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L’ “altro Mengele” è morto dal 1992

La lista dei nazisti ricercati si apriva con il suo nome: Aribert Heim, il «dottor morte», responsabile di atroci esperimenti nei campi di sterminio. Lo cercavano dal Sud America al Vietnam e invece si era nascosto in Egitto, dove sarebbe deceduto per un tumore nel 1992. A scoprire la verità un’inchiesta congiunta della tv tedesca Zdf e del New York Times. Convertitosi all’Islam, Heim si faceva chiamare Tarek Hussein Farid ma per molti era semplicemente lo «zio Tarek». Aveva la passione per le foto, ma evitava di farsi riprendere. Per tenersi in forma percorreva quasi 20 chilometri al giorno e ogni tanto giocava a tennis. Amava trascorrere ore al famoso caffè Groppi del Cairo, dove ordinava spesso la cioccolata e offriva dolciumi ai figli degli amici. Un profilo che non sembra quello di un criminale di guerra feroce. Durante il nazismo, Heim usava i prigionieri come cavie. Eseguiva operazioni senza anestesia, iniettava veleni e benzina, conduceva test terribili sui malcapitati. Una crudeltà pari a quella dell’altro «dottore», Josef Mengele. Per anni gli hanno dato la caccia arrivando ad offrire una taglia di oltre un milione di dollari, lanciando appelli e sollecitando la collaborazione internazionale. Dopo aver vissuto a Baden-Baden, Heim fugge prima in Francia, poi in Marocco e quindi si stabilisce al Cairo nell’hotel Kasr Al Madina della famiglia Doma. Durante il lungo soggiorno prepara dossier, conduce ricerche sugli ebrei, scrive lunghe lettere che spedisce, con il nome di Youssef Ibrahim, al segretario dell’Onu Waldheim, al consigliere per la sicurezza nazionale americana Brzezinski, al maresciallo Tito. I suoi amici egiziani sostengono di non aver mai conosciuto la sua reale identità, anche se sospettavano che avesse qualcosa da nascondere. Solo la famiglia, rimasta in Germania, sapeva del segreto. Heim ha lasciato ai Doma una valigia zeppa di carte, ricevute, disegni, bozze delle lettere, certificati medici. Su un documento intestato a Tarek Farid c’era la sua vera data di nascita: 28 giugno 1914, Radkersburg, Austria. Quella sul certificato di morte risale, invece, al 10 agosto 1992. Sembra che avesse scritto nel suo testamento che desiderava lasciare «il corpo alla Scienza», in modo che potessero condurre degli esperimenti. Quasi un proseguimento di quanto aveva fatto nei lager. Invece, le autorità egiziane decidono di seppellirlo in una fossa senza alcuna iscrizione. Un particolare che non permette di chiudere del tutto il mistero.
(da Corriere.it)

Ucciso dai nazisti, 63 anni dopo la liberazione di Mauthausen

Era il 5 maggio 1945 quando fu liberato l’ultimo campo di concentramento e di sterminio nazista: Mauthausen insieme con tutti i suoi sottocampi fra i quali Ebensee e Gusen. Come ci ricorda l’Aned, l’associazione degli ex deportati politici, proprio ieri ricorreva il 63esimo anniversario della liberazione del campo. E’ passato tanto tempo ma purtroppo è ancora possibile morire per mano dei nazifascisti. Ieri ha infatti perso la vita un ragazzo a Verona, Nicola Tommasoli, colpevole solo di essersi rifiutato di dare una sigaretta ad altri 5 ragazzi. Nel leggere questo episodio la mente ci riporta subito all’interno dei lager nazisti nei quali si poteva perdere la vita per niente, magari per aver rivolto lo sguardo ad una SS o magari per essersi rifiutati di dare una sigaretta ad un kapò. L’amico testimone di Nicola, descrive gli aggressori come cinque bestie che si sono accanite sul corpo del ragazzo, ed anche qui ci vengono in mente tutte le volte che i nostri ex deportati hanno definito le SS come bestie. “Purtroppo – dice l’Aned – ancora oggi dopo 63 anni dall’apertura del cancello di Mauthausen si può morire senza motivazione per mano di nazifascisti. Cercheranno di sminuire questo episodio, catalogandolo come di semplice cronaca nera e non di matrice politica, ma questo è un errore che vogliono indurci a fare ma che noi non possiamo tollerare con il silenzio. Possibile che dopo tutti questi anni, dobbiamo ancora raccomandare ai nostri figli di stare attenti ai nazifascisti, e come facciamo a riconoscerli? Come poteva Nicola riconoscerli, non avevano uniforme, non avevano segni evidenti di distinzione, proprio come quei fascisti che 64 anni fa fecero deportare i nostri cari con destinazione Mauthausen, Ebensee, Gusen”.

La banalità del male

C’è un genocida tra noi. O meglio, c’è stato. Ha vissuto accanto a noi, a un passo dalle nostre case, ha fatto lezioni di catechismo ai nostri figli, ha recitato messa e confessato tanti fiorentini. Ma qualche anno prima di riempirsi la bocca con parole come “perdono”, “pace” e “solidarietà”, si era reso responsabile della morte di almeno 1500 ruandesi di etnia tutsi. Stiamo parlando di “Don Atanasio”, al secolo Athanase Seromba, il simpatico e brillante prete di colore che nella seconda metà degli anni ’90 ha fatto parte attivamente della parrocchia fiorentina di S. Martino a Montughi, nei pressi di via Vittorio Emanuele. seromba.jpg

Ieri la Corte d’Appello del tribunale internazionale per il crimini del Ruanda l’ha condannato all’ergastolo per aver commesso atti di genocidio e sterminio durante la mattanza che sconvolse il piccolo Paese africano nel 1994. Una valanga di prove e testimonianze hanno accertato che don Atanasio aveva attirato all’interno della sua parrochia a Nyange, nella prefettura di Kibuye, almeno 1500 persone. Aveva assicurato a tutti che lì, al cospetto di Gesù e della Madonna, protettrice del Ruanda, sarebbero stati in salvo. Le bande armate hutu non avrebbero osato entrare nella cattedrale. Invece mentre i rifugiati pregavano, ha chiuso a chiave le porte della chiesa, e ha ordinato all’autista di un bulldozer di abbattere l’edificio mentre gli assassini sparavano e lanciavano granate dalle finestre. Fu un massacro soprattutto di donne, vecchi e bambini. Dicono che durante il lungo processo il candido don Atanasio non abbia mostrato alcun segno di pentimento e non abbia riconosciuto le sue responsabilità. La corte ha constatato che senza la sua autorità morale quel massacro non sarebbe stato commesso.
A coprire la sua fuga in Italia era stato il Vaticano: con l’aiuto delle gerarchie vaticane si era rifugiato a Firenze, aveva cambiato nome, (padre Anastasio Sumbabura) e aveva continuato a officiare messa come se nulla fosse accaduto. Era stato poi riconosciuto e denunciato, ma l’allora procuratrice del Tribunale dell’Onu, Carla del Ponte, aveva avuto difficoltà a ottenere l’estradizione perché il Vaticano aveva esercitato pressioni sul governo italiano per evitare che prendesse una decisione in proposito. I parrocchiani fiorentini, convinti a priori della sua innocenza, avevano addirittura costituito un comitato in sua difesa. Chissà cosa penseranno adesso che la sentenza del tribunale internazionale ha finalmente chiuso l’incredibile storia di questo genocida della porta accanto.