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L’America? Chiamatela Schiavocrazia

Una maxi-inchiesta del New York Times riscrive la storia Usa partendo dal vero evento fondativo: la servitù coatta degli africani
di Enrico Deaglio

L’atto d’accusa è senza precedenti: «Cittadini americani, tutto quello che vi hanno sempre detto sulla purezza della nostra democrazia, sulle nostre libertà superiori a quelle di qualsiasi altro, sulla eticità del nostro capitalismo e della nostra Costituzione… è semplicemente falso, disonesto ed ipocrita. Le cose non andarono così: noi non siamo figli di una lotta di indipendenza, ma di una “schiavocrazia”, che ancora adesso plasma la nostra vita sociale ». Queste parole non sono scritte su un volantino di un centro sociale, su un sito di assatanati marginali o su una pubblicazione di un accademico eccentrico, ma sono stampate in grandi caratteri sul New York Times, il più importante giornale del mondo, in un “evento” destinato a segnare, se non altro, una svolta nel giornalismo.
Si tratta di The 1619 Project , un’”inchiesta- bomba” pubblicata con super tiratura sul magazine del quotidiano, che rivisita la storia americana a partire dal quattrocentesimo anniversario di una data mai veramente ricordata. Nell’anno 1619, davanti alle coste della Virginia, una nave pirata inglese assalì un vascello portoghese, cercando oro e dobloni. Trovò invece nella stiva «20 o più» africani, che erano stati rapiti in un territorio che oggi è l’Angola. Non sapendo che farsene, i pirati inglesi li barattarono per provviste, con uno sparuto gruppo di settlers inglesi. L’arrivo di quel gruppo di africani segnò l’inizio della schiavitù americana, che avrebbe portato in quel continente 12,5 milioni di loro fratelli, in catene, in viaggi attraverso l’oceano Atlantico che causarono la morte di altre due milioni di persone, nella «più grande migrazione forzata della storia fino alla Seconda guerra mondiale».
Era appunto il 1619, i Padri Pellegrini sarebbero arrivati solo l’anno dopo — quindi non sono loro i “founding fathers”; e solo 157 anni dopo i coloni inglesi decisero che erano stufi dell’Inghilterra che gli faceva pagare troppe tasse e produssero quel gioiello per le sorti dell’umanità («tutti gli uomini sono uguali»… «il diritto alla felicità») che è la Dichiarazione d’Indipendenza, ma si dimenticarono — anzi non li nominarono proprio — gli schiavi africani, che costituivano già allora un quinto della popolazione. Neanche la Costituzione fa cenno a loro, ma piuttosto si dilunga su tutti i sistemi con cui il governo si impegna a garantire agli schiavisti la loro “proprietà”, compreso l’uso gratuito dell’esercito e della polizia in caso di ribellioni o fughe. Solo nel 1870, dopo la guerra civile dai 600 mila morti e la liberazione di quattro milioni di schiavi, il Congresso approvò il diritto di voto per i neri, ma solo nel 1965, dopo anni di lotte civili, il presidente Johnson ottenne che quel diritto potesse essere esercitato. E ancora oggi è ostacolato.
