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Sarajevo, la rinascita è salita in funivia

Avvenire, 26.10.2018

Da lassù, Sarajevo sembra un’astronave sospesa tra le nuvole. È una vista che toglie il fiato, circondata da una natura rigogliosa e selvaggia. Sulle pendici del monte Trebević sono ormai tornati anche gli uccelli. Erano stati i primi a scappare, nell’aprile del 1992, quando l’armata serbo-bosniaca cominciò ad assediare la città da queste alture. Da pochi mesi anche gli abitanti si sono finalmente riappropriati della montagna sacra che venne trasformata in parco naturale dal Maresciallo Tito, che ospitò alcuni impianti delle Olimpiadi invernali del 1984 e poi divenne un simbolo di morte poiché da lì, per oltre quattro anni, piovvero le granate e i colpi dei cecchini. Prima che si scatenasse l’inferno, la salita al monte Trebević con la Žičara, la funivia che partiva dal centro cittadino, era la gita fuori porta preferita dai sarajevesi, un luogo di incontro amato dalle famiglie, un filo teso verso il cielo che consentiva di volare a 1200 metri sopra il livello del mare. Finché la guerra non cambiò tutto, trasformando la montagna sacra in un luogo maledetto popolato dai fantasmi. Mentre preparavano l’assedio della città, le truppe di Ratko Mladić distrussero la Žičara e uccisero senza pietà Ramo Biber, il giovane guardiano dell’impianto, destinato a passare alla storia come una delle prime vittime del conflitto. Poi le milizie serbo-bosniache occuparono la montagna e di lì a poco su quel territorio impervio e fitto di vegetazione fu insediata la prima linea del fronte, che in alcuni punti arrivava a ridosso delle case della città. La strada che risaliva il Trebević venne interrotta dai check-point dell’armata bosniaca e da quelli serbi, che impedivano persino il passaggio dei convogli umanitari diretti alla popolazione assediata. Finito il conflitto nel 1995, la priorità fu data alla ricostruzione di ospedali, scuole, edifici pubblici e luoghi di culto. Ma ciò non basta a spiegare un ritardo di oltre vent’anni per veder tornare in funzione la funivia. Più dei soldi è mancata a lungo la volontà politica di ricostruire un simbolo dell’unità cittadina, un tracciato che segna la linea di confine fra le due entità che compongono la Bosnia nata dagli accordi di pace di Dayton. Da un lato la Federazione di Bosnia-Erzegovina, dall’altro la Republika Srpska, l’area serbo-bosniaca in cui si trova la montagna. Sulle pendici del Trebević si trova anche la fossa comune di Kazani, dove i paramilitari bosniaci gettarono decine di civili, in gran parte serbi. Nel 2008 un’associazione di Belgrado cercò a tutti i costi di issare sulla cima del monte una gigantesca croce ortodossa alta ventisei metri. Doveva essere visibile da qualsiasi punto di Sarajevo, come quella eretta dai croati sul monte Hum, che sovrasta la città di Mostar. Il progetto suscitò forti proteste e venne infine accantonato in seguito all’intervento dell’Alto Rappresentante della comunità internazionale.
Ci sono voluti ventisei anni esatti dall’inizio della guerra, per rivedere finalmente la Žičara nel cielo di Sarajevo. Se dalla primavera scorsa è finalmente possibile tornare in cima al Trebević in pochi minuti gran parte del merito è di Edmond Offermann, un fisico nucleare olandese sposato con una donna di Sarajevo che ha donato quattro milioni di euro per contribuire alla ricostruzione dell’impianto. La nuovissima e luccicante funivia è stata progettata dall’architetto Mufid Garibija e realizzata dall’azienda altoatesina Leitner, ha trentatré cabine con dieci posti ciascuna che consentono di risalire la montagna dal centro città in appena sette minuti. Alla stazione di partenza è stata collocata una delle vecchie cabine dell’epoca, un monumento alla memoria di un recente passato che tutti qua ricordano con nostalgia. È rossa, ha ancora i simboli olimpici sui lati e colpisce per le sue piccole dimensioni. La salita è spettacolare, e per apprezzarla fino in fondo è necessario dare le spalle alla montagna. Appena partiti, volgendo lo sguardo di là dal fiume, si scorge l’inconfondibile profilo moresco color giallo-ocra della biblioteca nazionale, la Vijećnica, che fu bruciata durante la guerra e nel 2014 è stata riaperta per ospitare l’amministrazione cittadina. Poi la città si allontana assumendo contorni rarefatti e sfumati dalla fitta coltre di nebbia che la avvolge intorno al calar del sole. La stazione di arrivo è intitolata a Ramo Biber, come ricorda una targa alla sua memoria. La discesa dalla funivia è un brusco ritorno alla realtà, perché tutto intorno non c’è quasi niente. Per affacciarsi sulla città e scattare una foto ricordo c’è al momento solo una grande spianata di cemento grezzo. Gli anziani sarajevesi raccontano che in un tempo non troppo lontano lassù c’era il Vidikovac (Belvedere), un ristorante che prima della guerra era considerato ancora tra i migliori del paese. D’estate si cenava in terrazza all’aria aperta, contemplando le luci della città che sembravano stelle cadute dal cielo. Imboccando il sentiero che scende a valle ci si addentra velocemente nel bosco, dove sono ancora visibili i segni delle trincee e dei bunker antiaerei scavati un quarto di secolo fa. Le massicce operazioni di sminamento compiute in anni recenti consentono ormai di attraversare senza patemi quello che durante la guerra era stato trasformato in un gigantesco campo minato. Non lontano dai piloni della funivia, nascosti in mezzo agli alberi, spuntano quasi all’improvviso i resti della vecchia pista da bob usata durante le Olimpiadi del 1984. È un grigio binario di cemento ravvivato dai graffiti degli artisti di strada che oggi viene a volte usato dagli skaters. In alcuni punti si notano ancora i fori praticati ad altezza d’uomo, dai quali durante la guerra venivano fatte passare le canne delle mitragliatrici. Ma dall’altro lato della montagna è possibile imbattersi anche nelle piste da sci della Jahorina, tuttora funzionanti. Il trascorrere del tempo sta aiutando Sarajevo a lasciarsi alle spalle i ricordi terribili, e mentre gli abitanti riprendono confidenza con il loro immenso parco, a valle aprono caffetterie e ristoranti, le case sono ormai quasi tutte ricostruite, sono comparsi nuovissimi campi da tennis. Nell’opinione di molti, la riapertura della Žičara rappresenta il passo decisivo verso la rinascita della città.
RM

