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Se Trieste getta cloroformio sui crimini del fascismo

di Paolo Rumiz

C’era da aspettarselo, date le premesse. Trieste va a ricordare l’abominio delle leggi razziali con un aborto di manifestazione. Un ritrovo di pochi intimi accanto a una lapide ben nascosta nel sottopasso del Municipio che i triestini conoscono come “el pisadòr”, leggi pisciatoio. Così, tra una festa della sardella e una Barcolana. Conclusione: con l’eccezione della Curia, della parte meno tremebonda della comunità ebraica, di qualche solitario liberale e di pochi uomini d’onore, la città che in una piazza osannante (sette ovazioni oceaniche) ha visto la proclamazione del razzismo come legge di Stato, calerà le braghe di fronte a una giunta che non gradisce la memoria.Il putiferio è nato da un manifesto, quello del liceo Petrarca, che chiama le cose col loro nome. Ma cosa c’è di forte, di duro, di estremo nella verità storica, e cioè che dei triestini furono complici attivi dei nazisti nell’espulsione e poi nella schedatura degli ebrei in vista dell’annientamento, e non pagarono mai il conto con la scusa dell’italianità da difendere contro gli slavo-comunisti alle frontiere? Meglio non ricordare che una parte della città ha tratto durevoli vantaggi economici e di carriera dal provvedimento fascista. Qualcuno magari potrebbe azzardare un nesso tra le ronde di oggi e le squadracce di ieri. Non sia mai. Il fatto è che quel nesso è svelato non dal manifesto, ma dalla reazione della giunta. Se non ci fosse un legame, non si sarebbe mostrata tanta coda di paglia e si sarebbe commemorato senza problemi l’infausto settembre che ci ha portati alla guerra, alla sconfitta e alla dannazione. Il sindaco si illude di poter tenere a bada i più estremi dei suoi compagni di coalizione. Beato lui. Anche mio zio Giorgio Pitacco, irredentista della prima ora e poi podestà di Trieste nel Ventennio, si illuse di controllare l’avanguardismo del manganello e dell’olio di ricino. Fu sconfitto. Sappia anche Dipiazza che i suoi galletti in giunta non hanno niente a che fare con la Destra occidentale, schierata a difesa dello stato di diritto e dei valori democratici. È gente per cui il potere mondiale è ancora “in mano a ebrei e massoni” (parole pronunciate sei anni fa a un comizio leghista dal vicesindaco Polidori, che però in questa occasione ha preso le distanze dal sindaco, definendo quelle inserite nel manifesto contestato delle «semplici foto che testimoniano un momento storico»). È un movimento illiberale, amico di Putin, vicino a post-comunisti come Orbàn. Non italianissimo, ma balcanico nell’anima. So di rappresentare una minoranza. Vedo già le critiche sul web: il razzista sono io, perché il mio è un discorso che divide, eccetera. Non me ne frega niente. Su temi come questo è sacrosanto fare parte per se stessi e scavare un fossato visibile tra chi è per la libertà e chi è contro. Basta con questa melassa che proclama “vogliamoci bene”, se poi il 3 novembre si accolgono i portatori di odio in piazza per ricordare la fine della Grande Guerra. Non voglio avere nulla a che fare con chi – fosse anche la metà degli italiani – ritiene che blindare i porti sia cosa giusta. Tra le sparate sui porti chiusi e il cloroformio sulla memoria del fascismo esiste un nesso trasparente.

(da Il Piccolo del 15 settembre 2018)