L’impianto del 1619 Project è una sorta di candida rivoluzione copernicana: è bastato riguardare la storia mettendo al centro un “fenomeno” di cui si faceva fatica a parlare, e fargli ruotare il mondo intorno, per cambiare il significato degli eventi. E dunque, se si ammette che la forza lavoro schiava è stata determinante per la realizzazione dei grandi miti americani, dalla costruzione delle città, al disboscamento delle foreste e soprattutto alle enormi produzioni di zucchero e cotone (la potenza economica americana nell’Ottocento costruita con il lavoro forzato), si potrà osservare che da questa generazione di ricchezza a basso costo concentrata al Sud sono nate, al Nord, sia la rivoluzione industriale, sia il sistema bancario, sia la globalizzazione dell’epoca.
Dei primi 12 presidenti americani, 10 erano proprietari di schiavi; all’inizio dell’Ottocento, l’uomo più ricco d’America era un broker di schiavi del Rhode Island; la Wall Street di New York si chiama così per il Muro, davanti al quale si svolgevano le compravendite degli schiavi.
La guerra civile nel 1865 sancì la fine ufficiale della schiavitù, ma l’America fece molta difficoltà ad ammettere che quei quattro milioni di persone erano stati i protagonisti della nascita di una nazione. Lo stesso presidente Lincoln, il campione dell’abolizionismo e il vincitore della guerra, convocò alla Casa Bianca — ed era la prima volta che uomini neri varcavano la soglia di quell’edificio che i loro genitori o nonni avevano costruito come schiavi — un gruppo di afroamericani “prominenti” e spiegò loro che era meglio che le due razze si separassero; e li informò che aveva dato ordine al Congresso di trovare i soldi necessari per trasferire tutti in Africa.
Il progetto non andò in porto, anche perché Lincoln venne ucciso, ma quello che è certo — secondo The 1619 Project — è che tutte le successive conquiste della democrazia americana, sono avvenute non grazie ai bianchi, ma nonostante i bianchi, e solo perché i neri d’America sono stati più patriottici di tutti i loro concittadini, aprendo la strada alle conquiste di tutti gli altri.
È una ricostruzione romanticizzata della storia americana? Non proprio, anche se il 1619 Project arriva ad un pubblico di massa dopo una serie di successi letterari sullo stesso tema; si lega piuttosto a un movimento politico — che ha una certa consistenza, specie in un anno di elezioni presidenziali — e che chiede, per i neri d’America, una “compensazione” concreta e tangibile, per le ingiustizie subite da sempre.
Tutto il “progetto” — passato al vaglio dei più importanti storici, e che si avvale dei contributi di poeti, giornalisti, musicisti in una ricostruzione radicale e maestosa della storia americana — è stato coordinato da Nikole Hannah-Jones, giornalista del Times , 43enne nata a Greenwood, Mississipi dove suo padre era bracciante agricolo. La città è nota per essere stata una delle capitali del cotone, ma anche dei linciaggi e del razzismo. Presentando il suo lavoro, Hannah-Jones scrive: «I neri hanno visto il peggio dell’America, ma nonostante tutto credono ancora nel suo meglio. Una volta ci dissero che proprio perché eravamo stati schiavi, non avremmo mai potuto essere americani. Ma fu proprio in virtù della nostra schiavitù, che siamo diventati i più americani di tutti».
Allibita e furiosa per questa pubblicazione, tutta la destra americana, presidente in testa. Finora cauti i candidati democratici. Ma un successo democratico Nikole Hannah- Jones l’ha già ottenuto: ha conquistato il New York Times.
(Da “Repubblica”, 24 agosto 2019)