Siete mai stati nell’altra Sarajevo?

Venerdì di Repubblica, 21.9.2018

Prima la farsa, poi la tragedia: a Sarajevo la storia recente ha seguito un percorso inverso rispetto a quello descritto da Marx. Erano i primi anni ‘80 e Tito era morto da poco, quando un gruppo di comici sarajevesi ideò Top Lista Nadrealista, una serie televisiva sullo stile dei Monty Python che irrideva i nazionalisti immaginando una città divisa come Berlino. I loro sketch comici descrivevano famiglie in lotta per il controllo delle stanze della casa, un muro che separava Sarajevo ovest da Sarajevo est e gruppi di netturbini che si facevano la guerra lanciandosi rifiuti da una parte all’altra della città. Un episodio di questa satira tristemente profetica, andato in onda nel 1989, fa venire i brividi. Il presentatore di un telegiornale immaginario annuncia per il 12 novembre 1995 la separazione della Jugoslavia in due parti, quella orientale e quella occidentale. Sono gli stessi giorni in cui gli accordi di pace di Dayton avrebbero posto fine alla guerra in Bosnia dividendo il paese in due entità autonome, la federazione croato-musulmana e la Republika Srpska, a maggioranza serba. Nella realtà, Sarajevo non fu separata da un muro ma dalla cosiddetta Inter-Entity Boundary Line, una linea di confine un tempo controllata militarmente, che divide la città all’altezza dell’aeroporto creando due realtà amministrative distinte.

