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“Vietato parlare dei desaparecidos”. Le carte segrete che accusano Londra

Riaffiorano dagli archivi britannici le comunicazioni fra l´ambasciata di Buenos Aires e il Foreign Office. Il governo laburista sapeva delle atrocità commesse dalla giunta di Videla, ma fece prevalere la ragion di Stato.
(di Omero Ciai)

Fu uno sterminio sotto gli occhi di tutti quello che permise ai militari argentini dopo il 24 marzo del 1976 di far sparire nei campi di concentramento migliaia di giovani oppositori, spartirsi i loro beni e sequestrare i loro figli. Sotto gli occhi delle democrazie occidentali. E dell´Urss, che appoggiò la dittatura di Jorge Rafael Videla perché aveva un disperato bisogno del suo grano, e costrinse i partiti fratelli – Pci compreso – a disinteressarsi del massacro in corso. Una indifferenza che i documenti trovati negli archivi nazionali britannici di Kew Gardens dal ricercatore Mario J. Cereghino rivelano in tutta la sua tragica dimensione. Riguardano le comunicazioni tra l´ambasciata a Buenos Aires e il Foreign Office fra il ‘77 e il ‘79. Oggi, dopo l´annullamento delle leggi di amnistia e indulto per i militari coinvolti nella “guerra sporca”, e la riapertura dei processi, possono contribuire, insieme a quelli conservati negli Stati Uniti, alla ricerca della verità sul numero delle vittime e sull´identità dei neonati sottratti ai genitori desaparecidos. Continua la lettura di “Vietato parlare dei desaparecidos”. Le carte segrete che accusano Londra

L’Irlanda di Bobby Sands. La memoria nei corpi

«Sono un prigioniero politico. Sono un prigioniero politico perché sono l’effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra (…) Credo di essere soltanto uno dei molti sventurati irlandesi usciti da una generazione insorta per un insopprimibile desiderio di libertà. Sto morendo non soltanto per porre fine alla barbarie dei Blocchi H o per ottenere il giusto riconoscimento di prigioniero politico, ma soprattutto perché ogni nostra perdita, qui, è una perdita per la Repubblica e per tutti gli oppressi che sono profondamente fiero di chiamare la “generazione insorta”».

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Il 5 maggio di 28 anni fa il volontario repubblicano Robert (Bobby) Sands si spegneva dopo 66 giorni di sciopero della fame nel carcere di Long Kesh, a Belfast. Da allora il suo nome è diventato un simbolo universale del martirio per la libertà. Riproponiamo la bella intervista rilasciata alcuni mesi fa a “Liberazione” da Silvia Calamati (curatrice del diario di Bobby Sands e autrice di altri testi-chiave sul conflitto).

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