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Addio a Theresa, unica donna dei “sei di Sharpeville”

di Gianni Sartori

Theresa Machabane Ramashamole, la donna dei Sei di Sharpeville, non è più con noi. Ancora ragazza, aveva partecipato alla manifestazioni di Soweto (rimanendo  ferita) contro l’insegnamento obbligatorio dell’Afrikaans, la lingua dei coloni e colonialisti boeri. Il primo studente ammazzato dalla poliTheresa-Ramashamole-cropzia si chiamava Hector Peterson e la foto di lui  moribondo in braccio al fratello che cerca di portarlo in salvo è ancora un simbolo. Era il 1976 e a quel tempo Theresa si era trasferita da una zia per poter studiare. Indirettamente aveva partecipato anche alla manifestazione di Sharpeville contro i pass, quella del 21 marzo 1960, tragicamente passata alla storia. Vi prese parte sua madre, incinta di lei di cinque mesi. Ufficialmente i morti (“colpiti alla schiena, mentre scappavano”) furono una settantina “ma tutti sanno che in realtà furono molti di più”, raccontava. “Mia madre era riuscita a fuggire anche se con il pancione correva più piano degli altri”. Teresa era nata quattro mesi dopo, già segnata dal destino.
Nella sua vita era destinata a conoscere sia la resistenza all’apartheid che il carcere e la tortura (botte, scariche elettriche…). E stava per concludersi con una condanna a morte per impiccagione emessa il 15 marzo 1988. Insieme ad altri cinque compagni era stata arrestata nel settembre 1984 per una manifestazione contro il rincaro degli affitti nel corso della quale un nero collaborazionista, il console Dlamini, era stato ucciso. Contro di loro non c’era nessuna prova, ma servivano dei capri espiatori. All’epoca in Sudafrica i neri venivano ammazzati per molto meno.
Inaspettatamente l’esecuzione venne sospesa la sera prima della data stabilita (18 marzo 1988), quando erano già stati “pesati e misurati ed era stata provata la corda attorno al collo”. Nuove prove erano emerse, grazie all’impegno instancabile del loro avvocato Prakash Diar e la pena venne commutata in venti anni.
Alla fine, quando l’apartheid era ormai diventato improponibile di fronte all’opinione pubblica mondiale (o forse non garantiva più i sostanziosi profitti delle multinazionali) vennero liberati. Alla spicciolata, senza clamore. Duma e Oupa il 10 luglio 1991, Reid e Theresa il 13 dicembre sempre del 1991, Ja Ja e Fransis il 26 settembre del 1992. Le sofferenze patite in carcere avevano minato la salute di Theresa in maniera irreparabile. Tra l’altro a causa delle torture subite non aveva potuto avere figli. Ricordava che prima di svenire completamente, le sembrava di sognare un bambino. E quella fu “l’ultima volta che sognai un bambino”. Dopo la liberazione trovò lavoro come segretaria presso la sede dell’African national Congress di Vereeniging.
Anche la sua morte è stata in qualche modo uno strascico dell’apartheid. Così come quella di un altro dei sei, Duma Khumalo, torturato durante la detenzione e morto nel 2006 mentre teneva un conferenza a Cape Town. Con l’associazione Khulumani aveva contribuito moltissimo nel dare aiuto e sostegno alle tante persone travolte e distrutte dall’apartheid.
Ora dei Sei di Sharpeville, passati loro malgrado alla Storia, solo due rimangono in vita: Reginald Ja Ja Sefatsa e Reid Malebo Mokoena, entrambi tornati alle loro vite di proletari, vite in parte naufragate anche a livello personale a causa della lunga detenzione.
Oupa Moses Diniso era morto in un incidente nel 2005 mentre Fransis Don, il calciatore, era già deceduto per un infarto poco tempo dopo essere uscito di prigione. Tutti dicono che Kabelo, il nipotino che non ha potuto conoscere, gli somiglia moltissimo.
Con la morte di Theresa, tornano fatalmente alla memoria i nomi delle innumerevoli vittime del regime dell’apartheid. Alcuni sono comunque passati alla Storia: Steve Biko (militante della SASO, morto sotto tortura), Victoria Mxenge (avvocato dell’UDF, uccisa da una squadra della morte), Joe Gquabi (oppositore, assassinato dai servizi segreti), Ruth First e Janette Curtis (entrambe uccise con un pacco-bomba dei servizi segreti di Pretoria), Benjamin Moloise (poeta, impiccato), Neil Aggett e Andreis Radtsela (sindacalisti, morti sotto tortura), Dulcie Septembre (esponete dell’ANC, uccisa in Francia dai servizi segreti). Ma per un gran numero di assassinati il rischio è di essere definitivamente dimenticati. Chi si ricorda ancora di Saoul Mkhize, Samson Maseako, Taflhedo Korotsoane, Elias Lengoasa, Sonny Boy Mokoena, Mvulane, Bhekie…?
Per ognuno, una piccola storia di sofferenze e umiliazioni ancora da raccontare.
Un commiato affettuoso anche per le tante persone conosciute all’epoca del maggiore impegno per “strappare le radici dell’ingiustizia” (come nella grande manifestazione all’Arena di Verona) e che nel frattempo ci hanno lasciato: Benny Nato, Beyers Naudé, Alberto Tridente, Edgardo Pellegrini, Luciano Ceretta… Un esempio per chi li ha conosciuti e per chi non ha avuto questo onore.
A Theresa Machabane Ramashamole e a tutte le vittime dell’apartheid vada la nostra gratitudine. Così come quella odierna dei curdi, anche la loro è stata una lotta per l’umanità.