Un murale che inneggia alla tolleranza a Sarajevo est

Oggi tra le due città non ci sono barriere fisiche, né confini visibili. Soltanto i cartelli stradali in cirillico fanno capire che si è entrati nella parte serba. Basta oltrepassare il quartiere periferico di Dobrinja, costruito subito dopo le Olimpiadi invernali del 1984, per accedere a Istočno Sarajevo (Sarajevo est), una città che nel 2006 è diventata formalmente la capitale della Republika Srpska. Poco più di sessantamila abitanti, quasi tutti serbi, in parte arrivati dopo la guerra dalle zone a maggioranza musulmana nell’ambito di quel grande rimescolamento demografico che ha cancellato la promiscuità etnica e culturale della Bosnia pre-bellica. Dal centro di Sarajevo si raggiunge in macchina in poco più di un quarto d’ora. Zlatan, il tassista che ci accompagna al di là del “confine”, si ferma in un grande piazzale spoglio e polveroso che ospita la stazione degli autobus di Sarajevo est. “Non posso andare oltre – ci spiega – altrimenti dovrei rimuovere l’insegna dal taxi per non rischiare una multa salatissima, l’equivalente di circa 250 euro”. Prima di andarsene ci indica una strada davanti alla stazione. Ha due nomi: la parte musulmana, sul lato destro, si chiama Sabora Bosanskog Trg (via del Parlamento bosniaco) e sulle facciate dei palazzi ci sono ancora i segni delle granate. La parte serba, completamente ricostruita, è invece intitolata a Nikola Tešanović, un soldato serbo ucciso nel 1992, quando l’area si ritrovò proprio sulla linea del fronte. Dopo la guerra seguirono anni di controversie e fu infine necessario un arbitrato internazionale per stabilire a quale parte della città appartenessero i palazzi affacciati su quella strada. Ancora oggi le due entità amministrative non riescono a mettersi d’accordo quasi su niente, a partire dalla raccolta dei rifiuti, e gli abitanti di Sarajevo est sono costretti a pagare utenze separate: elettricità e riscaldamento alla federazione, acqua e telefono alla Republika Srpska. “Siamo sopravvissuti alla guerra per farci uccidere dalla burocrazia” scherza Ivona Letić, una trentenne di origine serba che vive qua da anni ma lavora come interprete a Sarajevo. “Mio padre fu ucciso all’inizio del conflitto dalle truppe musulmane di Naser Oric, io ho trascorso l’infanzia come profuga ma oggi sono orgogliosa di poter dire che il miglior amico è un musulmano”. Ivona ha accettato di farmi da guida a Sarajevo est e mi accompagna in strade che non esistevano prima della guerra, quando l’intera area era sotto il controllo delle truppe serbo-bosniache. In alcune zone miste la toponomastica post-Dayton ha stabilito una doppia denominazione. Nella parte musulmana sono state adottate scelte “ecumeniche” – intitolando strade a Tolstoj, a Gandhi e a Shakespeare – mentre l’ingombrante passato riaffiora sul lato serbo, ad esempio nella piazza dedicata alla brigata di Ilidza, un’unità serbo-bosniaca attiva negli anni dell’assedio, con tanto di monumento ai caduti davanti a un piccolo centro commerciale.

La piazza intitolata alla Brigata di Ilidza, con il monumento ai caduti

Le strade sventrate durante la guerra sono risorte sotto forma di quartieri-dormitorio, desolate e prive di vita. L’assenza di luoghi d’incontro e aggregazione lascia percepire un senso di solitudine e auto-isolamento. Niente a che vedere con l’effervescente vitalità di Sarajevo, capace ormai di attrarre turisti e investitori. “Molti abitanti dell’est sono costretti ad andare dall’altra parte per lavoro mentre i sarajevesi vengono qui molto raramente, e quasi sempre alla ricerca di uno shopping più economico”, ci spiega Ivona. Su un’altura circondata dai cantieri svettano le pareti color vermiglio della nuova chiesa ortodossa. Per i circa duemila musulmani che vivono qua non c’è invece alcun luogo di culto. Anche gli istituti scolastici sono tutti rigorosamente serbi, con programmi studiati su base etnica. “L’attuale sistema educativo è l’oppio delle nuove generazioni e alimenta la frammentazione etnica di questo paese”, sostiene Jovan Divjak, l’ex generale serbo che durante la guerra guidò la difesa della città e da 25 anni presiede l’associazione Obrazovanje Gradi BiH (L’educazione costruisce la Bosnia-Erzegovina), impegnata nell’aiuto agli orfani di guerra. Tra le migliaia di giovani che sono stati aiutato in questi anni c’è anche Ivona.
Ma il diverso – e spesso inconciliabile – approccio nei confronti del passato non riguarda soltanto l’ultimo conflitto. Nella silenziosa Spasovdanska, la grande piazza principale di Istočno Sarajevo circondata da schiere di palazzi appena costruiti, c’è un parco urbano dove spicca la statua in bronzo di Gavrilo Princip. I politici locali l’hanno inaugurata nel 2014, per il centenario dell’assassinio dell’arciduca austriaco Francesco Ferdinando. Da queste parti il giovane attentatore che accese la miccia della Grande guerra è un eroe nazionale, mentre a Sarajevo tutti lo considerano un terrorista. In cima alla piazza, il tricolore serbo sventola su un moderno edificio di vetro e acciaio che ospita il municipio e la sede nazionale della Sberbank, la più importante banca statale russa. Un accostamento singolare, considerato il livello di corruzione del paese. Allontanandosi a piedi dall’abitato si raggiunge in poco tempo il vicino sobborgo di Lukavica dove, non lontano dai ruderi abbandonati dell’ex caserma che fu bombardata dalla Nato nel 1995, ci si imbatte nel grande acquedotto di Sarajevo est. Giusto un anno fa sono stati realizzati gli allacciamenti alle tubature dell’altra parte della città, consentendo di risolvere i gravi problemi di approvvigionamento idrico di Sarajevo. È stato il primo progetto concreto sul quale le due città sono riuscite a collaborare con successo dopo tanti anni. Nonostante le differenze e i rancori, sta finalmente maturando un dialogo tra le due amministrazioni. Lo conferma il fatto che nel 2019 Sarajevo e Sarajevo est ospiteranno congiuntamente l’edizione invernale del Festival olimpico giovanile, ripristinando anche alcuni degli storici impianti delle Olimpiadi del 1984.