Bombe turche sui profughi di Mexmûr

di Gianni Sartori

Nella notte tra il 13 e il 14 dicembre l’aviazione turca ha attaccato il campo profughi di Mexmûr, nel Kurdistan iracheno, sotto la tutela dell’Onu dal 1998. Quattro persone sono rimaste uccise: Eylem Muhammed Emer, 23 anni, Asya Ali Muhammed, 73 e sua figlia Narinc Ferhan Qasim, 26 e la nipote Evin Kawa Mahmud, di 14 anni.
È il terzo attacco aereo registrato negli ultimi mesi contro questo campo e nel corso di ogni azione si sono contate numerose vittime sia tra le Unità di Autodifesa, sia tra i civili. La maggior parte dei residenti di Mexmûr vengono dal Kurdistan del nord (Bakur, sotto l’amministrazione di Ankara) dai villaggi di Colemêrg (Hakkari), Şirnex (Şırnak) e Van. Si tratta perlopiù dio persone che hanno rifiutato di diventare collaborazionisti in veste di “Guardiani di villaggio”. Le loro case sono state incendiate; ognuno di loro annovera tra i familiari qualche vittima della repressione statale. Contemporaneamente veniva attaccata e bombardata anche la yazida – ezida, come dicono i curdi – Şengal. Forse non casualmente le bombe sono state lanciate proprio alla vigilia della festa Êzî, quando la popolazione era impegnata nei preparativi per i festeggiamenti.
L’eterno calvario di Gernika. Ancora. Sempre. In che altra modo classificare l’atteggiamento del regime turco contro yazide e yazidi se non come puro e semplice odio?
Forse Erdogan vuole completare l’opera avviata dallo “Stato islamico” contro tale popolazione? Non dimentichiamo quali furono le prime località contro le quali si scagliò l’Isis dopo la presa di Mosul. Si trattava proprio di Mexmûr e Şengal, abitate da yazidi. Dove incontrò comunque – va ribadito – la coraggiosa resistenza dei guerriglieri curdi del PKK. È lecito sospettare che questi attacchi siano in parte una ritorsione per tale resistenza.
All’assordante silenzio dell’ONU, dei Paesi occidentali – e in particolare degli USA – si è prontamente associato quello dei governi iracheno e regionale (del Kurdistan del sud). Pavidità, indifferenza o forse sostanziale complicità con gli assassini e genocidi di Ankara.
Secondo le organizzazioni curde “non è possibile che gli attacchi (nella notte del 13-14 dicembre) contro Mexmûr e Şengal siano avvenuti senza l’assenso degli USA e sicuramente non è sbagliato pensare che gli USA, anche se non apertamente, abbiano partecipato alla pianificazione. Questa decisione non può essere vista come un fatto disgiunto dalla decisione degli USA di emettere un mandato di cattura contro tre quadri dirigenti del Movimento di Liberazione Curdo”.
In passato gli Stati Uniti non lesinavano l’utilizzo delle brigate curde come carne da macello, sul terreno, contro gli integralisti. Ma ora applicano la solita tattica … dell’USA e getta. Sugli attacchi contro Mexmûr, Şengal e anche il Rojava (Kurdistan siriano) è intervenuto il Consiglio Esecutivo dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK) dichiarando che tali efferati bombardamenti “su zone abitate prevalentemente da civili servono allo scopo di tenere in piedi il regime fascista nello Stato turco”.
Per continuare, lapidariamente: “Lo Stato turco dalla fondazione costruisce la sua esistenza su un genocidio fisico e culturale nei confronti di popoli e comunità religiose”. E intanto anche “il nord e l’est della Siria sono sotto la minaccia di un’invasione militare”.
Come ha commentato il KCK: “La gente sa benissimo che questo attacco non è solo contro i curdi ma contro la vita democratica e libera costruita insieme”. Nel mirino di Ankara ci sono soprattutto le minoranze e le comunità religiose che hanno dimostrato con i fatti di voler lottare per l’autodeterminazione. Un atteggiamento che non è esclusivo del popolo yazida, ma anche di aleviti, kakai, suryote, cristiani…e infatti gli attacchi turchi non sono rivolti soltanto contro i curdi.
Resistere è una colpa imperdonabile agli occhi di Erdogan. In qualche modo si vuol ripercorrere la strada lastricata di sangue già intrapresa all’epoca della Prima Guerra Mondiale. Quando le persecuzioni e lo sterminio operati dalla Turchia contro le popolazioni minoritarie non avvenivano sicuramente all’insaputa delle potenze internazionali. Come è noto lo spazio aereo iracheno è oggi sotto il controllo degli Stati Uniti e senza il loro permesso gli attacchi non sarebbero nemmeno ipotizzabili. Stesso discorso, come già detto, sia per il governo iracheno che per il governo regionale.