Ruth First, 30 anni dopo

Il 17 agosto 1982 i servizi segreti sudafricani eliminano con un micidiale pacco-bomba l’autrice di “Un mondo a parte”, una delle oppositrici più irriducibili del regime dell’apartheid. Il mio articolo uscito sul Manifesto

Missione compiuta. Quella sera di trent’anni fa, i macellai del regime brindarono con un fiume di birra e brandy in un bar di Pretoria, tra risate e pacche sulle spalle, complimentandosi a vicenda per aver inferto un colpo mortale al nemico. La gioia di quegli uomini non lasciava spazio al dubbio, né tantomeno al rimorso, perché all’epoca in Sudafrica erano loro a rappresentare la legge e l’ordine. Combattevano per salvare il paese, per difendere la civiltà liberandolo dai terroristi, dai sovversivi, dai comunisti. O almeno così credevano. Col boccale di birra in mano, Craig Williamson sembrava uno studente universitario fuoricorso, non la superspia che a poco più di trent’anni poteva già vantare una lunga esperienza di operazioni sotto copertura, infiltrazioni di gruppi di sinistra, rapimenti e omicidi. Al suo fianco quella sera, ubriaco di alcol e di felicità, c’era Piet Goosen, il brigadiere che guidava la famigerata Sezione A della polizia politica di Pretoria, quella incaricata delle operazioni coperte all’estero, l’uomo che cinque anni prima aveva interrogato e torturato Steve Biko nella stazione di Port Elizabeth. Era stato proprio lui a dare l’ordine di confezionare il fatale ordigno esploso in pieno giorno all’università di Maputo, in Mozambico.

Qualunque mezzo era lecito
Williamson, Goosen e gli altri erano uomini dello Stato, eppure non avevano avuto nessuno scrupolo a far esondare la spirale d’odio e violenza oltre i confini sudafricani. Qualunque mezzo era considerato lecito per raggiungere i loro sacri obiettivi. Anche far saltare in aria una donna inerme che lottava solo con la forza delle proprie idee. Il piano che aveva portato alla morte di Ruth First era stato concepito nelle stanze della stazione di Vlakplaas, sede delle unità controinsurrezionali segrete del governo di Pretoria. Un esperto di esplosivi era stato incaricato di assemblare la micidiale lettera bomba, seguendo un copione già sperimentato con successo dalla polizia segreta portoghese, che anni prima aveva ucciso in quel modo barbaro e vigliacco il leader della resistenza mozambicana, Eduardo Mondlane.
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