Una vecchia cabina della funivia di Sarajevo, con il logo delle Olimpiadi del 1984

Per vedere di nuovo in funzione uno dei simboli dell’unità cittadina dobbiamo tornare nel centro di Sarajevo. In poco meno di mezz’ora raggiungiamo in bus l’ex biblioteca nazionale, adesso diventata sede del municipio. Proprio di fronte si trova la stazione di partenza della Žičara, la cabinovia che si arrampica a 1200 metri, sulle pendici del monte Trebević, e congiunge le due parti della città. C’è voluto oltre un quarto di secolo per far ripartire il vecchio impianto abbattuto a colpi di mortaio nel 1992 e ridare nuova vita a uno dei luoghi più amati dai sarajevesi. Riavvicinando infine ciò che la guerra sembrava aver diviso per sempre.
RM

La memoria lunga di Boris Pahor

da “Avvenire” di oggi

DSC_9024_1_48998192_300Ormai giunto sulla soglia dei 103 anni, Boris Pahor ha ancora la forza per scrivere, per tenere conferenze, per incontrare i giovani. E la voglia d’indignarsi. Sloveno di cittadinanza italiana, nato a Trieste quando la città faceva ancora parte dell’Impero asburgico, Pahor ha vissuto in prima persona i più grandi orrori del passato recente: la repressione fascista della Venezia Giulia, i due conflitti mondiali, l’esperienza nei campi di concentramento nazisti, infine il duro ostracismo comunista subito ai tempi di Tito. È autore di decine di opere tradotte in ogni parte del mondo, tutte di contenuto sociale, molte delle quali legate a esperienze di vita vissuta, ed è stato più volte candidato al Nobel. Come scrittore ha ottenuto un successo tardivo in parte ripagato da una straordinaria longevità, che l’ha reso ormai l’ultima memoria letteraria del Secolo breve. Anche per questo sente il dovere morale di denunciare la deriva etica dei nostri tempi, mettendo in guardia soprattutto le giovani generazioni. È quanto ha fatto, in modo esemplare, con Quello che ho da dirvi, un libro edito dalla casa editrice Nuova Dimensione che raccoglie i dialoghi di questo grande testimone della Storia con sei studenti diciottenni. In Slovenia, dove ha trascorso il passaggio al nuovo anno, ci ha concesso un’intervista nella quale non nasconde il suo stupore e il suo rammarico per una gioventù “che conferma di essere sempre più ignara della barbarie del XX secolo e delle tragiche rimozioni della storia che hanno condizionato la questione del confine orientale, e non solo”. Ma non è soltanto questo il motivo per cui esprime profonda preoccupazione per il futuro. “Di questo passo, andremo definitivamente verso la rovina”, ammonisce. “Mi riferisco ai bombardamenti decisi dai governi francese, inglese e statunitense per reprimere il fondamentalismo islamico. Purtroppo l’11 settembre non ci ha insegnato niente. Le parole di Noam Chomsky, che nel 2001 fu uno dei primi a denunciare la necessità per l’Occidente di fare un serio esame di coscienza, sono rimaste inascoltate e nessuno si preoccupa di comprendere le cause di quanto sta accadendo”. “Cercando di distruggere il terrorismo in questo modo non faremo altro che radicalizzare i terroristi sempre di più”. Per rispondere alla minaccia del sedicente stato islamico, sostiene, “dovremo fare qualcosa di simile a quanto è stato fatto con il clima. Vorrei vedere tutti i governanti della Terra riuniti in una specie di congresso mondiale, per fare in modo che nel XXI secolo non esistano più le enormi disuguaglianze che purtroppo vediamo ancora oggi. Non è concepibile che una larga parte dell’umanità continui a soffrire la fame, la povertà, le malattie”.
