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Stragi naziste: dubbi sull'”armadio”, certezze sulla “vergogna”

L'”armadio della vergogna” contro “La vergogna dell’armadio”. Il titolo del libro di Franco Giustolisi, giornalista che denunciò sull’«Espresso» l’occultamento di 695 fascicoli riguardanti le stragi naziste in Italia, viene ribaltato dal saggio di Maurizio Cosentino, che contesta alcuni dati ritenuti acquisiti: innanzitutto non ci fu nessun armadio con le ante rivolte verso il muro in cui sarebbe stata occultata la documentazione; il procuratore militare generale Enrico Santacroce, morto nel 1975, non impedì lo svolgimento dei processi ma anzi inviò moltissimo materiale alle varie procure; non regge nemmeno la tesi della ragion di Stato secondo cui i ministri Taviani e Martino nella seconda metà degli anni Cinquanta avrebbero invitato a rallentare l’attività processuale contro i criminali di guerra per favorire la serena integrazione della Repubblica federale tedesca nel blocco occidentale. Continua la lettura di Stragi naziste: dubbi sull’”armadio”, certezze sulla “vergogna”

La Francia dice addio al revisionismo

Il potere legislativo non potrà più pronunciarsi su leggi che qualifichino o esprimano apprezzamento su fatti storici.

1874La nazione esprime la sua riconoscenza alle donne e agli uomini che hanno partecipato all’opera compiuta dalla Francia negli ex dipartimenti francesi di Algeria, Marocco, Tunisia e Indocina, così come in quelli appartenuti alla sovranità francese”. Recitava così la contestata legge del 23 febbraio 2005, in seguito alla quale si aprì nel Paese un dibattito molto esteso, incentrato sulla necessità di riconoscere la storia coloniale come parte integrante della nazione. Il voto sulla legge corrispose a rivendicazioni di varie lobby, prima fra tutte quelle delle associazioni di rimpatriati, che intesero fare pressione sull’Assemblea Generale affinché intervenisse in materia di insegnamento della storia coloniale. Il legislatore che recepì tali richieste preconizzò un controllo governativo sui testi di storia, considerando che “il ministro dell’istruzione nazionale esercita un diritto di supervisione sul contenuto dei manuali”. Un emendamento alla legge, poi ‘declassato’ dalla Corte costituzionale su indicazione di Chirac, prevedeva che anche i programmi scolastici riconoscessero il ruolo positivo della presenza francese oltremare. Da oggi non sarà più possibile legiferare su fatti inerenti alla storia nazionale. Una commissione parlamentare francese ha infatti pubblicato le sue conclusioni sulle cosiddette leggi della memoria, raccomandando che in futuro non vengano più votate simili leggi di natura storica. Dopo aver ascoltato una settantina di storici, ricercatori, sociologi e insegnanti, la commissione ha innanzitutto stabilito che il Parlamento non dovrà più pronunciarsi sui provvedimenti già adottati relativi alla lotta al razzismo, all’antisemitismo o alla xenofobia (legge Gayssot), o al riconoscimento della schiavitù come crimine contro l’umanità (legge Taubira). In aggiunta a questo, si è deciso che non spetterà più al potere legislativo pronunciarsi su leggi che qualifichino o esprimano apprezzamento su fatti storici. La necessità di affrontare nuovamente il problema nacque immediatamente dopo l’approvazione della legge del 2005, che mise in luce, per usare la parole dei detrattori del provvedimento, i ‘rapporti incestuosi’ tra storia e legge, sollevando una polemica nazionale e provocando la furiosa rabbia degli algerini, che accusarono i francesi di aver approvato una legge che “glorifica l’atto coloniale, consacra una visione retrograda della storia” e cerca di giustificare “la barbarie delle gesta coloniali attenuando gli atti più odiosi”. La storia è come un coltello – diceva Marc Bloch -, serve a tagliare il pane, ma può servire anche a uccidere.
(Da “Peacereporter”)

Chi ricorda le vittime dei regimi comunisti?

Il processo di integrazione europea, ormai da anni aperto ai paesi ex comunisti, rischia di favorire indirettamente un meccanismo di rimozione nei confronti della memoria delle vittime delle dittature filo-sovietiche. In alcuni casi questo atteggiamento è funzionale ai governi in carica, che preferiscono evitare di confrontarsi con un passato tanto recente quanto scomodo. Meno male che a cercare di contrastare questa tendenza ci pensano gli storici, aiutati dall’accesso a nuove fonti archivistiche. È il caso, per esempio, di Stefan Appelius, docente di scienza politica all’università di Oldenburg, che un giorno si è imbattuto quasi per caso in un referto sull’assassinio di un giovane tedesco in Bulgaria. Appelius ha cominciato a indagare e attraverso le interviste ad anatomopatologi e ed ex guardie di frontiera bulgare è riuscito a ricostruire una delle vie verso la libertà.

Secondo le sue ricerche almeno 4500 persone di vari paesi comunisti cercarono di attraversare la frontiera fra la Bulgaria e la Grecia. Almeno un centinaio di essi vennero uccisi. Una coppia di Lipsia nel 1975 venne eliminata con una raffica di colpi sparati a breve distanza: 35 pallottole toccarono a lui, 25 a lei. La polizia bulgara e la Stasi cercarono di catalogare questi omicidi come “incidenti stradali” ma ora le ricerche d’archivio stanno riportando a galla la verità. Quello che emerge dalle ricerche di Appelius è un fenomeno di grandi dimensioni, se si pensa  che furono mille le persone uccise durante i tentativi di lasciare la Germania Est. I caduti nel tentativo di attraversare il muro di Berlino furono 134. Purtroppo, pare che l’attuale governo bulgaro non stia collaborazndo alla ricostruzione dei fatti.
A raccontare questa storia è stato l’International Herald Tribune