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I guerrieri dimenticati del Sudafrica

di Gianni Sartori

Se questo paese è libero – si rammaricava un ex guerrigliero – e ha potuto organizzare eventi come la Coppa del mondo, lo deve all’MK”, Umkonto we Sizwe, il braccio armato dell’African National Congress (ANC). Ma sembra che all’epoca nessun alto dirigente si fosse recato nel misero ufficio dei reduci, con le pareti ricoperte da manifesti ingialliti, per invitare qualche veterano alle manifestazioni.
863331_733175Tutto era cominciato il 21 marzo 1960. Quel giorno in diversi centri urbani della Repubblica Sudafricana si svolsero manifestazioni, organizzate dal Pan African Congress (PAC), contro l’obbligo per i neri di portare con sé un lasciapassare. Il regime rispose massacrando a Sharpeville decine di persone. Ufficialmente le vittime furono sessantanove, ma i testimoni sostengono che furono molte di più. Altre vittime a Langa (52 morti) e a Nyanga. Seguirono scioperi, manifestazioni, scontri con barricate e assalti agli uffici del Native Affairs Department. Migliaia di persone vennero arrestate, mentre le truppe isolavano i centri della rivolta. In aprile, il governo metteva fuori legge l’ANC e il PAC. Entrambe le organizzazioni costituirono un braccio armato. L’ANC con l’Umkonto we Sizwe (MK, “Ferro di lancia della nazione”) e il Pac con le unità Pogo (“Noi stessi”). Le prime azioni armate dell’MK contro alcuni palazzi ministeriali a Johannesburg, Port Elisabeth e Durban risalgono al dicembre 1961. Nel 1963, a Rivonia, vennero arrestati vari dirigenti dell’organizzazione clandestina e la guerriglia si trasferì nei paesi amici della “linea del fronte”: Zambia, Mozambico, Tanzania, Angola. Proprio in Angola vennero scritte alcune delle pagine più oscure della lotta di liberazione. Accusati di indisciplina e ingiustamente sospettati di tradimento, alcuni guerriglieri del “Campo 4” vennero torturati dai loro stessi compagni. Altri vennero fucilati per essersi rifiutati di tornare a combattere. In seguito, negli anni ’80, l’MK porterà a segno alcune delle sue azioni più spettacolari e disperate: attentati contro i depositi di carburante e lanci di granate contro una centrale nucleare.
Oggi i sopravvissuti dicono di sentirsi “messi da parte, cancellati dalla memoria del paese” come i volti dei loro antichi compagni, morti in combattimento o impiccati nelle carceri. Anche Mandela, il loro ex comandante, sembrava averli dimenticati. L’altro leader, Chris Hani (esponente dell’ANC e del SACP, il partito comunista sudafricano) era stato ammazzato in circostanze non del tutto chiare. Ufficialmente da bianchi razzisti, ma non si esclude un regolamento di conti interno all’ANC.
Divenuto presidente, Jacob Zuma, per un breve periodo esponente dell’MK, aveva costituito un segretariato dotandolo di un modesto finanziamento. Un gesto comunque di buona volontà, anche se per la maggior parte di questi freedom fighters era ormai troppo tardi. Molti ex combattenti, ricordava Kebby Maphatsoe “vivono per la strada e per mangiare rovistano nella spazzatura”. Analogo destino per chi faceva parte delle Unità di autodifesa (SDU), 45mila ragazzi che negli anni ’80 presero alla lettera la consegna di “rendere ingovernabili le townships”. Agli scontri con l’esercito e la polizia si aggiunsero i conflitti settari con l’Inkhata Freedom Party (IFP, definiti “Quisling”, collaborazionisti) e le lotte fratricide con formazioni minori. Una guerra civile a bassa intensità, alimentata ad arte dai servizi segreti del regime di Pretoria.
Con la fine dell’apartheid, dopo un rapidissimo processo di smobilitazione delle strutture della guerriglia, in parte erano stati arruolati nell’esercito. Si temeva che questi uomini, provvisti di armi e abituati ad usarle, venissero utilizzati da gruppi più radicali o dalle gang criminali. La maggior parte non riuscì ad inserirsi e abbandonò l’esercito ritrovandosi in una condizione di emarginazione. Il giornalista Jean-Philippe Rémy del quotidiano francese Le Monde ne aveva incontrati alcuni che si sono isolati sulle montagne del Magaliesberg, non lontano da Johannesburg. Perseguitati dai ricordi, avevano iniziato un processo di purificazione tradizionale che si richiama alle tradizioni guerriere dei popoli nativi.