Tra i giovani Pahor vuole gettare semi per un futuro migliore, lasciando dietro di sé un messaggio che vada oltre i suoi libri. È questo il senso profondo della lunga conversazione che ha intrapreso con questi ragazzi sull’identità e la lingua, la storia e la cultura. Ma anche su Dio e sulla fede. Temi sui quali, richiamando Spinoza e Einstein, afferma di avere un’anima panteista, di essere cioè religioso ma non credente e di essere diventato ateo durante gli anni del lager, come rivelò qualche anno fa. “Di fronte all’infinitezza dell’universo mi inchino e capisco di non essere nessuno, di non contare niente. E sull’idea della divinità, penso che l’uomo sia stato creato libero e come essere libero sia responsabile di quello che fa”. Eppure, gli anni cruciali della sua giovinezza, quelli in cui i fascisti cercarono di annientare l’identità culturale degli sloveni triestini – un tema che ricorre in quasi tutte le sue opere – videro persino una lunga esperienza in seminario e studi di teologia portati avanti fino all’età di 25 anni. “Ma non ho mai voluto diventare sacerdote”, precisa. Di lì a poco, Pahor fu deportato dai nazisti per aver collaborato con la resistenza antifascista slovena. La distruzione dell’identità del suo popolo avrebbe avuto su di lui un effetto indiretto anche in seguito, quando non riuscì in alcun modo a trovare un editore italiano disposto a pubblicare il suo capolavoro, Necropoli. “Lo mandai all’Espresso, all’attenzione di Primo Levi, ma anni dopo venni a sapere che non gli fu mai sottoposto, semplicemente perché un autore tradotto dallo sloveno all’italiano non poteva avere un editore”. L’opera, un doloroso viaggio nella memoria dei suoi giorni nel lager di Natzweiler-Struthof, uscì per la prima volta in Slovenia nel 1967 ma dovette aspettare oltre quarant’anni dalla sua prima stesura per essere scoperta da un editore italiano (Fazi). Nel frattempo, a partire dagli anni ’70, Pahor era stato bandito anche dalla Jugoslavia socialista per le sue critiche nei confronti del regime di Tito. Proprio in Necropoli, scrisse che dopo tutto il male che aveva attraversato il XX secolo non sarebbero bastati cento, forse duecento anni per ristabilire una vita normale. “Oggi servirerebbe un governatore mondiale – ci dice – qualcuno che possa gestire tutta la Terra, una sorta di padre che cerchi di stabilire una democrazia senza il dominio di nessuno. Era anche un’idea di Dante: l’imperatore come guida per tutti e il papa per il dominio spirituale”. In questo senso, Pahor sostiene d’aver apprezzato moltissimo l’anatema di papa Francesco contro tutte le guerre e il suo recente viaggio apostolico in Africa: “la mia speranza è che Bergoglio riesca ad agire concretamente per promuovere la giustizia sociale e la riduzione delle disuguaglianze”.
RM

