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Helen, che ha salvato l’Irlanda dalla Brexit

Venerdì di Repubblica, 7.12.2018

Dietro il volto sorridente, i modi garbati e un’apparente timidezza, la 32enne ministra irlandese per gli Affari europei Helen McEntee nasconde straordinarie doti di negoziatrice. Nel corso degli estenuanti colloqui sulla Brexit si è guadagnata il soprannome di “arma segreta” del governo di Dublino. Con la forza delle sue argomentazioni è riuscita a tenere testa a Theresa May e al capo negoziatore UE Michel Barnier, e ha costretto infine Londra a mettere per iscritto l’impegno a non ripristinare le barriere fisiche tra le due parti dell’Irlanda. Cresciuta nella fattoria di famiglia a poca distanza da quel confine, McEntee vive ancora oggi nella contea di Meath, cuore pulsante dell’agricoltura irlandese. Ricorda di aver visto, da bambina, i checkpoint dai quali passavano le attività di contrabbando e gli attentati che insanguinarono per anni quei territori di frontiera. “La Brexit minaccia la pace sulla nostra isola – ha ripetuto fino allo sfinimento nel corso dei negoziati – e un hard border tra la Repubblica e l’Irlanda del Nord penalizzerebbe soprattutto gli agricoltori delle zone di confine”. La sua famiglia è da sempre molto vicina all’Irish Farmers’ Association, la più potente e numerosa organizzazione degli agricoltori irlandesi. Suo padre, Shane McEntee, è stato parlamentare del partito di maggioranza Fine Gael e poi ministro dell’agricoltura. Lei ha iniziato a lavorare giovanissima come sua assistente, subito dopo gli studi in economia e legge a Dublino. Ma la sua vita ha avuto una svolta improvvisa e drammatica nel 2012, quando suo padre si è tolto la vita e lei ha deciso di candidarsi alle elezioni suppletive per prendere il suo posto. Da allora ha bruciato le tappe: a 26 anni è diventata la più giovane deputata dell’Assemblea irlandese, poi è stata nominata ministro per gli anziani e la salute mentale, infine ha ricevuto la delega agli Affari europei dall’attuale primo ministro Leo Varadkar. Molti ritenevano non avesse l’esperienza necessaria per ricoprire un ruolo simile in una fase storica così cruciale per il paese. Ma in poco più di un anno si sono dovuti ricredere. Adesso Helen McEntee è la stella nascente della politica irlandese e nessuno si stupirebbe di vederla alla guida del governo, in un prossimo futuro.
RM

Il patto col diavolo che mette a rischio la pace in Irlanda

Avvenire, 14.1.2017

Nella foto: Arlene Foster e Theresa May

Molti in Inghilterra hanno già colto la fatale ironia della sorte: dopo aver attaccato a lungo Jeremy Corbyn in campagna elettorale per la sua presunta amicizia con l’IRA, adesso Theresa May cerca di formare un governo appoggiato da un partito che ha legami assai stretti con i paramilitari protestanti, autori di feroci attentati negli anni del conflitto in Irlanda del Nord. L’impietosa contabilità dei seggi assegnati dalle elezioni di giovedì scorso – oltre a motivi di opportunità politica – ha imposto alla May un’alleanza con gli unionisti del DUP, un partito di estrema destra fondato nel 1971 da Ian Paisley, il pastore presbiteriano noto per la sua intransigenza anti-cattolica che si scoprì moderato durante la vecchiaia. La sua eredità politica è stata raccolta da Arlene Foster, che in poco tempo, a causa di uno scandalo relativo ai sussidi per l’uso di energie rinnovabili, è riuscita a far naufragare il governo di Belfast basato sulla condivisione dei poteri, mandando all’aria dieci anni di progressi sulla strada della “devolution”.
Pur di formare un traballante governo che non avrà l’autorevolezza necessaria per negoziare un accordo storico con l’UE, Theresa May ha dunque scelto di stringere un vero e proprio “patto col diavolo”, un’intesa dai benefici incerti e dai rischi enormi. Su alcuni argomenti-chiave il programma dei Tories britannici è l’esatto opposto di quello del DUP: May vorrebbe ridurre o tagliare il tasso di rivalutazione delle pensioni e i sussidi ai consumi mentre il DUP vuole mantenerli entrambi. Neanche il tema centrale della Brexit vede i due alleati sulla stessa lunghezza d’onda, poiché gli unionisti nordirlandesi sono favorevoli a una “soft Brexit” che mantenga la libertà di movimento per merci e persone fra la Repubblica d’Irlanda e il Nord. Ma soprattutto, l’alleanza DUP-Tories impone al governo britannico di abbandonare la politica di neutralità adottata negli ultimi vent’anni in Irlanda del Nord e rischia quindi di vanificare gli enormi progressi compiuti dopo l’Accordo del 1998, che prevedeva l’“imparzialità rigorosa” di Londra sulle questioni che riguardano Belfast. Da allora nessun governo britannico aveva mai stretto un’alleanza con un partito nordirlandese per non perdere credibilità come mediatore nel processo di pace. Non a caso Jonathan Powell, capo negoziatore inglese ai tempi di Blair, ha affermato che quello di May è un terribile errore che potrebbe minare il lungo lavoro svolto per raggiungere un accordo di pace durevole. Di certo la scelta della leader conservatrice complicherà ulteriormente il già difficile rapporto tra Londra e Belfast in una fase estremamente delicata, che vede l’ennesimo stallo nella “devolution” e un vuoto di potere che a Belfast persiste da mesi, rischiando di prestare il fianco agli estremisti. Un paio di giorni fa un consigliere locale del DUP ha postato su Facebook un fotomontaggio con la bandiera dei paramilitari dell’Ulster Volunteer Force che sventolava sul n. 10 di Downing Street. I “falchi” della loggia orangista di Portadown hanno invece già cominciato a fare pressioni sul DUP, chiedendo di ripristinare la provocatoria marcia nell’area cattolica di Garvaghy Road, da anni vietata perché causa di gravi atti di violenza settaria.
Il nuovo governo May non sarà un esecutivo di coalizione in senso stretto ma poggerà su un accordo di convenienza reciproca all’interno del quale il DUP sosterrà i Tories sul bilancio e deciderà se appoggiarli o meno su ogni singola questione. Ma per concedere il voto decisivo dei suoi parlamentari, Arlene Foster chiederà ogni volta una contropartita e tra queste ci sarà sicuramente anche l’impegno di non indire alcun referendum sull’unità irlandese. Una consultazione che Gerry Adams, presidente del Sinn Fein – l’altro partito di maggioranza relativa dell’Irlanda del Nord – ha più volte ribadito che si farà, in ogni caso.
RM