Il caso Khashoggi, un mondo di silenzio

di Fulvio Scaglione

Se vivessimo in un mondo più o meno normale, oggi tutte le cancellerie occidentali sarebbero impegnate a chiedere chiarimenti e inviare proteste alla casa reale dell’Arabia Saudita. E qualche Governo più deciso degli altri potrebbe magari convocarne l’ambasciatore per avere spiegazioni. Invece quasi tutto tace e, a parte le indiscrezioni lasciate filtrare ad arte dai servizi segreti della Turchia, un silenzio appena imbarazzato accompagna la sorte di Jamal Khashoggi, giornalista assai noto e apprezzato in Arabia Saudita e non solo, visto che di recente era diventato anche editorialista per il “Washington Post”. Donald Trump, grande sostenitore dei sauditi, ha taciuto per giorni e poi si è detto «preoccupato», lasciando a Mike Pompeo, il segretario di Stato, il compito di sfidare il ridicolo e invocare presso i sauditi una «inchiesta accurata» sulla sorte del giornalista.
Il problema è che c’è poco su cui indagare. Khashoggi è entrato nel consolato del proprio Paese a Istanbul il 2 ottobre, lasciando la fidanzata turca sul marciapiede ad attenderlo. E non ne è mai uscito perché, fanno sapere i turchi, sarebbe stato ucciso, poi addirittura fatto a pezzi e infine portato via da un commando di quindici agenti arrivati lo stesso giorno su due voli privati decollati dalla capitale saudita Riad. Ci sono i nomi, ci sono i volti, si sa che alcuni di loro fanno parte della guardia personale del principe ereditario Mohammed bin Salman e che con loro viaggiava anche un anatomopatologo, a quanto pare incaricato di sovrintendere allo smembramento del corpo.
Khashoggi, peraltro, non era un fanatico oppositore o , per dire, un qualche sovversivo che voleva minare le basi del regno sunnita-wahabita. Al contrario, era un giornalista sperimentato e, a suo tempo, molto inserito negli ambienti della casa reale saudita. Più volte aveva fatto parte della delegazione ristretta che accompagna il principe nei suoi spostamenti internazionali. Purtroppo per lui, negli ultimi tempi aveva cominciato a manifestare qualche dubbio sulla bontà delle politiche di Mohammed bin SalmanJamal Khashoggi. La guerra nello Yemen, che non approda a nulla tra mille atrocità. Il piano per la riforma economica del regno, chiamato “Vision 2030”, che fa acqua. Le purghe ai danni dei notabili sauditi della vecchia guardia. Troppo, a quanto pare. Non l’ha salvato nemmeno il fatto di essersi trasferito negli Usa.
Che altro serve per un minimo di sdegno? Soprattutto in America e in Europa, dove la libertà della stampa e dei giornalisti è un bene considerato prezioso e come tale sempre difeso. Invece nulla o quasi, anche da parte dei Governi che pure, or non è molto, hanno duramente criticato la Turchia per i giornalisti messi sotto processo e poi costretti all’esilio. Destino triste, il loro. Ma non come essere fatti a pezzi con una sega in una sede diplomatica.
Quanto avviene, o meglio non avviene, in questi giorni riflette a perfezione lo stato delle relazioni internazionali, in cui tutto il gran parlare di diritti e valori non vale per gli “amici” ma solo per i “nemici”. E l’Arabia Saudita è un amico troppo importante per tutti. Trump (ma anche Obama prima di lui) incassa miliardi rifornendola di armi e la considera fondamentale, insieme con Israele, nell’asse che dovrebbe opporsi alla crescente influenza dell’Iran. Nell’aprile scorso, Mohammed bin Salman ha compiuto una visita negli Usa in cui è stato onorato non soltanto alla Casa Bianca ma anche dai superintelligenti e superdemocratici boss della Silicon Valley e di Hollywood. Prima di sbarcare negli Usa, peraltro, lo stesso Salman aveva fatto tappa a Londra dove, portando in dote 100 miliardi di investimenti per l’Inghilterra post-Brexit, era stato accolto con tutti gli onori, pranzo con la regina Elisabetta compreso. E più o meno altrettanto potremmo dire per quasi tutti i Paesi europei.
L’Arabia Saudita lo sa e ne approfitta con l’arroganza di chi si sente intoccabile. Adesso c’è il caso Khashoggi, ma è solo l’ultimo di una lunga serie. In agosto Cynthia Freeland, ministro degli Esteri del Canada, aveva osato chiedere con un tweet la liberazione di un gruppo di saudite arrestate per le loro campagne in favore dei diritti delle donne. Per tutta risposta i sauditi cacciarono l’ambasciatore canadese, bloccarono tutti i voli per il Canada, congelarono le relazioni economiche e invitarono le migliaia di studenti sauditi a tornare a casa.
Nel 2016, a causa delle sue azioni nello Yemen, l’Arabia Saudita fu inserita nella lista Onu dei Paesi che violano i diritti dei bambini in zone di guerra. Subito partì il ricatto, poi ammesso dallo stesso segretario Ban Ki-moon: o ci cancellate dalla lista o tagliamo i fondi all’Onu. E cancellazione fu. Con la scomparsa di Khashoggi finirà allo stesso modo. Male che vada, Mohammed bin Salman farà qualche telefonata, ricorderà questo o quell’affare, parlerà del prezzo del petrolio o del terrorismo in Medio Oriente. Ma non dovrà nemmeno incomodarsi, il mondo gira così e tutti quelli che devono saperlo già lo sanno.
(Avvenire, 10.10.2018)

