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Vasilij Grossman ritorna a Stalingrado

Avvenire, 27 agosto 2019

Solo la morte di Stalin, nel 1953, salvò Vasilij Grossman dall’arresto e dalla deportazione. Lo scrittore russo era stato uno dei più grandi cronisti della Seconda guerra mondiale, aveva assistito all’assedio di Stalingrado e alla controffensiva sovietica che ribaltò le sorti del conflitto. Ma alla fine degli anni ‘40 era ormai annoverato a tutti gli effetti tra i dissidenti. La sua fama di eroe di guerra era riuscita a salvargli la vita ma non a evitargli di cadere in disgrazia. Secondo i censori sovietici il suo capolavoro Vita e destino era un testo assai più pericoloso del Dottor Živago di Boris Pasternak, che pure era già diventato un best seller negli Stati Uniti e in Europa. L’austero Mikhail Suslov, responsabile dei mezzi informativi del Pcus, gli disse che sarebbero dovuti passare almeno trecento anni per vedere pubblicato il suo libro. “Non importa ciò che è vero o ciò che è falso – gli spiegò – uno scrittore sovietico deve scrivere solo ciò che è necessario per la società”. Il racconto dell’incontro tra Suslov e Grossman è uno dei passaggi centrali della biografia del grande scrittore russo firmata dalla giornalista Alexandra Popoff, Vasily Grossman and the Soviet Century. Era il 1960 e di lì a poco gli agenti del Kgb avrebbero fatto irruzione dell’abitazione di Grossman per confiscargli il manoscritto, gli appunti, le bozze e persino la macchina da scrivere. Il regime decise di non incarcerarlo: si limitò a condannarlo all’oblio, e a non veder mai pubblicato quello che oggi è ritenuto uno dei capolavori della letteratura del XX secolo. Grossman finì i suoi giorni nella povertà e nella solitudine, morendo di cancro nel 1964. Ma fortunatamente una copia del manoscritto di Vita e destino fu recuperata, microfilmata e fatta uscire illegalmente dai confini sovietici con l’intercessione del fisico dissidente Andrej Sacharov. L’opera venne pubblicata per la prima volta da una casa editrice svizzera nel 1980 e l’edizione inglese fece finalmente conoscere al grande pubblico quel grandioso affresco storico dell’era staliniana, che venne definito il “Guerra e pace del XX secolo”. Continua la lettura di Vasilij Grossman ritorna a Stalingrado

La morte dell’ultimo stalinista

Se n’è andato qualche giorno fa, all’età di 97 anni, Nikolai Baibakov, il potentissimo ministro del petrolio dell’Urss uscita dalla Seconda Guerra Mondiale. Era rimasto fino all’ultimo uno dei più convinti sostenitori dello statalismo dell’era stalinista.

Originario della città di Baku, situata al centro dell’area petrolifera più grande del mondo e oggi capitale dell’Azerbaijan, ebbe modo anni fa di ricordare in un’intervista l’episodio che aveva segnato l’inizio del suo lungo rapporto di collaborazione con Stalin. Nel 1942, con i nazisti alle porte di Stalingrado, il dittatore lo convocò e gli chiese di impedire che le piattaforme petrolifere del Caucaso cadessero in mano ai tedeschi senza interrompere i rifornimenti all’Armata Rossa, indispensabili per proseguire la “grande guerra patriottica”. Appena trentenne e da poco nominato viceministro del petrolio, Baibakov propose di smantellare le piattaforme principali e trasferirle nella parte orientale del paese, seguitando a estrarre e a inviare il greggio al fronte fino all’ultimo minuto. Stalin apprezzò l’idea ma gli puntò due dita alla tempia avvertendolo che se il piano non avesse funzionato, per lui era prevista la fucilazione. Lo stesso destino – aggiunse – gli sarebbe toccato anche se, una volta respinto l’invasore, non fosse riuscito a far ripartire la produzione. Bastò aspettare il 1946 per vedere il petrolio sovietico tornare ai livelli pre-bellici, trainando la ricostruzione di un sistema economico stremato da spese militari che negli anni del conflitto erano state superiori a quelle sostenute dagli Stati Uniti. Quando il quarto piano quinquennale (1946-1950) fece crescere in modo esponenziale la produzione di petrolio, per lui si schiusero definitivamente le porte del gruppo dirigente supremo del Pcus. Nel 1955 fu nominato al vertice del Gosplan, la Commissione statale per la pianificazione, vera e propria stanza dei bottoni della politica economica dell’Urss, da dove fu allontanato un paio d’anni dopo perché non condivideva le critiche mosse a Stalin dal XX Congresso. Tornò alla guida del Gosplan durante gli anni di Breznev per rimanervi ininterrottamente altri vent’anni, durante i quali riuscì a far quintuplicare la produzione industriale del paese. Gorbaciov lo sollevò da tutti gli incarichi nel 1985 ma lui riuscì a non cadere mai in disgrazia, contrariamente a quanto accadde a Kaganovich e ad altri ex Commissari del popolo dell’epoca stalinista. La caduta dell’Urss non bastò a fargli cambiare idea sulla pianificazione economica e sui dogmi dello statalismo più rigido. Ribadì, anche in anni recenti, tutta la sua disapprovazione nei confronti delle riforme della Russia post-sovietica: “anche i paesi occidentali – disse – hanno mantenuto un controllo più rigido sull’economia di quanto hanno fatto Gorbaciov e Yeltsin”. Prima di morire osservò con soddisfazione la crescita, lenta ma costante, coincisa con il ritorno del ruolo dello stato nell’economia favorito da Putin.

(Questo articolo è uscito anche su “Diario”, n. 7, anno XIII)