La memoria lunga di Boris Pahor

da “Avvenire” di oggi

DSC_9024_1_48998192_300Ormai giunto sulla soglia dei 103 anni, Boris Pahor ha ancora la forza per scrivere, per tenere conferenze, per incontrare i giovani. E la voglia d’indignarsi. Sloveno di cittadinanza italiana, nato a Trieste quando la città faceva ancora parte dell’Impero asburgico, Pahor ha vissuto in prima persona i più grandi orrori del passato recente: la repressione fascista della Venezia Giulia, i due conflitti mondiali, l’esperienza nei campi di concentramento nazisti, infine il duro ostracismo comunista subito ai tempi di Tito. È autore di decine di opere tradotte in ogni parte del mondo, tutte di contenuto sociale, molte delle quali legate a esperienze di vita vissuta, ed è stato più volte candidato al Nobel. Come scrittore ha ottenuto un successo tardivo in parte ripagato da una straordinaria longevità, che l’ha reso ormai l’ultima memoria letteraria del Secolo breve. Anche per questo sente il dovere morale di denunciare la deriva etica dei nostri tempi, mettendo in guardia soprattutto le giovani generazioni. È quanto ha fatto, in modo esemplare, con Quello che ho da dirvi, un libro edito dalla casa editrice Nuova Dimensione che raccoglie i dialoghi di questo grande testimone della Storia con sei studenti diciottenni. In Slovenia, dove ha trascorso il passaggio al nuovo anno, ci ha concesso un’intervista nella quale non nasconde il suo stupore e il suo rammarico per una gioventù “che conferma di essere sempre più ignara della barbarie del XX secolo e delle tragiche rimozioni della storia che hanno condizionato la questione del confine orientale, e non solo”. Ma non è soltanto questo il motivo per cui esprime profonda preoccupazione per il futuro. “Di questo passo, andremo definitivamente verso la rovina”, ammonisce. “Mi riferisco ai bombardamenti decisi dai governi francese, inglese e statunitense per reprimere il fondamentalismo islamico. Purtroppo l’11 settembre non ci ha insegnato niente. Le parole di Noam Chomsky, che nel 2001 fu uno dei primi a denunciare la necessità per l’Occidente di fare un serio esame di coscienza, sono rimaste inascoltate e nessuno si preoccupa di comprendere le cause di quanto sta accadendo”. “Cercando di distruggere il terrorismo in questo modo non faremo altro che radicalizzare i terroristi sempre di più”. Per rispondere alla minaccia del sedicente stato islamico, sostiene, “dovremo fare qualcosa di simile a quanto è stato fatto con il clima. Vorrei vedere tutti i governanti della Terra riuniti in una specie di congresso mondiale, per fare in modo che nel XXI secolo non esistano più le enormi disuguaglianze che purtroppo vediamo ancora oggi. Non è concepibile che una larga parte dell’umanità continui a soffrire la fame, la povertà, le malattie”.
Tra i giovani Pahor vuole gettare semi per un futuro migliore, lasciando dietro di sé un messaggio che vada oltre i suoi libri. È questo il senso profondo della lunga conversazione che ha intrapreso con questi ragazzi sull’identità e la lingua, la storia e la cultura. Ma anche su Dio e sulla fede. Temi sui quali, richiamando Spinoza e Einstein, afferma di avere un’anima panteista, di essere cioè religioso ma non credente e di essere diventato ateo durante gli anni del lager, come rivelò qualche anno fa. “Di fronte all’infinitezza dell’universo mi inchino e capisco di non essere nessuno, di non contare niente. E sull’idea della divinità, penso che l’uomo sia stato creato libero e come essere libero sia responsabile di quello che fa”. Eppure, gli anni cruciali della sua giovinezza, quelli in cui i fascisti cercarono di annientare l’identità culturale degli sloveni triestini – un tema che ricorre in quasi tutte le sue opere – videro persino una lunga esperienza in seminario e studi di teologia portati avanti fino all’età di 25 anni. “Ma non ho mai voluto diventare sacerdote”, precisa. Di lì a poco, Pahor fu deportato dai nazisti per aver collaborato con la resistenza antifascista slovena. La distruzione dell’identità del suo popolo avrebbe avuto su di lui un effetto indiretto anche in seguito, quando non riuscì in alcun modo a trovare un editore italiano disposto a pubblicare il suo capolavoro, Necropoli. “Lo mandai all’Espresso, all’attenzione di Primo Levi, ma anni dopo venni a sapere che non gli fu mai sottoposto, semplicemente perché un autore tradotto dallo sloveno all’italiano non poteva avere un editore”. L’opera, un doloroso viaggio nella memoria dei suoi giorni nel lager di Natzweiler-Struthof, uscì per la prima volta in Slovenia nel 1967 ma dovette aspettare oltre quarant’anni dalla sua prima stesura per essere scoperta da un editore italiano (Fazi). Nel frattempo, a partire dagli anni ’70, Pahor era stato bandito anche dalla Jugoslavia socialista per le sue critiche nei confronti del regime di Tito. Proprio in Necropoli, scrisse che dopo tutto il male che aveva attraversato il XX secolo non sarebbero bastati cento, forse duecento anni per ristabilire una vita normale. “Oggi servirerebbe un governatore mondiale – ci dice – qualcuno che possa gestire tutta la Terra, una sorta di padre che cerchi di stabilire una democrazia senza il dominio di nessuno. Era anche un’idea di Dante: l’imperatore come guida per tutti e il papa per il dominio spirituale”. In questo senso, Pahor sostiene d’aver apprezzato moltissimo l’anatema di papa Francesco contro tutte le guerre e il suo recente viaggio apostolico in Africa: “la mia speranza è che Bergoglio riesca ad agire concretamente per promuovere la giustizia sociale e la riduzione delle disuguaglianze”.
RM

