi nemici sedere insieme al governo.

Nessun mea culpa inglese per l’Irlanda. Neanche sulla “Bloody Sunday”

Dieci anni di pace non sono bastati per convincere finalmente Londra che è tempo di ammettere le proprie gravissime responsabilità storiche sulla guerra che ha devastato l’Irlanda del nord per circa trent’anni. E’ quanto si evince dal libro appena uscito scritto dal diplomatico inglese Jonathan Powell, braccio destro e ‘uomo ombra’ di Tony Blair durante tutto il processo di pace anglo-irlandese. La versione della storia è purtroppo la solita di sempre: il governo inglese – con i suoi soldati e le sue forze di polizia che torturavano e ammazzavano civili – avrebbe svolto un ruolo di pacificazione. La guerra sarebbe stata causata soltanto dai soliti ‘terroristi’ e dagli ‘odi ancestrali tra le comunità irlandesi’. Un delirio che vale, manco a dirlo, anche per le 14 vittime della “Bloody Sunday” del 1972. Se non fosse tragico, sarebbe tutto da ridere. Sembra proprio che il tempo, tra i palazzi del potere di Downing street, sia trascorso invano.

Approfondimenti nell’articolo uscito oggi su “Avvenire”.

Dieci anni di pace in Irlanda del Nord. Un convegno a Roma

E’ trascorso un decennio esatto dalla firma dell’Accordo del Venerdì Santo di Belfast, storico approdo del lungo processo di pace anglo-irlandese. Nell’occasione, la mattinata di sabato 5 aprile si tiene a Roma il convegno “Ulster: storia di un conflitto e di un processo di pace”. Interverranno  John Gibney, docente all’Università di Galway e Silvia Calamati, giornalista e scrittrice, autrice del pluripremiato libro “Figlie di Erin”.

L’appuntamento, rivolto a insegnanti, cultori della materia e appassionati, si terrà presso la sede dell’AICI, associazione interculturale italo-irlandese, in Via Tiberio Imperatore 5, Roma. Tel. +39 06 5412597 – Fax +39 06 54275266 – aiciroma@tin.it

Questo video ripercorre a grandi linee la storia del processo di pace anglo-irlandese:

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