Chi disse no al Vietnam

Il rifiuto più clamoroso fu quello di Muhammad Ali, che in un giorno di fine aprile del 1967 dichiarò pubblicamente di non voler imbracciare le armi nella guerra del Vietnam. Il grande pugile venne arrestato, accusato di renitenza alla leva, privato del titolo mondiale, e soltanto quattro anni dopo vide la sua condanna annullata in appello dalla Corte Suprema. In un’epoca nella quale l’obiezione di coscienza era ancora osteggiata e considerata un reato, l’opposizione a quel conflitto segnò per sempre una linea di confine nella storia e nell’anima degli Stati Uniti. Migliaia furono i soldati americani che disertarono, in quegli anni, mentre la prospettiva antimilitarista si manifestava anche nella letteratura con voci autorevolissime, da Kurt Vonnegut a Joseph Heller, da Jack Kerouac a Noam Chomsky. Eppure pochi grandi romanzi hanno raccontato finora la guerra del Vietnam dal punto di vista di chi si rifiutò di indossare la divisa e ne pagò le conseguenze sulla propria pelle. Rappresenta una rara eccezione Saigon, Illinois di Paul Hoover, uscito negli Stati Uniti nel 1988 e pubblicato adesso per la prima volta anche in italiano da Carbonio editore nell’ottima traduzione di Nicola Manuppelli. La storia è quella del ventiduenne Jim Holder, che nell’estate del 1968 sceglie di negarsi alla leva e riesce a farsi assegnare a un servizio pubblico alternativo presso il Metropolitan Hospital di Chicago. Una struttura ospedaliera mastodontica, con novecento posti letto distribuiti su diciotto piani, nel quale dovrà occuparsi della lavanderia, delle pulizie, dei pasti e spesso anche dell’obitorio districandosi tra medici nevrotici, infermieri maldestri, pazienti in fin di vita e cadaveri in abbondanza. “Il lavoro non doveva essere degradante, anche se cercavano di renderlo tale, per semplice patriottismo. Perché quei ragazzi in Vietnam dovevano soffrire, mentre noi, obiettori di coscienza, potevamo cavarcela con lavoretti semplici?”, si chiede il protagonista. Quel microcosmo nel cuore dell’Illinois diventa con il passare del tempo il suo campo di battaglia, il suo Vietnam personale, quasi una metafora del conflitto e dell’atmosfera caotica dell’America della fine degli anni ‘60, in una quotidianità scandita da situazioni al tempo stesso grottesche e drammatiche. Scrittore, poeta e curatore delle principali antologie di poesia nordamericana contemporanea, Paul Hoover ci offre un punto di vista inedito su quella guerra con un romanzo generazionale dai tratti autobiografici. Essendo cresciuto all’ombra della chiesa pacifista di Brethren, in Ohio, dove suo padre era il pastore, la guerra è stata infatti una costante della sua infanzia e della sua giovinezza. Forse anche per questo è riuscito a descrivere magistralmente il senso di amarezza e di disillusione che segnò quell’epoca, stemperandola con robuste dosi di sarcasmo e ironia. Mentre la guerra prosegue, segnando di fatto il fallimento di una lotta politica e di una nazione intera, a Jim Holder non resterà alla fine altra scelta che la fuga. Dopo l’ennesima manifestazione pacifista perde infatti il suo status di obiettore, diventa a tutti gli effetti un disertore e come migliaia di altri giovani di quegli anni è infine costretto a scappare per evitare il carcere.
RM