Emily, la “Gandhi” del Sudafrica

emily“La donna più nobile e coraggiosa”, secondo il Mahatma Gandhi. “Una donna maledetta”, nell’opinione del generale inglese Lord Kitchener, l’uomo forte delle guerre angloboere. Queste due definizioni diametralmente opposte rappresentano il paradigma perfetto della vita e dell’opera di Emily Hobhouse: poco più di una nota a piè di pagina nei libri di storia britannica ma tuttora considerata un’eroina nazionale in Sudafrica, dove denunciò l’esistenza dei campi di concentramento di Sua Maestà, nei quali trovarono una morte orrenda decine di migliaia di boeri. Poiché la storia è spesso fatta anche di punti di vista, poche figure sono riuscite a dividere l’opinione pubblica nell’Inghilterra vittoriana come questa Giovanna d’Arco vissuta all’inizio del XX secolo. Infermiera, pacifista, militante politica, attivista per i diritti umani e, di fatto, missionaria laica nel Sudafrica dilaniato dalle guerre angloboere. Fu proprio lei a scoprire, per prima, le condizioni di vita di donne e bambini rinchiusi su base etnica nei campi d’internamento ai quali alcuni decenni dopo si sarebbero ispirati anche i nazisti del Terzo Reich. Quando nel 1899 scoppiò la seconda guerra contro i coloni sudafricani di origine olandese, Emily Hobhouse non si limitò a organizzare le proteste e a schierarsi apertamente contro il potere imperiale britannico, ma iniziò a raccogliere fondi per aiutare le vittime civili. La sua storia viene raccontata nel dettaglio in That Bloody Woman: the Turbulent Life of Emily Hobhouse (Truran Books), un libro costato otto anni di ricerche al giornalista inglese John Hall, e che si propone di restituire il ruolo che la Storia ha finora inspiegabilmente negato a questa donna originaria di un piccolo paese della Cornovaglia.
Non appena sentì parlare dell’esistenza di un campo di concentramento inglese a Port Elisabeth, la Hobhouse decise di partire per il Sudafrica, dove la realtà che le si parò di fronte agli occhi superava ogni più pessimistica previsione. Quando iniziò a indagare, scoprì che i campi attivi erano già ben quarantacinque, da Johannesburg a Springfontein, da Norvalspont a Kroonstad, da Potchefstroom a Kimberley, fino ad arrivare a Bloemfontein, dov’erano imprigionate circa duemila persone, per la maggior parte donne e bambini. “Al campo mancano i principali beni di sussistenza”, scrisse in un rapporto che recapitò al parlamento di Westminster nel 1901. “All’interno di piccole tende dall’odore nauseabondo, prive di letti e materassi, vivono fino a dodici persone che quasi non possono muoversi, prive di sapone e con un approvvigionamento idrico totalmente insufficiente. Per potersi scaldare, donne e bambini devono andare a raccogliere gli arbusti nelle colline circostanti”. E infatti a causa della fame, delle privazioni e del diffondersi delle peggiori malattie, nei campi morivano già circa cinquanta bambini al giorno, e in diciotto mesi vi furono spazzate via oltre 26000 vite umane, circa 24000 delle quali erano giovani di età inferiore ai sedici anni. Emily si batté strenuamente contro il suo governo e contro gran parte della stampa inglese che la derideva, definendola una ribelle, una bugiarda, una nemica del suo popolo. Alla fine riuscì a migliorare le condizioni di vita nei campi, facendo inviare carri ferroviari e camion carichi di viveri e beni di prima necessità. Gli appelli che rivolse alle autorità del suo paese caddero nel vuoto, ma riuscirono almeno a smuovere l’opinione pubblica, che spinse per la nomina di una commissione d’inchiesta che alla fine del 1901 visitò i campi di concentramento e fece pressioni per migliorarne le condizioni di vita. Per tutta risposta il governo di Londra si vendicò di “quella donna maledetta”, facendola espellere dal Sudafrica. Emily Hobhouse vi avrebbe fatto ritorno soltanto dopo la fine della guerra, per partecipare alla ricostruzione e alla riconciliazione del paese. Portò con sé i macchinari per insegnare alle donne boere l’arte della filatura e della tessitura. Nel Transvaal e nello Stato Libero d’Orange avviò oltre venti scuole per dare un futuro ai sopravvissuti. È qui che conobbe Gandhi, col quale strinse una collaborazione che la portò in seguito anche a prendere a cuore la causa dell’indipendenza dell’India. Morì a Londra nel 1926 e la sua morte, passata quasi inosservata in Inghilterra, fu invece un evento in Sudafrica, dove oltre ventimila persone la salutarono come una principessa, nel corso dei funerali di stato più solenni mai concessi a uno straniero. Questa biografia, arricchita da oltre una cinquantina di fotografie inedite e dalle mappe dei campi di concentramento scoperti e visitati dalla Hobhouse, contribuirà a far riscoprire la vicenda di questa eroina del XX secolo e riuscirà, forse, a regalarle il posto che si merita nella nostra storia recente.
RM

Irlanda: chi ha paura di una Commissione per la verità e la giustizia?