Balcani 1941, il genocidio che divide

di Roberto Morozzo Della Rocca

Ogni anno le Giornate della memoria sono occasione per allargare l’abbraccio della memoria dalla Shoah e dalle Foibe istriane ad altre tragedie dello stesso periodo storico. Non tra le minori, ma fra le meno conosciute in Italia, vi è la tragedia della Jugoslavia. Qui nel 1941-1945 un milione e mezzo di persone perse la vita in lotte fratricide, in combattimenti di tutti contro tutti con molteplici e sanguinari protagonisti: ustascia croati, cetnici serbi, musulmani, occupanti tedeschi, partigiani, movimenti nazionalisti vari.
I serbi furono oggetto di genocidio nel cosiddetto Stato Indipendente Croato degli ustascia di Ante Pavelic (la metà circa della minoranza serba venne massacrata). Croati e musulmani furono pure vittime della reazione serba. Medie numeriche tra i vari studi indicano 600.000 serbi, 200.000 croati e 80.000 musulmani periti nei soli territori dello Stato ustascia. Dove funzionava un lager atroce: Jasenovac. Se ad Auschwitz si uccideva modernamente col gas, a Jasenovac si torturava e si uccideva come nell’età della pietra, con asce e coltelli. Tito vietò che di questi orrori si parlasse. Temeva il risorgere dell’odio tra i popoli jugoslavi. «Fratellanza e unità» era lo slogan di regime. In realtà tutti sapevano e ricordavano. Forse Tito non aveva i mezzi per elaborare i lutti della guerra. La grammatica della riconciliazione e del perdono non era nella sua cultura. Continua la lettura di Balcani 1941, il genocidio che divide

Inseguendo i “Giusti” dei Balcani

(di Svetlana Broz)

brozNel 1979, durante l’ultimo anno dei miei studi in me­dicina, mi preparavo a so­stenere un esame nel quale si stu­diava anche la chirurgia di guerra. Confesso che in quel momento ero profondamente convinta che quel­la materia, almeno per quanto ri­guardava il mio Paese, non poteva non considerarsi anacronistica. Ma appena 12 anni dopo, le fanfare di guerra hanno iniziato a strombet­tare anche in Jugoslavia… Fin dal primo giorno del conflitto, su tutti i media, oltre che nelle conversazio­ni private, si è potuto leggere e a­scoltare soltanto degli orrori causa­ti dalla guerra. Per tre anni non ho fatto altro che scontrarmi con le parole che determinavano esclusi­vamente il male. Ho assistito perso­nalmente alla rottura di molte ami­cizie secolari, provocata dall’im­possibilità di determinare quale dei nazionalismi portava con sé la maggiore quantità del male; e tutto questo in una città cosmopolita co­me Belgrado. Mi sembrava come se la metropoli europea nella quale e­ro nata si fosse trasformata in un alveare nel quale ogni ape, dopo a­ver prodotto la sua parte del favo di miele, lo proteggeva gelosamente con il proprio nazionalismo e al posto del polline depositava l’odio, alimentato scrupolosamente dalle tristi conversazioni degli ormai sor­di ex amici. Rifiutandomi di crede­re che in quella follia generale non fosse rimasto più niente di umano, sono partita verso i territori coin­volti dal conflitto, per cercare di es­sere d’aiuto almeno ad una perso­na colpita dalla sventura o dalla malattia. E mentre curavo le donne e gli uomini dei tre maggiori gruppi etnici, mi sono accorta del loro bi­sogno di aprirsi e di raccontare, al­l’inizio molto timidamente, quello che gli era accaduto. Quelle brevi confidenze mi hanno fatto com­prendere quanto grande era la loro sete di verità, una verità che, pro­prio lì dove stavano cadendo le gra­nate, aveva molte più sfumature ri­spetto all’immagine in bianco e ne­ro diffusa a Belgrado e nel resto del mondo. Scoprire che perfino nel peggiore dei mali la bontà umana esiste, a prescindere dal Dio nel quale si crede, è stato un primo se­gno di speranza che ha risvegliato in me il bisogno di mettere da parte per un po’ il mio stetoscopio e di impugnare al suo posto un regi­stratore, con il quale andare a rac­cogliere testimonianze autentiche, raccontate dai membri di tutti e tre i maggiori gruppi etnici. Le persone nelle quali mi im­battevo avevano vissuto in condi­zioni a dir poco terribili: inizial­mente nelle loro case distrutte, nelle cantine umide, mentre fuori piove­vano le bombe, e successivamente, dopo essere stati costretti a fuggire, nelle case degli altri, come profughi, in qualche vil­laggio sperduto e sconosciuto, ac­compagnati dal rimbombo della tetra retorica sulla omogeneizza­zione etnica, propagata dai leader nazionalisti e ugualmente spaven­tosa come l’esplosione delle grana­te. Ottenere la loro confidenza, lo confesso, è stato molto difficile. A­vevano paura di tutto: della pubbli­cazione dei loro nomi ma anche delle persone dell’altro gruppo et­nico che li avevano aiutati a so­pravvivere. Continua la lettura di Inseguendo i “Giusti” dei Balcani