Wole Soyinka: “liberare la libertà”

Intervista al premio Nobel per la letteratura Wole Soyinka
(Avvenire, 23.5.2018)

Due anni fa Wole Soyinka strappò il suo permesso di soggiorno e decise di abbandonare per sempre gli Stati Uniti dopo l’elezione di Donald Trump, in segno di protesta per le sue politiche anti-immigrati. Dopo aver lottato tutta la vita per la libertà – spiegò – non sopportava di vedere un presidente statunitense che erigeva muri “non solo nelle menti degli americani, ma in tutto il mondo”. Si interruppe così, con un gesto plateale, un esilio durato due decenni che aveva visto il più famoso intellettuale africano contemporaneo insegnare in un numero imprecisato di università e istituzioni statunitensi. Soyinka si è sempre battuto con coraggio in difesa delle proprie idee, denunciando apertamente gli orrori del suo paese, dal genocidio del Biafra al terrorismo odierno di Boko Haram. Dagli anni ‘60 è protagonista delle lotte contro i soprusi e le violenze delle dittature africane: durante la guerra civile nigeriana fu accusato di cospirazione con i ribelli del Biafra per aver pubblicato un articolo che invitava a cessare il fuoco e finì in cella di isolamento per 22 mesi. Negli anni ‘90 venne a lungo perseguitato e infine condannato a morte e costretto all’esilio dalla dittatura militare di Sani Abacha. Nigeriano di etnia Yoruba ma da sempre pervaso da un profondo senso di appartenenza all’intero continente africano, Soyinka è un intellettuale estremamente poliedrico – drammaturgo, romanziere, poeta, saggista – che nel 1986 divenne anche il primo africano insignito del premio Nobel per la letteratura. Da quando ha lasciato gli Stati Uniti è tornato a trascorrere gran parte della sua vita in Nigeria, dividendosi tra Abeokuta, la città che gli ha dato i natali nel 1934, e la capitale Lagos, dove l’abbiamo raggiunto al telefono per questa intervista, rilasciata in occasione del suo nuovo arrivo in Italia. Sabato 26 maggio Soyinka riceverà infatti il premio internazionale “Dialoghi sull’uomo” all’omonimo festival di antropologia del contemporaneo che si svolge a Pistoia.
Da sempre lei sostiene la necessità di un dialogo tra l’Africa e l’Europa. Come mai finora non è stato possibile?
Perché per adesso più che un dialogo abbiamo avuto piuttosto un monologo, dove a parlare era soltanto l’Europa, o comunque il mondo occidentale. Purtroppo non c’è mai stato uno scambio o un riconoscimento reciproco che prendesse atto delle condizioni economiche profondamente cambiate negli ultimi tempi, bensì un confronto mono-direzionale. Lo vediamo con la risposta che l’Europa dà alle istanze che arrivano dall’Africa, e che rappresentano criticità in tutti i campi, dal commercio, alla cultura, alle questioni umanitarie. Ovviamente anche i leader africani hanno le loro responsabilità. È un peccato, perché un dialogo tra pari favorirebbe non poco lo sviluppo delle relazioni umane.
In che modo è cambiato il concetto di libertà in un mondo sempre più connesso come quello nel quale stiamo vivendo?
Senza dubbio la crescente connessione, non solo in tempi recenti, ma direi a partire dall’epoca post-coloniale, ha definitivamente approfondito e favorito la causa della libertà. Lo dimostra il proliferare di studiosi, scrittori e intellettuali, e anche di politici progressisti, provenienti dal continente africano nell’ultimo mezzo secolo. Dopo la decolonizzazione, una volta raggiunta l’indipendenza, le singole nazioni africane hanno dovuto affrontare il cosiddetto colonialismo interno, nelle relazioni tra i leader africani e le rispettive popolazioni. Gli attivisti politici e le forze progressiste hanno potuto però ispirarsi all’esempio degli ex colonizzatori e dire ai tiranni, ‘perché non offrite anche a noi quei modelli di partecipazione che contemplano una maggiore libertà di espressione e associazione?’. Tuttavia le grandi opportunità offerte da Internet non sono esenti da rischi.