Soltanto una Commissione per la verità e la giustizia sul modello di quella del Sudafrica post-apartheid potrà sanare una volta per tutte le ferite dell’Irlanda del Nord. A sostenerlo è Anne Cadwallader, ricercatrice del Pat Finucane Centre, una prestigiosa Ong di Belfast, che ha da poco dato alle stampe Lethal Allies. British Collusion in Ireland, un libro che dimostra per la prima volta in modo inconfutabile l’esistenza di un sistema di collusione ad altissimo livello tra lo stato britannico e i gruppi paramilitari protestanti durante gli anni più cruenti del conflitto in Irlanda del Nord. 1781171882.01._PC_SCLZZZZZZZ_Il ponderoso volume è frutto del lavoro di un team di ricercatori che per anni hanno indagato sugli omicidi settari compiuti negli anni ‘70 all’interno di quello che è stato definito il “triangolo della morte”, cioè le cittadine di Armagh, Portadown e Dungannon, a pochi chilometri dall’allora sensibilissima frontiera con la Repubblica d’Irlanda. “Il mio intento – ci spiega l’autrice al telefono dalla sua casa di Belfast – è quello di fornire il punto di partenza per la creazione di un organo indipendente e dotato di pieni poteri che sia in grado d’indagare alla ricerca della verità in base all’articolo 2 della Convenzione europea per i diritti umani, quello che garantisce il diritto alla vita”. A un mese dalla sua uscita, il libro è giunto alla terza ristampa ed è già riuscito a riaprire il dibattito sulla necessità di una Commissione “stile Sudafrica”, un’ipotesi tramontata tre anni fa quando un apposito gruppo di ricerca istituito da Londra naufragò di fronte alle richieste di risarcimenti delle famiglie delle vittime.
Ma a quindici anni dall’Accordo di Pace del Venerdì Santo, l’Irlanda del Nord resta un paese diviso, con comunità che vivono separate e tensioni permanenti che il tempo non sembra in grado di cancellare. “Non sono solo le famiglie ad avere il diritto di conoscere la verità sulla morte dei loro cari. Anche la società ha bisogno di comprendere il passato per costruire un futuro condiviso”, afferma Cadwallader, che ha alle spalle una lunga carriera di giornalista alla BBC e alla Reuters. Il suo Lethal Allies racconta per la prima volta tutta la verità in modo documentato e incontrovertibile, incrociando materiale degli archivi britannici, interviste di prima mano e rapporti ufficiali degli organi di polizia. “Questa collusione è giunta fino all’apice del governo britannico – denuncia – siamo infatti in grado di citare una lettera del 1975 che rivela un incontro tra l’allora primo ministro Harold Wilson e il nuovo capo dell’opposizione, Margaret Thatcher, durante il quale il Segretario per l’Irlanda del Nord informa i due leader politici che la RUC (la polizia dell’Irlanda del Nord, NdR) collabora col gruppo paramilitare protestante UVF e che il reggimento speciale dell’esercito britannico UDR è stato infiltrato da estremisti protestanti. Abbiamo un’enorme quantità di documenti nei quali lo stesso esercito britannico utilizza il termine ‘collusion’ per descrivere il motivo per il quale le armi venivano prese dagli arsenali dell’UDR”. Oltre alla mole di materiale d’archivio citato nel dettaglio, impressionano i numeri. Soltanto una tra le 120 persone ammazzate che la studiosa racconta nel suo libro era un membro dell’I.R.A.. Tutti gli altri erano civili, persone comuni che non avevano preso parte alla lotta armata. “Un simile sistema di collusione aveva funzionato in altri contesti coloniali nei quali era stata coinvolta la Gran Bretagna: il Kenya, la Malesia, Aden, Cipro e altri. I britannici volevano impedire ai cattolici nordirlandesi di avere rapporti con Dublino, ed era la stessa cosa che volevano i lealisti”. Ma secondo Cadwallader ormai incolpare le persone sarebbe una perdita di tempo, anche perché poche tra le famiglie delle vittime vogliono che i responsabili siano messi sotto processo. Quello che vogliono, invece, è che Londra riconosca ciò che è accaduto, che chieda scusa e li risarcisca. “I governi, in particolare quelli che devono fare fronte a insurrezioni violente, devono garantire e salvaguardare lo stato di diritto, devono comportarsi in modo diverso dalle forze paramilitari. Perché se a infrangere la legge sono gli stessi che fanno le leggi, non c’è più legge”. Ed è qui che torna d’attualità la Commissione per la verità e la giustizia. Chi ne sta ostacolando l’istituzione? Cadwallader non ha dubbi: il governo britannico. “Forse perché avrebbe molto da perdere. Il ruolo di Londra nel conflitto è riuscito finora a scampare al giudizio dell’opinione pubblica internazionale. Molte persone al di fuori del Nord Irlanda credono ancora alla favola secondo la quale Londra è stata un arbitro imparziale tra due fazioni in lotta. Invece nel corso dei decenni ha compiuto molti errori, ha infranto la legge e ha molte domande alle quali rispondere. Ma ignorare le divisioni del passato sarebbe l’errore più grande, perché prima o poi tornerebbero fuori per ossessionarci, come sta accadendo adesso in Spagna”.
RM