Nessun “giusto” per Sara

di Gianni Sartori

Ci sono storie che insegui inconsapevolmente per anni, o forse sono quelle storie che ti inseguono…Una prima volta ne avevo sentito parlare circa trenta anni fa. Un giro in bici, una sosta nella piazzetta di un paese mai visto prima, un casuale incontro con un’anziana che aveva assistito ai fatti di persona. Mi parlò di un evento all’epoca poco conosciuto (“obliterato”), su cui poco pietosamente veniva steso un velo di silenzio: la deportazione in una antica villa padronale di Vò Vecchio (Villa Contarini-Venier) di un gruppo di ebrei rastrellati nel Ghetto di Padova (dicembre 1943). E mi accennò ad un episodio ancora più inquietante, il tentativo di una bambina (forse spinta dalla madre) di nascondersi in una barchessa per evitare la definitiva deportazione (luglio 1944).
index Qualche anno dopo (sempre casualmente) raccolsi altri particolari da una parente, forse una nipote, dell’anziana ormai scomparsa. La bambina sarebbe stata riportata ai tedeschi il giorno dopo, forse per timore di rappresaglie. Fatto sta che emerse nel racconto una precisa responsabilità delle Suore Elisabettiane (incaricate di occuparsi della cucina del campo di concentramento) nel “restituire” Sara agli aguzzini. Ricordo che il controllo del campo di Vò Vecchio, uno dei circa 30 istituiti dalla R.S.I. di Mussolini, era affidato a personale di polizia italiano (presenti anche alcuni carabinieri). Invece la lapide sulla facciata della villa in memoria di quanti non ritornarono (posta soltanto nel 2001) ne parla come di un evento avvenuto “durante l’occupazione tedesca” senza un accenno alle responsabilità del fascismo italiano.Il tragitto dei 43 ebrei da Vò Vecchio verso la soluzione finale è ormai noto e ben documentato. La macchina burocratica funzionava alla perfezione e la pratica di ognuno dei deportati proseguì regolarmente grazie a decine di anonimi complici, esecutori senza volto. Fatti salire su due camion, vennero prima richiusi nelle carceri Padova e poi inviati a Trieste, nella Risiera di San Sabba. Tappa definitiva, Auschwitz.
Quanto alla bimba, si chiamava Sara Gesses (doveva avere sei o sette anni, ma alcune fonti parlano di dieci) e, questo l’ho saputo solo recentemente, venne riportata a Padova con la corriera (quella di linea) dal comandante del campo in persona, Lepore (in alcuni scritti viene definito “più umano”  rispetto al suo predecessore). Anche al momento di salire sulla corriera Sara si sarebbe ribellata, avrebbe pianto, gridato, forse scalciato. Vien da chiedersi come il zelante funzionario abbia poi potuto convivere con il ricordo di questa creatura condotta al macello. Ma in fondo Lepore non era altro che una delle tante indispensabili rotelline dell’ingranaggio, un cane da guardia addomesticato, servo docile incapace di un gesto sia di ribellione che di compassione. Pare che un maldestro tentativo di giustificarsi sia poi venuto da parte delle suore che dissero di aver agito in quel modo “per riportarla insieme alla mamma”. L’ipocrisia a braccetto con la falsa coscienza.
In precedenza, insieme ai genitori, la bambina era stata catturata vicino al confine con la Svizzera durante un tentativo di fuga e quindi riportata nel padovano. Sembra anche che la madre riuscisse a farla scivolar fuori dal finestrino di un’altra corriera, quella che dal carcere di Padova stava portando i prigionieri a Trieste. Purtroppo invano. Sara venne immediatamente ripresa dagli sgherri nazifascisti.
In Polonia la maggior parte dei 47 deportati (tra cui Sara) venne immediatamente “selezionata” per le camere a gas. Solo una decina venne momentaneamente risparmiata e di questi solo tre sopravvissero.
Sara che non aveva incontrato nessun “giusto” sul suo cammino venne avviata alla camera a gas appena scesa dal convoglio 33T sulla rampa di Birkenau, nella notte tra il 3 e il 4 agosto agosto 1944.La sua “morte piccina” (come quella della bambina di Sidone cantata da De André) rimane un delitto senza possibile redenzione, ma di cui dobbiamo almeno conservare la memoria.

