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Perché l’Italia ricorda le Foibe ma non la pulizia etnica compiuta dai fascisti in Slovenia?

“La legge che ha istituito la “Giornata del Ricordo” risulta nella sua essenza antieuropea, perché i giovani che si recano in pellegrinaggio alla foiba sanno solo dei “sanguinari slavi”, come si lesse nel comunicato del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, mentre non sono al corrente dei sanguinari fascisti che hanno preceduto di una quindicina d’anni quelli slavi. Non si crea quindi una relazione di equità e di amicizia tra vicini”. A pronunciare queste parole è stato Boris Pahor, famoso scrittore di origini slovene nato a Trieste nel 1913 e candidato al Nobel alcuni anni fa. Uno dei suoi ultimi volumi tradotti in italiano, “Piazza Oberdan”, sarà presentato oggi a Firenze alla biblioteca delle Oblate (ore 17), per un caso della sorte proprio nella Giornata del Ricordo delle vittime delle Foibe. Il libro di Pahor raccoglie testimonianze, racconti, aneddoti, memorie, biografie e parte da una piazza per raccontare la storia del Novecento. Cercando di ristabilire una doverosa simmetria in quanto accadde in quelle terre nella prima metà del secolo scorso. Nella quarta di copertina si legge: “Piazza Oberdan è un contributo fondamentale, duro, un atto di accusa verso l’Italia che vuole dimenticare le colpe impunite commesse durante il periodo fascista”.
Migliaia di sloveni, a Trieste, negli anni ’20 del secolo scorso, videro cancellare i simboli della propria storia, della propria lingua e cultura: 2141 furono costretti a italianizzare il proprio cognome in seguito a un decreto regio che aveva il compito di attuare la “bonifica etnica” dell’Italia. Le associazioni sportive slovene vennero sciolte, i luoghi di cultura e di ritrovo della minoranza incendiati. Il ricordo delle fiamme che divampavano dal Narodni Dom, la casa della cultura slovena situata su piazza Oberdan, è più vivo che mai nello scrittore triestino, che ripercorre quei drammatici momenti con straordinaria lucidità. L’edificio ora non si affaccia direttamente sulla piazza giuliana, perché davanti a esso venne costruito un palazzo, per coprire il nero della cenere e della devastazione.
Sulla stessa piazza in cui il fascismo cercò di spazzare via ogni traccia degli sloveni e in cui negli anni furono ospitate la sede della Gestapo e il tribunale costruito dai tedeschi, è collocato anche il mausoleo di Guglielmo Oberdan, eroe dell’irredentismo italiano, che venne impiccato nel 1882 per avere organizzato un attentato all’imperatore austriaco Francesco Giuseppe. Guglielmo in realtà aveva origini slovene dalla parte materna, ma si era fatto togliere la k finale del cognome per diventare italiano. Rappresentava una sintesi perfetta delle diverse culture di queste terre, che il fascismo tentò di annientare.

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Foibe e Risiera, una strana ”simmetria” per pacificare la memoria

Un capolavoro dimenticato

E’ “Necropoli” di Boris Pahor, un’opera straordinaria sul mondo concentrazionario, cruda e limpida, scritta da chi l’ha vissuto dall’interno in tutta la sua sistematica follia. Il libro è stato riscoperto e ristampato in italiano dall’editore Fazi 41 anni dopo la sua stesura. Boris Pahor, grande scrittore sloveno residente a Trieste, classe 1913, è stato più volte candidato al Nobel per la letteratura. In gioventù è stato deportato nei campi di concentramento nazisti per aver collaborato con la resistenza antifascista slovena. Come raccontare l’orrore a chi non l’ha vissuto? “Tentando di narrare i fatti – spiega Pahor – con lucidità e senza sentimentalismo e mettendo l’accento sulla capacità di resistenza e di solidarietà dell’uomo”.

Su “Necropoli” è uscito questo bell’articolo di Paolo Rumiz su “Repubblica”

Claudio Magris ha invece scritto l’introduzione al volume (leggi)