Quel sorriso che ha cambiato il mondo

I funerali di Nelson Mandela (foto di Lorenzo Moscia)
I funerali di Nelson Mandela
(foto di Lorenzo Moscia)

Bono Vox ha dedicato a Nelson Mandela, di cui era amico oltre che profondo ammiratore, un commosso ricordo sul Time Magazine dal titolo “L’uomo che non poteva piangere”. Sembra una metafora poetica ma era vero: Madiba non aveva più lacrime perché la polvere e il calcare delle cave di Robben Island, la prigione nella quale era stato rinchiuso dal 1963 al 1990, gli avevano causato un danno irreversibile ai dotti lacrimali. Nessuno, neanche le persone a lui più vicine, l’ha dunque mai visto piangere, ma nessuno potrà neanche mai dimenticare il suo sorriso.
Nelson Mandela è stato il più grande rivoluzionario del XX secolo perché è riuscito a comunicare con tutto sé stesso un messaggio di positività capace di deviare il corso della storia, e a fare del mondo un posto migliore. Eppure, ribaltando la tesi centrale di Marshall McLuhan, potremmo dire che per il grande leader sudafricano il mezzo non è mai stato il messaggio. Negli anni cruciali delle sue battaglie contro l’apartheid, Mandela non ha potuto disporre né della rete né dei social network, non aveva faraonici uffici stampa, né plotoni di iperpagati ghost writer. Senza pensare che per oltre un quarto di secolo è stato anche privato della libertà. Fino ai primi anni ’90 l’unica immagine che il mondo conosceva di lui era quella di un uomo malinconicamente rinchiuso dietro le sbarre, oppure era costretto a ricordarlo attraverso le vecchie foto della militanza giovanile nell’African National Congress, o quelle del famoso processo di Rivonia del 1963.
Mandela è stato un grande comunicatore che non ha potuto disporre di grandi mezzi di comunicazione. Un messaggero di pace senza essere un vero pacifista. A pensarci bene non è stato neanche un nonviolento nel senso gandhiano del termine. Negli anni ’80, quando stava ancora marcendo nel carcere di massima sicurezza e il percorso del Sudafrica verso la democrazia era ancora lungo e difficile, Margaret Thatcher non si fece scrupoli a definirlo “un terrorista”. Nel vocabolario colonial-conservatore della Lady di Ferro era una descrizione che non faceva una piega. In gioventù Mandela aveva sostenuto la necessità di combattere il segregazionismo istituzionale bianco facendo uso anche delle armi. Era stato uno dei fondatori e il comandante dell’ala armata del suo partito. Aveva coordinato la campagna di sabotaggio contro l’esercito e gli obiettivi del governo, organizzato campi militari, elaborato piani per una possibile guerriglia che ponesse fine al regime dell’apartheid. Nel giugno 1980 riuscì a far uscire dalla prigione un manifesto d’incitamento ai suoi compagni che recitava: “Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l’incudine delle azioni di massa e il martello della lotta armata dobbiamo annientare l’apartheid!”
Cinque anni dopo aveva rifiutato un’offerta di libertà condizionata in cambio di una rinuncia alla lotta armata e per questo era rimasto in prigione fino all’11 febbraio 1990. Ma ciò che il mondo non poteva ancora sapere era che quei 27 anni di carcere avevano avuto in lui l’effetto catartico di una risurrezione a nuova vita. Tra le anguste mura e le privazioni di Robben Island Mandela aveva compiuto il suo percorso prima spirituale poi politico, trasformandosi in un leader di statura planetaria, capace di tenere a freno gli istinti vendicativi di un popolo stremato dalle più brutali angherie. Di evitare con una sola parola e un singolo gesto della sua mano un bagno di sangue altrimenti inevitabile. La migliore celebrazione di questo traguardo si ebbe tre anni dopo, quando alla fine di aprile del 1994 si tennero le prime elezioni multietniche del Sudafrica e migliaia di persone si misero in fila per ore, con grande pazienza e compostezza, per poter esercitare questo diritto per la prima volta nella loro vita.
Ma la sua credibilità e la sua autorevolezza non gli derivavano dal Nobel per la pace ottenuto l’anno prima, bensì dal fatto di aver vissuto sulla propria pelle le battaglie per il rispetto, per il perdono, per l’importanza dell’educazione. E per essere riuscito a tradurre questi concetti in azione, in rivoluzione, a costo della propria libertà. Il suo messaggio di pace e di riconciliazione è stato veicolato globalmente nel miglior modo possibile grazie alla sua arma più potente: il sorriso.
Non per caso, subito dopo la sua morte, quello che secondo la classifica di Forbes rappresenta da anni il “brand di maggior valore al mondo”, cioè Apple, gli ha dedicato la homepage del proprio sito, riconoscendolo come simbolo planetario di libertà e dignità umana. Per giorni una semplice immagine in bianco e nero di Mandela – ovviamente sorridente – affiancata dalla sua data di nascita e di morte ha fatto bella mostra di sé nella pagina iniziale del sito della Mela. Un giusto tributo a un uomo che ha combattuto con la forza della felicità, e con questa è riuscito a cambiare il mondo.
RM