Ovvero?
Prendiamo per esempio quanto accadde con le cosiddette “Primavere arabe”. È chiaro che gran parte di esse sono state favorite proprio da internet e dalla connettività. In molti casi si è riusciti a cacciare i dittatori, a scoprire e a denunciare i loro crimini e le loro ruberie in un modo che in passato non sarebbe stato possibile. Molti di essi si erano limitati a sostituire i vecchi imperi coloniali con imperi personali. Non dobbiamo però illuderci che il potere ci consenta sempre di usare il massimo della tecnologia, poiché ci saranno sempre delle limitazioni. Inoltre Internet ha favorito anche il proliferare di notizie false o distorte, e purtroppo a volte la democratizzazione della tecnologia ha fatto finire il potere nelle mani delle persone sbagliate, aumentando quindi i rischi in termini di oppressione politica.
Nel suo saggio “Smurare la libertà”, lei sostiene che la religione rappresenta uno spazio di libertà. Come spiega che oggi le persone siano sempre più spesso impaurite dalla religione?
Innanzitutto ci tengo a fare una distinzione tra la religione e la spiritualità, talvolta innata, delle persone. Quando questa spiritualità, qualunque forma essa abbia assunto, è costretta in uno strumento di controllo degli esseri umani, prima o poi si sviluppano forme di fondamentalismo estremamente pericolose, che sono capaci di distruggere la società e il dono individuale della scelta. E di conseguenza, tutti quelli che dissentono diventano automaticamente nemici da perseguitare, torturare, decapitare. Mi riferisco ovviamente al fondamentalismo dilagante di gruppi come Isis (anzi Daesh, questo è il nome che preferisco di gran lunga), Al-Shabaab, Al Qaeda, Boko Haram. Quando la religione è usata come uno strumento per soffocare, diventa un’espressione di tirannia.
Qual è la radice dell’intolleranza religiosa nel suo paese?
È stata portata dall’esterno. Non esiste alcuna forma di fanatismo nella tradizione religiosa degli Orisha, le divinità dell’Africa occidentale, che è tipica degli Yoruba, il mio popolo. È una religione ecumenica, del tutto priva di fanatismo, al cui interno non c’è nessuno spazio per l’estremismo. Quelli di Boko Haram sono barbari che vogliono islamizzare la nazione, il cui fondamentalismo religioso si unisce a una sete smisurata di risorse petrolifere. Poi ci sono anche molti politici corrotti che cercano di manipolarlo, quell’estremismo religioso.
In luglio cadrà il centenario della nascita di Nelson Mandela, al quale lei dedicò il suo discorso del Nobel, denunciando la segregazione razziale in Sudafrica. La sua lotta è stata una fonte di ispirazione anche per lei?
Proprio la settimana scorsa sono stato a Johannesburg e ho partecipato a un’iniziativa per il centenario di Mandela. In un certo senso è stato il mio fratello maggiore, ma forse io ero già troppo vecchio perché potessi trarre ispirazione da lui. Penso che in primo luogo Mandela sia stato – e sia ancora – un modello di possibilità, una giudiziosa combinazione di combattività e di compassione umana che ha reso possibile il progresso dell’umanità verso una società nonviolenta, da raggiungere attraverso la libertà e la dignità umana. Era assolutamente privo della sete di potere che è invece una delle piaghe di molti leader africani.
RM