Boris Pahor compie 100 anni

Oggi Boris Pahor, lo scrittore sloveno ormai autore di una trentina di libri, scritti in sloveno e tradotti in dieci lingue, più volte candidato al Nobel, compie 100 anni. Questo ragazzo di inizio ‘900 ha visto trascorrere un intero secolo, ha conosciuto l’orrore del campo di concentramento (che ha raccontato nel bellissimo Necropoli) e alla sua età prende ancora l’aereo da solo per andare a tenere conferenze in giro per l’Europa. Questo è il breve intervento, scritto dallo stesso Pahor, e pubblicato ieri sulla prima pagina dell’inserto domenicale del Sole 24 Ore:

Domani compio cent’anni
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Non succede quasi mai che mi occupi di poesie. Sono rimasto alle liriche di Leopardi, Ungaretti e Saba, che mi è vicino per ragioni territoriali. Quando qualcuno mi manda una sua raccolta di versi con una rispettosa dedica, ringraziando non so come confessare che nonostante la mia buona volontà con ce la faccio a comprendere il nesso tra le belle espressioni e le ricercate forme verbali. Invece la pubblicazione di Claudio Trusgnach, figlio di un minatore emigrato in Belgio, Ja zaries, puobicv, takuo je bluo an dan, in italiano Sì, davvero, bambino, così era un tempo, è un’altra cosa ed è come un dono che arriva alla vigilia di un anniversario speciale: domani infatti compio cent’anni. Il libro è di forma quadrata, di color verde, di settanta pagine, di cui una decina dedicate alla miniera, alle Valli del Natisone, una valle in Friuli Venezia Giulia, popolata per lo più da sloveni, e soprattutto ai minatori con le lampadine sul casco. È trilingue, in dialetto sloveno locale, in italiano e in francese, quindi la lingua dell’identità, quello della cittadinanza e quella dell’emigrazione. Per un minatore non c’è male. Il male è concentrato invece nell’idioma di mezzo, quella della cittadinanza, che in modo autoritario ha fatto di tutto e più di tutto per distruggere la lingua materna, cominciando subito appena Venezia e il territorio veneziano venne a far parte nel 1866 del Regno d’Italia. Fu una snazionalizzazione forzata, che ha prosciugato la vita nei paesi che piano piano si sono svuotati.
Il libro – pubblicato lo scorso luglio da «Slovenci po svetu», l’«Unione Emigranti Sloveni del Friuli Venezia Giulia» di Cividale –ha un’introduzione piuttosto estesa, necessaria per spiegare questi fatti purtroppo poco conosciuti. Per fortuna grazie alla legge 482 del 1999, rafforzata dalla legge 38 del 2001, anche lo sloveno è stato inserito tra le dodici minoranze linguistiche riconosciute meritevoli di tutela in Italia. Così è diventata statale una scuola privata bilingue a San Pietro del Natisone, in provincia di Udine, a pochi chilometri dal confine. Al tempo della Repubblica di Venezia questa cittadina si chiamava San Pietro degli Slavi e lo stesso Mussolini in Il mio diario di guerra 1915-1917, racconta di essersi trovato nel 1916 in un paese dove si parlava il dialetto sloveno e copiò da un altarino la scritta slovena «Nessuno è mai rimasto inascoltato se si è rivolto alla Madonna». Quindi c’è una frase slovena perfino in un libro scritto dal futuro Duce, che in seguito decise di eliminare con un vero genocidio culturale l’identità di mezzo milione di sloveni e croati della Venezia Giulia.
Nella lirica di Trusgnach non c’è nulla di questo passato, ma molta sofferenza, dovuta anche alla povertà che costrinse diversi valligiani a emigrare in Belgio e a divenire minatori. La grande paura degli antri sotterranei e costante nostalgia del paese natio è figlia anche di questa storia. Continua la lettura di Boris Pahor compie 100 anni