Ruth First, 30 anni dopo

Il 17 agosto 1982 i servizi segreti sudafricani eliminano con un micidiale pacco-bomba l’autrice di “Un mondo a parte”, una delle oppositrici più irriducibili del regime dell’apartheid. Il mio articolo uscito sul Manifesto

Missione compiuta. Quella sera di trent’anni fa, i macellai del regime brindarono con un fiume di birra e brandy in un bar di Pretoria, tra risate e pacche sulle spalle, complimentandosi a vicenda per aver inferto un colpo mortale al nemico. La gioia di quegli uomini non lasciava spazio al dubbio, né tantomeno al rimorso, perché all’epoca in Sudafrica erano loro a rappresentare la legge e l’ordine. Combattevano per salvare il paese, per difendere la civiltà liberandolo dai terroristi, dai sovversivi, dai comunisti. O almeno così credevano. Col boccale di birra in mano, Craig Williamson sembrava uno studente universitario fuoricorso, non la superspia che a poco più di trent’anni poteva già vantare una lunga esperienza di operazioni sotto copertura, infiltrazioni di gruppi di sinistra, rapimenti e omicidi. Al suo fianco quella sera, ubriaco di alcol e di felicità, c’era Piet Goosen, il brigadiere che guidava la famigerata Sezione A della polizia politica di Pretoria, quella incaricata delle operazioni coperte all’estero, l’uomo che cinque anni prima aveva interrogato e torturato Steve Biko nella stazione di Port Elizabeth. Era stato proprio lui a dare l’ordine di confezionare il fatale ordigno esploso in pieno giorno all’università di Maputo, in Mozambico.

Qualunque mezzo era lecito
Williamson, Goosen e gli altri erano uomini dello Stato, eppure non avevano avuto nessuno scrupolo a far esondare la spirale d’odio e violenza oltre i confini sudafricani. Qualunque mezzo era considerato lecito per raggiungere i loro sacri obiettivi. Anche far saltare in aria una donna inerme che lottava solo con la forza delle proprie idee. Il piano che aveva portato alla morte di Ruth First era stato concepito nelle stanze della stazione di Vlakplaas, sede delle unità controinsurrezionali segrete del governo di Pretoria. Un esperto di esplosivi era stato incaricato di assemblare la micidiale lettera bomba, seguendo un copione già sperimentato con successo dalla polizia segreta portoghese, che anni prima aveva ucciso in quel modo barbaro e vigliacco il leader della resistenza mozambicana, Eduardo Mondlane.
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