Trieste. Ultima stazione

di Paolo Rumiz

La inaugurò Francesco Ferdinando nel 1906 prima di morire ammazzato a Sarajevo. La usarono come terminal i convogli di lusso della Canadian Pacific giunti dalle gallerie dei Tauri. Vi partirono i soldati della Grande guerra e vi arrivarono gli italiani in fuga dallo jugo-comunismo. Negli anni Settanta vi approdarono dall’ Est carrozze piene di compratori affamati di jeans, poi vi vennero girati film come Anna Karenina. Oggi non arrivano più treni e va di scena lo sfratto, la chiusura definitiva, la fine della più gloriosa stazione triestina e delle meraviglie in essa contenute, uno dei più bei musei ferroviari d’ Europa. Succede che Trenitalia ha costretto i volontari che lo gestiscono ad andarsene, triplicando loro l’affitto già pesantissimo. La loro colpa? Avere impedito che andasse in rovina il capolavoro del più prestigioso waterfront dell’ Adriatico. La stazione di Campo Marzio, capolinea di quella che l’Austria chiamò “Transalpina”. Narrano che nel 2008 Mauro Moretti, gran capo dell’ azienda, in una sua visita a Trieste, dopo avere visto nelle sale d’ aspetto le stufe originali in maiolica, la piumata feluca del primo capostazione, montagne di cimeli e un secolo di vaporiere schierate all’ esterno, abbia dato una pacca sulle spalle ai custodi del Dopolavoro ferroviario, dicendo loro «bravi ragazzi». Aveva buone ragioni per fregarsi le mani. Quelli non solo gli avevano messo insieme un patrimonio collezionistico inestimabile e si erano presi sulle spalle il costo della manutenzione straordinaria, ma pagavano di tasca propria un affitto di 54mila euro l’anno senza un centesimo di aiuto pubblico. Ma la partita, si capì di lì a poco, era più importante di un museo. Era la vendita della seconda stazione triestina. Era la chiusura della linea, la rottamazione dei binari “in sonno” che ancora collegano la città all’Istria, alla Slovenia e al Centro Europa. E poiché i “bravi ragazzi” erano un intralcio a questa operazione immobiliare, si è ben pensato di alzare loro il canone a 140mila euro. Cifra insostenibile, che – in assenza di aiuti dall’ esterno – condanna il museo alla chiusura e la stazione (sulla quale Trenitalia non ha mai speso un euro) al decadimento e alla rovina. Sfratto, come a clandestini morosi e non a benefattori che danno lustro a Trenitalia e senso alla memoria ferroviaria del Paese. Per chiudere in fretta l’affare Moretti andrà di persona a Trieste ai primi di febbraio, e subito si è capito che la partita sarà di vasta portata. Il rischio è la definitiva cancellazione della città dalla mappa ferroviaria italiana. Per capire cosa accade basta guardare gli orari conservati nelle bacheche della stazione. Un secolo fa, con una sola coincidenza si andava a Praga, Cracovia e Stoccarda. La città era al centro d’ Europa. Perfino trent’ anni fa era meglio di oggi, senza Schengen e con la cortina di ferro di mezzo. Sull’ altopiano passava ancora il Simplon Orient Express diretto a Istanbul, e in wagon lit potevi andare a Parigi, Genova, Roma, Budapest, Belgrado. Oggi vai solo a Udine e Venezia, con i treni più lenti d’Italia. Il confronto più deprimente è quello che tocca i collegamenti con Vienna. C’erano dodici treni al giorno, tutti diretti. Oggi nessuno. Continua la lettura di Trieste. Ultima stazione